Un Contratto per l'umanità

 

L'acqua, che nei prossimi anni diventerà sempre più scarsa per via dell'inquinamento e del riscaldamento del pianeta, che già oggi manca a intere popolazioni del pianeta, la si è voluta considerare un “bene economico” da cui trarre profitti. Una scelta catastrofica, da fermare finché si è in tempo per evitare guerre e carestie, in nome del principio che l'acqua è “bene comune” della popolazione. Intervista a Emilio Molinari.

Emilio Molinari è presidente del Comitato italiano del Contratto mondiale dell'acqua.

 

Come nasce e cos'è il Contratto Mondiale dell'Acqua?

Il movimento nasce a Lisbona nel 1998, da un appello di intellettuali e di alcune personalità politiche. Elemento di cerniera di questo gruppo è Riccardo Petrella, docente dell'Università di Lovanio; ci sono fra loro Mario Soares, ex presidente del Portogallo, Danielle Mitterrand, e collaboratori di Le Monde Diplomatique.

Il Contratto Mondiale parte da due capisaldi della verifica sulla questione dell'acqua del pianeta, che poi hanno trovato conferma nei nove anni successivi.

Il primo è che l'acqua si sta pericolosamente riducendo a causa dei modelli produttivi e degli usi che ne fanno gli abitanti della Terra: ce ne sarebbe a sufficienza per tutti se fosse usata equamente e razionalmente, ma gli attuali modelli di consumo portano inevitabilmente al rischio di esaurimento. L'inquinamento inoltre contribuisce a rendere sempre più rara l'acqua di cui potremmo disporre.

Il secondo è che le grandi corporation, i grandi poteri economici del mondo (quelli energetici, dell'alimentazione, delle costruzioni) pensano che l'acqua debba essere mercificata al pari del petrolio.

Siamo di fronte a fenomeni di dimensione epocale: la fine del petrolio produrrebbe già problemi non indifferenti rispetto allo sviluppo produttivo; se poi venisse a mancare l'acqua sarebbe tracciata una linea di demarcazione tra la vita e la morte per parecchie persone. Pensando al ruolo che il petrolio ha spesso giocato nel delineare le linee e i confini dei conflitti, possiamo facilmente immaginare quali guerre scatenerebbe il venir meno dell'acqua. Inoltre il livello del prezzo dell'acqua può creare grandi discriminazioni nell'accesso al suo uso/godimento/fruizione.

Oggi questa dimensione politica del problema è più che mai evidente. Nel 1998 la percezione non era ancora questa, ma il movimento con lungimiranza nacque per elaborare iniziative legislative adeguate affinché l'acqua fosse consacrata dal punto di vista nazionale ed internazionale come “diritto umano” e “bene comune”.

Queste due definizioni non sono presenti in nessuna dichiarazione universale dei diritti umani, neppure in quella delle Nazioni Unite; e nessuno aveva mai usato il termine di “bene comune”, inteso come proprietà inalienabile della comunità umana.

Queste riflessioni sono alla base della nascita del Contratto Mondiale dell'Acqua. Tra il '98 e il 2000 si costituiscono sezioni in diversi paesi: Canada, Stati Uniti, Francia, Belgio, Italia (la sezione italiana nasce tra la fine del '99 e l'inizio del 2000 a Milano), Marocco e Colombia.

All'origine non si tratta di iniziative politiche, bensì culturali messe in atto da parte di persone sensibilizzate, intellettuali, personalità legate al mondo universitario, alla politica e ai sindacati. È un movimento di opinione con finalità educative. Lo scopo è documentare, dare valutazioni culturali e politiche, discutere sulle implicazioni strategiche che emergono dalle riflessioni; parliamo di un gruppo di esperti che interviene nell'informazione, nell'educazione, nella formazione; si organizzano convegni, seminari, dibattiti in varie sedi: scuole, università, anche iniziative promosse dalle istituzioni, come i consigli comunali.

Penso che il percorso sia stato simile in tutte le parti del mondo. In seguito alla crescente sensibilizzazione, e man mano che le dimensioni del problema si sono manifestate nella loro concretezza, si è capito bene quali fossero le conseguenze della mercificazione dell'acqua.

Puoi fare qualche esempio?

Nel 2002 scoppia la rivolta di Cochabamba: in Bolivia la popolazione di un'intera città insorge di fronte alla decisione della Bechtel (una multinazionale americana) di decuplicare i prezzi dell'acqua, non solo quella potabile, ma anche quella per irrigare i campi (i contadini attingono alla falda controllata dalla Bechtel), per lavarsi, per cucinare; vengono privatizzate persino le cisterne di acqua piovana. Lo scoppio d'ira dura circa un mese: ci sono interventi militari, il vescovo scende in campo e si forma una dirigenza politica della sommossa. Risultato: la Bechtel non solo ritira i suoi provvedimenti, ma decide di sospendere tutta l'attività.

Qui nasce un'ulteriore considerazione rispetto al concetto di “bene comune”; vi è una spinta verso l'esercizio di una vera democrazia. Ci si chiede: chi deve governare l'acqua? Dovrebbe essere competenza degli enti locali, ma questi, oltre a svendere il patrimonio pubblico, lo hanno spesso gestito in modo burocratico, clientelare; è necessario affiancarli con la partecipazione dei cittadini.

In Bolivia, per esempio, dopo la rinuncia della Bechtel, si sono interrogati: come possiamo fidarci di istituzioni nelle quali esistono anche dei corrotti; a chi possiamo delegare la gestione di un bene così prezioso, che ci è costato anche morti in piazza? È così che si costituisce la Coordinadora dell'Acqua sotto la spinta di intellettuali come Oscar Oliveira, con la partecipazione attiva di persone di tutte le estrazioni sociali. La Coordinadora si forma come struttura di partecipazione elettiva dal basso: ciascun quartiere nomina un rappresentante a governare l'acqua della città. Si tiene conto della composizione sociale: ci devono essere contadini, operai (senz'acqua rischia di fermarsi la produzione), preti delle parrocchie, normali cittadini.

