Ci sono le carni certificate, ma non c'è il macello. C'è il latte bio ma viene mescolato con l'altro. Bene gli ortaggi ma non abbiamo il mercato orticolo.

Eppure si tratta degli unici prodotti «garantiti»

e dovrebbero costituire il fiore all'occhiello del nostro marketing.

Alto Adige, Emilia, Toscana: altra musica

In Trentino il biologico cala del 27%

La Provincia ci crede ma la cooperazione proprio no

 

Mentre la produzione agricola biologica aumenta costantemente in altre zone italiane, tra cui l'Alto Adige, da noi è in declino. La superficie «bio» è passata dai 5.161 ettari del 2001 ai 3.777 del 2005 (-26,8%). Il Trentino produce carne e latte bio che finiscono però nella filiera distributiva dei normali prodotti non «bio». Uno spreco folle. E in altri settori, come l'ortofrutticolo, dove c'è un marchio «bio», la produzione non aumenta da anni, nonostante sforzi e finanziamenti della Provincia. Nonostante sia chiaro che il «bio» deve essere trainante nell'agricoltura del Trentino che vive sull'immagine della Farfalla, della montagna e della pulizia ambientale. Nonostante uno dei massimi conoscitori dell'agricoltura trentina affermi: «Basterebbe aumentare la produzione, il mercato ha fame di questi prodotti». Alla base di ciò, anche o soprattutto, ci sono scelte conservatrici della cooperazione trentina.

La produzione biologica in Trentino vive una fase di lungo stallo. Il timore principale? Quello che «se noi mettiamo fuori una linea bio, come giudicherà poi la gente la nostra produzione normale?». Del resto sul mercato italiano il prodotto trentino ha comunque una sua immagine positiva. Gli si riconosce un buono standard qualitativo e di sicurezza alimentare. Ma sempre più nei paesi che stanno al nostro Nord (e anche in Italia) nuove fette di consumatori pretendono la certificazione, cioè la certezza assoluta che le mucche mangino soprattutto erba, che frutta e verdura non siano trattate con prodotti chimici. E l'immagine complessiva del Trentino avrà sempre più bisogno di una consistente nicchia bio per corroborare l'idea di «pulizia» che fa parte del nostro marketing. Soprattutto, sempre di più la concorrenza internazionale, «comunitaria» persino e facilitata dalla Ue, si farà sentire con i suoi costi del lavoro più bassi sui prezzi di carne, latte, frutta.

La struttura produttiva trentina, basata sulla cooperazione, su organismi produttivi collettivi, non supporta il biologico oggi. Il singolo, quindi, non trova sbocchi di mercato. Problemi ci sono con latte, mele, carne. Il mercato trentino in questi settori è oligopolistico e, quindi, o coop e consorzi aiutano il singolo produttore bio, o questi non sa dove piazzare la sua produzione. Il fatto è che il mondo cooperativo in Trentino, e nessuno lo nega, ha garantito sinora un buon livello di remunerazione ai suoi associati e un supporto notevole sul mercato. Anche, o soprattutto, a ragione degli interventi finanziari provinciali. Insomma, la cooperazione è anche oggi strategica e vincente nell'agricoltura trentina e nella trasformazione e commercializzazione dei suoi prodotti. Ma non pare essere lungimirante. Oggi infatti il mercato è molto più aperto di un paio di decenni fa, quando furono fatte le scelte strategiche del settore. Il latte e le carni rumene o polacche, a breve probabilmente anche ucraine, giungeranno sui nostri mercati a prezzi molto più bassi dei nostri, per i bassi costi locali del lavoro. A quel punto sarà la qualità a fare la differenza. Un po' quello che sta succedendo col vino dove le produzioni di qualità media possono venirci da Australia, Sud Africa, Argentina a costi inferiori ma noi lasciamo l'altissima qualità in mano a pochi microproduttori mentre i giganti della cooperazione scommettono sulle grandi quantità. Nel piccolissimo Trentino.

Il biologico è l'unica agricoltura controllata, le altre produzioni possono essere più o meno «pulite» ma non sono garantite. Non sono «certificate», sottoposte ai controlli che l'Europa ha previsto per il biologico. Questo tipo di produzioni, quindi, da noi sono due volte più difficili. Coop e consorzi non aiutano il produttore bio a giungere sui mercati e lo stesso ha bisogno anche di essere tecnicamente assistito. Non dispone di vari prodotti industriali che lo aiutino. Ma, almeno in questo senso, il Trentino si sta muovendo. A fine 2005 la giunta provinciale ha approvato il «Piano provinciale per la promozione dell'agricoltura biologica» tra i cui obiettivi c'è quello «di favorire la conversione a biologico delle aziende ad agricoltura convenzionale e la nascita di nuove aziende». Si tratta di una serie di misure sulla divulgazione del «verbo bio», l'assistenza tecnica alle aziende. Ma che riconoscono a queste anche contributi finanziari speciali (un tot ad ettaro coltivato e la copertura del 90% delle spese di certificazione, pesanti per gli agricoltori).

