Nota di Nimby trentino

 

Pubblichiamo la lettera del prof. Angelo Tartaglia, inviata a Il Sole-24 ORE, che commenta quella, a seguire, del Ministro Di Pietro.

 

Egregio Sig. Direttore,

leggo sul Sole-24 ORE la lettera del Ministro Di Pietro intitolata “Contratti Tav, evitiamo altri errori”. Nelle prime sette righe di tale lettera il Ministro riporta le ragioni per cui, a suo giudizio, una rete ferroviaria italiana ad Alta Velocità deve essere realizzata. Nessuna delle affermazioni contenute in quelle sette righe è argomentata.

Ritengo la mancanza di argomentazione sia comprensibilmente dovuta al fatto che l’oggetto principale della lettera è un altro; tuttavia, considerato che si tratta di miliardi di euro di spesa pubblica che graverebbero, e in parte ormai graveranno, sui conti dei cittadini italiani per almeno una generazione, credo che il Ministro darebbe un grande contributo di chiarezza se volesse riportare, su questo stesso giornale o nella forma pubblica che ritenesse più opportuna, le argomentazioni fattuali e di merito che supportano le sue convinzioni.

In apparenza i dati disponibili e le previsioni comunemente accettate riguardo al sistema dei trasporti nazionale e alla sua connessione col resto del mondo contraddicono le affermazioni cui mi sto riferendo. Proprio per questo e per uscire da una contrapposizione tra “i soliti detrattori” e gli apodittici sostenitori, un argomentato intervento di merito del Ministro sarebbe estremamente utile ed opportuno.

Prof. Angelo Tartaglia, Politecnico di Torino

Membro dell’Osservatorio Tecnico sul Collegamento Torino-Lione

per conto della Comunità Montana Bassa Valle di Susa   

Torino, 8 agosto 2007

 

Lettera

Contratti Tav, evitiamo altri errori

 

Caro direttore,

la realizzazione di una rete ferroviaria ad alta velocità (Tav), checché ne dicano i soliti detrattori, consente una più efficiente connessione dei nostri trasporti (di persone e di cose) con l’intera rete europea ed è quindi una formidabile occasione di sviluppo per il nostro Paese e di crescita economica per le nostre attività produttive.

La Tav, inoltre, fa bene alla salute e tutela l’ambiente, giacché consente di riconvertire sulle rotaie buona parte del traffico stradale, oggi invaso dai Tir (che inquinano molto e sono spesso causa di spaventosi incidenti e di estenuanti rallentamenti e disagi per la circolazione). Ovviamente questo non vuol dire che – siccome l’opera si deve fare – si possono aggirare e violare le regole. La realizzazione delle opere deve avvenire nel pieno e costante rispetto delle procedure di affidamento dei lavori per evitare spese ingiustificate e inaccettabili favoritismi. Fatte queste premesse, un Governo, sano nei principi e che ha a cuore l’interesse del Paese, non può rimanere imprigionato dagli opposti estremismi: da una parte chi, per partito preso, dice “no” sempre e comunque; dall’altra chi ne vuole approfittare per lucrare facili guadagni, a scapito della collettività. Sotto quest’ultimo aspetto, effettivamente, negli anni ‘90 – allorché vennero affidati i relativi lavori – fu adottata una soluzione che alla luce delle regole odierne (sia quelle italiane che quelle europee) appare anacronistica e in contrasto con le più elementari esigenze di trasparenza, apertura del mercato e tutela della concorrenza.

È per queste fondate e documentate ragioni che il governo nella sua collegialità (e quindi anche con il mio convinto voto favorevole) nello scorso mese di gennaio ha approvato una disposizione, contenuta nel decreto legge n. 7 del 2007, con cui è stata disposta la revoca degli affidamenti in corso per la realizzazione delle ultime tre tratte della rete ferroviaria ad alta velocità e precisamente la tratta Milano-Brescia, la tratta Brescia-Verona ed infine quella cosiddetta del Terzo valico (e cioè quella che parte da Genova e si ricongiunge con la Tav Torino-Milano, attualmente in costruzione), il tutto per un valore complessivo di circa 12 miliardi. La revoca d’imperio adottato dal Governo ha destato un ampio dibattito e molte serrate critiche tra gli operatori del settore, nel mondo giuridico e nella comunità degli affari (sia a livello nazionale che internazionale). Siamo stati accusati di essere intervenuti a gamba tesa su regole e patti nazionali a suo tempo assunti dallo Stato, modificando unilateralmente le carte in tavola in violazione del generalissimo principio “pacta sunt servanda”. Da politico ed esponente di Governo mi è certamente facile celarmi dietro le stesse granitiche certezze che abbiamo avuto a gennaio quando abbiamo revocato gli appalti. Da ex magistrato, a una riflessione più approfondita e dopo aver pazientemente ascoltato anche le ragioni degli altri, onestamente devo dire che non ne sono più tanto sicuro.