Questo grande esempio fa il giro del mondo sensibilizzato ai problemi dell'acqua. Da movimento di opinione si trasforma in movimento di rivendicazione con vertenze nei confronti delle istituzioni, proprio nel momento in cui si afferma sempre di più nella cultura politica istituzionale (di destra, di centro e di sinistra) il principio della privatizzazione, cioè della mercificazione dell'acqua. Non a caso l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha inserito da tempo i servizi idrici di tutte le città del mondo tra i servizi da privatizzare. Questo processo è in atto dal 1994, ma riceve un grosso impulso nei primi anni del 2000. Per esempio nel 2004 l'Europa chiede a 102 paesi del Sud del Mondo, dei quali 72 sono tra i più poveri del pianeta, di privatizzare i loro servizi per farvi entrare le proprie multinazionali.

Quali sono le argomentazioni che spingono verso la privatizzazione?

Le istituzioni internazionali partono dal principio che l'acqua è un bene economico e che quindi ha un prezzo dovuto agli impianti, alle reti e alla depurazione, per cui le multinazionali intervengono sulla gestione che controlleranno per 30, 40 anni ricavandone profitti.

Alla testa di questo processo decisionale ci sono le istituzioni economiche; dopo le azioni di protesta vengono investite anche le istituzioni rappresentative. La politica dell'acqua è gestita dalla Banca Mondiale e dall'Organizzazione Mondiale del Commercio. La Banca Mondiale stabilisce che ogni tre anni ci sia un Forum mondiale dell'acqua che viene dato in gestione (amministrazione, organizzazione inviti, relazioni) al Consiglio Mondiale dell'Acqua, che è formato dai dirigenti della stessa Banca e da multinazionali come la Vivendi e la Lyonnaise des Eaux, che dominano il mercato. Così si susseguiranno i Forum di Marrakech (1997), L'Aia (2000), Kyoto (2003) Città del Messico (2006).

Personalmente ho partecipato a quello di Città del Messico. Erano presenti 148 governi di tutto il mondo, le associazioni di molti Comuni del mondo (17mila rappresentati), più le organizzazioni internazionali del sindacato, oltre alle più grandi Ong. Tutti questi organismi, sotto la direzione del Consiglio Mondiale dell'Acqua, decidono le linee di orientamento della politica dell'acqua. Fin dall'inizio però è prevalsa l'impostazione che l'acqua non fosse un diritto umano, bensì un “bisogno umano” (questa definizione risale all'incontro dell'Aia). Non si è riusciti a modificare questa linea né a Kyoto, né a Città del Messico.

Questi organismi, che sembrano raccogliere un'ampia partecipazione, non sono tuttavia rappresentativi dal basso...

No, perché non sono organismi politici, non rappresentano le istituzioni elette di tutto il mondo. Noi denunciamo proprio questo. Proponiamo che ad indire una conferenza mondiale sull'acqua, non sia né un organismo economico, né tanto meno un organismo privato. Chi ha la legittimità per farlo? Secondo noi può essere solo un'agenzia internazionale dell'Onu (come la Fao per i problemi dell'alimentazione, l'Unesco per il patrimonio artistico dell'umanità, l'Unicef per l'infanzia) riconosciuta da tutti gli stati del Pianeta. Deve essere indetta dall'Onu; solo così sarà rappresentativa di tutti i governi. Vogliamo rovesciare la prassi per cui sono i privati a convocare i governi e a prendere decisioni.

Da parecchio tempo portiamo avanti questa rivendicazione e chiediamo che l'acqua venga dichiarata una volta per tutte un “diritto umano”. Questo non significa che se ne può liberamente consumare senza limiti. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità la quantità minima indispensabile di acqua per la sopravvivenza è di 50 litri al giorno. Questo è il diritto a cui tutti devono poter accedere. Quei 50 litri servono per bere, per cucinare, per lavarsi e, in alcuni casi, anche per coltivare l'orticello di casa.

Ora, la media del Burkina Faso è di 24 litri ; mentre nelle bidonville di Nairobi (un milione di persone) dispongono solo di cinque litri come media giornaliera, ben al di sotto di ogni possibilità di vita e di sussistenza.

Garantire questo diritto umano comporta l'assunzione di un impegno da parte di tutti i governi aderenti alla Conferenza Internazionale, ma anche da parte di tutte le istituzioni locali. Le Nazioni Unite devono promuovere una tassa mondiale destinata alla soluzione di questo problema. Ma deve trattarsi di un'azione basata sulla partecipazione diretta dei cittadini, delle comunità; non deve essere una procedura centralistica come quella proposta finora. La posizione della Banca Mondiale è: io ti porto l'acqua (questo dicevano i tre summit fino a oggi), ma poiché non ci sono i soldi necessari bisogna aprire al mercato delle multinazionali che garantiscono l'acqua attraverso il principio della “condizionalità” cioè alla condizione che venga privatizzata e fatta pagare. Così arriva la multinazionale con un suo progetto e lo gestisce per una trentina d'anni. È chiaro che solo chi avrà la possibilità economica avrà accesso all'acqua. Questo è il meccanismo. Contemporaneamente il Paese s'indebita con la Banca Mondiale e questo debito strangola sempre di più la sua economia.

