La sconfitta del neocapitalismo municipale

 

Il secondo governo Berlusconi non ebbe alcun dubbio. Addirittura cercò (con la finanziaria del 2003) di imporre la messa fuori legge della gestione diretta, in economia, dei servizi pubblici locali. La parola d'ordine fu "tutto al privato".

Fra le forze del centrosinistra la battaglia é stata molto dura anche perché fin da prima dell'accordo sul "Programma dell'Unione" la maggioranza, autodefinitasi «riformista», navigava sostanzialmente nella stessa direzione del governo berlusconiano.

Per i DS e la Margherita, soprattutto, la priorità doveva essere la «salvezza» dei servizi pubblici locali dallo "statalismo" per renderli più efficaci, efficienti ed economici. A tal fine, si sono battuti per l'adozione di tre soluzioni: primo, l'abbandono della pubblicità della gestione ed il suo affidamento ad imprese private SpA sottomesse al principio della libera concorrenza sui mercati nazionali ed internazionali; secondo, la copertura dei costi dei servizi tramite il prezzo di mercato (applicazione del principio imposto dalla Banca Mondiale del «full cost recovery principle» e dalla scuola francese dell'acqua che dice «l'acqua paga l'acqua»); terzo, aprire al capitale privato il finanziamento degli investimenti pubblici nelle infrastrutture e nei beni d'utilità pubblica.

Dall'altro lato, la minoranza, le componenti progressiste (i Verdi, per esempio) e la sinistra "radicale" (in particolare Rifondazione comunista ed il PDCI). Per queste, la priorità, invece, doveva andare alla ricostituzione del vivere insieme partendo dalle comunità locali e da un rinnovato governo pubblico dei beni comuni e dei servizi pubblici. A tal fine, hanno cercato di arrestare i processi di mercificazione, liberalizzazione e privatizzazione dei beni essenziali ed insostituibili alla vita ed all'esistenza di una comunità umana che sono l'acqua, il territorio, l'energia, la salute, la conoscenza, l'educazione, i trasporti, le telecomunicazioni...

Con il "Programma dell'Unione", la maggioranza riesce ad imporre le sue scelte proseguendo sulle linee tracciate dal centrodestra. La minoranza ottiene, al riguardo, una sola cosa: l'esclusione dei servizi idrici dai processi di privatizzazione e di liberalizzazione. Non é molto, ma il principio della "res publica" é salvato, almeno provvisoriamente.

La formazione del nuovo governo Prodi ed i suoi primi atti (vedasi la proposta dei decreti Bersani e Lanzillotta) confortano il potere dei propugnatori della trasformazione generale delle "vecchie" imprese municipali ("le municipalizzate") in SpA (a capitale sociale pubblico, misto o privato). L'entusiasmo della maggioranza "riformista" è grande. I "liberalizzatori" vogliono andare di fretta: hanno fretta di fare dei Comuni dei soggetti azionisti (co)proprietari di imprese lanciate alla massimizzazione dei profitti (piuttosto sicuri perché ricavabili dalla vendita di servizi cui nessuno può rinunciare); esaltano "il privato é meglio" per la trasformazione del sistema produttivo italiano; celebrano la creazione di imprese multiutilities (operanti simultaneamente in diversi settori: energia, acqua, rifiuti; energia, trasporti, telecomunicazioni... e quotate in Borsa) aperte ai mercati europei ed internazionali come la via più promettente per il futuro competitivo delle città italiane; glorificano la nascita di un neocapitalismo municipale considerato l'avanguardia del rinnovo dell'economia pubblica e privata in Italia. In linea con la cultura della "terza via", la nuova maggioranza vede nell'alleanza tra capitale pubblico e capitale privato in seno alle SpA multiutilities - soggetto giuridico privato - la via italiana al nuovo capitalismo mondiale delle reti, dell'economia dei flussi, dei "beni territoriali" competitivi, dei servizi di prossimità delocalizzati nel contesto di una globalizzazione finanziaria dominata dalla finanza privata.

Sostenuto, fino a poco tempo fa, anche dal grosso della classe dirigente sindacale, il neocapitalismo municipale multiutilities si impone in pochi anni in Emilia Romagna, in Lombardia, in Veneto, in Piemonte, nel Lazio e poi via via nelle altre regioni italiane. Il governo Prodi non fa nulla per arrestare la tendenza alla trasformazione delle città in conglomerati di SpA "regionali" vuoi "nazionali", dove i Comuni diventano azionisti ("shareholders") sempre più interessati al livello dei profitti rientranti nelle casse comunali, e dove i consigli municipali, provinciali e regionali eletti, sono trasformati in "portatori d'interesse" ("stakeholders") clientelari nei confronti degli amministratori delle SpA.

