Il ritorno di Dolcino, ribelle per sempre

 

BIELLA. C’è uno spettro sulle montagne del Piemonte. Sono passati sette secoli, e continua a farsi vedere. Appare sulle sponde del lago Maggiore e nelle valli protestanti dei valdesi; lascia tracce del suo passaggio nel Biellese, che vide la sua rivolta di ieri, ma anche in Valsusa, che consuma la sua rivolta di oggi contro l’alta velocità ferroviaria. Fuochi ghibellini riaccendono il rogo che lo ridusse in cenere il primo giugno 1307: puoi vederli, talvolta, sui colli sotto il Monte Rosa che conobbero il suo messaggio libertario e poi la sconfitta. «Dolcino vive», sta scritto da Ivrea alla Valsesia. Non è solo memoria, è avvertimento. Ai burocrati, ai poteri centrali, agli ermellini vaticani, ai signori degli ipermercati e del turismo di massa, ai padroni delle dighe e dei tunnel ferroviari. A tutti coloro che hanno cementificato le Alpi, svuotato fiumi e pascoli, trasformato le vallate in dimenticate banlieues. Attenti a Dolcino il ribelle, arso vivo dai latifondisti e dai vescovi corrotti della Padania. Potrebbe ancora tornare.

Quare, profonda Valsesia. Il vento porta odore di neve, nubi si arrampicano dal fondovalle, aprono squarci verso il Monte Rosa. Un vecchietto al bar: «I preti dicevano che fosse un demonio, ma per noi fu un grande. Dolcino s’è battuto per la nostra autonomia. Ce ne fossero ancora come lui!». Il pastore valdese Tavo Burat, appassionato animatore del centro studi dolciniani, evoca immagini da Armageddon: «Gli strapparono le carni con tenaglie roventi, amputarono il naso e il membro virile, poi accesero un fuoco sul Sesia e sparsero le ceneri». Racconta della sua donna, la pulcherrima Margherita da Trento - bruciata pure lei - e dei suoi seguaci che predicavano povertà, affrancamento della donna, diserzione fiscale, autogoverno, rifiuto delle "angherie", i contratti-capestro imposti dai proprietari terrieri. «Per questo il messaggio inquieta ancora oggi».

Trivero, paese tessile sotto il monte Rubello, dove il giovedì santo del 1307 avvenne la cattura di Dolcino e lo sterminio dei suoi. Qui le celebrazioni sono già iniziate, con mostre, pièces teatrali, dibattiti, inaugurazioni di cippi, apertura di sentieri, piccoli falò sulle creste dei monti. Una mobilitazione dal basso, che ha coinvolto una ventina di frazioni. I paesi si chiamano nella nebbia con il tocco sfasato dei loro campanili, sincronizzati ciascuno per conto suo col Grande Orologiaio dell’universo. È a Trivero che la leggenda del grande sconfitto si sente con più forza. È qui sopra che nel 1907 gli operai gli eressero un obelisco, che poi i fascisti fecero saltare in aria col silenzio-assenso della Curia.

«I volean pa maoudire, ni jurar, ni mentir, ni masar» - i dolciniani erano bella gente, non volevano maledire, spergiurare, mentire o ammazzare - garantisce in lingua piemontese Jean-Louis Sappé, capo del gruppo teatrale di Angrogna giunto apposta a Trivero dalle montagne valdesi. Il suo gruppo porta di villaggio in villaggio la storia del gran ribelle, narrata in scena da tre giullari. Spiega che i dolciniani «vivevano come colombe di pace in mezzo ai monti», ma poi i nemici li hanno sterminati: «Dona, velh, meinà», donne, vecchi e bambini. «Dolcino», dice Sappé a fine spettacolo, «è stato sconfitto come Jan Hus e Thomas Münzer, ma il rogo non può cancellare la loro memoria e neppure la forza delle loro idee. Attraverso il nostro spettacolo, Dolcino parla ancora».

