Salviamo le stalle del Trentino

 

Nell'intervista a firma di Renzo Maria Grosselli pubblicata martedì 1° maggio, il Direttore di Latte Trento Sergio Paoli giustifica la perdita del latte biologico trentino, affermando l'inutilità del marchio biologico perché le stalle trentine hanno produzioni che si avvicinano molto al biologico. L'esempio che porta il presidente di Latte Trento citando le stalle delle Val dei Mocheni e Val di Fiemme, dove si realizza una produzione vicina al biologico, è fuorviante e comunque non si concilia con i dati statistici. I dati parlano chiaro: in Trentino negli ultimi 5 anni le aziende che producono latte sono calate da 1.204 a 955 e pur aumentando il numero di capi per singola unità aziendale si riduce il loro valore numerico complessivo, tanto da situare la provincia di Trento tra le ultime dell'arco alpino. La produzione di latte, invece, continua a crescere a conferma della selezione zootecnica spinta effettuata in provincia e decontestualizzata dal territorio con ripercussioni negative sul benessere e l'ambiente. In complesso il numero di vacche trentine si è ridotto a soli 20.000 capi. In alcune valli sono rimaste poche centinaia di bovini (Val di Fassa, Val di Cembra, piana Rotaliana, Primiero, Alto Garda-Val di Ledro). C'è invece una forte concentrazione in alcune zone della Val di Non (dove si produce molto Grana Padano), nella media Valsugana e soprattutto nelle Giudicarie dove si trova il cuore del “Polo Bianco”, ovvero la centrale di Fiavè con aziende molto intensive. Le piccole stalle alpine che usano i foraggi locali e portano le vacche in alpeggio sono sempre più rare e nessuno si preoccupa di preservarle perché la parola d'ordine che viene dai tecnici è quella di produrre più latte.

Noi ribadiamo che solo con produzioni autonome e salutari proprie dei piccoli sistemi zootecnici alpini, con disciplinari che impediscono l'eccessivo uso di mangimi e favoriscano l'uso di foraggi locali, con anche la vendita diretta del latte crudo sfuso con le distributrici automatiche, si potrà ottenere da un lato il giusto guadagno per le aziende, presupposto perché i giovani tornino ad amare questa professione, dall'altro lato una migliore cura dell'ambiente.

Il fatto che “gli stessi consumatori ritengono che la scritta “solo latte trentino” garantisca una assoluta garanzia”, come sostenuto da Paoli, dovrebbe implicitamente favorire tutta una serie di comportamenti etici piuttosto che l'abuso costante di un marchio territoriale che ha dietro il vuoto.

Il latte ad alta qualità non garantisce l'assenza di pesticidi, erbicidi e funghicidi e la valutazione di qualità è basata esclusivamente su analisi microbiologiche e sul tenore di proteine che poco dicono in termini di “salute” globale del prodotto.

Ciò che il direttore della Latte Trento ha sostenuto nell'intervista di martedì 1° maggio è grave e irresponsabile per più motivi: è lesivo nei confronti di chi, a fatica, produce con i sani sistemi della zootecnia pulita, crea confusione nel consumatore, è la dimostrazione che il sistema dei caseifici, anziché essere al servizio della zootecnia trentina, promuove strategie a corto raggio che massimizzano i profitti a scapito della salute del consumatore e del territorio. È in sintesi la riprova che la politica zootecnica non può più essere lasciata esclusivamente in mano a professionisti del settore e del marketing perché è stato espropriato il cuore della zootecnia che è l'uomo allevatore ridotto a mungitore frustrato e a solo custode del bestiame.

Roberto Cappelletti, Libera associazione Malghesi e Pastori del Lagorai

 

l'Adige, 5 maggio 2007

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