Costumi e malcostumi italici

Un paese col buco

 

L’Italia è una nazione con il buco dentro. Un vuoto che accompagna l’italiano dalla culla alla bara. Non se ne accorge neppure più. E sprofonda, sprofonda. Quando va all’estero non trova inceneritori, traffico, sporcizia, maleducazione, burocrazia, pregiudicati in Parlamento, impunità, tariffe dei servizi pubblici da strozzini. Non trova neppure Tronchetti Provera, Geronzi, Berlusconi e Andreotti. E questo lo fa stare meglio. Cambiato. Ma al rientro gli bastano cinque minuti per adeguarsi e diventare il solito italiano di m. Si può dire m.? Non è vilipendio della nazionalità, ma una questione di sopravvivenza. Se l’italiano onesto, soprattutto quello onesto, non fa come gli altri è tagliato fuori. E se protesta può finire male, denunciato, minacciato, querelato, in galera.

Qualche volta sparato o gettato da un cavalcavia. In Italia l’economia è un concetto romantico, tramontato. Sostituita dalla finanza, dai debiti, dai Ricucci, dai Coppola, dai Fiorani, dai Consorte, dai Fazio. La lista è interminabile, sfiancante, come quella dei truffati dai tango bond, dai Parmalat bond o con titoli Telecom di carta straccia. Intorno al buco c’è un altro buco: le concessioni. Acqua, etere, riscaldamento, elettricità, strade regalate agli amici degli amici. Regalate, perché se un privato bussa alle porte dello Stato e compra senza soldi, indebitando l’azienda, si può parlare solo di regalo. I politici hanno regalato, regalano, i nostri bisogni primari, la nostra vita, a imprenditori con le pezze al culo in cambio di simpatia, connivenza, finanziamenti.

L’Italia è sfiancata, rabbiosa. Il Parlamento è più squalificato di Scampia. Le nuove generazioni la pensione non l’avranno. E neppure il posto di lavoro. Hanno lo schiavismo a norma di legge Biagi. Il rischio d’impresa sulle spalle dei ragazzini, non dell’imprenditore. Che meraviglioso paese. Una domanda bisogna però farsela. Se non si produce ricchezza. Se la pubblica amministrazione ha quattro milioni di persone, pari alla popolazione dell’Irlanda. Se il nostro debito pubblico è tra i più alti del mondo e se, quando attraversiamo sulle strisce, veniamo investiti, come è possibile tirare avanti? Forse siamo dentro a un sogno e ci sveglieremo in Argentina. O forse sono le rimesse mafiose a tenere in piedi il paese. Le rimesse delle Mafie che hanno attuato la secessione di fatto in Sicilia, in Calabria, in Campania sono la nostra ultima risorsa. Se questo è vero bisogna incoraggiare la criminalità organizzata. Tagliare i fondi ai tribunali, alla Giustizia. Nominare alla Commissione Antimafia dei pregiudicati come Pomicino e Vito. Proprio quello che sta facendo il governo. Gli italiani hanno voltato pagina con le elezioni. E si sono trovati Mastella alla Giustizia, il conflitto di interessi, l’ex Cirielli, la Pecorella, l’indulto. Il copione è sempre lo stesso e gli italiani anche.

Beppe Grillo

 

Questo testo è tratto dalla prefazione al libro di Oliviero Beha «Italiopoli» che viene presentato domani a Cogolo di Peio, nella sede del Parco dello Stelvio.

l'Adige, 1 agosto 2007

 

La palude del potere

La tragica «Italiopoli» di Oliviero Beha
«Tutto è noto, ma chi grida il re è nudo?»

 

Per gentile concessione della casa editrice Chiarelettere, pubblichiamo il capitolo «Lo sciopero delle notizie» del libro «Italiopoli» (prefazione di Beppe Grillo, 250 pagine, 13,60 euro).

 

Nell'Italia degli anni '60 e '70 a quel che mi ricordo da studente universitario e poi in cerca di prima, avventurosa occupazione, dei cosiddetti Misteri d'Italia non si sapeva nulla o quasi. Almeno è questo il ricordo generazionale che ne ho. E di Misteri ce n'erano a bizzeffe, tra mafia, terrorismo, attentati, scandali, intrecci eccetera. Oggi, paradosso estremo che mischia sostanza e forma della comunicazione, di misterioso in questo paese c'è sempre meno, tutti si tirano addosso gli stracci, gli arcana imperii sono quasi dissolti, volendo le cose anche più delicate e rognose si conoscono, si leggono, si vengono a sapere. Anzi no, non si vengono a sapere perché come ci insegnano i filosofi non tutto ciò che è noto è conosciuto.

