Il confronto con Bolzano

Latte industriale: meglio le malghe

 

Ringraziamo le Cooperative Latte Trento e Caseificio Pinzolo Fiavè e Rovereto per la cortese replica anche se questa può essere così riassunta: l'unico modello di sviluppo possibile è il nostro, le vostre posizioni sono anacronistiche e filosofiche. Noi della libera associazione malghesi e pastori del Lagorai riteniamo che la disastrosa situazione della zootecnia trentina, che ha seguito il modello di “sviluppo” portato avanti finora dal sistema dei caseifici (più gli apparati di secondo grado, la Federazione, il consorzio Super-Brown ecc.) imporrebbe da parte di questi ultimi almeno il beneficio del dubbio.

Negli anni Cinquanta il Trentino aveva più bovini dell'Alto Adige con circa 101.000 capi. Oggi la situazione si è capovolta: l'Alto Adige ha addirittura aumentato il numero dei capi a 144.000. In Trentino sono rimasti solo 46.000 capi, di cui 21.508 vacche da latte al 2005. L'esempio dell'Alto Adige che con le sue 6225 stalle riesce a mantenere il territorio non è filosofia. Osservando alcuni dati, il Trentino nel 1961 contava ben 56.974 stalle, oggi ne sono rimaste meno di 955 contro le 1204 del 2002. Eppure in questi ultimi 5 anni, pur calando il numero complessivo di capi, la produzione di latte ha continuato paradossalmente a crescere (da 117 a 140 milioni di kg di latte), segno che le vacche sono sempre più “spinte”: la carriera delle vacche trentine è pari a 2,8 lattazioni, indice di fortissima incidenza di “rottamazioni” per malattie professionali da alta produzione. Ora è risaputo quanto il benessere animale incida sul benessere del consumatore: questa non è ideologia, ma proviene da dati scientifici che non appartengono a nessun schieramento politico. Un latte prodotto con alimentazione naturale è diverso da un latte prodotto con quantità eccessive di mangimi. Sappiamo ad esempio che le mucche al pascolo fanno un latte più ricco di vitamine A ed E e con più alti livelli di acido linoleico coniugato, sostanza che ha effetti protettivi sul cancro. La sicurezza alimentare non è solo la protezione dai germi, ma anche l'esenzione da residui nocivi (pesticidi ed erbicidi) e la maggior presenza di antiossidanti e sostanze che stimolano e non deprimono il sistema immunitario. È notizia di questi giorni che alcuni agricoltori di Folgaria-Lavarone chiuderanno la loro attività perché gli vogliono imporre i refrigeratori in piccole stalle (non si sta esagerando?).

Ci sono poi le problematiche ambientali sempre più complesse: nelle Giudicarie inferiori dove si trova il cuore del “Polo Bianco” ovvero la centrale di Fiavè con molte aziende intensive, il comune di Lomaso (capofila) con quelli di Fiavè (sede del grande caseificio) e di Bleggio ha promosso la realizzazione di un grande impianto per la produzione di energia elettrica da biogas utilizzando i liquami (80.000 tonnellate) provenienti dalle ben 3.850 Uba (unità bestiame equivalente alla “massa” di un bovino adulto) del ristretto territorio. Le autorità – contro l'opposizione degli abitanti – caldeggiano la realizzazione dell'impianto sostenendo che risolverà i problemi ambientali (inquinamento delle acque, odori) ammettendo implicitamente che c'è qualcosa che non va, che le aziende sono cresciute acquistando sempre più mangimi e foraggi dall'esterno e provocando un forte squilibrio ecologico (la Comunità europea si è espressa chiaramente per un equilibrato rapporto Uba- territorio, quindi gli anacronistici non siamo noi).

Se poi analizziamo ciò che dovrebbero essere i “veri” prodotti tipici caseari trentini, la situazione non appare indicare una adeguata valorizzazione delle risorse ambientali, di immagine e di tradizione di cui il Trentino è ricco: va rilevato che oltre il 90% del latte finisce nel Sistema Concast e che quasi il 50% del prodotto consiste in Grana Padano Dop (Trentingrana è solo una denominazione). La riduzione della diversità dei gusti e dei sapori dei formaggi è preoccupante. Lo stesso formaggio marchiato M (malga) per il quale ci si attenderebbe una produzione rigorosamente artigianale viene realizzata nei suddetti caseifici con sistemi industriali e gli stessi innesti che conferiscono lo stesso gusto, precludendo un mercato di nicchia che potrebbe integrare il reddito delle piccole aziende.

In conclusione ribadiamo che i pressanti problemi della zootecnia trentina non possano essere risolti irrigidendo ancora di più il sistema (vedi creazione del Polo Latte). Il rigido apparato trentino, che consente l'elargizione di non pochi lauti stipendi e un notevole giro di denaro pubblico, anziché essere una sorta di “corazza” per difendere la zootecnia trentina dalla “colonizzazione esterna”, sta diventando una “camicia di forza” che impedisce alle aziende (specie alle piccole e medio-piccole) di trovarsi nuove strade con quella creatività che agli apparati manca e che la società richiede. Al Trentino serve una politica non dettata solo dai caseifici ma che incoraggi anche le produzioni artigianali (sgravandole dall'eccessiva burocrazia), la buona pratica dell'alpeggio, la vendita diretta del latte crudo e che non concepisca le latterie di paese solo come momenti folkloristici o musei statici.

 Ribadiamo che i caseifici non dovrebbero vincolare gli allevatori a conferire tutto il latte, ma dovrebbero consentire la trasformazione e/o la commercializzazione diretta in modo da consentire una importante integrazione economica e accettazione sociale, fattori determinanti per il permanere dell'attività stessa con ricadute positive nel lungo periodo su tutto il sistema.

Laura Zanetti, Comitato scientifico della Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai (hanno collaborato Roberto Cappelletti, Michele Corti, Giuseppe Pallante)

 

l'Adige,17 aprile 2007

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