Sono settecento anni che la sua ombra eretica viaggia per le Alpi, infiamma e imbarazza, diventa bandiera di resistenza e pretesto di repressione. Demone per gli uni, santo per gli altri, dal Medioevo a oggi Dolcino è termometro delle tensioni fra centro e periferie ed è anche il segno di un destino montanaro antitetico a quello delle genti svizzere che nello stesso annus terribilis, il 1307, segnarono con Guglielmo Tell la loro vittoria sulle truppe imperiali. Il suo mito riemerge sempre, nei tempi di lotta: con la caccia alle streghe del Seicento; con la Rivoluzione francese che ridà fiato al suo messaggio di libertà, eguaglianza e fraternità; con le lotte operaie, poi con l´antifascismo e la Resistenza. Fino alle trincee dell’oggi contro l’insensata monocultura del Globale.

«Cari valligiani ribelli, è con uno slancio del cuore che abbiamo deciso di scrivervi. Da secoli ci aggiriamo, stanchi e obliqui, sopra i fatti del mondo…». Vediamo «montagne sventrate dall´arroganza del denaro, vallate affogate nel cemento… genti rassegnate e chine». È una lettera firmata da Dolcino e Margherita, diventata manifesto per i ribelli anti-Tav della Valsusa. Chi l’abbia scritta non si sa, ma nessuno si pone la domanda. È bastato quel nome a farla circolare e a commuovere la gente. «Quel formicaio di uomini soli che ancora chiamate società ci ha tolto ogni gusto per le parole», ma «la passione ci è tornata» vedendo «quegli stessi cantieri partigiani ripercorsi da donne, uomini e bambini ostili a un treno carico di sventure e difeso da mercenari in uniforme».

In un anno e mezzo appena, l’occupazione militare della Valsusa sotto il governo Berlusconi è già diventata mitologia tra i montanari, definiti «zotici», «retrogradi», «egoisti» e «nullafacenti» dai ministri romani. Dolcino e Margherita son tornati, come ne L’ultima valle di Carlo Sgorlon, penetrando non si sa come «nel nostro tempo di macchine e motori», quasi senza accorgersi che la loro epoca era finita. Anche l’associazione nata dalla protesta ferroviaria ha preso un nome dolciniano: Credenza, che non vuol dire il posto del cibo, ma luogo della fiducia reciproca e dell’assemblea. «Prima tra noi valligiani c’era solo la sottomissione e il silenzio», racconta Nicoletta Dosio di Bussoleno, «oggi ci si parla e si progetta. Ci son voluti i manganelli a fare il miracolo. Da secoli la sconfitta era così interiorizzata che i montanari pensavano fosse inutile combattere».

Ma chi fu davvero Dolcino? «Molti lo stracapirono», racconta il biellese Alfredo Bider, appassionato cultore della zona, «ma di certo fu un ribelle anticentralista e come tale divenne un eroe». Sicuramente non fu un "frate", come sembra alludere Dante nella Commedia, ma solo un "fratello". Un "compagno" nel senso etimologico del termine, quello di "co-pain", cioè colui col quale si divide il pane, il testimone della comunione dei beni predicata dal cristianesimo originario. Soprattutto, il valsesiano Dolcino stava tutto nella tradizione delle sue montagne. Per questo la sua leggenda vive così a lungo, e conta forse più della sua storia.

Sul Rubello, il luogo della mattanza, poco è cambiato. Stesse ventose scarpate tibetane, stesso dio di ghiaccio che sovrasta le risaie vercellesi come l’Ararat la Mesopotamia. Tutto indica una montagna speciale, indomita e alacre: gobbi ponti medievali sospesi su forre terrificanti, cimiteri di venerabili corporazioni - muratori e cappellai, banchieri e tessitori - detentrici di segreti, chiese ornate di simboli massonici (stelle, svastiche e compassi) messe a capolinea di percorsi esoterici serpeggianti tra acque sorgive e massi ciclopici di granito. E poi una ghirlanda di santuari, spesso enormi, sproporzionati per quegli spazi pure immensi: chiese come il Sacro Monte di Varallo formicolante di statue o l´eremo di Oropa, il più grande delle Alpi, dove abita una nera Madonna e prima, al tempo dei Celti, abitò la Grande Signora della Notte.

