Mega centrale di biogas da liquami zootecnici a Fiavè

La fine della zootecnia alpina?

 

Si parla tanto di cambiamenti climatici e di misure “correttive”, della necessità di individuare possibili limitazioni agli sprechi, di contenimento e riduzione degli impatti inquinanti ecc. E la Provincia ha organizzato un incontro in cui il dott. Filippo Giorgi traccia un quadro, tanto realistico quanto inquietante, sullo stato di salute del pianeta. I correttivi, finora resi noti dalla stessa Provincia, sono l'istituzione di sei gruppi di lavoro, le cui conclusioni sono previste entro la fine dell'anno. E intanto?

Qualche settimana fa a Fiavè è stato presentato il progetto dell'impianto di biogas. La cronaca, riportata su l'Adige del 3 marzo, ci racconta che “sono emersi i dubbi della popolazione per un'opera che andrà a rivoluzionare la valle” e che si è manifestata “una certa delusione da una parte della cittadinanza, che non ha gradito una conclusione troppo affrettata, senza sviscerare tutti i quesiti posti dal pubblico”. È un'altra situazione in cui certe importanti decisioni vengono prese così a cuor leggero da ingenerare seri dubbi sulla loro valenza sociale, ambientale e sanitaria, con poca chiarezza e trasparenza e con discutibile senso dell'etica. Sembrerebbe per mera e ristretta convergenza sulle tutele di soli certi “indotti”, molto meno su una visione complessiva sullo stato di salute di una realtà locale in cui ci si ritrova sempre più impantanati se solo con quegli indotti ci si obbliga malamente a far di conto.

Si sa, il “pubblico” a cui è solo concesso di applaudire (è raro che si possa confrontare con indipendenti tecnici a supporto delle sue conclusioni), è un ospite sgradito alle presentazioni di progetti pensati e imposti senza il minimo coinvolgimento degli (in)diretti interessati. Che chiedono l'entità dei costi, degli impatti e degli sconosciuti bilanci energetici che ogni mega opera comporta per il territorio e per la salute. Tanto più per un'opera calata dall'alto in un micro territorio che non la può sostenere. Ennesima opera che potremmo definire, senza ombra di smentita, climalterante.

Il presidente della società, che gestirebbe l'impianto di biogas, l'assessore provinciale all'ambiente e la sindaco di Fiavè si ritrovano d'accordo nel sostenere a spada tratta (e con i lauti contributi provinciali) la sostenibilità dell'operazione biogas “soprattutto in chiave ambientale”.

Ma qual'è la situazione della zootecnia nelle Giudicarie?

A Fiavè c'è una mega centrale del latte che per lavorare "economicamente" e mantenere l'apparato industriale-manageriale-commerciale ha bisogno di grosse stalle; non come quelle della pianura padana, ma comunque troppo grosse per la sostenibilità dell'ambiente alpino. Questi stalloni, per essere competitivi, importano da fuori una buona parte dell'alimentazione per il bestiame: mangini, foraggi, sostitutivi di foraggi. Per smerciare la gran quantità di prodotto la centrale deve vendere sul mercato nazionale un prodotto “di massa”. Per far girare questo vortice “globalizzato” di materie prime che vengono, e prodotti finiti che vanno a enormi distanze (camion e navi, non cose virtuali), c'è l'intoppo di un piccolo territorio che non può sostenere il surplus di liquami che dovevano essere sparsi su prati che scarseggiavano sempre più (impazzisce il rapporto delle Uba – unità bovine adulte – rapportato all'esiguo spazio a disposizione). 

Ecco allora che spingendo il sistema alle sue estreme conseguenze, invece di riportare la dimensione delle stalle e dei caseifici a dimensioni compatibili con l'ambiente (scontentando qualcuno) si ricorre al biogas sostenuto dai "certificati verdi", che in termini ecologici significa "bruciare" sostanza organica prodotta con grande consumo di energia fossile.

È così che si “ricicla” liquame, costretto nell'ultimo anello della catena di un sistema che è basato su un enorme sperpero di energia. I cicli non si chiudono perché in America o in Europa, dove si producono le materie prime che entrano nei mangimi e nei foraggi che le vacche mangiano e che noi (non tutti) mangiamo, gli agricoltori devono continuare a far entrare nel sistema concimi chimici e sostanze “estranee”. Concretamente, a Fiavè, si vuole far “digerire” alla popolazione un mega impianto con 2 digestori e sette vasconi dislocati in varie frazioni(è par condicio?). 

C'è da capire, affinché l'impianto si autosostenga, se la produzione di liquame locale è sufficiente, se ci saranno biomasse da codigerire e da dove verranno; ma, comunque, è il principio ispiratore che preoccupa. Ovvero c'è un problema dovuto a un uso esasperato del territorio, e cosa si fa? Non lo si “alleggerisce” ma vi si aggiungono nuovi carichi inquinanti; quantificabili, se si volesse guardare alla complessità di quelli in aggiunta con simili mega opere.