Inoltre le multinazionali non si scomodano per fare un pozzo o una cisterna di acqua piovana, ma solo se si tratta di portare l'acqua a tutta Nairobi, per esempio. Come si realizza questo? Andando a prelevare l'acqua da un lago a 50 chilometri o bloccando con una diga un fiume, per cui si devono costruire condotte per 100 chilometri che trasportano l'acqua; sarà un'opera faraonica di alto costo, devierà i fiumi, svuoterà i laghi, creerà disagi ai contadini, farà un disastro ambientale. La tariffa dell'acqua sarà naturalmente elevata e decisa dalla Lyonnaise des Eaux, arriverà nei rubinetti, ma solo in quelli dei ricchi che dispongono di soldi e i poveri saranno ancora una volta esclusi.

Questa cosa è accaduta dappertutto con disastri indicibili. È chiaro che i problemi delle città esistono e sono gravissimi: devi comunque fare una rete idrica, devi fare una rete fognaria, devi fare la depurazione e tutto questo ha costi enormi. Ma noi pensiamo che non si possa accettare che chi non ha reddito debba essere escluso, che una multinazionale debba fare profitti enormi e che i paesi del Sud del mondo continuino a indebitarsi.

Quando dici “noi” intendi il Contratto Mondiale dell'Acqua?

Sì, anche se il Contratto ha cambiato un po' veste: si è andato trasformando in un movimento che si articola Paese per Paese.

Dopo Cochabamba c'è stata l'estensione in tutta l'America Latina di lotte, battaglie, di Organizzazioni per l'acqua. Il secondo Paese a promuovere un'iniziativa di grande respiro (manifestazioni senza scontri di piazza, ma con iniziative legislative) è stato l'Uruguay. Da quasi due anni è partito un lavoro in tutti i quartieri di Montevideo per iniziativa di tutte le associazioni ambientaliste, di tutte le organizzazioni sindacali, con un salto di qualità dei lavoratori che non si limitano più a portare avanti rivendicazioni di tipo salariale.

Nel 2004 sono nati molti comitati che riescono a proporre e realizzare un referendum che modifichi la Costituzione. Partono dall'idea che non è sufficiente ottenere una legge che qualcuno potrebbe modificare nel futuro e chiedono pertanto che si inserisca nella Costituzione il principio che l'acqua è un bene comune che non si può vendere. L'80% della popolazione si pronuncia a favore di questa iniziativa. Questo referendum avviene in contemporanea alle elezioni legislative che vengono vinte per la prima volta negli ultimi cent'anni da un governo di centro-sinistra.

Il movimento uruguaiano continua ad allargarsi, vengono cacciate le multinazionali, tuttavia rimangono aperti molti interrogativi. Che cosa facciamo con i fiumi? Per esempio, una grande impresa di produzione di carta (europea e americana) ha chiesto di collocare una delle più grosse cartiere del mondo lungo il corso del fiume Uruguay al confine con l'Argentina; vorrebbero piantare eucalipti in tutta la zona per produrre cellulosa. Di fronte all'ipotesi di sviluppare una delle attività più inquinanti e dal consumo di acqua molto elevato nascono contrasti tra Uruguay ed Argentina.

La maggior consapevolezza dei problemi legati alla gestione dei servizi idrici, sorti dopo la grande crisi, ha portato anche l'Argentina a sospendere tutti gli accordi con Lyonnaise des Eaux che controllava l'acqua di Buenos Aires. Il movimento è forte anche in Ecuador; quindi si sta estendendo gradualmente in tutta l'America Latina.

In Europa assume forme diverse: non ci sono sit-in, manifestazioni di piazza. C'è però una crescita nel dibattito e nelle scelte legislative dei vari parlamenti: in Belgio una recente legge ha sancito che il servizio idrico è un bene pubblico e il governo s'impegna in tal senso anche in sede internazionale; in Olanda un governo di centro-destra, sotto l'impulso del parlamento, ha varato una legge sulla gestione pubblica dell'acqua.

In Francia l'acqua è tutta privatizzata, con una divisione netta tra le due multinazionali, al punto che la Rive Gauche della Senna è in mano alla Lyonnaise des Eaux, la Rive Droite in mano a Vivendi -Veolia, che si sono spartite tutto il territorio nazionale. Ci sono tuttavia parecchi comuni che stanno tornando indietro, ripubblicizzando; si stanno cioè riappropriando della loro acqua: Grenoble è il caso più significativo.

Un altro paese che pure non è mai particolarmente piaciuto alla sinistra, la Svizzera , ha dichiarato l'acqua monopolio di stato, cioè non vendibile, non commercializzabile.

Parliamo degli sviluppi più recenti del movimento per l'acqua…

A Città del Messico, dove si è tenuto l'ultimo Forum mondiale dell'acqua, quello promosso dalle multinazionali e dalla Banca Mondiale, ci siamo resi conto che stavano avvenendo importanti cambiamenti. Per la prima volta (siamo nel 2006) cinque paesi hanno dichiarato di non firmare il documento finale e hanno invece ripreso e fatto propri tutti i punti del Movimento. Questi paesi sono l'Uruguay, la Bolivia , l'Argentina, Cuba e il Venezuela; il Brasile si è tirato indietro all'ultimo minuto. Anche l'Associazione che raggruppa 17mila Comuni non ha firmato; così pure le Organizzazioni mondiali sindacali si sono espresse contro il documento ufficiale e si sono schierate sulle nostre posizioni.

Negli stessi giorni e nella stessa città, si è svolto in parallelo il grande meeting del Movimento internazionale dell'acqua, dove si sono messi in rete i movimenti di ben ottanta nazionalità e hanno prodotto una dichiarazione unitaria in cui si indicavano le linee di azione futura. È stato ribadito il concetto di “diritto” e di “bene comune”; si è parlato della quota minima di 50 litri d'acqua giornalieri, contestando i partenariati pubblici e privati, a favore delle operazioni tra pubblico e pubblico; si è proposto di rilanciare la cooperazione internazionale decentrata, nel senso che le istituzioni e le imprese pubbliche di un paese possono portare aiuti alle comunità locali di paesi del Sud del mondo. Si è espressa una sollecitazione a sviluppare forme di partecipazione dal basso come nella Coordinadora; si è anche preso l'impegno a costituire un fondo di solidarietà internazionale con una forma simile a quella che stiamo praticando qui in Italia, per cui tutte le imprese che gestiscono l'acqua pubblicamente stanziano un centesimo di euro per ogni metro cubo di acqua prodotto, da destinare alla Cooperazione internazionale.

