A causa di un sistema di allevamento sempre più “padanizzato”

Trentino: scoppia la polemica

I quotidiani locali danno spazio alle voci “fuori dal coro”

che accusano la gestione zootecnica e il mondo caseario provinciali.

Lo scontro tra le parti svela una realtà sconosciuta ai più...

 

È polemica dura in Trentino, sulla zootecnia intensiva, sulle implicazioni ambientali e salutistiche che ne derivano, e sulla gestione del comparto lattiero-caseario provinciale.

Una polemica che pur limitata sinora alla stampa locale, ha visti pubblicati una ventina di articoli in cui accusati e accusatori non si sono risparmiati attacchi, insinuazioni e affondi. Una diatriba durata oltre due mesi - dall'inizio di febbraio alla fine di marzo - che è stata innescata dall'intervista-rivelazione concessa dal medico veterinario Giuseppe Pallante e pubblicata dal quotidiano “l'Adige” il 25 gennaio.

In quell'articolo, intitolato “Mucche da effetto serra” e firmato dal collega Alberto Piccioni, Pallante, che è uno dei più autorevoli professionisti in provincia di Trento, cita il rapporto-choc pubblicato dalla Fao nel novembre scorso e in cui, con sorpresa dei più, si rivela che le produzioni zootecniche nel mondo stanno crescendo ad un ritmo tanto preoccupante che già oggi il loro contributo all'effetto serra supera quello del sistema dei trasporti. Sono dati che in genere rimangono confinati nei convegni di settore; dati che potrebbero influenzare il consumatore. E di certo infastidiscono le parti in causa.

Informazioni scomode, che Pallante porta al pubblico andando al cuore del problema, quello di un consumo insostenibile: «Non occorre mangiare carne ogni giorno […] Con ovvie conseguenze anche per la salute». Il sottotitolo del pezzo grida l'allarme del veterinario e non lascia spazio a mediazioni: «Bisogna mangiare meno carne» e risulta come un pugno allo stomaco per i responsabili provinciali del settore zootecnico, che reagiscono infuriati.

Pallante è messo sotto accusa. Non passa che qualche giorno e la testata concorrente de “l'Adige”, il “Trentino”, torna sull'argomento zootecnia titolando «Mucche da latte: una vita da lager». Il pezzo - di Ivana Sandri - è pubblicato il 16 febbraio (occhiello “Sfruttate e malate: la genuinità è una chimera anche in Trentino”) e prende spunto dalle denunce della Lav sulle atrocità ai danni delle mucche da latte in Lombardia ed Emilia Romagna (cft. lo scorso numero di Cheese Time). La Sandri si chiede come vadano le cose in Trentino.

Il professor Michele Corti, docente all'Università di Milano, esperto di zootecnia alpina, risponde alla Sandri che, in base a indicatori inequivocabili (incremento della razza più “spinta”, la Frisona, aumento delle produzioni per vacca, ridotta fertilità, riduzione della vita media delle vacche), la zootecnia trentina assomiglia sempre più a quella della Pianura Padana e che i problemi di scarso benessere sono legati alle condizioni di un sistema di allevamento “spinto”, presente oramai anche in Trentino.

«Il Trentino non si discosta dalle altre zone», assicura il professore, «ma la pubblicità fa credere che le mucche vadano di regola al pascolo, che il formaggio derivi da un'alimentazione con fieno di montagna. A volte, anzi spessissimo, le stalle “di montagna” trentine importano più foraggi e mangimi delle stalle della bassa bresciana». Apriti cielo!

 

Un'onta insopportabile

Le repliche indignate fioccano e l'Assessore provinciale all'Agricoltura, Tiziano Mellarini, non tarda a farsi intervistare anche lui, invitando i latori delle accuse a «rivolgere altrove il livore di chi non conosce il Trentino». Il Presidente della Federazione allevatori, Silvano Rauzi, poi sbotta: «nelle nostre stalle vi sono mucche che hanno anche oltre dieci anni di età» (sì, ma quante?, n.d.r.). L'onore della zootecnia trentina è leso. Chi si sente accusato fa muro contro un attacco senza precedenti. I problemi reali della crisi (stalle che chiudono, aziende con base foraggera insufficiente) vengono come dimenticati nell'orgasmo della controffensiva mediatica. O forse non ci sono argomenti. E sull'accusa di insufficiente benessere? Le diverse repliche indignate li descrivono come casi isolati, mosche bianche in un panorama di assoluta tranquillità: «da noi le vacche vanno in malga (in realtà 8.000 su 22.000 n.d.r.), i veterinari controllano, la Provincia sovvenziona». Il quadretto appare rassicurante. Ma allora perché tanta agitazione quando qualcuno pone dei dubbi?

