Dossier Missione Oggi

UN'ETICA PER L'AMBIENTE. UN'ETICA PER LA VITA

A cura di Marino Ruzzenenti

 

Dopo l'impressionante e inquietante sequenza di allarmi per la crisi ecologica susseguitisi negli ultimi mesi, sembra non esservi più alcun ragionevole dubbio sul fatto che i caratteri dello sviluppo tecnologico, industriale ed economico esploso nel Novecento tendano a sgretolare le condizioni biologiche per la sopravvivenza della nostra specie, provocando già oggi effetti indesiderati sulle nostre esistenze.

Per rivisitare criticamente quella "superideologia dello sviluppo", che ha ispirato fino ad oggi la scienza, l'economia e quindi la politica, conducendoci sull'orlo della catastrofe ambientale, è indispensabile un nuovo paradigma morale, un'etica della responsabilità verso la vita, capace di contrastarne il nichilismo autodistruttivo.

Essa può e deve attingere, per i cristiani, a una rilettura più avveduta dei testi sacri e a una fede rinnovata, come suggeriscono Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli e don Gabriele Scalmana. Al contempo, sottolinea Pier Paolo Poggio, un'etica ambientale può portarci a riconoscere alla natura un valore morale anche attraverso una riflessione che non chiama in causa direttamente la metafisica e può essere condivisa da tutte le persone, credenti e non credenti.

È urgente che questa nuova cultura ed etica dell'ambiente diventi patrimonio comune, consapevolezza diffusa, per cui tutti dovremmo essere preoccupati dei diritti inalienabili della natura (ovvero della vita umana), senza bisogno di ecologisti o di "verdi" che se ne occupino. A ciò vuole contribuire questo dossier.

 

Per fare un bambino ci vuole un albero

 

Dall'autunno scorso si sono moltiplicate le grida di allarme sulla crisi ecologica che attanaglia il Pianeta. E a lanciarle non è stato solo il cosiddetto "catastrofismo ambientalista", ma le più alte istituzioni internazionali, vari governi, intere comunità di scienziati. Eppure non si sono colte reazioni significative.

L'opinione pubblica, narcotizzata dai mass media e resa afona dalla mortificazione di ogni forma di partecipazione attiva, sembra aver assistito indifferente, o, forse, semplicemente costretta alla rimozione in quell'inconscio collettivo angosciato che restituisce depressioni, comportamenti aggressivi, dipendenze dagli psicofarmaci, insomma un "oscuro" disagio del vivere. La politica di altro si occupa, travolta da un'autoreferenzialità, che, specie nel nostro Paese, ha a che fare con la precarietà del governare e l'imperativo primo di conservare il "potere". Potere, in verità, sempre più esangue e asservito all'economia, alle ragioni del mercato e della "crescita", parola magica capace di evocare promesse che non può mantenere.

Ma nell'era della globalizzazione, quando il mercato con le sue "leggi ferree" regna incontrastato, è difficile immaginare uno spazio per una reale tutela della natura: quest'ultima ha bisogno di uno sguardo amorevole e disinteressato di lungo periodo, previdente e provvidente, mentre il primo è costretto nei tempi brevi ed aleatori dell'altalena quotidiana degli indici di borsa e dei risultati di bilancio. Per questo i tentativi di affidare al mercato la soluzione della crisi ambientale risultano fallimentari: la convenienza di questi interventi è dettata esclusivamente dal profitto, mentre spesso la salvaguardia della biosfera rappresenta per esso un fastidioso intralcio.

 

"L'albero raccoglie in sé il concetto di crescita"

 

È allora urgente, di fronte ai fallimenti della politica e dell'economia, ricostruire una nuova cultura imperniata sull'etica della responsabilità nei confronti della vita, nostra innanzitutto e delle generazioni future, ma anche della natura cui apparteniamo e che custodisce le condizioni stesse della nostra esistenza. Da tempo l'elaborazione di Hans Jonas sul principio di responsabilità verso le generazioni future ci ha posto di fronte al nuovo "imperativo categorico" di evitare nell'oggi ogni azione che possa compromettere domani la vita degli umani sul pianeta.

Ma nel 2007 dobbiamo andare oltre, perché in questione non è più solo una minaccia per i nostri pronipoti: la crisi ecologica già ora sconvolge le nostre esistenze, distrugge vite umane, degrada la nostra quotidianità, produce sofferenza fisica e psichica.

Basti guardare i bambini: essi, in apparenza, vengono coccolati nei messaggi pubblicitari, nelle canzoni, nel dibattito politico. Ma "per fare un bambino ci vuole un albero", spiega, a 93 anni, il decano della neuropsichiatria infantile, Giovanni Bollea. L'albero, l'acqua cristallina, i mille fiori, insetti, uccelli, rendono "i bimbi più buoni", danno sensazioni di "bellezza", trasmettono "gli elementi principali della nascita, della crescita, della morte, della vita". "L'albero - insiste Bollea - raccoglie in sé il concetto di crescita". E un bimbo per crescere sano nel corpo, nella mente e nel cuore, può fare a meno della play station, ma non dell'albero, dell'aria che "sa" di ossigeno, insomma di un ambiente naturale, ancora ricco di vita.

E ciò vale per tutti noi, anche se le distrazioni della "realtà artificiale e virtuale" ci illudono del contrario. C'è qualcosa nella bellezza della natura che è insostituibile: in essa possiamo trovare, insieme al piacere, anche quelle condizioni che favoriscono l'elevazione personale. La bellezza naturale può addolcire i nostri sentimenti meno sociali e renderci persone meno aspre e ruvide, mentre altri aspetti del nostro carattere, come, ad esempio, l'attenzione per il particolare irripetibile e la compassione per il vivente, attraverso la sua osservazione possono essere migliorati ed affinati. La natura insomma è preziosa non solo perché offre (e questo è comunque decisivo) le risorse fondamentali per la vita, ma anche perché può essere la fonte di esperienze estetiche che arricchiscono l'anima, ci fanno star bene e possono farci diventare migliori.

 

Il principio responsabilità di Hans Jonas

 

Era il 1979 quando Hans Jonas (1903-1993), filosofo fra gli iniziatori del dibattito bioetico, pubblicava il suo classico: Il principio responsabilità (Einaudi 1990, 1993 e 2002). Testo quanto mai tempestivo, anticipatore di una riflessione che, con difficoltà, sta ancora proseguendo. Da poco - inizi anni ‘70 - alcuni studiosi, nei vari campi, avevano posto per la prima volta in maniera chiara e documentata il problema dei limiti della crescita esponenziale dell'economia mondiale sia sul versante delle risorse naturali non rinnovabili sia dell'inquinamento indotto nell'ambiente. L'umanità veniva richiamata alla realtà di un "mondo finito" con cui doveva prima o poi fare i conti, cercando di ricostruire uno "stato di equilibrio globale" con il pianeta che l'ospitava. Per la prima volta si metteva in rilievo come le scelte produttive e di consumo della minoranza che abitava i Paesi industrializzati spezzassero i cicli chiusi in equilibrio della natura: sia sottraendo quantità eccessive di risorse che la natura non era in grado di ricostituire sia turbando gli equilibri immettendo nell'ambiente inquinanti che la natura stessa non riusciva a "digerire". Insomma, proseguendo con quel tipo di sviluppo tecnologico e industriale, sarebbero state minacciate, in un futuro neppure lontano, le stesse basi della vita umana sul pianeta.