Da un lato bisogna sapere di sapere, averne coscienza, dall'altro ci sono dei marchi, dei timbri, dei suggelli della comunicazione che la rendono comprensibile e assodata. Una specie di autenticazione che però non necessariamente ne attesta la veridicità: per esempio la prima serata televisiva, oppure una campagna sui giornali non estemporanea ma continua e approfondita, con eco appunto radiotelevisiva. Allora, solo allora e comunque con fatica perché le notizie vengono polverizzate e i destinatari di esse sono diffidenti, scettici, menefreghisti, faziosi, acritici, in definitiva distratti e a sé stanti, si può forse dire che ciò che è noto sia noto per davvero e alla maggioranza dell'opinione pubblica, sia insomma conosciuto, come chi ha vinto le elezioni o lo scudetto del pallone...

 

Quanti conflitti a nostre spese...

Non ci credete? Riprendiamo dai due libri appena menzionati. Nel primo, «Il governo dei conflitti», assai chiaro e ben documentato, c'è una rivisitazione del caso clinico Italia in fatto di conflitti d'interesse a tutti i livelli come fondamenta sfondate del paese, naturalmente a partire da quello colossale di Silvio Berlusconi, di cui però si analizza un aspetto solitamente assai meno dibattuto. E cioè l'ombra lunga gettata dal Berlusca, e dalle sue faccende mischiate tra loro a spese nostre, su tutti quei conflitti di interesse degli altri, dei suoi competitor politici, imprenditoriali, finanziari, calcistici eccetera. Presi come eravamo ad attaccare il Cavaliere o Caimano che sia per i suoi pasticci eclatanti, abbiamo trascurato la palude dei conflitti di interesse anch'essi enormi degli altri, «solo» perché erano un po' di meno e un bel po' meno vistosi.

Ma la palude riguarda tutti. Tesi documentata. Leggere per credere. Dunque qualcosa su questo versante si sa, e si scrive. E si legge anche. Ma evidentemente non basta. Come è ricco di dimostrazioni patenti delle nequizie del giornalismo nostrano il secondo libro da cui prendo le mosse, «La scomparsa dei fatti», in cui Travaglio passa in rassegna i mostri e mostricini della nostra informazione di compagnia nei confronti del potere, di tutti i poteri, invece che esserne il classico «cane da guardia» all'americana. Ce n'è – e giustamente – per tutti o quasi, nomi e cognomi, trasmissioni, titoli, articoli eccetera. Poche opinioni e molti fatti, cioè il resoconto fattuale di come le opinioni, o meglio l'uso/abuso indefesso di esse in una corsa interessata, disperata e perfino un po' patetica a tirare l'acqua a qualche mulino di potere, abbiano raschiato via dai luoghi deputati dell'informazione il racconto dei fatti.

Quindi Veltri e Paola illustrano dei fatti, delle situazioni, delle responsabilità e dei reati, Travaglio sciorina con evidenza inconfutabile la quasi impossibilità di tradurre tutto ciò in notizia cubitale appunto nota e magari conosciuta. Ho detto «quasi» perché l'autore, eccellente cronista prima giudiziario e poi politico e di costume, apparentemente animale a sangue freddo adatto, adattissimo a colpire nella savana Italia, in effetti allude alla possibilità di fare ancora informazione nei libri o su qualche giornale. Come sta facendo un po' borgesianamente (cfr. Jorge Luis da trattoria) qui chi scrive. Io, insomma. Ma all'inizio del suo saggio, a dimostrazione reale della sua impalcatura concettuale, Travaglio cita la vicenda assai significativa di un suo libro precedente, firmato con quel medesimo Veltri autore dell'altro libro menzionato, e precisamente «L'odore dei soldi», per gli Editori Riuniti. In esso veniva indagata e quindi egregiamente ricostruita, tra sospetti, palesi incongruenze pubbliche, sentenze della magistratura e una montagna di documentazione, la storia del denaro dell'uomo oggi più ricco d'Italia, quando ancora, anni '60 e '70 (che strano, li ho già nominati due volte in poche pagine...), però non lo era. Uscito nel febbraio 2001, alla vigilia delle elezioni politiche, fece scandalo quasi esclusivamente perché Travaglio fu ospite di un programma tv del satirico Daniele Luttazzi, con strascichi enormi e abnormi (l'acme della battaglia del Berlusca contro l'uso fazioso della televisione da parte dello schieramento politico contrapposto, chiamato di centrosinistra, da cui poi discese l'editto di Sofia del Caimano contro il diversissimo trio Luttazzi, Biagi, Santoro martirizzati nello stesso canestro censorio).