Per esempio la provincia di Venezia, sulla base di questo principio, ha stanziato 750mila euro all'anno. Questa cifra viene messa a disposizione delle diverse Ong che presentano i loro progetti; si forma un Comitato di Garanti tra cui il Contratto Mondiale dell'Acqua (ci sono dentro anche la rivista Nigrizia e altri soggetti analoghi) che valutano i progetti presentati, le precedenze di un Paese rispetto ad un altro, danno suggerimenti, quindi affidano il progetto all'Ong prescelta. L'impresa che gestisce l'acqua di Venezia concorre alla supervisione di questi progetti; si ha quindi un intreccio tra amministrazione pubblica, impresa pubblica, Ong locali rappresentative, movimenti di garanzia politica. È così garantito un controllo dal basso.

Noi crediamo che questo modello si possa estendere in Italia e a tutto il mondo, o per lo meno all'Europa. Si potrebbero ottenere grandi risorse finanziarie; potremmo cominciare ad affermare e definire le modalità di una fiscalità internazionale che ci permetterebbe di arrivare a disporre del denaro sufficiente per realizzare progetti significativi in numerosi Paesi.

Raccontaci che cosa sta accadendo in Italia.

Sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra si sono sempre dichiarati d'accordo per la privatizzazione dell'acqua. La Finanziaria del 2003 aveva addirittura dichiarato l'obbligatorietà della vendita. Poi siamo riusciti in parte a modificare questi orientamenti, però più del 50% dei Comuni italiani ha privatizzato l'acqua. Tuttavia, in molte situazioni, in particolare a Napoli, a Caserta e in molti comuni siciliani, sono nati i Comitati civici dell'Acqua, che hanno fermato la privatizzazione del servizio idrico anche dove era stata già decisa, hanno spesso fatto annullare le gare già indette o avvenute.

Noi, come Contratto Mondiale, mettiamo in circolazione delle idee, promuoviamo incontri di confronto con la politica e le imprese pubbliche, ma sono poi i movimenti locali, dal basso, a portare avanti lotte e a decidere. Per esempio, sarà il comitato civico napoletano a trattare direttamente con il consiglio comunale della città, con le imprese locali; poi, l'insieme delle realtà determinano il Movimento nazionale che con i suoi momenti di incontro svilupperà le azioni di lotta capaci di influenzare l'attività legislativa del Parlamento e del Governo. Così com'è successo in Belgio ed in Olanda.

La forza è nel territorio. In molte città siciliane, esclusa Palermo, la privatizzazione è stata fermata: a Messina, Ragusa, Enna, Siracusa. Ci sono state manifestazioni pacifiche di studenti per l'acqua, che hanno visto una grande partecipazione, e parole d'ordine molto concrete, per nulla ideologiche.

Nella stessa Milano abbiamo lavorato sull'opinione pubblica; siamo riusciti a fermare il processo in corso almeno a livello di provincia. Viceversa stanno cercando di privatizzare l'acqua della città, perché Milano è l'unico caso in Italia in cui si è fatta una distinzione tra città e provincia nella gestione delle acque.

La privatizzazione prosegue a macchia di leopardo, però intanto il Movimento nel marzo del 2006 ha creato un suo Forum Nazionale, senza darsi una struttura di direzione, di rappresentanza, ma con un equilibrio di tutte le associazioni, i sindacati nazionali della funzione pubblica e i comitati locali. Questo Forum ha aperto una vertenza con il governo ed è riuscito, per esempio, ad incidere nel programma dell'Unione in cui abbiamo fatto inserire il concetto della non privatizzazione dell'acqua, sia in termini di proprietà che di gestione. Almeno a parole il governo Prodi ha ribadito questi concetti, anche se non abbiamo ancora visto una loro traduzione in legge.

Per capire la situazione, bisogna anche spiegare che in Italia le modalità di privatizzazione hanno una loro specificità. Ci sono diversi passaggi. Il primo è che la municipalizzata che gestiva l'acqua diventa una società per azioni: il 100% del controllo resta in mano al Comune o a un consorzio di Comuni che lo gestiscono, ma questo è un primo passo verso la privatizzazione. Successivamente si mette in vendita una parte o tutto del pacchetto azionario (che nella fase precedente era ancora concentrato nelle mani pubbliche), col concorso o di società parapubbliche che si sono già privatizzate o delle già citate Lyonnaise des Eaux e Vivendi, oppure di industriali che hanno capito dove sta il business, come il gruppo Caltagirone.

Dunque in Italia la specificità è che entra nel mercato l'istituzione pubblica. Mentre negli altri Paesi la concessione dell'acqua viene venduta direttamente a una multinazionale, in Italia si determina un ibrido tra pubblico e privato, tra controllato e controllore, uniti nel consiglio di amministrazione di una società per azioni. Il pubblico mantiene gran parte del pacchetto azionario e diventa con il privato un operatore finanziario. Per esempio Milano con Mm si associa a Aem e poi con Asm di Brescia e insieme costituiscono una società più grossa. Bologna si somma con Reggio Emilia e Modena: Hera assorbe Meta e Iride (le società che gestivano l'acqua nelle altre due città), e diventa un complesso che agisce sul mercato e punta ad andare all'estero. Acea di Roma, che ha assorbito le piccole società di tutto il Lazio, punta a gestire il mercato di Lima, di Tirana, di Erevan: si tratta di società italiane in cui il pubblico si è trasformato in agente privato.