Ed è esattamente da questa constatazione che partiva Jonas, dalla novità "ontologica" di un uomo che, grazie alla scienza e alla tecnica, era diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura fosse per lui, e dalla conseguenza immediata di questa inedita forza distruttiva dell'uomo nei confronti della natura. Si tratta di una contraddizione antagonistica, della frattura drammatica tra il mondo e l'umanità di oggi e il mondo e l'umanità di domani, potenzialmente privati delle stesse condizioni biologiche necessarie alla propria sopravvivenza.

 

Il rapporto con le generazioni future

 

Muovendo da questa diagnosi, Jonas va alle radici filosofiche del problema della responsabilità, che, in questa nuova situazione, non concerne soltanto la sopravvivenza e la dignità della specie intesa come convivenza degli attuali esseri umani, ma anche l'unità e la continuità della specie, quindi il rapporto con le generazioni future. Jonas rileva l'insufficienza dell'etica tradizionale, dell'imperativo categorico kantiano: "Agisci in modo che anche tu possa volere che la tua massima diventi legge universale". Imperativo che concerne i rapporti diretti dell'uomo con l'uomo e che si alimenta della reciprocità. Ma quali rapporti possiamo intrattenere con le generazioni future (non ancora esistenti), e quale reciprocità di comportamenti possiamo attenderci da esse, se, allora, noi non esisteremo più?

Tuttavia Jonas, partendo dal presupposto che l'uomo ha comunque il dovere di far sua la propria volontà di autoaffermazione dell'essere, pronunciando il proprio sì nei confronti della vita, individua nel principio responsabilità questa disponibilità a favorire il diritto alla vita, non più solo dei contemporanei, ma anche di quelli che verranno in futuro.

E il superamento necessario della reciprocità, Jonas lo attinge da un archetipo preesistente, quello della cura parentale dei figli, dei neonati, che si rivolge alla vita fin dal suo grado estremo di indigenza e vulnerabilità. È evidente che questo nuovo imperativo riguarda molto di più la politica pubblica che non il comportamento privato ed evoca un'altra coerenza: non quella dell'atto con se stesso, ma quella dei suoi effetti ultimi con la continuità dell'attività umana nell'avvenire.

L'elaborazione di Jonas, al di là della sua intrinseca forza argomentativa, ha comunque avuto riflessi importanti sul successivo dibattito relativo ad etica, scienza e natura. Il tema della responsabilità verso le "generazioni future" ed i loro diritti ad una vita dignitosa ha posto non pochi problemi ai fondamenti e presupposti della scienza e della tecnologia, ma anche dell'economia, della politica e della stessa idea di democrazia, così come si erano definiti nel corso della modernità. Da qui la straordinaria fecondità del "principio responsabilità" di Hans Jonas.

 

Chi è Hans Jonas

 

È nato a Mönchengladbach, Germania, nel 1903. Ha studiato filosofia e teologia a Friburgo, Berlino, Heidelberg e Marburg, dove ha seguito i corsi di Husserl, Heidegger e Bultmann. Sotto la loro guida ha intrapreso i suoi studi sullo gnosticismo sfociati ne La religione gnostica, opera composta tra il 1934 e il 1954 e considerata ancora oggi un contributo fondamentale sull'argomento.

Nel 1949 parte per il Canada dove insegna nelle Università di Montreal e Ottawa e poi e, tra il 1955 e il 1976, alla New School for Social Research a New York. Nel 1979 pubblica Il principio responsabilità. Quest'opera ottiene un successo incredibile, è considerata un raro best seller filosofico; infatti, nonostante le sue 300 pagine, nella sola Germania si sono venduti 200.000 esemplari. È morto nel 1993.

 

 

LA CRISI ECOLOGICA CATASTROFE ANNUNCIATA

non solo dalle "cassandre ambientaliste"

 

Una sequenza di allarmi dall'Unione Europea, dalle Nazioni Unite, dalla comunità scientifica, da economisti, dall'Organizzazione mondiale della sanità.

 

Roma, 24 ottobre 2006

Stiamo consumando la Terra. Nel 2050 servirà un altro Pianeta

L'allarme viene dallo studio di esperti di tutto il mondo, il Living Planet Report 2006, che hanno lavorato per due anni per il Wwf. Il rapporto ci informa che negli ultimi 30 anni le specie terrestri si sono ridotte del 31%, quelle di acqua dolce del 28% e le marine del 27%. Ancora più preoccupante il secondo indicatore utilizzato dai ricercatori per evidenziare l'impatto dei consumi umani sull'ambiente: l'impronta ecologica. Nel 2003 l'impronta ecologica, cioè lo spazio necessario per soddisfare i nostri consumi e la domanda di beni e servizi era di 2,2 ettari a persona (mediamente, perché nel Nord sviluppato sono oltre 5 ettari), mentre la biocapacità, cioè l'offerta del pianeta in termine di risorse rinnovabili, era di 1,8 ettari a persona. Stiamo quindi intaccando il capitale destinato, con gli attuali ritmi, ad esaurirsi nel 2050.

 

Londra, 29 ottobre 2006

Clima: il mondo rischia la bancarotta

In uno studio di 700 pagine, commissionato dal governo britannico, l'economista, ex dirigente della Banca mondiale, Nicholas Stern descrive lo scenario economico del futuro climatico, riassumibile in due cifre: fino al 20% del prodotto mondiale lordo perso per colpa del surriscaldamento globale; fino a 200 milioni di profughi, l'esodo più massiccio della storia moderna, in cammino per scappare dal deserto. Stern analizza con puntiglio l'impatto del riscaldamento globale sui vari comparti produttivi da oggi al 2100, e lo scenario che emerge è impressionante.

Nella migliore delle ipotesi il 5% del Pil dovrà essere speso per riparare i danni prodotti dal nuovo clima, ma nello scenario peggiore si arriverà al 20%, cioè 5,5 migliaia di miliardi di euro. L'effetto combinato dell'aumento dei fenomeni estremi (siccità, alluvioni, uragani), del collasso di interi settori agricoli e dell'aumento del livello dei mari, costituisce un pericolo gravissimo per la capacità di tenuta dell'economia mondiale e per gli equilibri politici nonché per le specie viventi, delle quali il 40% sarebbe a rischio. La rapida e violenta pressione demografica di chi fugge dalla desertificazione (fino a 200 milioni) è destinata a far crescere tensioni già alte.

 

Roma, 30 ottobre 2006

Alla fame in 854 milioni, disfatta dei Grandi

Componente drammatica dell'attuale crisi ecologica, intrecciata con lo "sviluppo ineguale" che caratterizza la globalizzazione, è la condanna alla fame di ampi settori della popolazione mondiale.