Forse dietro a quell’enormità sacrale sta l’urgenza di tenere a bada l’anima inquieta di queste montagne che furono rifugio di elvezi, alemanni ed ebrei e videro le prime ribellioni anticlericali, le prime industrie tessili e le prime rivolte operaie d’Italia. L’ombra di Dolcino ne è l’incarnazione mitica. Un mito nato subito dopo la strage del Rubello, quando la vecchia leggenda celtica dei morti che cavalcano ogni anno le creste dei monti si attualizzò e divenne processione dei gàser, i Càtari sterminati dai papisti fra Alpi e Pirenei. Diventò - come spiega Carlo Ginzburg - rappresentazione dell’epopea dei "poveri cristi".

Già nel Seicento la Chiesa dovette correre ai ripari e inventarsi il falso storico delle "leghe valsesiane", coalizioni spontanee di montanari contro l’eretico, definito brigante e nemico della povera gente. La grotta di Dolcino sul Rubello venne battezzata "Tana del Diavolo" e la Valsesia costellata di lapidi celebranti la sconfitta del demonio. Non bastò: la memoria dei vinti era ancora lunga. Quando all’inizio dell´Ottocento il Piemonte ricominciò a puzzare di zolfo per l’ingresso in campo di forze mazziniane, egualitariste e anticlericali, un deputato progressista al parlamento subalpino, Angelo Broferio, si risolse a rompere la visione demoniaca di Dolcino scrivendone come di uno che «alle nequizie del clero» aveva opposto «la santità del Vangelo».

La Curia rispose facendo costruire sul Rubello un bel santuario dedicato a San Bernardo. «Ma il cielo non fu d’accordo», ghigna il valdese Burat, «e scaricò sulla messa inaugurale una tempesta così feroce che preti e chierichetti dovettero scappare a valle con ostensori e tabernacoli. I montanari urlarono al ritorno dei "Gàzzari" e a Cassato in Valsesia «la gente buttò la statua di Cristo nel fiume, dandogli poi fuoco e guadagnandosi l’epiteto sempiterno di Brusacrist». Intanto, con l’industrializzazione e la nascita di una classe operaia, s’era scoperto un "altro" Cristo, quello che camminava con i poveri.

È a questo punto che leggenda e socialismo si saldano. La montagna rilancia Dolcino per farne l’apostolo del movimento operaio. Nel suo nome si sciopera, si riuniscono i capi delle Leghe operaie, si stampano i primi fogli sovversivi e poi i giornali di area laico-progressista. Nel 1877, durante uno sciopero, i leader del sindacato tengono assemblea sul Rubello. Anche padroni come Emanuele Sella e la massoneria illuminata sentono il fascino del profeta dell’uguaglianza. Nel 1881 il Club alpino di Biella organizza una gita sul monte del massacro e persino il periodico conservatore L’eco dell´industria si chiede se sia giustificato «l’orrore che i più sentono verso Dolcino», battutosi contro «i deplorevoli abusi della Curia romana». Anche Antonio Labriola lo riabilita. E quando nel 1898 il generale Bava Beccaris a Milano fa sparare sui mendicanti e poi sulla folla, alcuni capi della protesta operaia, per non essere arrestati, vanno a rifugiarsi proprio sul Rubello, dove il primo maggio del 1900 innalzano una gigantesca bandiera rossa, visibile fino in pianura.

Nel 1907 - per i sei secoli dalla strage - gli operai decidono di dedicare a Dolcino un obelisco sulla cima del monte Massaro, di fronte al Rubello. Il giornale della Curia esce listato a lutto, chiede che si recitino novene per il fallimento dell’iniziativa, ma l´11 agosto all’inaugurazione arrivano in diecimila, inclusi i rappresentanti delle logge massoniche con i loro simboli.