Ma la minoranza non abbandona la battaglia. Ogni qualvolta la maggioranza "riformista" tenta - il che succede a più riprese - non solo di consolidare la vittoria ma addirittura di eliminare la resistenza rappresentata dall'eccezionalità riservata all'acqua, la minoranza si oppone con tenacia e rigore, in ciò sostenuta da un crescente movimento popolare dell'acqua che, partendo dalle azioni lanciate in Italia, fine anni '90 - inizio anni 2000, dal Comitato per il Contratto Mondiale dell'Acqua, diventa sempre di più un movimento di mobilitazione cittadina radicato sul territorio, un movimento anch'esso municipale. Al neocapitalismo municipale multiutilities si oppone un neomovimento sociale municipale in favore dei beni comuni, della "res publica".

Di tanto in tanto, qui e là, é capitato di assistere a dei cedimenti e "tradimenti". L'attrazione del potere (entrare a far parte di giunte comunali, provinciali, regionali, o di consigli di amministrazione delle SpA...) è "umanamente" forte. Su un altro piano, l'esperienza di 18 mesi da me vissuta in quanto presidente dell'Acquedotto pugliese testimonia dei pochi momenti in cui anche parte dei dirigenti della sinistra radicale hanno dato prova di debolezza ideologica e di opportunismo politico.

Sono stato chiamato alla presidenza con il compito di partecipare alla ripubblicizzazione dell'Acquedotto SpA, per poi sentirsi dire che la trasformazione della SpA in ente pubblico era un problema "ozioso", d'importanza secondaria, e che non v'era nulla di male nella dipendenza finanziaria ed economica dell'Acquedotto dal rating delle società finanziarie internazionali private o nella permanenza dell'Acquedotto pugliese come membro contributore principale della Federutility, la "Confindustria" dei servizi di pubblica utilità apertamente favorevole alla liberalizzazione e privatizzazione dell'acqua.

Fortunatamente, a livello nazionale, le forze progressiste e della sinistra radicale non hanno ceduto. Anzi sono riuscite il 30 maggio scorso (data da ricordare) a far accettare dalla maggioranza "riformista" un accordo sulla esclusione dei servizi idrici dai processi di liberalizzazione e di privatizzazione. L'accordo stabilisce che: a) la moratoria degli affidamenti del servizio idrico integrato scade quando sarà approvata una nuova normativa sull'acqua nel contesto del nuovo decreto sulla delega ambientale (il famoso "152" sospeso dal governo Prodi) in corso di discussione in commissione parlamentare; b) il blocco degli affidamenti concerne gli affidamenti a società miste ed a società private. Restano possibili gli affidamenti a SpA a capitale sociale interamente pubblico; c) il Ministro dell'Ambiente si é impegnato a presentare un rapporto sullo stato dell'acqua in Italia dopo l'approvazione del nuovo decreto "152".

La possibilità di continuare ad affidare il servizio idrico integrato a SpA a capitale sociale interamente pubblico costituisce l'unico aspetto potenzialmente critico dell'accordo. Si può argomentare quanto si vuole in merito, ma una SpA anche se a capitale sociale interamente pubblico non è un soggetto pubblico, è un soggetto privato. Il diritto di imprese non prevede la categoria di SpA pubbliche. Verosimilmente questo è stato "il prezzo del compromesso", dettato anche da ragioni pratiche obbiettive: la grande confusione normativa esistente in materia non permette, dell'avviso dei più (che non condivido), affidamenti ad enti pubblici ed aziende speciali. Un blocco relativo anche alle SpA a capitale interamente pubblico condurrebbe oggi alla paralisi completa della gestione dell'acqua in Italia.

L'accordo del 30 maggio, dunque, è un grande passo in avanti. Esso apre la via alla definizione e messa in opera con rigore di una nuova politica idrica italiana centrata su "un governo pubblico dell'acqua, di tutte le acque".

L'accordo ha due grandi valenze politiche: esso rappresenta una prima sconfitta del neocapitalismo municipale multiutilities ; secondo, costituisce una smentita forte di tutti coloro che, in Italia in particolare, da destra e dal mondo degli autodefinitisi "riformisti", tentano da tempo di delegittimare la politica "sbandierando" una "crisi della politica" per esaltare, invece, il ruolo dell'"economia" e del mercato come soggetti più legittimi ed idonei per un governo delle società contemporanee, non solo a livello locale/nazionale.