La lotta alla fame, infatti, è fallita. A dieci anni della Conferenza dell'Onu a Roma in cui si era annunciato il programma di dimezzare gli affamati nel mondo entro il 2015, la Fao pubblica il Rapporto 2006 sullo Stato di sicurezza alimentare nel mondo: per raggiungere quell'obiettivo, riduzione degli affamati da 824 milioni a 412 milioni, ogni anno il numero di condannati alla fame sarebbe dovuto diminuire mediamente di 31 milioni, mentre invece sta crescendo con la media di 4 milioni all'anno, per cui oggi siamo a 854 milioni di persone che vivono con meno di 1 dollaro e di 1900 calorie al giorno. Di questi "dannati della Terra", 820 milioni si trovano nei Paesi in via di sviluppo e l'Africa centrale, in particolare, registra un aumento preoccupante degli affamati.

 

Bruxelles, 6 gennaio 2007

Europa 2070: la catastrofe del clima

Anticipati i risultati, davvero catastrofici, di uno studio (Peseta) commissionato dall'Unione europea per analizzare il "costo dell'inazione" in materia di cambiamenti climatici. Lo studio considera due scenari possibili: lo scenario A, con la triplicazione delle emissioni serra in mancanza di interventi riparatori, indurrebbe un surriscaldamento medio di 3 gradi nel periodo 2071-2100, rispetto al periodo 1961-1990; lo scenario B, grazie a iniziative isolate di contenimento, prevede solo un raddoppio dell'anidride carbonica emessa, con un aumento medio nello stesso periodo di 2,2 gradi.

Disastrosi innanzitutto gli effetti sulla salute delle "ondate di calore": lo scenario A prevede l'aumento di 86 mila morti all'anno; lo scenario B conterrebbe i danni a 36 mila vittime. Maggiormente colpiti, ovviamente, i Paesi mediterranei, dove l'agricoltura subirebbe un calo di produzione dal 2 al 22%. L'innalzamento del livello dei mari (da 22 a 96 centimetri nello scenario A e da 17 a 74 centimetri nello scenario B) comporterebbe già nel 2020 costi per misure di contenimento e di protezione delle coste variabile da 9 a 42 miliardi di euro. Inoltre i cambiamenti climatici sposterebbero circa 100 milioni di turisti, che portano 130 miliardi di euro all'anno nelle casse di Paesi come l'Italia, la Spagna e la Grecia, verso il nord Europa causando enormi perdite per l'economia del Mediterraneo.

 

Roma, 8 gennaio 2007

Allarme dell'Oms: epidemie, allergie e insetti faranno strage in Europa.

Il responsabile europeo del settore ambiente e salute dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) motiva le previsioni di un "aumento di 86 mila morti all'anno, nell'ipotesi peggiore, e di 36 mila vittime", se l'aumento della temperatura media al 2070 si limitasse ai 2 gradi. I calcoli sono stati fatti sulla base della disastrosa estate del 2003, costata all'Europa 35 mila morti. Inoltre bisogna tener conto che nelle città sotto stress il calore intrappolerà lo smog aumentando le concentrazioni di polveri sottili e di ozono che già oggi costano alle 13 maggiori città italiane 9 mila morti l'anno: per ogni 10 microgrammi d'incremento di ozono nell'aria che respiriamo si avrà una crescita della mortalità pari allo 0,3%. Il 2,5% della popolazione europea, pari a 15 milioni di persone, si troverà a rischio inondazione. Per ogni aumento di 1 grado della temperatura media ci sarà una crescita dei casi di salmonellosi compresa tra il 5 e il 15%. Per le stesse ragioni l'encefalite virale da zecche sembra guadagnare terreno in certe zone dell'Europa.

 

Parigi, 2 febbraio 2007

Clima: salirà il livello del mare e farà più caldo entro il 2100

Per gli esperti dell'Onu il surriscaldamento del pianeta ha ormai raggiunto il punto di non ritorno: "Rimedi immediati o sarà una catastrofe ambientale". Entro la fine del secolo in corso, dunque al più tardi nel 2100, la temperatura superficiale della Terra crescerà probabilmente da 1,8 a 4 gradi centigradi . È la stima definitiva dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), la più importante commissione scientifica di studio delle Nazioni Unite sul surriscaldamento globale. Secondo la commissione, il riscaldamento del clima sulla terra durerà per "oltre un millennio". Gli esperti dell'Ipcc ritengono con una probabilità del 90% che il riscaldamento climatico sia dovuto alle emissioni umane di gas serra. L'Ipcc è l'istituzione delle Nazioni Unite incaricata di monitorare i cambiamenti climatici, lavora attraverso una struttura piramidale. Alla base ci sono tutti gli scienziati che pubblicano studi su tematiche che coinvolgono il clima. A un livello superiore ci sono 2500 "revisori", incaricati di vagliare la validità di queste pubblicazioni. Ancora più su ci sono 800 "contributors" del rapporto, mentre al vertice della piramide troviamo 450 "autori leader", divisi in tre gruppi di ricerca, che devono tirare le fila dell'immensa mole di materiale. La sua autorevolezza è, dunque, fuori discussione.

Le oscillazioni nelle previsioni dipendono dalle quantità di anidride carbonica, il principale tra i gas-serra, che in concreto saranno immesse nell'atmosfera. La stima si riferisce al decennio 2089-2099, messo a confronto con il periodo 1980-1999: si basa sul lavoro, e lo sintetizza, di 2500 ricercatori esperti in diversi settori di rilevanza climatica, e operanti in ogni parte del mondo.

Si tratta della prima revisione in sei anni delle prove scientifiche relative all'effetto-serra e alle sue conseguenze potenzialmente disastrose: l'ultima risaliva infatti al 2001, quando la proiezione fu di un incremento nella temperatura della superficie terrestre nell'ordine di 1,4-5,8 gradi. Ora gli studi sono riusciti a ridurre la forbice, tagliando sia l'estremo positivo sia quello negativo. All'epoca si adottò tuttavia un metodo di calcolo parzialmente diverso da quello impiegato ora. La differenza tra quest'ultimo rapporto e quello che l'ha preceduto, Stephanie Tunmore, di Greenpeace International, la sintetizza così: "Il messaggio ai governi è chiaro: c'è una finestra di tempo per agire che si sta restringendo in fretta. Se il rapporto del 2001 era un invito a svegliarsi, quest'ultimo è una sirena che urla".

Quanto all'innalzamento del livello dei mari, si valuta che entro la scadenza considerata esso sarà compreso tra 18 e i 59 centimetri: si tratta peraltro di cifre sulle quali non c'è consenso unanime. Alcuni scienziati le considerano infatti troppo prudenti, dal momento che non tengono conto delle ripercussioni di alcuni eventi recentissimi, come lo scioglimento di vaste estensioni di ghiaccio osservato sia in Antartide sia in Groenlandia.