Pur volendo, però, insistere sulla possibile bontà delle “nostre” ragioni, credo non giovi a nessuno – e men che meno a un Governo che deve sempre operare per il bene del Paese – perdere tempo su dibattiti giuridici astratti se poi – anche ad avere ragione – si finisce per portare a casa un pugno di mosche! Come noto, la questione oramai non è più limitata al mero confronto di opinioni diverse in sede di dibattito politico ma si è tradotta in un contenzioso giudiziario. Nelle scorse settimane, infatti, la magistratura è intervenuta, su ricorso delle controparti, inviando tutto l’incartamento alla Corte di Giustizia europea evidenziando rilievi di scarsa legittimità comunitaria della disposizione di legge da noi varata.

Alla luce di questa “novità”, credo sia doverosa una approfondita e seria riflessione sulla opportunità di continuare a difendere una posizione (e una disposizione), come quella adottata dal Governo che allo stato sembra aver prodotto effetti del tutto divergenti rispetto a quelli avuti di mira. Se, infatti, l’auspicio comune era quello di individuare opportunità per rilanciare la realizzazione di un progetto industriale e infrastrutturale essenziale per il Paese, nel rispetto delle fondamentali prescrizioni in tema di apertura del mercato e tutela della concorrenza, ad oltre sei mesi dalla sua emanazione, invece, dobbiamo registrare uno scenario del tutto differente: la realizzazione delle opere, già gravata da ritardi che si mirava a superare, è stata di fatto bloccata e, quindi, ulteriormente differita la conclusione delle stesse; le preoccupazioni degli operatori economici per i rischi di interventi unilaterali ed invasivi dello Stato in rapporti negoziali in atto si sono tradotti in provvedimenti giurisdizionali che hanno sospeso l’efficacia delle revoche adottate, così facendone emergere la potenziale illegittimità; i timori di non integrale coerenza con le fondamentali regole di tutela dell’affidamento e del mercato hanno portato la questione all’attenzione degli organi di giustizia comunitaria. Al riguardo mi preme preavvertire per tempo su un altro errore in cui potremmo incorrere nell’eventualità – emersa in sede di esame tecnico della decisione a noi sfavorevole assunta dal Tar – di alzare il livello della contesa  in sede giudiziaria, perfino giungendo a sollevare un conflitto di attribuzioni (tra Governo e Tar) dinanzi alla Corte costituzionale contro la decisione sin qui assunta dai giudici amministrativi.

Capisco la voglia di rivalsa dei nostri tecnici e legali di parte (e anche di qualche parte politica) ma a me pare controproducente avviarci – dopo lo stop inflittoci dal Tar – verso uno “scontro giudiziario” dall’esito incerto che – anche ad andarci bene – ci farebbe comunque perdere un sacco di tempo e nemmeno ci farebbe risparmiare un granché economicamente, giacché, dovendo aspettare la conclusione dei processi per parecchi anni, alla fine i costi per realizzare le opere saranno comunque maggiori dei risparmi che andremmo ad ottenere con nuove gare. Senza contare il costo sociale connesso a tale scenario. La già difficilmente sostenibile situazione derivante dalla mancata disponibilità di infrastrutture necessarie per soddisfare le esigenze sociali sopra evidenziate, infatti, in questo modo si aggrava e si amplifica a causa dell’ulteriore allungamento dei tempi. Il tutto, mentre la situazione di stallo nell’esecuzione dei lavori determinatasi si riverbera sulla gestione dei rapporti di lavoro delle imprese costruttrici con i propri dipendenti, che effettivamente rischierebbero di ritrovarsi senza lavoro dalla sera alla mattina (con effetti profondamente e socialmente ingiusti e anche pericolosi per l’immagine della politica e del governo di settore).

Morale della favola: anche vincendo le cause, correremo il rischio concreto di ottenere solo una “vittoria di Pirro”. Ed allora che fare?

Una soluzione potrebbe essere, a mio avviso, a patto che il Governo abbia il coraggio e l’umiltà di rivedere le proprie posizioni e contemporaneamente gli operatori del settore accettino – almeno da ora e per il futuro – di garantire tempi e costi certi per la realizzazione delle opere (perché devono capire che, se è giusto che facciano i loro affari, non è però bene che lo facciano ai danni del Paese, del mercato e della concorrenza).

In altri termini, il Governo potrebbe/dovrebbe revocare la disposizione contestata e le imprese aggiudicatici dovrebbero da una parte rinunciare a qualsiasi contenzioso in essere (ivi comprese eventuali strumentali richieste di risarcimenti danni) e dall’altra assicurare tempi e costi certi (perché onestamente finora non è stato proprio così!). Onestamente credo che questo sia il modo migliore per fare gli interessi e il bene del Paese.

Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture

Il Sole - 24 ORE, 5 agosto 2007 
   

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