Il neocapitalismo municipale multiutilities, promosso non solo dai governi Berlusconi ma anche dalla maggioranza delle forze del centrosinistra, ha significato la trasformazione del sistema produttivo italiano, a partire dai sistemi locali, tramite la creazione di imprese multiutilities quotate in Borsa, aperte ai mercati europei ed internazionali, e fondate sull'alleanza tra capitale pubblico e capitale privato in seno a SpA multiterritoriali. Il tutto in applicazione di tre principi, considerati lo strumento principale per «salvare» i servizi pubblici locali dallo "statalismo"e renderli più efficaci, efficienti ed economici : primo, l'abbandono della pubblicità della gestione ed il suo affidamento ad imprese private SpA conformemente al credo che "il privato é meglio"; secondo, la copertura dei costi dei servizi tramite il prezzo di mercato secondo il principio imposto dalla Banca Mondiale del «full cost recovery principle"; terzo, aprire al capitale privato il finanziamento degli investimenti pubblici nelle infrastrutture e nei beni d'utilità pubblica.

E cosi è stato. Sostenuto, fino a poco tempo fa, anche dal grosso della classe dirigente sindacale, il neocapitalismo municipale multiutilities si è imposto in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, nel Veneto, in Toscana e poi gradualmente nel resto dell'Italia. L'accordo é un arresto a tale processo. Il nuovo quadro normativo che emergerà metterà fine ad una duplice colonizzazione: la colonizzazione dei Comuni ad opera della finanza privata; la colonizzazione dell'acqua delle regioni del Mezzogiorno ad opera dei capitali del Nord.

Una "prima" sconfitta del neocapitalismo municipale multiutilities significa che debbono esserci altre sconfitte. Ma non è facile dire se la sconfitta denoti l'apertura di una falla importante nel neocapitalismo all'italiana e, anche, nel neocapitalismo in generale. Il fatto che il neocapitalismo "tout court" sia diventato (dal livello mondiale a quello locale) sempre più finanziario è foriero di gravi disfunzionamenti e crisi nei prossimi anni. Al momento quel che pare sicuro è il fallimento del social-liberismo o liberal-socialismo (vedi la triste fine del blairismo, le difficoltà dell'India e del Brasile...).

L'accordo del 30 maggio é, inoltre, uno schiaffo a tutti coloro che stanno tentando di delegittimare la politica perché esso ha confermato che, in democrazia, la forza della politica risiede nel legame stretto tra i cittadini e le istituzioni rappresentative. La prima sconfitta del neocapitalismo municipale multiutilities è stata possibile proprio in Italia, a proposito dell'acqua, perché nel nostro Paese si è sviluppato uno dei più forti movimenti in Europa di lotta per l'acqua bene comune e per il diritto umano all'acqua. Iniziata più di dieci anni orsono, fra gli altri, dal Comitato italiano per il contratto mondiale dell'acqua, la lotta per l'acqua vede oggi impegnati in un largo Movimento italiano dell'acqua migliaia di cittadini in sostegno della legge nazionale sull'acqua di iniziativa popolare. Forti di questa mobilitazione, i rappresentanti di Rifondazione comunista, dei Verdi e dei Comunisti italiani, in seno al Governo ed alle istituzioni rappresentative, sono riusciti a tenere duro ed a sconfiggere i promotori degli interessi privati, specie finanziari. La "res publica" ne esce rinforzata. È un bel giorno d'incoraggiamento per il futuro.

Ciò significa che la lotta politica coerente, continua, di ogni giorno, senza cedimenti sui principi ma, anzi, ispirata dalla difesa di principi basilari forti non oggetto di compromessi, è pagante. Bisogna per questo rendere omaggio alle forze politiche testé menzionate per aver saputo condurre tale lotta politica. È urgente che l'alleanza realizzata nel campo dell'acqua tra cittadini attivi organizzati, per migliaia, nel Movimento italiano dell'acqua, ed i rappresentanti eletti si affermi anche nel settore del diritto all'alloggio, dell'educazione/conoscenza, dell'energia e della salute. Certo, è interessante discutere sulla possibilità o l'impossibilità dell'esistenza di un "governo amico". Quel che conta però é che l'alleanza ci sia. Il resto rischia di cascare nella fallacia dell'infantilismo movimentista narcisista o nell'avventura piratesca.

Tocca ora alle forse progressiste e di sinistra di non perdere il "capitale politico" cosi ottenuto e di agire rapidamente in favore di un sempre più stretto coordinamento fra loro. Non è tempo di giocare alle prime donne, da nessuna parte.
Riccardo Petrella (Presidente dell’Università del bene comune)

 

http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11979.html, 1 giugno 2007
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