 

Roma, 19 febbraio 2007

Mediterraneo, 2070: 6 gradi in più, sparirà la terra fertile.

Per la prima volta sono state presentate le previsioni sul clima elaborate dal nuovo Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc) che riunisce scienziati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dell'Università di Lecce, della Fondazione Enrico Mattei, del Centro italiano ricerche aerospaziali e del Consorzio Venezia Ricerche. Prima d'ora gli unici studi che circolavano sul Mediterraneo e quindi sull'Italia, provenivano da altri Paesi e erano abbastanza generici. E le prime elaborazioni sull'evoluzione del clima in Italia prodotte dal Cmcc confermano lo scenario catastrofico. Se la concentrazione di anidride carbonica e degli altri gas serra continuerà al ritmo attuale alla fine del secolo la temperatura media del bacini del Mediterraneo sarà più alta di almeno sei gradi. Anche le precipitazioni cambieranno con riduzioni oscillanti tra il 10-20%. L'impatto sarà devastante, per l'agricoltura, ma anche per l'economia in generale. Solo per la Sardegna si stima una riduzione del territorio coltivabile dall'attuale 80% ad appena il 30%. In Italia altre zone a rischio sono quelle umide come le Langhe oppure il Nord-Est.

Ma una certa "scienza" ancora insiste che va tutto bene e che semmai la colpa è degli "ambientalisti" e del Sud del mondo.

 


ANTROPOLOGIA ED ECOLOGIA LE BASI DEL CAMBIAMENTO

Pier Paolo Poggio

 

Pier Paolo Poggio, originario di Acqui Terme (AL), si è laureato presso l'Università di Genova. Dal 1971 al 1990 è stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli di Milano. Dal 1976 ha iniziato a collaborare con Luigi Micheletti presso la Fondazione bresciana che porta il suo nome. L'interesse di lunga data per la storia dell'ambiente si è concretizzato nella ricerca: “Una storia ad alto rischio. L'Acna e la Valle Bormida”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1996 e nel volume La crisi ecologica. Origini, rimozioni, prospettive, Jaca Book, Milano, 2003. Attualmente è direttore della Fondazione Museo dell'Industria e del Lavoro “E. Battisti” e della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia.

 

Qualche anno fa, cercando di mettere a fuoco il significato della crisi ecologica, ero arrivato alla conclusione che il punto da cui ripartire, sul piano teorico e pratico, non può che essere una forma di antropocentrismo critico. (Cfr. La crisi ecologica , Jaca Book, 2003). Il che implica sicuramente la critica e la crisi dell'antropocentrismo, che caratterizza storicamente la civiltà occidentale (ma non solo). D'altra parte anche l'insuperabilità della dimensione antropocentrica è da rinnovare e difendere contro la duplice tentazione dell'annullamento nella natura e nella tecnica, contro la tentazione ricorrente di sottomissione integrale dell'uomo al regno della necessità.

La moltiplicazione di interventi, dibattiti, prese di posizione, pubblicazioni, sino al sorgere di vere e proprie nuove discipline "scientifiche" che trattano dell'antropologia e della natura umana, secondo ottiche e prospettive molto differenziate, è un segnale che conferma l'attualità e il rilievo della problematica su cui intendo brevemente riflettere.

 

La crisi ecologica

 

In primo luogo, mi pare possibile sostenere che la centralità della tematica antropologica, quali che ne siano gli esiti, è un effetto della crisi ecologica, sia perché il genere umano è responsabile e vittima della crisi (la cui consistenza è alla base dell'intero ragionamento) sia perché, attraverso di essa, è stato possibile riportare l'uomo al centro del dibattito e della riflessione. In altri termini la crisi è la minaccia più grande e inedita ma anche la maggiore delle opportunità che abbiamo di fronte: nel contesto della crisi ecologica gli uomini possono e debbono ridefinirsi, in rapporto agli altri e al mondo.

È del tutto lecito, e opportuno, il sospetto che dietro il gran parlare che si fa di antropologia, non ci sia, bella e pronta, una proposta di rilancio dell'umanesimo, come se fosse possibile porre rimedio ai guasti della modernità semplicemente ripartendo dalle sue origini e fondamenta, senza vedere l'uso ingannevole che si è fatto e che si continua a fare del diritto naturale e degli "inviolabili" diritti dell'uomo.

Può valere in tal senso il paragone con un altro tema molto frequentato, e fortemente connesso a quello che qui ci interessa: non si è mai parlato e scritto tanto di memoria come ai nostri tempi, allorché la memoria sta venendo meno ed è continuamente sotto attacco. Chi può permettersi di parlare oggi, con un minimo di sensatezza, di "memoria di classe"? Ma sono interi continenti che stanno franando, travolgendo i legami tra le generazioni, che ormai si affacciano alla vita libere dal peso del passato, totalmente esposte ai rischi della sua manipolazione, prive di memoria culturale, preda dei media e del loro consumo assoluto del tempo. Così l'antropologia sembra installarsi al centro della cultura, proporsi come scienza unificata dell'uomo nell'epoca in cui, dopo l'arte, Dio, e tante altre cose, anche l'uomo sarebbe definitivamente morto. Non è il caso né è possibile percorrere la genealogia, intellettualmente altisonante, di una tale diagnosi: bastano le cronache per avere la dimostrazione empirica di quanto sia progredito il processo di disumanizzazione, non più circoscrivibile ai totalitarismi novecenteschi.

In effetti le ideologie politiche che sono ascese al potere nel Novecento, si sono poste, tutte quante, come obiettivo programmatico la produzione di un materiale umano nuovo, storicamente inedito, forgiato secondo i loro principi e destinato a riprodurli e perpetuarli. Un progetto niente affatto velleitario visto il grado di attuazione e gli sconvolgimenti che ha causato. Un progetto che è fallito, andando incontro ad una duplice sconfitta: sul piano delle resistenze interne e per il prevalere del capitalismo sui suoi molti nemici.

 

L'americanizzazione del mondo

 

Dopo il 1968, con le sue variegate propaggini, e la sua intrinseca ambivalenza, la vittoria del capitalismo non ha più incontrato resistenze sociali veramente significative, al di là di ambiti locali facilmente circoscrivibili. Su questo sfondo è stata formulata la diagnosi della "mutazione antropologica" mentre, da altre prospettive, si è cominciato a parlare di americanizzazione del mondo. La spinta verso la diffusione capillare, l'intensificazione, e l'estensione dell'economia ad ogni ambito della vita, era così forte, e le alternative così deboli, che la prima manifestazione della crisi ecologica, in termini di limiti dello sviluppo e scarsità delle risorse energetiche, è stata aggirata e rimossa, utilizzando l'innovazione tecnologica per accelerare lo sviluppo e addomesticare le resistenze.