 

Professori non allineati

Tra i tanti intervistati dei giorni dopo, qualcuno attacca i “professori”. I fratelli Zamboni di Vattaro, allevatori ( il “Trentino” del 25 febbraio), partono a testa bassa: «[i “professori” (ma quali?, n.d.r.)] dicevano che le vacche non devono essere portate in malga [che] la produzione deve essere sempre più spinta […]; furono proprio i “professori” (sì, insistiamo, ma quali professori, e con quali interessi?, n.d.r.) ad indicare la standardizzazione dei formaggi, che dovevano essere prodotti con latte pastorizzato, e con fermenti artificiali». Oggi «dicono il contrario» (per fortuna non tutti gli accademici la pensano allo stesso modo, n.d.r.). Passano appena due giorni e, sempre il “Trentino ” torna sull'argomento, intervistando chi assicura che «in Vallagarina la zootecnia è sana»; lo attestano unanimi veterinario, assessore e allevatori, «offesi dalle critiche del professor Corti (che in questa storia appare sempre più il professore giusto al momento sbagliato, n.d.r.)». Amen.

 

Situazione ormai critica

Da “accusatore” ad accusato, al professore milanese è offerto il diritto di replica. È ancora Ivana Sandri che lo interpella, e che ascolta anche quelli del Cige, un comitato che si batte contro la centrale a biogas (da liquami zootecnici) di Fiavè. Sul “Trentino” del 2 marzo rilancia: il Trentino tra le province alpine ha le stalle più grandi. Cita anche lo stesso Istituto Agrario di San Michele (un ente provinciale) che, in uno studio di fattibilità, valutava così la situazione della zootecnia del Lomaso-Fiavè: «produzioni animali sempre più slegate dal territorio che determinano un aumento delle quantità di concimi organici e dei relativi elementi minerali che, non potendo venire utilizzati e valorizzati sulla superficie aziendale, possono aggravare le problematiche ambientali. Questo può significare contaminazione delle falde e delle acque potabili, dell'aria per effetto di composti come l'ammoniaca, i nitrati, i fosfati, per arrivare ad interessare la tollerabilità della popolazione verso l'emissione di odori, incluso il rischio per la salute, normalmente ipotetico, attribuibile alla diffusione di germi patogeni». Checché ne dicano i funzionari locali, il quadro è oggettivamente inquietante.

 

La polemica non si placa

Passano ancora alcuni giorni e la querelle mediatica si rinfocola. Alcune voci si staccano dal coro e mettono il dito sulla piaga: «Per decenni gli “esperti” trentini del settore hanno indirizzato l'allevamento bovino da latte verso le grandi strutture nella illusione di poter stare al passo con le produzioni della pianura […]. Per poter sostenere tale politica hanno chiesto fior di contributi pubblici che alla fine non hanno consentito al settore di raggiungere i risultati pensati, ma - quel che è peggio - hanno creato un settore imprenditoriale drogato». Lo scrive Alessandro Ciola di Civezzano sul “Trentino” del 2 marzo. Nello stesso numero Franco de Battaglia, editorialista del “Trentino”, tocca un altro punto essenziale: «[…] vanno selezionate razze più rustiche, lasciate disperdere (tranne la Rendena). […] Alcune grandi stalle potranno restare nelle zone più vocate, ma il tessuto connettivo dovrà tornare ad essere costituto da stalle-agritur di una trentina di capi». Chi non ha interessi diretti nell'”affaire” e non si sente condizionato dai poteri locali dice la sua, finalmente. Bene.

Chi rappresenta le istituzioni, dal canto suo, non può che sottolineare la legalità del sistema zootecnico locale (ma nessuno ci pare l'abbia messa in discussione, n.d.r.), come fa - il 9 marzo sul “Trentino” - il presidente del Consiglio Regionale Mario Magnani. Magnani, già veterinario dell'Azienda Sanitaria trentina, rassicura i lettori: «su tutto il territorio abbiamo una rete di veterinari e liberi professionisti che, insieme agli allevatori, vigilano e controllano che tutte le direttive europee legate al settore vengano mantenute».

 

Conclusioni

La polemica mediatica - per ora circoscritta all'ambito locale - ha consentito lo scardinamento di alcuni tabù. I consumatori prendano qui lo spunto per porsi dei sani dubbi sulla sostenibilità del sistema zootecnico intensivo e di certa produzione industriale. E di quanto si diventi corresponsabili dei danni all'ambiente, alle culture identitarie, alla vita degli animali consumando gli alimenti che da quel sistema vengono prodotti. L'imperativo è e deve sempre più essere quello di “consumare meno, consumare meglio”, laddove nessun sistema che punti a fare volumi, e per questo si sradichi dalle pratiche tradizionali e dall'alimentazione del territorio, può ritenersi non responsabile delle suddette problematiche.

«Se mangi carne, latte e formaggi senza chiederti come sono prodotti», sostiene Corti, «diventi responsabile di gravi danni all'ambiente e di una vita breve e stressata per gli animali». È un concetto che dà fastidio. Dà fastidio anche notare che, con tanti soldi pubblici, il modello di zootecnia intensiva trapiantato in montagna negli ultimi anni risulti fallimentare, e che si imponga la necessità ora di tornare indietro. Se da un canto la querelle mediatica trentina delle ultime settimane ha ricompattato il fronte politico – istituzionale - allevatoriale, da un altro può aver portato degli allevatori a fare qualche passo indietro. Per diminuire i capi e la loro produttività, per vendere latte crudo e trasformarlo in formaggio artigianale. Dopotutto, produrre formaggi più originali di quelli dei caseifici non dev'essere difficile, e in un contesto naturale così straordinario sarebbe un peccato non giocare questa carta.

 

Cheese Time n° 18, marzo-aprile 2007

 

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