Con i massacri al fronte, la disfatta di Caporetto e la Rivoluzione russa, i socialisti organizzano marce della pace, di nuovo in nome di Dolcino. Ma ormai lo scontro di classe sta diventando duro e l’erma in pietra ne diventa il simbolo. Basta che la sorveglianza si allenti e l’obelisco viene preso a picconate. Arriva il terrore fascista, Mussolini firma l’armistizio tra Stato e Chiesa dopo mezzo secolo di guerra fredda. Subito il monumento viene fatto saltare in aria durante un’esercitazione. Le Brigate nere fanno togliere le lapidi dedicate al ribelle e ammazzano a bastonate sindacalisti dolciniani.

Fatalmente sono gli antifascisti a rioccupare quei luoghi durante la Resistenza. Nel libro Il Monte Rosa scese a Milano il capo partigiano Cino Moscatelli racconta che in Valsesia le brigate hanno addirittura ispirato la loro strategia alla leggenda degli agguati dolciniani contro l’armata vescovile. Poi sulla leggenda scende il cloroformio democristiano, l’epopea viene cancellata dai libri di storia, finché negli anni Sessanta Dario Fo rilancia il montanaro rivoluzionario in Mistero Buffo, memorabile giullarata contro i poteri forti d’Italia. Ma dalla sinistra ufficiale non arriva nessuna riabilitazione. Per vedere un omaggio a Dolcino bisogna aspettare che si muovano i valdesi nel 1974, quando Tavo Burat fa mettere una lapide sui ruderi del monumento abbattuto e migliaia di montanari affluiscono alla cerimonia. Umberto Eco suggella il revival inserendo ne Il nome della rosa la storia di due frati dolciniani scampati al massacro.

Non bruciano più i roghi, ma l’ombra del ribelle fa paura ancora oggi. Quando nel 1980 una lapide a Dolcino viene ritrovata in uno scantinato del museo di Vercelli, la Sovrintendenza non dà il nulla osta per il ricollocamento. E quando nel 2000 la lastra di marmo viene finalmente reinaugurata in corso Libertà, il deputato Roberto Rosso, figlio delle risaie in forza tra i berluscones, protesta e chiede che l’omaggio a Dolcino vada tolto di mezzo, scatenando un codazzo di polemiche con manifesti anarchici, omaggi floreali del Partito radicale, insulti al sindaco, risse nella sinistra. La lapide rimarrà al suo posto, a segnare come un termometro di precisione la temperatura politica in Padania.

«Dietro la memoria di Dolcino c’è la rabbia della montagna per le sue sconfitte», dice Chiara Fiorina che gestisce un piccolo bar in località Balma sopra Biella. «È dura, è sempre più dura vivere quassù. Abbiamo contro tutto, l´Inps, gli uffici sanitari, il Tesoro…». Se rimane, Chiara, è solo per l’affascinante energia del luogo, l’amore per una terra estrema che ha dato i natali a pacifisti e combattenti, grandi missionari e duri ghibellini, predicatori rivoluzionari e preti capaci di decriptare i silenzi dell’Alpe. Trovi di tutto sui monti di Dolcino: soldati come Pietro Micca capaci di farsi saltare in aria per la patria, o come Antonio Gastaldi, passato ai briganti borbonici in nome della giustizia e della libertà. Grandi uomini d’ordine, ma anche geniali falsari come Samuele Farinet che batté moneta solo per togliere i montanari dalla miseria.
Paolo Rumiz
la repubblica, 6 maggio 2007

 

Prima lettera di Dolcino e Margherita ai valsusini in lotta

 

Cari valligiani ribelli,

è con uno slancio del cuore che abbiamo deciso di scrivervi. Da secoli ci aggiriamo, stanchi e obliqui, sopra i fatti del mondo, assistendo ad uno spettacolo avvilente e angoscioso: montagne sventrate dall’arroganza del danaro, vallate affogate nel cemento, fiumi color della fanga; e, soprattutto, genti rassegnate e chine. Se il dolore è più forte nel veder devastate zone a noi care, terre di comunanza, rifugio e resistenza, come la Val di Ledro, la Val Sabbia o il monte Rubello (che la toponomastica asservita chiama oggi S. Bernardo), nel mondo degli interessi meschini siamo sempre stati stranieri, mentre ci siamo sentiti a casa nostra ovunque la natura prospera rigogliosa e selvaggia e l’uomo vive in armonia con la terra che gli è madre, fratello del suo simile.