Alla chiusura del secolo, lo scontro politico e culturale tra le potenze che si erano fronteggiate nel corso del Novecento, si è infine concluso con la generalizzazione illimitata del capitalismo. Ne consegue che l'"uomo nuovo", obiettivo mancato del volontarismo politico delle ideologie novecentesche, è piuttosto il prodotto del trionfo universale dell'economia, che si propone quale unico orizzonte della società, "stato di natura" retto da leggi immodificabili a cui gli uomini debbono adattarsi, con la confortevole mediazione delle protesi tecnologiche in cui sono immersi.

Si fronteggiano a questo punto due prospettive antinomiche, che attraversano e scompongono le culture politiche di origine otto-novecentesca: da un lato ci sono coloro che interpretano in termini catastrofici la deriva messa in atto dal saldarsi della tecnica con l'economia; dall'altro coloro che attribuiscono valenze liberatorie al delinearsi di una prospettiva "post-umana", con la possibile emancipazione dai vincoli biologici. In realtà entrambe queste posizioni sono viziate da un alto tasso di ideologia, dando per compiuto e chiuso un processo pieno di contraddizioni e di crepe vistose, assumendo come realtà e dando consistenza ontologica ad una tendenza che può essere combattuta se si esce dallo stato di inazione, e dalla coazione a ripetere, dovute sia alla dipendenza dal passato che alla sua (impossibile) cancellazione.

 

Il binomio uomo-mondo

 

I punti di attacco per una critica efficace concernono rispettivamente l'antropologia e l'ecologia, avendo come dato saliente la prospettiva di un lavoro teorico-pratico capace di agire contemporaneamente e contestualmente sui due poli: uomo e mondo. Prospettiva tutt'altro che facile perché estranea alla cultura occidentale moderna. Mutazione antropologica e produzione della post-umanità, generalizzazione dell'economia e mercificazione della vita, sono tendenze in atto che stanno incontrando molteplici resistenze, destinate ad essere travolte se non troveranno un terreno comune, un punto di convergenza sufficientemente forte e cogente da superare le scorie di antiche divisioni. La saldatura è possibile solo se la crisi ecologica verrà pienamente riconosciuta in tutta la sua portata e significato. D'altro canto è innegabile che se le tendenze in atto fossero già giunte a compimento non ci sarebbe alcuna possibilità di fuoriuscita dall'esistente, e dal dispiegarsi della sua dinamica sino alla distruzione dell'umanità e del mondo, anche se ciò dovesse avvenire in termini pacifici. Si tratta allora di cogliere le forme e i luoghi della resistenza nella sua dimensione antropologica e nella sua possibile apertura ecologica.

È vero che nel discorso pubblico, mediatizzato, la vita dei singoli, della società, dei sistemi politici, risulta interamente governata dai dettami della lugubre ideologia economica erettasi a scienza dei comportamenti individuali e collettivi, tanto dei singoli quanto dei popoli, erettasi a unico legislatore universale.

 

Il primato del denaro

 

È vero altresì che nelle diverse società, quale che sia il loro grado di sviluppo, si è formata una sorta di classe universale che condivide una stessa cultura e si ispira agli stessi valori, sintetizzabili nel primato del denaro. Una classe con pretese egemoniche ma sempre più palesemente incapace di affrontare le sfide del futuro, incapace altresì di governare il presente e quindi percepita dai più come inutile e dannosa, ben al di là del risentimento dei perdenti nei confronti dei potenti. La sindrome della sconfitta, la mancata elaborazione del lutto, i limiti di prese di distanza reticenti rispetto ai disastri novecenteschi, oltre a produrre squallidi cambiamenti di campo, ostacolano fortemente l'analisi e la comprensione delle insanabili contraddizioni in cui si sta vorticosamente avvolgendo il capitalismo trionfante.

La verità è che la generalizzazione dell'economia, con ciò che ne consegue in termini antropologici, non è possibile perché coinciderebbe con la morte della società, della vita in comune. La reiterazione della sua rappresentazione nella comunicazione politico-mediatica costituisce uno strumento potente di distruzione delle difese immunitarie, più o meno culturalmente elaborate, ma il discorso politico, per questa sua mancanza di anima, è sempre più desertificato, abbandonato a se stesso. Essendo divenuto da tempo omologo e intercambiabile con quello della pubblicità, ne condivide la natura fittizia e manipolatoria, e questo diventa un dato acquisito, di cui si è consapevoli, anche quando non se ne traggono le dovute conseguenze. Sino a quando la distruzione dell'uomo non sarà completata, il bisogno di senso resterà insopprimibile, ma la vita sottomessa all'economia è insensata, per motivi diversi, sia per i ricchi sia per i poveri. Di qui le resistenze antiche e recenti che troviamo nelle culture, nei rapporti personali, nelle famiglie, nell'amicizia, nell'amore, nelle forme espressive e vitali non mercificate. Si può obiettare, giustamente, che tutto ciò non ha prodotto un'inversione di tendenza; al contrario assistiamo piuttosto alla progressiva colonizzazione della vita quotidiana, alla mercificazione delle espressioni artistiche, alla prostituzione dei corpi e delle menti, e altre pratiche ignobili, governate dall'antica sete di guadagno e dominio. In definitiva l'umanità chiusa in se stessa è incapace di trovare una via d'uscita e di salvezza, e non si capisce perché un tale dono dovrebbe venirle da Dio; il che vale soprattutto per le religioni basate su una rivelazione che è già avvenuta. I rapporti tra gli uomini, e tra i sessi, sono un campo di conflitti ambivalenti, un luogo di passioni fondamentali, che si ripetono neltempo, in cui dominio e liberazione, gioia e sofferenza, vita e morte, si alternano senza soluzione e vera speranza di redenzione.

L'economia sta aggredendo la vita in quanto tale; la occupa, senza alcuna possibilità di darle un senso; la riempie di attività senza consistenza; nel suo pieno dispiegarsi, allorché non trova più argini, porta la guerra nella quotidianità della vita. Gli umani cercano di sottrarsi, oppure si identificano con la tendenza dominante, ma il processo di alienazione e disalienazione risulta inconcludente se non si va al di là della dimensione antropologica e antropocentrica. I conflitti e le lotte, l'uso della violenza e della guerra, cioè gli strumenti utilizzati dagli uomini per costruire il futuro, si stanno dimostrando palesemente fallimentari. Il dominio della tecnica, la guerra totale, la distruzione dell'ambiente sintetizzano l'eredità negativa del Novecento con cui siamo chiamati a fare i conti. Rimanendo all'interno delle culture politiche che hanno alimentato tali esiti non sarà possibile alcuna via d'uscita.

 

Un orizzonte di speranza

 

Solo laddove è avvenuta la rottura, dove la costruzione del mondo sotto forma di scissione tra uomo e natura si è spinta sino a preconizzare la morte della natura, in realtà del mondo della vita, solo assumendo sino in fondo la radicalità della crisi come prodotto storico umano, sarà possibile operare, qui ed ora, un'inversione di rotta, intravedere un superamento, un orizzonte di speranza. Paura e dominio sono i sentimenti su cui si è forgiato il nostro rapporto con la natura, con gli esseri animati e inanimati. È la potenza di questo imprinting negativo che ha alimentato e alimenta la distruttività del rapporto tra gli uomini. L'illusione del dominio assoluto sulla natura, come esito storico della modernità, stravolge la natura dell'uomo, spezza il processo di civilizzazione, rovesciandone il significato. La crisi ecologica globale è il segno tangibile del fallimento e, contemporaneamente, la base su cui costruire una nuova dinamica. Il terreno minato su cui sta avvenendo l'unificazione materiale del genere umano, a cui è offerta un'ultima chance: ridefinirsi in rapporto con l'ambiente o autodistruggersi.