È un lapalissiano esempio di zootecnia simil-padana che esternalizza anche il ciclo delle deiezioni animali (già aveva esternalizzato la trasformazione del latte e la produzione di buona parte dell'alimento del bestiame) con la recisione dell'ultimo cordone ombelicale che la legava al territorio. La necessità di prati (antidoto alla zootecnia dei grandi numeri), non tanto per far fieno ma per "smaltire" i liquami, diventa pura industria, un piccolo anello di un ciclo, industriale al 100%. Con la necessità di produrre biogas e l'allettamento dei "certificati verdi", tanto più liquame si produce meglio è. Tutt'altro che alimentazione bilanciata, risparmio di azoto, individuazione dei limiti alle emissioni climalteranti e applicazione di reali misure correttive!

I grossi produttori locali dicono che il settore zoocaseario locale determina un forte indotto, ma non devono dire che le ricadute complessive sono insostenibili e che l'ecosistema delle Giudicarie verrebbe compromesso. Ogni tanto si legge che in Trentino la zootecnia è sostenibile; sembra invece che la Frisona (padrona degli allevamenti intensivi) abbia effettuato il sorpasso sulla Bruna. La “carriera” di una Frisona trentina era di 2,7 lattazioni nel 2005 (2,3 a Cremona), la rimonta (tasso di vacche "rottamate" ogni anno) del 37% in Trentino, del 40% nelle province più spinte. Non siamo molto distanti dai numeri della pianura padana.

È il caso di aggiungere che anche questa questione deve trovare altri momenti di approfondimento e confronto; perché va fatto qualcosa di ecologico prima che le valli alpine siano riempite di mega centrali e che la spinta ulteriore all'industrializzazione e all'intensificazione produttiva indotta dal business zooenergetico  spazzi via le ultime stalle che il fieno se lo producono. Senza andar tanto lontani, succede nel vicino Alto Adige.

A noi pare che con queste mega opere, calate in uno spazio che non le può “materialmente” sostenere, si uccide per sempre la zootecnia. Arrivano camion di mangimi da una parte ed escono camion di latte e liquame dall'altra. I mangimi sono fatti con materie prime che vengono da mezzo mondo, i fieni dal centro Italia o da Francia e Spagna. I prodotti globalizzati "di massa" della centrale di Fiavè vanno nei supermercati di tutta Italia ad alimentare consumatori già saturi che trasformano le proteine dei latticini in reflui "civili" che devono essere depurati. Almeno non la si chiami razionalità o "sostenibilità". 

Poniamo alcune domande che sembra non hanno ancora trovato risposta, neanche nel corso della citata serata a Fiavè: 

•  Quanto liquame servirebbe per far girare a pieno regime l'impianto? Basta quello “locale? E non si andrebbe ad incentivare una zootecnia ancora più intensiva e al di fuori di ogni equilibrio ecologico?

•  Quanti camion circolerebbero in più sulle strade?

•  Quanti e quali materiali servirebbero per la "codigestione"?

•  Come verrebbe trattato il digestato e dove sarebbe spedito e a quali condizioni economiche?

•  Per produrre la sostanza organica delle deiezioni si impiega molta energia fossile. Perché non si calcola tutto questo e si fa un vero bilancio energetico dell'operazione?

•  Ci si ricorda che il ruolo ecologico della zootecnia è fornire sostanza organica ai terreni e produrre carne e latte dove non si riesce a coltivare prodotti utilizzabili direttamente dall'uomo?

•  Ci si rende conto che quando il petrolio sarà finito questi sistemi zootecnici industriali si bloccheranno?

Di industria non si campa in montagna; di pascoli, campi (con le patate, gli ortaggi la segale ecc.), prati, agriturismo, mucche e capre veramente felici, artigianato, cultura, socialità sì. Senza andare tanto lontano le stalle valdostane producono in media un quarto di quelle trentine e allevano una razza autoctona.

In Trentino una razza autoctona c'è: la Rendena, ma viene penalizzata dal fatto che viene computata 1 Uba come una Frisona (dovendo allevare per un certo rapporto Uba/ha di superficie è ovvio che per fare più latte e reddito si va a scegliere la mucca che fa più latte). In Val d'Aosta con la Valdostana, e in Emilia con la Reggiana e la Modenese, la Regione ha fatto qualcosa in proposito. In Trentino non pare ci sia la volontà.

Sono due modelli antitetici. Dicono che chi sostiene il secondo è un troglodita e un sognatore, ma non si spiega che il primo è un incubo popolato di liquami, cattivi odori, mediocri politiche e peggioramento della situazione climatica. Eppure c'è chi vive dignitosamente con 15 vacche, anche in Trentino. Con il tempo risparmiato dalle operazioni di stalla “industriali” ci si può dedicare a produrre buoni formaggi (non standardizzati e senz'anima come quelli dei caseifici sociali) e altri prodotti agricoli, alla valorizzazione commerciale dei prodotti, a fare un po'di agriturismo ed altre attività rurali per mantenere il territorio. Non alimentando tutto quell'apparato di tecnici, manager, commerciali e burocrati a monte e a valle della stalla.

 

Il direttivo di Nimby trentino

Trento, 30 marzo 2007

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