C’è capitato di rompere il nostro silenzio, scrivendo di tanto in tanto a uomini e donne dal cuore puro e dal braccio fermo per incoraggiarli nella battaglia per la propria libertà, ma l’astuzia della Storia (dei potenti) ha sempre fatto sparire queste nostre lettere. Sul finire del secolo apertosi con la morte sul rogo del nostro fratello Segalello, scrivemmo ai lollardi inglesi e, nella Pasqua del 1420, agli Adamiti, che predicavano in Boemia le dottrine dei Fratelli del Libero Spirito e della Libera Intelligenza. Scrivemmo a Thomas Müntzer e a Michael Gaismair durante quelle rivolte in cui, nella prima metà del Cinquecento, il “pover’uomo comune” fece rivivere lo spirito millenario della fratellanza contro i soprusi della toga, della tunica e dell’uniforme. Rivolte in cui la libertà si intrecciava con la difesa dei saperi e degli usi collettivi. Alla nostra epoca, sapete, c’erano parole simili per indicare la base delle comunità umane, per suggerire un certo modo di stare insieme. In Valsesia si chiamavano “vicinìe”, sull’Appennino “comunaglie”, sull’Altopiano di Asiago “fradelanze”, ma rinviavano tutte ad un’esperienza condivisa del mondo: la povertà. Pensate che ci fu un periodo – noi avevamo da tempo abbandonato questo mondo che bisogna abbandonare – in cui anche la parola repubblica (la “cosa di tutti”) aveva un suono dolce e promettente, non ancora falsato da un potere accentratore e tiranno. Con quale gioia, allora, vi abbiamo sentiti parlare e ridere della “Libera Repubblica di Venaus”! Con quale gioia abbiamo udito dei ragazzi valsusini urlare ai gendarmi “a Venaus abbiamo abolito il denaro”! Sapete, il nostro motto, per cui ancora oggi ci ricordano, era “tutte le cose sono di tutti”.

Abbiamo scritto, dicevamo, finché ci sono state congiure di uomini liberi contro l’imperio e il danaro, finché c’è stato qualcuno a cui scrivere. Abbiamo scritto al “capitano” Jonathan Swing e al “generale” Ned Ludd, affidando i nostri messaggi alla nebbia delle campagne e dei borghi inglesi sconvolti dalle prime aggressioni industriali; poi agli operai russi nel 1905, ai contadini spagnoli nel 1936 e ancora durante quella Resistenza in cui molti avrebbero davvero voluto far guerra ai Palazzi. Avevamo, per di più, in quest’ultimo caso, una ragione personale, se ci si perdona l’umana debolezza. Erano stati i fascisti, nel 1927, a bombardare sul Rubello l’obelisco che i socialisti avevano eretto nel 1907 in memoria di Dolcino (Margherita è stata scoperta dalla storia dei maschi solo in seguito). Era più di un tributo storico: proprio sul Rubello si erano infatti rifugiati i sovversivi in fuga dalle persecuzioni per i fatti di Milano del 1898…

Insomma, sono passati i decenni. Da allora quel “formicaio di uomini soli” che ancora chiamate società ci ha tolto ogni gusto per la parola. La passione che forza le catene della scrittura ci è tuttavia tornata vedendo quegli stessi sentieri partigiani ripercorsi da donne, uomini e bambini ostili ad un treno carico di sventure e difeso da mercenari in uniforme. Il 31 ottobre al Seghino e l’8 dicembre a Venaus eravamo con voi, valligiani fieri e testardi. Ancora una volta, sulle montagne.