Questa è una esemplificazione dell'ibrido italiano in cui l'interesse economico e quello politico si mescolano in un conflitto di interessi che tocca sia il centro-destra che il centro-sinistra. Partecipano a questa operazione Formigoni, con la Compagnia delle Opere, Caltagirone, il capitale pubblico delle ex Municipalizzate, la Lega delle Cooperative, il Monte dei Paschi di Siena; insomma ci sono dentro tutti, in questa grande operazione dell'acqua. Tuttavia, torno a ripetere, abbiamo aperto una grossa contraddizione dentro all'Unione che ha posto un freno a questi processi. In Italia è stata dichiarata, per il momento solo a parole, una moratoria alla privatizzazione dell'acqua. Staremo a vedere.

Bisogna anche affrontare il problema dei consumi. In Italia si consuma troppa acqua. L'Italia preleva il 32% delle proprie disponibilità idriche, contro il 20% della media europea, ed è, con 980 metri cubi di prelievo annuo pro capite, la prima consumatrice d'acqua in Europa e la seconda nel mondo dopo gli Usa. L'Italia detiene il primato anche nel consumo per uso domestico: 250 litri pro capite al giorno, contro i 160 della Svezia e i 200 della Germania, ed è la maggior consumatrice di acqua minerale del mondo. Il 70% degli italiani non beve più acqua dal rubinetto; si consumano 180 litri di minerale all'anno per persona, con 10 miliardi di bottiglie di plastica da smaltire.

Si tratta di una situazione caratterizzata da mancanza d'investimenti, sprechi, prelievi abusivi, ma soprattutto dalla negligenza nella gestione; una caratteristica che accomuna sia il vecchio pubblico che il privato che è subentrato. Le perdite in rete sono dell'ordine del 35% e al Sud anche del 70%, contro il 10-15% della Germania. La privatizzazione di Acea a Roma e di Hera a Bologna ha portato le perdite in rete fino al 32% e all'aumento delle tariffe, mentre Milano e provincia, che sono vecchie gestioni pubbliche, hanno perdite rispettivamente dell'11% e del 16 % e le tariffe tra le più basse di Europa.

Concludiamo con le strategie globali. Come giudichi le iniziative più recenti delle Nazioni Unite?

Ricapitoliamo il contesto: nel mondo ci sono un miliardo e 400 milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile; più di due milioni di queste muoiono ogni anno, 4900 bimbi al giorno sono falciati dalla diarrea: questo delitto è dato per scontato, senza che a questa gravissima situazione si sia cercata una risposta.

Gli obiettivi del Millennio progettati dalle Nazioni Unite a partire dal 1995 erano inizialmente di portare l'acqua a tutti. Successivamente c'è stato un ridimensionamento, per cui si l'aspirazione è diventata portare l'acqua almeno alla metà delle persone che non vi hanno accesso (così come non dispongono di servizi igienici) entro il 2015. Faccio notare che due miliardi e mezzo di persone non dispongono di rete fognaria, il che determina diffusione ampissima di malattie mortali, come parassitosi e infezioni intestinali gravi. Questo problema ha assunto dimensioni enormi perché nel frattempo si sono formate “bidonville”, cioè megalopoli da 20 milioni di abitanti che mancano di acqua potabile e di fogne.

A fronte di questa situazione disastrosa, al summit di Città del Messico si è sostanzialmente dichiarata l'impossibilità di realizzare anche l'obiettivo di aiutare la metà della popolazione priva di acqua: gli impegni presi erano di stanziare dai 10 ai 25 miliardi di dollari all'anno per 10 anni; nel 2006 a Città del Messico la constatazione è stata che si era raggiunto soltanto il 5% di questo obiettivo; i governi non pagavano, era evidente che questo obiettivo stava fallendo. Risultato: un grande senso di impotenza.

Nel frattempo è uscito, nel 2006, il rapporto delle Nazioni Unite intitolato: “Povertà e crisi mondiale dell'acqua”, che metteva strettamente in relazione questi due concetti. Si ribadivano tutti i dati che abbiamo citato, osservando che i poveri della terra pagano l'acqua dalle cinque alle venti volte di più di chi è allacciato alla rete idrica perché sono costretti ad andare a comprarla con le taniche da gente che li rapina oppure sotto forma di acqua minerale in bottiglia. Quei miserabili cinque litri al giorno costano loro molto più cari che a noi privilegiati; i 10 miliardi di dollari necessari alla loro sopravvivenza sono l'equivalente di quanto spendono tutti i paesi del mondo in cinque giorni in spese militari.

Si dice inoltre che la condizione di mortalità infantile di questi paesi equivale a quella di Milano, Londra, New York nei primi del ‘900. Una situazione che fu sanata grazie alla volontà politica e alla finanza pubblica che realizzò le reti idriche di queste grandi città, portando a termine una delle più grosse azioni sanitarie del mondo. Questa è la strada che occorre intraprendere anche oggi.

La posizione ufficiale dell'Onu comunque conferma la gravità e la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Inoltre, in altri documenti internazionali, come quello della Fao, si dicono altre due cose: i mutamenti climatici e i modelli di consumo idrico, sia nei nostri paesi che in quelli in via di sviluppo, stanno facendo sì che 820 milioni di contadini, che vivono di un'agricoltura di sussistenza, verranno spazzati via da qui al 2050 in parte perché c'è la desertificazione, in parte perché la siccità aumenta per il riscaldamento della terra, in parte per l'inquinamento dei laghi e dei fiumi (che rende l'acqua inutilizzabile), in parte anche per gli iniqui rapporti di scambio tra le loro merci e i nostri mercati. Tutto ciò concorre allo strangolamento dei contadini che coltivano il loro campicello. Questi andranno a insediarsi nelle famose bidonville, cosicché quasi il 70% della popolazione del 2050 vivrà in città che avranno almeno un milione e mezzo di abitanti e aumenteranno le megalopoli da 20 milioni. Saranno così decuplicate le carenze idriche e di reti fognarie. In quella data, se non sarà cambiato qualcosa, il 50% della popolazione mondiale potrebbe non avere l'accesso all'acqua potabile.

