Pericolosissima scorciatoia

 

Sono una ventunenne trentina, studentessa a Forlì, dove è in funzione - da parecchi anni - un inceneritore per rifiuti ed il cantiere per la costruzione di un secondo impianto lavora a pieno ritmo. Vivendo in casa con altre ragazze mie coetanee, ho l'occasione di constatare quotidianamente quanto la cultura-pratica della raccolta differenziata sia poco diffusa e conosciuta. Risulta molto difficile per le persone non abituate a differenziare i rifiuti cominciare a farlo da un giorno all'altro, soprattutto se adulte e con abitudini ormai consolidate, per cui è più semplice gettare la spugna e demandare agli inceneritori il compito di sbarazzarsi di ciò che chiamiamo rifiuto. Con grande tristezza e rammarico prendo atto del fatto che tantissime persone in Italia non hanno la cultura della raccolta differenziata, poiché non viene praticata ma soprattutto per la scarsa informazione ed educazione a riguardo.

Gli inceneritori, chiamati termovalorizzatori solo in Italia, sembrano l'escamotage giusto per legittimare questa assenza di cultura (proliferano infatti dove la raccolta differenziata non viene praticata), ma con un “piccolo dettaglio”: non servono e sono dannosi. Sono un'invenzione di mezzo secolo fa; per ogni tonnellata di materiale bruciato, circa 300 chili diventano cenere e scorie altamente nocive. Inoltre, più alto è il calore di esercizio, più sottili, tossiche e tumorali sono le polveri che escono dal camino. Non servono a risparmiare energia e l'Italia è l'unico Paese che finanzia gli inceneritori con i soldi delle nostre bollette elettriche (senza il consenso dei cittadini ovviamente); la raccolta differenziata spinta e il riutilizzo di contenitori quali bottiglie di plastica e vetro (pratica diffusa ampiamente in vari stati europei) renderebbe questi impianti del tutto inutili.

Chi dice no agli inceneritori, chi non li associa all'idea di progresso viene arruolato dai media nel “popolo dei no” e tacciato di disfattismo, anarchia e anti-globalismo. Ma alla fine non paga chi inquina, bensì chi viene inquinato. I politici (quelli che Beppe Grillo chiama i “nostri dipendenti”) amano gli inceneritori, ne vogliono uno per città perché, a parer loro, portano lavoro, soldi, soldi, lavoro: il mito del lavoro per la sinistra e quello del profitto per la destra li rendono simpatici ad ogni schieramento. Gli inceneritori ci avvelenano, noi costruiamo fabbriche di veleni e li respiriamo. Seppelliamo rifiuti tossici in mezza Italia, trasformiamo le città in parcheggi e l'aria in biossido di carbonio. Chi inquina ci toglie la vita e incenerisce il nostro futuro e sempre più spesso sono politici e amministratori i promotori di tumori, nano-polveri, diossine e profitti in Borsa, che scambiano il voto ricevuto per una delega in bianco a comportarsi come gli pare. Mi sconcerta pensare che chi legifera e prende decisioni che avranno ripercussioni irreversibili sul mio futuro siano persone sempre più anziane che in quel futuro - da loro programmato a tavolino - non ci saranno: spesso purtroppo non tengono in considerazione le esigenze e le richieste che in molti, più giovani di loro, hanno e saranno destinati a subire le conseguenze di scelte avventate e sommarie. Mi lasciano in eredità un mondo da rifiutare, che non sento mio e che sta accusando sempre più i contraccolpi di decisioni non ponderate, spesso fallimentari e motivate solo da ingenti profitti per pochi. Le amministrazioni (da cui peraltro non mi sento rappresentata né qui, né nella mia città d'origine) imputano a noi giovani la colpa di saper dire solo di no senza proporre una valida alternativa. Ma in questo frangente l'inceneritore non è una soluzione ai rifiuti, bensì una pericolosissima scorciatoia che trasforma l'organismo umano in rifiuto. La vera alternativa sono le persone, cittadini ancora in grado di indignarci, di cercare altre informazioni, magari da esperti indipendenti quali Stefano Montanari, Patrizia Gentilini, Maurizio Pallante, Laura Puppato e molti altri, che con coraggio, serietà e caparbietà si battono per lasciare in eredità ai giovani un mondo vivibile e sostenibile.

Occasioni di formazione-informazione andrebbero diffuse e pubblicizzate, per far sì che si sviluppi e diffonda sensibilità e consapevolezza ambientale; ma non basta bloccare il traffico per un giorno al mese. Occorre investire in educazione permanente a partire dai primi anni di scuola e poi su fino all'età adulta. A livello governativo bisognerebbe incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili e stimolare i giovani ricercatori affinché apportino il loro prezioso contributo allo sviluppo di tecnologia pulita. E i rifiuti non rientrano nella categoria di fonte di energia pulita e rinnovabile! L'inceneritore si può fermare e tutti assieme possiamo fare la differenza.

Sara Pederiva

http://www.decrescitafelice.it/ , 24 marzo 2007

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