Un tal ministro vi ha definito “sfaccendati”, qualcun altro “montagnini”. Le epoche passano, le menzogne restano. Noi fummo accusati di aver fondato una setta fra gente di montagna “rude, credulona, ignorante”. Credere a ciò che si vede, si sente, si vive invece che alle sirene dei cantori dell’Avvenire – non è forse questo, oggi come ieri, il peggior crimine di lesa maestà? Noi fummo bruciati vivi perché volevamo la felicità su questa terra, e non in un lontano aldilà. Per questo la “grande meretrice rivestita di porpora”, alleata del potere temporale, ci dichiarò eretici. Eppure, noi e voi sappiamo che perdere ogni rapporto sensibile con i propri simili, con la propria storia e con la propria terra è da sempre il modo migliore per finire con l’abbeverarsi alla fonte di tutte le fandonie. Diffidate sempre dei valori che non hanno i piedi ben piantati per terra. I montanari che ci ospitarono e ci difesero contro le persecuzioni scatenate da Clemente V e dai signori locali non sapevano che farsene di sistemi di misura estranei al loro sapere. Dieci soldi, cento ettari, due ore erano criteri astratti di un mondo astratto e crudele. Per loro un pascolo lo si misurava in base a quante bestie ci potevano mangiare, le distanze in base ai giorni di cammino necessari per percorrerle, i raccolti in base ai cicli della luna. La semplicità della loro vita, la povertà come esperienza non mediata del mondo, ci fece accogliere come fratelli, perché il nostro cristianesimo si fondeva con le loro esigenze più profonde. Quell’incontro non cambiò solo loro, ma anche e soprattutto noi. Dal 1300 in poi ci siamo sempre spostati per fuggire le attenzioni moleste dei nostri inquisitori, vivendo pacificamente nell’attività manuale e nella predicazione. Fu sempre la povera gente ad ospitarci. A Cìmego, nelle valli del Chiese, fu un fabbro, Alberto, fratello apostolico anch’egli da diverso tempo, ad aprirci la porta di casa e della fucina. A Gattinara, in Valsesia, fu un contadino, Milano Sola (che i nostri fratelli trentini ripagarono insegnando alle genti di lì la coltivazione della vite). Nelle loro comunità ci trovammo sempre tra uguali, poveri tra i poveri e poi ribelli tra i ribelli. I signorotti locali, che ci spalancarono le corti per arruolarci nelle loro sanguinose beghe, furono sempre pronti a venderci. In montagna, invece, i “rudi, i creduloni e gli ignoranti” vendettero cara la propria pelle per difendere noi, foresti portatori di grattacapi. Le nostre ispirazioni e la loro vita collettiva si incontrarono: fu la folgore. Con noi c’erano molti che si erano uniti nel viaggio dalle valli del Chiese alla Valsesia, passando sui monti di Brescia, Bergamo, Como e Milano. Fiorino, Giacomino, Oprandino, Longino, Federico, Catarina… tanti fratelli e sorelle spinti dall’esempio di una vita più semplice e più libera, di una comunità aperta a tutti, uomini e donne, sposati e nubili, vecchi e bambini. Una comunità in cui la donna era libera, custode del rapporto con la natura, la prima a saltar sui precipizi. Con quale gioia, allora, abbiamo visto le donne in prima fila nella vostra lotta, cuore pulsante dei presìdi e segnalatrici di tempesta!

La vita in montagna ci cambiò, dicevamo. Non avevamo mai pensato, prima di arrivare nel Vercellese, di prendere le armi contro le persecuzioni della Chiesa e dei feudatari. Furono i montanari, conoscitori delle rocce e abili con l’arco, a insegnarci a resistere. Noi avevamo solo illuminato alcune ragioni di una rivolta che loro covavano e praticavano da secoli. E come li ha ripagati la Storia (dei potenti), questi montanari generosi e caparbi? Con il massacro prima e con la menzogna poi. Alla furia dei suoi mercenari seguì la ferocia perbene dei suoi scribi, dei suoi cronachisti, dei suoi commentatori. Per spezzare quell’amoroso legame, quella carnalità celeste che univa la nostra dottrina e le genti di montagna sono arrivati ad inventarsi delle Leghe popolari valsesiane contro di noi. Aumentando a dismisura il nostro numero (più di quattromila laddove eravamo appena qualche centinaio), ci hanno sottratto sulla carta l’appoggio popolare. Ma avremmo mai potuto noi resistere più di tre anni in zone tanto dure e inospitali, fra “nevi altissime, vie inesplorate e luoghi impervi”, senza la complicità dei loro abitanti? Veramente il potere avrebbe inviato un corpo specializzato di balestrieri da Genova per sconfiggere chi, come noi, con l’arco non era certo un portento? Tutto ciò non vi ricorda qualcosa, cari valsusini? Nel vostro caso, hanno invertito la menzogna, ma per ottenere un identico risultato: negare la dimensione popolare della lotta. Non hanno forse cercato, gli odierni Clemente V, di far credere che dietro la vostra resistenza c’era solo un pugno di anarchici, sovversivi, “terroristi” abilmente infiltratisi? Ma se così fosse avrebbero davvero mandato le loro truppe, ancora una volta, fin da Genova?