Come si vede i dati ufficiali confermano le affermazioni e le ipotesi da cui eravamo partiti 10 anni fa. L'altra conferma, altrettanto drammatica, viene dal summit dell'ambiente (voluto a Nairobi da Tony Blair prima del Forum sociale): i mutamenti climatici produrranno disastri per i laghi africani, per l'Amazzonia, per l'Europa, con la riduzione delle piogge in alcuni contesti, lo scioglimento dei ghiacciai in altre; addirittura l'Inghilterra stessa andrà incontro a rischi di desertificazione, così come la Spagna e gran parte dell'Italia. Di qui l'allarme: l'acqua diventerà un problema di tutti, in particolare per l'Asia, l'Africa e l'America Latina.

Questa diffusa presa di consapevolezza dei mutamenti climatici e del peso dell'inquinamento avvalora la nostra tesi: negli ultimi 40 anni l'umanità, per effetto del proprio modello produttivo, in particolare in agricoltura, ha distrutto più della metà delle risorse di cui disponeva.

Noi abbiamo denunciato anche ciò che accade in Cina, la tigre economica che esporta dappertutto grandi quantità di prodotti. Purtroppo si tende a non vedere ciò che accade sul suo territorio: l'acqua potabile va esaurendosi, si riduce l'accesso all'acqua naturale per l'irrigazione e le falde si stanno abbassando da un metro e mezzo a tre metri all'anno. In questo momento si stanno costruendo 110 dighe che bloccheranno i corsi d'acqua creando un disagio spaventoso e mettendo in crisi i paesi che accedono ai fiumi come il Mekong che alimenta tutto il Sud-Est asiatico. La Cina è un paese a grave rischio idrico: è probabile che nel 2050 non potrà più garantire le attuali produzioni agricole, non solo per l'esportazione, ma neppure per il proprio consumo interno.

Questo sta succedendo in parte anche in paesi impensabili come gli Usa, in particolare in alcuni Stati come la California e l'Arizona, in cui i ritmi e le produzioni attuali non sono più sostenibili, non tanto per mancanza di energia e di petrolio, bensì per la carenza d'acqua. Il Colorado non arriva più al mare perché è stato “consumato” tutto, scippandolo ai messicani.

Posso portare molti altri esempi: l'India è un paese a terribile rischio idrico per via dei mutamenti che sono stati fatti ai grandi corsi d'acqua come il Gange e il fiume Narmada; si allagano le terre a monte, per via dei grandi invasi (per produrre energia) mentre a valle non arriva più nulla e si impoveriscono le falde.

Tutto questo è il frutto di una politica di sviluppo forsennata e ovviamente di un modello particolare di consumi. Si pensi alla tendenza a cambiare frequentemente telefoni cellulari e automobili. Si potrebbero citare molti dati: per costruire un'auto ci vogliono 400 mila litri d'acqua, che diventano inservibili, se non a costi altissimi di depurazione.

Ricapitolando: oggi l'acqua potabile si è ridotta a meno della metà ed è previsto che il 48% della domanda complessiva resterà inevasa. E questa risorsa è distribuita in maniera iniqua, vuoi per ragioni geografiche (si pensi alla politica della Russia che si fa forte della grande quantità di acqua disponibile sul suo territorio), vuoi per le attività umane. Per esempio, se in Amazzonia si insedia una fabbrica di macchine che saranno poi consumate in altri paesi, si sarà prelevata l'acqua dell'Amazzonia per le esigenze specifiche di qualcun altro. È come se tu prelevassi quell'acqua (rubandola) per portarla in un altro Paese. Tutto ciò non può che determinare conflitti, grandi movimenti migratori e il deterioramento della convivenza tra le popolazioni.

Qual'è la proposta politica per rispondere a questa crisi?

Farvi fronte impone una pluralità di politiche che hanno tempi stretti. In vista del 2050 i cittadini devono chiedere a chi li governa di lavorare per la graduale risoluzione di questi problemi. Cominciamo a dire che occorre un'opposizione generalizzata per impedire che il proprio Comune venda l'acqua, oppure che la sorgente del proprio paese sia messa in bottiglia e venduta a prezzi spaventosi. Il diritto vero dev'essere garantito dalla rete idrica con adeguati impianti di depurazione; si può cominciare a pretendere che nelle scuole non si distribuisca più acqua minerale, e così via.

Seconda operazione: possiamo ridurre i consumi personali e chiedere all'amministrazione comunale che l'erogazione dell'acqua per uso domestico non superi i 200 litri giornalieri; dopodiché chiediamo che i 50 litri del fabbisogno vitale giornaliero vengano considerati gratuiti dalle delibere della Giunta; i consumi superiori dovranno invece essere pagati a un prezzo in progressivo aumento per disincentivare i consumi eccessivi. Sollecitiamo una serie di delibere che vadano in quella direzione e affermiamo che l'acqua è un bene pubblico, che non si può vendere.

Così Italia, Belgio, Olanda, dovrebbero premere sull'Europa, che potrebbe affiancarsi ai paesi dell'America Latina. Si può così arrivare a chiedere che il Forum Mondiale dell'Acqua non sia più indetto da un'entità privata (il Consiglio Mondiale dell'Acqua), ma da un'istituzione legale e che arrivi a dichiarare questo principio di diritto. Questo è un obiettivo che possiamo porci da qui al 2009, portando mozioni in tutti i Consigli Comunali, in tutti i Parlamenti.