 


IL CAMMINO ECOLOGICO DALLA TESTA AL CUORE

Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli

 

Riflettiamo su due parole, "eucaristico" e "ascetico". Le implicazioni della prima parola sono facilmente intuibili. Lo "spirito eucaristico" ci ricorda che il mondo creato non è soltanto in nostro possesso, ma che si tratta di un dono - un dono di Dio, il Creatore, un dono di guarigione, un dono di meraviglia e di bellezza - e che la nostra risposta deve consistere nell'accettarlo con gratitudine e azione di grazia. Questo è il carattere che ci distingue in quanto esseri umani.

Ma cosa intendiamo con la parola "ascetico"? Il termine askesis significa molto più di digiuno e pratiche religiose. Significa, per quanto riguarda l'ambiente, che dobbiamo dar prova di enkrateia , del "dominio di sé". Ci dobbiamo cioè volontariamente limitare nel consumo di cibo e di risorse naturali. Dobbiamo distinguere tra ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno. Il criterio fondamentale per un'etica dell'ambiente non è né individualistico, né commerciale. L'acquisizione di beni materiali non può giustificare il desiderio egoistico di controllare le risorse naturali del mondo.

 

Il sacrificio e il dono

 

Questa necessità di uno spirito ascetico può essere riassunta in una parola-chiave: il sacrificio. È questa la dimensione che manca alla nostra etica dell'ambiente e al nostro impegno ecologico. Ma come passare dalla teoria all'azione, dalle parole ai fatti? Non ci mancano informazioni scientifiche e tecniche sull'attuale crisi ecologica, sappiamo non soltanto cosa fare, ma anche come farlo. Eppure non facciamo granché. Il cammino dalla testa al cuore è lungo, e ancora più lungo quello dalla testa alle mani.

C'è un solo modo: grazie alla dimensione del sacrificio. Vi saranno cambiamenti reali nell'ambiente solo se saremo preparati a fare sacrifici radicali, difficili e veramente generosi. Se non sacrificheremo niente, non avremo niente. Il sacrificio è una questione spirituale più che economica, etica e non tecnologica. La vera crisi risiede non nell'ambiente, ma nel cuore dell'uomo. Il problema fondamentale deve essere ricercato non all'esterno, ma all'interno di noi stessi, non nell'ecosistema, ma nel nostro modo di pensare.

La causa originaria di tutte le nostre difficoltà risiede nell'egoismo e nel peccato dell'uomo. Quello che ci occorre è una metanoia nel senso letterale del termine greco, che significa "conversione del cuore". La causa principale del nostro peccato nei confronti dell'ambiente sta nel nostro egoismo e nei valori erronei che abbiamo ricevuto in eredità e che accettiamo senza alcun senso critico. Senza questa "conversione del cuore", tutti i nostri progetti di conservazione si riveleranno inutili perché ci occuperemo solo dei sintomi e non delle loro cause.

 

Non perdita ma guadagno

 

Parlare di sacrificio è fuori moda e persino impopolare nel mondo moderno. Questo avviene anzitutto perché molte persone hanno un'idea sbagliata di ciò che significa veramente il sacrificio. Se consideriamo come era concepito nell'Antico Testamento, vediamo che esso significava non la perdita, ma il guadagno, non la morte, ma la vita. Il sacrificio era esigente, ma non conduceva alla rovina, bensì al compimento; rappresentava un cambiamento non in peggio, ma in meglio. Il sacrificio non significava rinunciare, ma semplicemente dare. Nella sua essenza fondamentale, il sacrificio è un dono – un'offerta volontaria resa nel culto dall'uomo a Dio. Essenziale è che ogni sacrificio sia spontaneo e volontario. Non c'è sacrificio senza amore. Dobbiamo applicare tutto questo alla nostra azione in favore dell'ambiente. Non può esserci speranza di salvezza per il mondo, speranza di un avvenire migliore, senza la dimensione del sacrificio che ora ci manca. Senza un sacrificio effettivo ed esigente, non potremo mai agire in quanto sacerdoti della creazione per capovolgere la spirale della degradazione dell'ambiente.

 

 

CERCASI UN'ETICA DI ECOLOGIA CRISTIANA

Gabriele Scalmana

 

Gabriele Scalmana nasce a Tremosine (BS) l'8 novembre 1945. Diviene prete nel 1970. Insegna Scienze naturali in seminario e poi nelle scuole statali. Lavora  quattro anni in Rwanda come prete fidei donum. Ora si occupa di pastorale del creato nella diocesi di Brescia.

 

La salute e il futuro della terra sono in pericolo. Ci chiediamo: il cristianesimo è attrezzato per affrontare la situazione? La risposta non è scontata né da parte laica né da parte credente. Il primo a dubitare della capacità della fede cristiana di sfidare i problemi ambientali fu lo storico statunitense Lynn White. In un articolo di Science (n. 155, 1203-1207) nel 1967, White sosteneva che le religioni sono interessate primariamente alla salvezza dell'uomo e restano indifferenti di fronte allo sfruttamento della natura; soprattutto il cristianesimo è «la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai visto, ubbidiente al comando di Dio: «Siate fecondi e moltiplicatevi… soggiogatela e dominate sui pesci del mare….» (Genesi 1,28). D'altra parte va anche detto che l'antropocentrismo appartiene alla struttura del pensiero moderno occidentale, da Cartesio a Kant, a Hegel.

Molte teologie hanno attribuito una scarsa importanza alla natura. Gli antichi sistemi di ascendenza platonico-agostiniana vedevano nella realtà fisica più un impaccio per lo spirito che un dono dell'amore di Dio. I sistemi di ispirazione aristotelico-tomista furono presto risucchiati da una deriva metafisica che li allontanò sempre più dai problemi storici dell'umanità in nome di una salvezza astratta. Il ‘900 stesso iniziò sotto il segno di dualismi manichei: quello cattolico antimodernista di Pio X che rifiutava le scienze moderne e le contrapponeva alla fede cattolica, quello protestante della teologia dialettica (Karl Barth, Rudolf Bultmann) che poneva l'enfasi sulla Parola e sulla Croce, lasciando in secondo ordine sia le culture umane sia l'ambiente naturale.