Il libro in questione ha sfiorato credo il mezzo milione di copie di vendita e, per fortuna degli autori, dell'opinione pubblica e di me che lo cito, ha superato tutte le prove giudiziarie cui è stato sottoposto dalla contraerea berlusconica. Travaglio lo cita, come cita successive, recentissime polemiche dell'estate 2006 dopo l'approvazione della legge sull'indulto, su cui tornerò, come esempio palese del fatto che nessuno abbia discusso il merito delle accuse, della ricostruzione, del libro nel suo complesso, via, mentre tutti l'hanno adoperato come un'arma tirandoselo addosso da una parte e dall'altra. Nessuna discussione sui fatti riportati, sulla loro verità in effetti come detto mai smentita, e invece un napalm mediatico sul libro come contenitore di notizie e sulla tv come contenitore/vetrina del libro stesso. Tutto ciò sarebbe già molto interessante di suo, se non comportasse una ulteriore serie di interrogativi di cui non si è parlato né si parla pressoché mai, che snocciolo prima di arrivare al ministro del Governo Prodi della cui identità vi ho promesso lo svelamento.

Per esempio, a quanto pare un medico all'epoca in Parlamento eletto nelle liste dell'Ulivo, Veltri appunto, e un giornalista, Travaglio, erano in condizioni di ricostruire in toto o in parte le origini dell'ascesa del Berlusca, candidato a tornare alla guida del paese, come è poi avvenuto, per cinque anni. Ebbè? Tutto ciò lo sapevano Veltri e Travaglio e non lo sapevano, per dire, Prodi e D'Alema (nell'ordine, perché il secondo è all'origine professionale un giornalista...)? Se non sapevano nulla, avremmo a che fare, allora come ora notate bene, con due boy-scout forse leggermente inadeguati alle loro responsabilità. Se sapevano tutto, e non hanno detto nulla pubblicamente, sono semplicemente dei correi. Sono quindi solidali con Berlusconi nella gestione (che loro stessi definiscono secondo gli sbalzi d'umore «fallimentare » o «delinquenziale») di questo paese.

Quale è delle due la risposta giusta a questo quiz di qualche interesse non tanto per ieri ma per domani, mentre leggete? Secondo Veltri, e un altro suo libro cronologicamente collocato tra i due citati, e precisamente nel 2005 per gli Editori Riuniti, ossia “Il topino intrappolato”. Legalità, questione morale e centrosinistra, non ci possono essere dubbi di sorta. Non sono affatto dei boy-scout: basta leggersi (alle pagine 40, 41 e 42) le citazioni letterali di Luciano Violante, alla Camera dei deputati, il 28 febbraio 2002, rivolto all'onorevole Anedda su accordi presi con Berlusconi nel 1994, e precedentemente proprio di Massimo D'Alema sempre alla Camera, il 22 luglio 1998, a Commissione Bicamerale spappolata, per desumerne senza sforzi immaginativi o interpretativi che c'era stato a più riprese un tavolo comune.

 

Le notizie che non escono

Un tavolo tra avversari politici, uno dei quali, appunto Berlusconi, è proprio quello il cui fenomenale sviluppo economico e poi politico viene descritto nei fatti da “L'odore dei soldi”. Dunque da un lato volendo, libri alla mano, tutti sanno o possono sapere tutto, dall'altro l'opinione pubblica, distratta, smozzicata, partigiana, tifosa o faziosa pro o contro il Berlusca, sembrerebbe ignorare tutto. Altrimenti forse, e dico forse, scenderebbe in piazza sì ma non per la Casa delle Libertà oppure per l'Unione bensì con i forconi, uniti nel disgusto gli anziani con un pregresso (di ideali) e i nipoti senza un progresso (in cerca di qualcosa in cui credere). Cioè, a questo punto di degenerazione, proprio il forcone.

Ma se queste sono le premesse degli ultimi anni, è tanto strano che nessuno tiri fuori la storia di un ministro della Repubblica contemporaneo le cui supposte nequizie sono documentate in una accurata denuncia che giace da un anno e mezzo presso la Procura di Brescia e da molti mesi presso quella di Roma, inviata in copia tra gli altri al Presidente della Repubblica, a quello del Consiglio, al ministro di Grazia e Giustizia? Come al solito, a chi conviene che escano notizie del genere, essendo a quanto pare solo un problema di convenienza politica collegata però a tutto il resto nel paese del conflitto di interessi per eccellenza? Chi ha voglia di fare la fine del bambino che nella favola di Andersen, «I vestiti nuovi dell'imperatore» meglio conosciuta come «Il re è nudo», aveva avuto la meravigliosa impudenza di dire ciò che tutti sapevano e fingevano di ignorare, e cioè appunto che il re era nudo? Il bambino, sia detto per la completezza dell'informazione, è poi finito metaforicamente (?!) preda di una banda di pedofili, equamente o iniquamente distribuita tra i due schieramenti in politica, nel giornalismo, nell'economia, nelle istituzioni eccetera.

Oliviero Beha

l'Adige, 13 luglio 2007

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