Che cosa succederà nel 2009?

Ci sarà, ad Istanbul, il Forum Mondiale dell'Acqua, come quello di Città del Messico. Il 20 marzo, nell'aula della più grande assemblea elettiva del Mondo, il Parlamento europeo, si è svolta la nostra assemblea. Vi hanno partecipato più di 600 persone venute da tutto il mondo. Rappresentanti, come volevamo, delle diverse collocazioni, dai movimenti alla politica, alle istituzioni, ai sindacati, alle imprese, ai ministri di alcuni paesi. Gli attori principali di un movimento mondiale si sono parlati, confrontati, hanno preso degli impegni e si sono dati due appuntamenti: nel 2008, in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, cercheremo di coinvolgere tutti i governi a partire da quello italiano, membro provvisorio del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per promuovere una dichiarazione che affermi l'acqua come un diritto umano.

In vista del 2009, l'impegno sarà quello che il Forum sia indetto da una istituzione rappresentativa dei popoli, cioè dalle Nazioni Unite, e dichiari finalmente e universalmente che l'acqua è un diritto umano e un bene comune.

Questo riconoscimento è centrale per la nostra ambizione di cambiare la politica dell'acqua.

Prima nessuno usava il termine “bene comune”; ora - a proposito o a sproposito, in maniera virtuale o in maniera virtuosa - è entrato nel lessico dei programmi e delle dichiarazioni congressuali di molti partiti.

Il concetto di bene comune si estende ad altri elementi: l'aria è un bene comune, la terra, così bistrattata, come pure l'energia in tutte le sue forme. Anche alcune funzioni sono un bene comune, come la salute, e quindi la sanità non può che essere una cosa pubblica, garantita e un diritto; la conoscenza e quindi la scuola e la ricerca sono un bene comune.

Aggiungo che il movimento italiano dell'acqua ha in corso una grande campagna di raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare in questo senso. Vi partecipano e vi aderiscono centinaia di associazioni, sindacati nazionali, sindaci di tutto il paese, parroci e vescovi, intellettuali, donne e uomini dello spettacolo; vogliamo raccogliere centinaia di migliaia di firme, portarle al parlamento e far sì che anche nel nostro paese si affermi il principio che l'acqua è un bene comune pubblico.

Voi insistete sempre sul carattere “dal basso” delle vostre iniziative. Vuoi spiegarlo meglio?

La recente iniziativa di Bruxelles è stata indetta dal Contratto Mondiale dell'Acqua. Ma noi non aspiriamo ad essere la “testa” del Movimento; forniamo idee e luoghi (per esempio Bruxelles è stato organizzato dall'Italia e dal Belgio) su cui cerchiamo il consenso anche di altre associazioni che non fanno parte del Contratto dell'Acqua, come quelle della Bolivia.

Per spiegare come si sviluppa un'iniziativa “dal basso” faccio l'esempio di com'è andata a Caracas, nel Forum Sociale Mondiale precedente a quello di Nairobi. Erano programmati otto seminari sull'acqua (uruguayani, boliviani, italiani, canadesi, americani). Quando abbiamo preso visione dei calendari proposti ci siamo chiesti se fosse il caso di indire anche il nostro. Abitualmente si procedeva in questo senso. Invece, tramite mail e videoscritture, abbiamo proposto a tutti di convergere in un unico grande seminario della durata di alcuni giorni per arrivare ad un'unica risoluzione.

Hanno aderito tutti con entusiasmo. Il seminario di Caracas ha avuto un grande successo, con larghissima partecipazione; è stato guidato da una presidenza che si è alternata; noi abbiamo avuto l'incarico di presentare la prima relazione introduttiva e di tracciare le linee del percorso ipotizzato. Alla fine abbiamo prodotto quella che è diventata la famosa dichiarazione di Caracas firmata da tutti i partecipanti. Si è ricalcata la stessa procedura sia a Città del Messico, sia quest'anno a Nairobi. Qui alcune reti avevano mandato già da tempo i loro rappresentanti a Nairobi che avevano fatto un grande lavoro di contatti con tutti i movimenti africani.

Al nostro arrivo, abbiamo constatato che i movimenti africani erano confluiti in un'unica rete che si stava coordinando con gli altri movimenti internazionali. Abbiamo riproposto la formula di Caracas: abbiamo presentato la nostra piattaforma per il seminario che intendevamo proporre, gli altri si sono più o meno riconosciuti negli stessi obiettivi e abbiamo prodotto congiuntamente una piattaforma finale comune.

A Nairobi è emersa l'idea di partecipare assieme all'iniziativa di Bruxelles; abbiamo poi ribadito gli obiettivi di Caracas e la necessità di attivarci tutti per sviluppare una strategia comune, anche rispetto ai soldi per i progetti.

E così a Bruxelles, per la prima volta congiuntamente, parlamentari, sindaci e assessori comunali, i capi villaggio e i maggiori rappresentanti istituzionali di tutti i paesi del Nord e del Sud, assieme alla società civile, ai movimenti di lotta per il diritto all'acqua, alle imprese pubbliche che lavorano nel Nord del mondo e hanno esperienze di gestione delle acque, ai sindacati (dove ci sono), si sono confrontati e hanno stabilito un rapporto tra realtà diverse, per determinare le scelte, i percorsi.