La fermezza con cui avete respinto queste odiose e patetiche macchinazioni intese a dividervi, la caotica armonia con cui le vostre esigenze di lotta si sono incrociate con le idee e i sogni di tanti venuti da ogni parte d’Italia – ecco per noi una gioiosa vendetta della storia degli oppressi contro le menzogne degli oppressori. Come sbavavano dalla brama di spingervi a creare Leghe valsusine contro i foresti sobillatori! Sobillatrice, invece, è diventata l’intera valle. Sarà ancora “düra”, come non smettete di ripetere (e quando un motto di spirito, lanciato in una notte fredda avara di legna secca, si diffonde così velocemente, al riparo dalle gazzette e dalle televisioni, significa che il suo messaggio è davvero universale), perché la vostra avventura collettiva è una promessa di libertà...

Finora vi hanno colpito da destra. Aspettatevi ora le nerbate da sinistra.

I nostri più accaniti inquisitori, come sapete, furono sempre i Minori, cioè i francescani diventati ordine istituzionale. Si richiamavano a Francesco ma giustificavano una Chiesa ricca e potente. Si chiamavano fratelli, ma odiavano la fratellanza. Loro fecero bruciare il buon Segalello nel luglio del 1300, lui che non si portava seco nemmeno il pane che non consumava sul posto, perché già quella la considerava accumulazione; lui che aveva regalato tutti i suoi beni a ladri e giocatori, per pubblico disprezzo della ricchezza; lui che vedeva nelle merci un ostacolo ad un’esperienza non mediata del mondo. Furono i francescani a bruciare la moglie di fra Alberto il fabbro con altri due fratelli; a processare e punire decine di “dolcini” fino alla fine del Trecento; a far cucir sui loro abiti un marchio di infamia (non vi ricorda niente?). Ancora oggi, i più acerrimi nemici dell’emancipazione sono quelli che se ne riempiono la bocca. Provengono dal movimento operaio, per questo sono così abili nell’asservire i lavoratori. Si chiamano tra loro “compagni”, come i nostri inquisitori si chiamavano “fratelli”. Ma quanti di questi “compagni”, nel breve far d’un secolo, hanno venduto e represso chi voleva liberarsi assieme agli altri oppressi? Al punto che la stessa parola “compagno” – che un tempo indicava l’altro con cui spezzare il pane o con cui fare un pezzo di cammino – è oggi fonte di diffidenza e di amarezza, legata com’è a una sequela di tristi disillusioni…

Tra questi “compagni”, i più vicini al potere (come, all’epoca, i nostri domenicani), mercanti in un mondo di mercanti, hanno già detto da che parte stanno: contro di voi. Statene certi: i “compagni” Minori avranno il ruolo più sottile di spingervi a trattare e a democraticamente desistere. La loro sarà una repressione lodativa.

Mentre planano sulla vostra valle gli avvoltoi della politica, con i loro specialisti in “democrazia partecipativa”, venditori di palliativi di fronte ad un sistema che sta portando al collasso ecologico e sociale, abili estensori di programmi per farvi partecipare al vostro imbrigliamento, è necessario – permetteteci il consiglio fraterno – che comprendiate appieno quello che avete già fatto.