Nel dopoguerra l'atteggiamento cambia. La teologia delle realtà terrestri (Gustave Thils, 1949), il Concilio vaticano II (1965), la teologia politica (Johann Baptist Metz, 1968), la teologia della liberazione (Gustavo Gutiérrez, 1971) tematizzano la storia e la natura come veri luoghi di rivelazione e di salvezza. Paolo VI, nel 1971, per primo in un documento solenne della Chiesa cattolica, invitava i cristiani a prendere coscienza che "attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, l'uomo rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione" (Octogesima adveniens , n. 18). Nel 1972 venne pubblicato un libro di grande rilievo: I limiti dello sviluppo (Club di Roma e Massachusetts Institute of Technology). La coscienza dei limiti del mondo e quindi della precarietà del futuro, venne fatta propria dalle Chiese protestanti che diedero inizio ad un movimento culminato con le assemblee ecumeniche di Basilea (1989) e di Seoul (1990) sul tema "Giustizia, Pace, Salvaguardia del creato".

Come non fu facile quindi per i filosofi introdurre la natura tra gli oggetti seri di riflessione, così per i teologi il tema della creazione, pur professato dall'antichità nei simboli di fede (il Credo), rimase piuttosto sterile, se non avversato, fino ai tempi recenti. Limitandoci all'ambito etico, riprendiamo la domanda iniziale: quali risorse di pensiero e di azione può mettere in campo il cristiano per affrontare efficacemente le grandi questioni ecologiche che affliggono il pianeta? La proposta qui delineata ruota attorno a tre prospettive etico-teologiche che si integrano vicendevolmente: agire da creature, da concreature, da concreatori.

 

Agire da creature

 

Il Credo della messa inizia con la nota espressione: "Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili". I cristiani perlopiù collegano l'idea di creazione con "un fare iniziale di Dio che trae dal nulla tutte le cose". Questa interpretazione è molto parziale. La fede in Dio Creatore non si riferisce solo a un passato lontano. Il problema degli inizi è un problema più scientifico che teologico. La fede nel Creatore riguarda l'attualità: Dio crea e mi crea ora, fa essere il presente di ogni realtà. Le conseguenze per l'etica ecologica di questo modo di vedere sono interessanti.

Anzitutto l'essere creature segna un limite: non siamo creatori! In quanto creato, viviamo in un mondo limitato, sia fisicamente che moralmente. L'ecologia scientifica contemporanea ha scoperto la limitatezza dello spazio fisico e delle risorse del mondo. Non solo il petrolio, cosa abbastanza ovvia dato che non esistono pozzi "senza fondo", ma anche l'acqua, l'aria, il suolo sono limitati.

Agire da creature significa allora avere coscienza di essere limitati e di vivere in un mondo limitato. Tale coscienza ci dovrebbe proibire, ad esempio, di produrre rifiuti (vedi in Missione Oggi: Dal consumo critico alla critica del rifiuto, maggio 2005). Nulla va rifiutato perché tutto è prezioso, nulla va sprecato perché tutto è fatto per durare. La giustificazione più profonda, dal punto di vista cristiano, della sobrietà sta nella nostra creaturalità. Anzi la tradizione cristiana ci invita a radicalizzare la sobrietà nella povertà. La povertà evangelica non è miseria, ma misura e rispetto per le cose e per il loro uso. La povertà di S. Benedetto o di S. Francesco, pur molto diverse tra loro, concordavano nell'amore e nell'attenzione per ogni realtà, anche la più piccola.

Agire da creature vuol dire lodare e ringraziare il Creatore; tutto è dono e quindi tutto è grazia. Il Cantico di frate sole è probabilmente l'inno di lode più conosciuto, ma anche molti salmi biblici inneggiano a Dio Creatore e molte esperienze religiose cristiane contemporanee trovano nella natura lo scenario migliore per incontrare il Signore. Non si tratta, come qualcuno teorizza, di reincantare o di risacralizzare la natura profanata dalla tecnologia contemporanea, ma di accoglierla in quanto dono che fa nascere nel cuore gratitudine e responsabilità.

Da ultimo, agire da creature in un mondo limitato, impone di assumere il futuro come pressante criterio etico. Se le risorse sono limitate, dobbiamo fare in modo di salvaguardarle anche per le generazioni che verranno. La carità non ha solo una dimensione individuale e attuale (non devo far del male al mio vicino, ora), ma anche sociale e futura. Devo amare la società che popolerà la terra tra 10, 50, 100 anni. In passato questo problema non esisteva perché l'umanità non aveva i mezzi per condizionare troppo a lungo il pianeta; oggi le tecnologie ci permettono di incidere pesantemente nelle riserve e negli equilibri della terra. Limitarci oggi per amore del futuro: ne siamo capaci? A volte pare che la nostra coscienza morale sia troppo debole per gestire la complessità delle tecnologie e del futuro. Siamo chiamati ad una responsabilità che finora abbiamo disatteso. I cristiani sono invitati a offrire questo "supplemento" d'anima al mondo contemporaneo.

 

Agire da concreature

 

Siamo creature, ma non le uniche presenti nell'universo. L'uomo spesso si sente padrone della terra: creatura sì, ma comunque sempre la prima, con un potere dispotico sul resto, "per volere di Dio". Fondare tale pretesa sul già citato versetto di Genesi 1,28 è errato: la Bibbia va letta in modo complessivo e contestualizzato. Nel capitolo secondo della Genesi (2,15) infatti il testo utilizza altri termini: Dio pone l'uomo nel giardino di Eden perché lo coltivi e lo custodisca. Si tratta di antichi racconti non storici né scientifici, ma simbolici: il giardino è la terra tutta, Adamo è l'umanità, il paradiso terrestre non è la descrizione di un ipotetico stato di grazia iniziale (mai esistito), ma di un progetto che per il credente denota la volontà di Dio sul mondo. Agire da concreature significa allora guardare ad ogni realtà con simpatia e amore, vivere un'etica della relazionalità e della cura, considerare la terra come nostro padre ("patria"), sorella e madre. La cura per la terra proibisce tutto ciò che induce sfruttamento e impoverimento: l'inquinamento, la distruzione degli ecosistemi forestali e marini con la conseguente diminuzione della biodiversità, l'occupazione selvaggia cui sono sottoposti i suoli (cementificazione, cave, strade, desertificazione), il consumismo che spreca quantità enormi di risorse energetiche e biologiche.

Un approccio nuovo, in questo contesto, merita l'etica animalista. Anche gli animali, insieme con tutti i viventi, sono creature come noi. In particolare la nostra attenzione è attratta da quegli animali che ci assomigliano di più, cioè quelli che sanno soffrire e gioire, soprattutto i mammiferi (cani, equini, bovini). Dobbiamo chiederci se, ad esempio, negli allevamenti è assicurato il benessere animale, se in certi casi lo sfruttamento non sia eccessivo (nel lavoro, nella produzione di latte e di carne), se gli animali non vengano usati per scopi puramente utilitaristici senza sufficiente rispetto (nei circhi, nelle sperimentazioni, nella compagnia).