Sembra un'organizzazione molto complessa e molto costosa…

Sì, prevede il coinvolgimento della Politica ufficiale; per esempio la scadenza di Bruxelles è stata preparata e finanziata dal gruppo del Gue (Sinistra Europea), Rifondazione Comunista in particolare, una parte dei Verdi del Nord-Europa e i partiti europei della sinistra radicale. Vi aderiscono qualche parlamentare Ds, fra cui Giovanni Berlinguer; Giulietto Chiesa ha ottenuto un finanziamento attraverso il Parlamento europeo. Ha contribuito il viceministro italiano della Cooperazione Patrizia Sentinelli, i ministri del Belgio e gli amministratori locali europei, in particolare i friulani, che hanno ottenuto finanziamenti attraverso le Ong che operano con noi. Hanno dato tutti un contributo finanziario: è servito a pagare i viaggi ai latino-americani, agli africani.

È essenziale formare le sinergie future, affinché diventino strategiche: dobbiamo iniziare a interrogarci su quali progetti riusciremo a fare tra le imprese pubbliche che gestiscono l'acqua, per esempio di Cochabamba o della provincia di Milano. Spetta alle imprese pubbliche assumersi questo compito; devono passare attraverso il vaglio e le delibere delle Amministrazioni provinciali, decidere se stanziare una certa somma per quella determinata operazione, se inviare i propri tecnici a formare i quadri per la gestione delle acque.

In altre parole, noi cominciamo - dal basso - a costruire quello che dovrebbe fare la Politica Internazionale , e lo facciamo anche con una parte della politica, delle istituzioni e delle imprese pubbliche, con i sindaci e gli amministratori che ci sono più vicini, oltre che politicamente, anche geograficamente: il Consiglio comunale può esercitare maggior controllo di un governo. Agli esponenti governativi che partecipano ai nostri lavori, noi possiamo chiedere di assumere l'impegno di progetti per dove è più acuta l'esigenza, che servano anche a dare risonanza alla nostra iniziativa. Per esempio, portare l'acqua in un quartiere di Nairobi può avere costi elevatissimi, ma se è un'azione congiunta di diversi governi, di diversi municipi, supportata dai sindacati internazionali e da un movimento che controlla (quindi non è un business locale), la cosa può essere fattibile e interessante. Possiamo definirla un'azione positiva di grande portata; non è più la singola Ong che costruisce il singolo pozzo...

Puoi fare altri esempi?

Ci sono casi ancora in scala molto ridotta: il Cap di Milano ha fatto una scuola di formazione ai tecnici locali in alcune cittadine del Kenya e ha cominciato a istruire e a fare le reti idriche in piccola scala; il Brasile partecipa al Movimento anche attraverso una delle imprese pubbliche più grosse dello stato del Rio Grande do Sol (Porto Alegre, la città capitale); nello stesso tempo questa impresa fa rete con altre imprese dell'America Latina per propagandare l'azione pubblica e non quella privata e per sostenere progetti.

Insieme cerchiamo la formula con cui avviare le opere da fare in Africa, anche quelle più grandi, che necessitano di maggiori investimenti e di imprese pubbliche per essere gestite, perché hanno il know-how per farlo; sempre senza ricercare il profitto e garantendo il controllo da parte della comunità locale sulla correttezza dell'operazione (la corruzione è di regola in certi paesi) e senza imporre una gestione speculativa trentennale.

In parallelo si dovranno trovare le forme di finanziamento possibili (vedi la proposta di destinare una percentuale dei ricavi dalla tariffa dell'acqua, piuttosto che il dirottamento di una parte minima delle spese militari). Quello che finora non ha funzionato, anche se continueremo a pretenderlo, è stata la proposta di devolvere lo 0,7% del bilancio di ogni Stato alla cooperazione internazionale; lo fanno pochissimi Stati; sarebbe più efficace dirottare una parte delle spese di certe voci di bilancio. L'Italia, per esempio, ha votato quest'anno per l'aumento delle spese militari, del 13%.

Il successo della nostra iniziativa è legato, da una parte, all'azione collettiva, ai movimenti di lotta contro le privatizzazioni; dall'altra, alla crescita culturale, all'educazione, al consumo critico, alle buone pratiche di risparmio idrico, ai mercati alternativi equi e solidali, all'idea di un'economia etica, no profit, alle banche etiche, tutte cose che affermano le responsabilità e i comportamenti individuali del cittadino. Infine ci sono le relazioni con la politica; prima di tutto con le amministrazioni locali; l'insieme determina la ricaduta sui governi nazionali, sulle leggi, sulle costituzioni, sulle istituzioni internazionali.

Questo movimento ha influenzato, in tutti i paesi, pezzi reali della politica. Ci sono sindaci che ci si riconoscono, s'impegnano a portare avanti questi obiettivi (si sono dichiarati “amministratori dell'acqua”) e partecipano ai vari summit. Accanto al Forum sociale mondiale dei movimenti (che riunisce circa 100 mila persone) ci sono due movimenti: uno è il Forum degli amministratori locali di tutto il mondo, l'altro è il Forum dei parlamentari di tutto il mondo.Quest'anno, per la prima volta, a Nairobi, dentro a questi due Forum, si è ottenuto che fosse firmata congiuntamente la dichiarazione che sancisce che l'acqua è un diritto umano, con l'impegno di portare avanti una battaglia nei parlamenti e nelle istituzioni.

Abbiamo l'ambizione di costruire una cultura politica diversa, una nuova concezione della politica, fuori dalle logiche degli attuali partiti. Ricordiamoci che la politica ormai ha dei tempi stretti: nel prossimo cinquantennio ci giocheremo il collasso del pianeta dal punto di vista ambientale e sociale e salteranno le relazioni sociali tra gli individui.

Siamo arrivati a un limite: l'umanità rischia di non poter più abitare questo pianeta; l'umanità deve nei prossimi anni redigere il Contratto per vivere assieme. E questo deve accadere oggi, altrimenti sarà troppo tardi.

 

Una Città n° 146, marzo 2007

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