Avete cacciato manipoli di tecnici e schiere di agenti, avete creato un villaggio tra una barricata e l’altra, avete portato più cibo di quanto potevate mangiarne e più grappa di quella necessaria a scaldarvi il cuore. Avete sbalordito non solo gli amministratori, ma anche i comitati di lotta. Avete ravvivato quel movimento storico che ha sempre spinto la coscienza pratica più in là dei discorsi e della teoria. Avete detto “NO” al nemico, riversando i vostri “sì” nei rapporti sociali, nei desideri, nell’arte della falegnameria e del blocco stradale. Come in tutte le esperienze collettive che spezzano l’ordine della passività, le vostre forme organizzative sono in costante divenire. D’altronde, che modelli proporvi? La democrazia diretta, i Consigli operai, la Comune? Sarà la lotta a suggerirveli, come suggerì ai lavoratori del ventesimo secolo la consapevolezza che la delega irresponsabile (ai dirigenti, agli esperti, ai portavoce) andava sostituita con il mandato imperativo e revocabile in ogni istante da parte delle assemblee; che i delegati, insomma, non dovevano essere permanenti né, tanto meno, stipendiati. Non a caso la pratica dell’autorganizzazione è nata prima delle teorie su di essa. Il motivo è semplice. La qualità della partecipazione di tutti alle decisioni comuni è strettamente collegata alla capacità di dire “NO”. Senza lotta, infatti, non esiste partecipazione di sorta, ma solo la possibilità di accettare decisioni già prese altrove. Inoltre, come avete provato direttamente, decidere in prima persona non è soltanto più efficace, ma anche più appassionante. Ci state prendendo gusto, si vede: assemblee affollate, dibattiti accesi e franchi, pensionati in trasferta per le manifestazioni, una ritrovata socialità, dopo anni e anni passati nell’isolamento, ciascuno a perdere la vita per guadagnarsela. Non avete bisogno, credeteci, di formulare chissà quali “proposte politiche”: l’innalzamento del piacere di vivere è da sempre il criterio più affidabile, la sola proposta che risulti inaccettabile in questo mondo al rovescio.

Dalla Parete Calva al monte Rubello, dai piccoli villaggi alle vette innevate, noi abbiamo resistito così a lungo perché ciò che ci legava erano un sogno e un grande sentimento: la complicità che si rivela agli umani quando mettono in gioco se stessi e il proprio futuro. In quei momenti la comunanza con i propri simili rompe le gabbie del Tempo (questa “invenzione degli uomini che non sanno amare”, come abbiamo letto di recente in un grazioso libercolo circolato dalle vostre parti), fa dialogare gli uomini d’oggi con i morti, i vivi e i nascituri, spinge le passioni attraverso le epoche, con balzi di tigre. Un piccolo esempio. Far risuonare un allarme collettivo per segnalare un pericolo è una pratica montanara che si perde nella notte dei tempi. Così, dopo le brutali e ignobili cariche dei gendarmi, il 6 dicembre a Venaus – non s’era ancora levato il sole – si sono udite le campane e una sirena: la memoria sotterranea riannodava all’improvviso fili secolari... La complicità, cari valligiani, è un sentimento sublime. Tornassimo indietro, rifaremmo ciò che abbiamo fatto, fin sopra un carro o sopra un torrente, presi di nuovo a far di noi stessi fiamma. L’affetto di tanti fratelli e di tante sorelle è ancora qui al nostro fianco, settecento anni dopo. Ma la complicità autentica è rara. Diffidate di chi non dissolve nelle comuni battaglie le proprie appartenenze di bottega e di parrocchia, lesto nel rivendicar meriti e abile nel vender santini. Diffidate di chi, accorso fra di voi, pretende odiar l’odioso Treno ma nulla dice, o fa, contro un mondo di macchine e di baiocchi: lisciar il pelo ed essere solidali davvero sono cose affatto diverse, come il seguito non mancherà di mostrare.

Un goriziano d’altri tempi, che nell’animo come nelle vallate cercava sempre i sentieri scoscesi, scrisse: “Meglio non veder dove si va che andar soltanto fin dove si vede”. Non abbiate paura. Se le mosse del nemico segneranno le vostre occasioni, sarà la libertà a suggerirvi il cammino.

Fidatevi solo di lei, e tutto andrà per il meglio.

Da nessun luogo, febbraio 2006

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