La concreaturalità vale, ovviamente, con speciale intensità per le persone. Apparteniamo tutti alla medesima famiglia umana. Questo è accettato (quasi) da tutti in linea di principio, ma in pratica viviamo in un mondo scandalosamente e colpevolmente fratturato. Esso avrebbe risorse (cibo, acqua, salute, istruzione) sufficienti per tutti, ma non le distribuisce equamente, con gravi conseguenze anche sul versante dell'etica ecologica. Vi è uno stretto legame tra giustizia ed ecologia. La povertà strutturale e degradante (non quella evangelica!) di molti Paesi del Sud del mondo provoca disastri ecologici: inquinamento (ad esempio, nel delta del fiume Niger), disboscamento delle foreste, discariche tossiche senza controlli, uso indiscriminato di pesticidi e insetticidi. Lottare per la giustizia favorisce anche gli equilibri ambientali.

 

Agire da concreatori

 

È vero che non siamo creatori, ma creature: tuttavia Dio ha voluto associarci nella sua opera di creazione. Se la creazione avviene ora, essa non è ancora finita: sta compiendosi, attraverso i meccanismi naturali dell'evoluzione che la scienza ci illustra e attraverso i meccanismi culturali del progresso umano. Natura e cultura sono le due facce di una medesima storia cosmica e umana che, per il credente, manifestano l'opera creatrice di Dio.

La caratteristica principale del creato così come Dio lo vuole è la "bellezza". Per ben sette volte nel primo racconto biblico della creazione (Genesi 1) il testo ripete che l'opera di Dio è "bella / buona". Creare con Dio significa quindi rendere il mondo bello. Come? L'umanità ha a sua disposizione un mezzo formidabile: il lavoro, soprattutto se aiutato dalle tecnologie. Il significato più profondo del lavoro consiste nel progettare e costruire un mondo bello. La bellezza deve diventare sempre più un criterio etico di riferimento. Non si lavora, primariamente, per guadagnare e mantenere se stessi e la famiglia; si lavora per creare con Dio, cioè per rendere il mondo bello. Mai, probabilmente, come in questo ambito, la realtà è lontana dall'ideale morale che la dovrebbe ispirare. Al lavoro sono legati i concetti di fatica, di costrizione, di sfruttamento delle persone e della natura: condizionamenti reali, ma che non devono farci perdere di vista il suo profondo significato teologico di collaborazione all'opera creatrice di Dio. I cristiani sono impegnati per rendere davvero il lavoro, ogni lavoro, "creativo". Questo non significa ignorare le problematiche economiche sottese all'ecologia. In un mondo dominato dalla produzione, dal consumo e dallo spostamento delle merci e dei capitali, l'ambiente naturale è spesso visto come una preda da sfruttare e non uno scenario da perfezionare. Un fatto è certo: siccome viviamo in un mondo limitato, l'attuale organizzazione economica del mondo centrata su una crescita continua è irrazionale. Si sta preparando la catastrofe del mondo perché già ora consumiamo più risorse di quante la terra ne produca. Bisogna fermarsi: non cercare più il "progresso" nell'aumento delle merci, ma nella cultura, nei servizi, nella giustizia e nella solidarietà. Alcuni economisti propongono ormai senza mezzi termini modelli di "decrescita" (La decrescita può salvare il pianeta , in Missione Oggi , agosto-settembre 2006).

Questo non significa "tornare al medioevo", come qualche critico ripete, ma ritrovare il senso della misura e della bellezza nel progettare il presente e il futuro del mondo. Le tecnologie sono indispensabili, purché piegate a servizio di un progetto complessivo di razionalità e di felicità, non invece subdole ispiratrici di una mentalità tesa solo al consumo e allo spreco.

San Paolo in una splendida pagina della lettera ai Romani (8,18-27) immagina un gemito universale che sale dall'umanità e dal cosmo, fatto proprio dallo Spirito e presentato al Padre. È il gemito della preghiera, ma anche della fatica nel partorire cose nuove e belle. Preghiera e fatica che i cristiani non devono temere di assumersi, certi che lo Spirito le farà proprie e ne assicurerà un felice compimento nella storia e nell'eternità.

 

Ecologia e parrocchia

 

I (bei) discorsi di etica teologica rischiano di restare lettera morta se non vengono tradotti in scelte concrete: una parrocchia, ad esempio, cosa potrebbe fare? Anzitutto occorre una indagine strutturale: chiedere a un ufficio tecnico l'analisi delle proprie strutture e dei propri consumi. Spesso le chiese, gli oratori, le canoniche non hanno coibentazione termica, utilizzano caldaie e lampade di vecchia generazione, non sono provviste di pannelli solari, sprecano acqua. L'adeguamento ecologico degli edifici è inizialmente costoso, ma permette presto risparmi notevoli; inoltre esso rimarca rispetto per i doni di Dio e offre modelli positivi di virtuosità ambientale.

La parrocchia deve poi agire nel campo pastorale. Valorizzare settembre, il mese del creato: nel 2007 il tema sarà l'acqua. Introdurre nella liturgia, nella catechesi, nelle attività oratoriane la teologia e l'etica della creazione. I sussidi non mancano: questo dossier, pubblicazioni, siti ecclesiali. Un aspetto importante è quello orante: gite (a piedi o in bicicletta) in luoghi suggestivi con un fine di ammirazione, contemplazione, preghiera. Infine la parrocchia deve essere attenta al territorio: agricoltura, fabbriche, uso del suolo, gestione delle risorse, inquinamenti, rifiuti e altro. Non si tratta di sostituirsi all'autorità civile o di rivendicare una impropria competenza, ma di costituire la coscienza critica della società e di dar voce alle legittime esigenze della gente: senza demagogia, ma anche senza compromessi. Siamo chiamati a vivere nella concretezza della natura e della società: "Osservate come crescono i gigli del campo…" (Matteo 6,28).

 

Per saperne di più

 

Enzo Bianchi, Le ragioni cristiane dell'ecologia, San Liberale, Treviso 2003.

Alfons Auer, Etica dell'ambiente, Queriniana, Brescia 1988.

Lorenzo Biagi (a cura di), L'argomentazione nell'etica ambientale, Gregoriana, Padova 2002.

Compendio della dottrina sociale della Chiesa, cap. X «Salvaguardare l'ambiente», Città del Vaticano 2004.

 

Per maggiori informazioni sul concetto di Creazione sono utili i relativi articoli nei dizionari teologici:

Giuseppe Tanzella Nitti – Alberto Strumia (a cura di), Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede, Città Nuova, Roma 2002;

Michael Rosenberger, Dizionario di Spiritualità del Creato, Dehoniane, Bologna 2006;

Simone Morandini, Teologia ed ecologia, Morcelliana, Brescia 2005;

Leonardo Boff, Il creato in una carezza. Verso un'etica universale: prendersi cura della Terra, Cittadella, Assisi 2000.

Il modello etico della paternità – maternità – sororità della terra è stato ripreso da Edgar Morin, ad esempio in: E. Morin – A.B. Kern, Terra – Patria, Raffaello Cortina, Milano 1994.

 

Dossier Missione Oggi, maggio 2007

 

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