Detto questo, non tutto il panorama trentino del «bio» è oscuro, si differenzia settore per settore. Abbiamo scritto nei giorni scorsi dei soli due produttori di latte bio che conferiscono a Latte Trento. Il loro prodotto è remunerato come non bio e si disperde nel resto della produzione. Prossimamente verrà ceduto alle Latterie Vicentine. Biologici sono anche molti produttori di latte della Rendena, che conferiscono a Fiavé ma non si è ancora ben capito perché quell'entità produttiva non valorizzi di più quel prodotto. Ci sono in Trentino allevatori di bovini da macello che usano le pratiche biologiche. Ma da noi non esiste un macello certificato. Non si possono vendere quei vitelli come biologici. Si potrebbe scegliere un macello e, separando le filiere, farlo funzionare come bio un giorno alla settimana. Invece, questa carne viene dispersa. In frutticoltura sia Melinda che Trentina dispongono di una linea bio, ma si attesta su percentuali basse della produzione, 2-4%. In Alto Adige c'è la carne biologica e su mele e latte bio si sta scommettendo molto di più. Molto meglio, da noi, va con l'orticoltura, specie nella valle di Gresta. Ma, dicono i tecnici, potrebbero essere ben più vaste le zone vocate: il Pinetano, il Perginese, la zona di Terlago. Purtroppo non disponiamo di un mercato orticolo e facciamo riferimento a quello di Verona. Completamente diverso è il discorso del vino biologico. In questo caso il Trentino sta scommettendo sulla «pulizia» del vino in modo tecnologico. Tramite la ricerca (Provincia e S. Michele), di biologico si fa la lotta agli insetti nocivi che diminuisce l'uso di insetticidi, mentre sui funghi si agisce con rame e poltiglia bordolese, trattamenti considerati «leggeri». In tutti i casi, comunque, sarebbe forse l'ora che, sotto la regia provinciale, si addivenisse ad una piattaforma comune sul biologico tra i vari settori. Soprattutto per affinare strategie commerciali comuni.

Intanto Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana e altri stanno sempre più aumentando i loro spazi bio.

Renzo M. Grosselli

 

«Le nostre piccole stalle, qualità eccellente.

Il poco latte bio va ai vicentini ma lo lavoreremo nei nostri stabilimenti»

«Non abbiamo bisogno di certificazione»

Paoli di Latte Trento dopo il caso dei due allevatori valsuganotti

 

«Ci abbiamo provato ma vendiamo pochissimo. Del resto le nostre stalle fanno un prodotto con qualità vicinissime al biologico. Non serve convertire». Il direttore di Latte Trento, Sergio Paoli, non si tira indietro. Ammette che il latte dei due produttori bio della Valsugana andrà alle Latterie Vicentine.

Direttore, niente biologico per voi, quindi? «Diciamo che ci abbiamo provato per anni - risponde Paoli -, ma ci siamo trovati in difficoltà perché con le nostre macchine e con gli accordi che abbiamo nel settore, possiamo produrre soprattutto prodotti stagionati». E quando chiediamo il perché Paoli fa capire che si tratta di accordi all'interno della cooperazione trentina, che limitano le produzioni «fresche» di Latte Trento (evidentemente a vantaggio di Fiavé). Da qui, l'assurdo del latte bio venduto «a lunga conservazione». «Il latte biologico è scelto dal consumatore nella sua forma fresca. Quello a lunga conservazione non è ritenuto biologico. Ci abbiamo provato ma vendiamo pochissimo».

Quindi il latte biologico prodotto dalle aziende Pecoraro e Dandrea continuerà ad essere usato, e pagato, come latte non certificato? Oppure è vero, come si dice, che lo girerete ad un'azienda di lavorazione veneta? Sergio Paoli risponde in questo modo: «Nel nuovo stabilimento, unico, di Spini di Gardolo, stiamo già portando avanti i primi test produttivi. È pressoché pronto. Tra poco inizieranno le nostre lavorazioni, poi anche quelle del Caseificio di Fiavé. Quindi lavoreremo anche prodotti delle Latterie Vicentine. Perciò quando i loro camion passeranno per la Valsugana basteranno due fermate, a Castelnuovo e Borgo, per raccogliere anche il latte dei nostri due associati che lavorano con metodi biologici. Certo, per il momento la cosa non è possibile e loro si trovano in mezzo al guado. Ma si tratta di poco tempo ormai».

Ma non le pare strano, direttore, che una azienda di produzione e lavorazione di prodotti caseari del Trentino, giri una seppur minima quantità di latte biologico ad una azienda di fuori provincia? «Noi abbiamo provato a convertire alla produzione biologica intere zone. Ma gli allevatori della valle dei Mocheni o quelli di Fiemme, come noi, ritengono che il prodotto trentino sia talmente vicino alla produzione biologica che non serve quindi convertire le stalle, per pagare la certificazione ed altri costi aggiuntivi». Davvero lei crede che le stalle trentine, piccole e meno piccole, possano essere paragonate, come caratteristiche del loro latte, a stalle bio? «Da noi non esistono le distese di prati delle regioni limitrofe di pianura, quelle coltivazioni di mais. Le nostre stallette di montagna sono molto vicine alla qualità del biologico. C'è una differenza abissale tra il prodotto delle megastalle della Baviera e quello delle piccole stalle mochene. Ma tra una stalla di Fiemme e una che lavora con sistemi biologici fai fatica a rilevare la differenza. Ecco perché, infatti, solo 2 su 200 dei nostri associati si sono dati al biologico. Gli stessi consumatori ritengono che la scritta "solo latte trentino" garantisca una assoluta garanzia».

Quindi darete alle Latterie Vicentine il poco latte biologico. «Lo mescoleremo col loro, che in percentuale alla loro maggiore produzione è comunque poco. Le produzioni biologiche saranno molto piccole. E poi, forse, si potrà pensare anche ad un marchio comune. Valuteremo».

l'Adige, 1 maggio 2007

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