Marchio veneto per il latte bio

Latte Trento lo girerà alle Latterie Vicentine

 

VALSUGANA - Nell'estate del 2006 i due unici allevatori di bovini «biologici» della Valsugana si sono visti ridurre di un terzo il compenso che ricevono per ogni litro di latte. Hanno cercato altri sbocchi sul territorio per il loro prodotto, ma pare che nella terra della «Farfalla» non ci sia troppo spazio per questo tipo di produzioni «certificate». Anzi, il loro latte verrà a breve girato da Latte Trento alle Latterie Vicentine. Un paradosso nella provincia che fa dell'ambiente la base del suo marketing, pulizia e naturalità.

I due allevatori non vogliono parlare della vicenda. Temono forse ritorsioni in un settore, peraltro ampiamente finanziato dalla Provincia, in cui coop e consorzi si stanno dimostrando poco aperti alle novità che in altri paesi, ma anche in altre regioni italiane, stanno prendendo sempre più piede, le produzioni biologiche tra queste. Si limitano quindi ad esporre la storia delle loro aziende. Renato Pecoraro vive ed ha la stalla a Spagolle di Castelnuovo. 46 anni, 4 figli, dirige un'azienda che lavora 20- 25 ettari di terra, tra proprietà ed affitto. Produce soprattutto foraggio e nella sua stalla si contano 25 mucche in lattazione più una quindicina di giovani manze. Dall'inizio del 2000 si sta dedicando alla produzione di latte biologico. «La scelta - dice - la feci dopo aver frequentato un corso a S. Michele. Mi informai a mia volta e avvertii l'interesse crescente del pubblico per prodotti puliti e sicuri al 100%». Ma c'è anche una componente filosofica: «Faccio il biologico anche per i miei figli. Io so ora cosa mangiano a casa mia. Non sono certo invece della qualità e dei contenuti dei cibi che consumano fuori». Pecoraro, a livello sperimentale, vuole anche provare la produzione di mais biologico per farina. Certo, la scelta non è facilissima. Lavorare «biologico» comporta costi aggiuntivi e garantisce rese minori. Ad esempio, significa evitare i diserbanti e dover usare al loro posto macchinari. E nell'allevamento significa usare sostanzialmente erba e poco altro per alimentare gli animali. Poi, i prodotti biologici hanno bisogno di una certificazione di idoneità che a sua volta è costosa (anche se la Provincia copre gran parte di questa voce). Pecoraro conferisce il suo latte, circa 1.000 quintali all'anno, alla cooperativa Latte Trento, consorzio di produttori di Trento e Borgo.

I soli altri allevatori biologici della Valsugana sono due fratelli di Olle di Borgo, Daniele e Riccardo Dandrea. Lavorano con una ottantina di vacche, producendo una media giornaliera di 500- 600 litri di latte che pure conferiscono a Latte Trento. Anche loro hanno iniziato a produrre biologico nel 2000. «Il latte biologico - dice Daniele - si differenzia dall'altro perché nelle nostre aziende non si fa uso di prodotti chimici. Questo non significa disprezzare il prodotto tradizionale o dire che il nostro sia migliore». Il piccolo imprenditore vuole anche precisare un'altra cosa: «Affinché il latte biologico possa avere un mercato più vasto deve essere inserito sul mercato assieme al latte non bio, non in spazi separati come normalmente si fa da noi. I consumatori spesso sono mossi dal pregiudizio relativo al prezzo, più alto».

Le cose non stanno andando al meglio per Pecoraro e i Dandrea. Già nel 2005 Latte Trento fece sapere ai due associati che non riusciva a commercializzare il loro prodotto, che non poteva venderlo nella forma di latte fresco ma solo in quella a lunga conservazione. Poi, l'estate scorsa la botta. Fu comunicato alle due aziende che i loro conferimenti non sarebbero più stati premiati col prezzo «bio». Ma solo col prezzo riconosciuto agli allevatori non bio il cui latte finisce nella produzione di grana trentino. Cioè, una riduzione al litro da 0,410 a 0,310 euro. Il 30% in meno di entrare per i produttori, un problema serio per le due aziende. A quel punto Pecoraro e i Dandrea cercarono sbocchi sul territorio, ma anche in Veneto, per il loro latte biologico e si dimisero da Latte Trento. Alla fine però, non trovando nulla di interessante sul mercato, rientrarono nella cooperativa trentino-borghesana che, contro ogni buon senso, usa il loro latte alla stregua di quello normale. E, naturalmente, lo paga anche a quel livello.

Ma qualcosa si sta muovendo. Quel latte finirà tra poco alle venete Latterie Vicentine, girato loro da Latte Trento che di quel prodotto non sa che farsene. Insomma, una parte del Trentino della «farfalla», quello dell'ambiente integro, dei prati e delle montagne, quello che ammicca al turista con campagne pubblicitarie martellanti che mostrano mucche sorridenti sui pascoli alpini, fornirà al vicino Veneto delle grandi distese e delle grandi produzioni «spinte», il suo prodotto bio. Del resto, negli ultimi sette anni sono apparsi in Valsugana solo due allevatori biologici. Segno, forse, che chi domina il settore, favorito anche da ingenti finanziamenti provinciali, ritiene non interessante investire in questi prodotti. Che oggi sono di nicchia (domani sempre meno) ma che possono condizionare in modo molto positivo l'immagine generale del sistema Trentino. Pochi giorni fa un prossimo spettacolo musicale di alto livello veniva divulgato con un comunicato che iniziava così: «La Valsugana è uno sconfinato villaggio sospeso tra terra e cielo tutto da scoprire, lontano dal caos, dallo smog. Una grande isola verde dove ognuno può trovare uno spazio tutto suo, a tu per tu con la natura. Montagne selvagge che invitano all'avventura, sconfinati pascoli punteggiati da rustiche malghe, spumeggianti torrenti d'acqua, secolari boschi ombrosi abitati da faggi, larici e abeti centenari, verdi colline, parchi naturali, biotopi, riserve naturalistiche ed aree protette».

La Valsugana è certamente anche questo. Ma gli unici due produttori biologici della zona sono stati messi sulle ginocchia, le colonnine che misurano la qualità dell'aria a Borgo sforano continuamente i limiti, uno stabilimento di bioriciclaggio rende l'aria «inannusabile» a Novaledo e Campiello, le malghe che non sono state chiuse sopravvivono tra le difficoltà. Forse è il tempo di ripensare molte cose.

Renzo M. Grosselli

l'Adige, 21 aprile 2007

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