L'opinione

Il colpaccio di Di Pietro nell'Av

 

Non vuole perdere un sacco di tempo il Ministro delle Infrastrutture Di Pietro ed è per questo che, con un’iniziativa clamorosa, domenica scorsa ha scritto sul Sole-24 Ore che gli pare sia il caso di cancellare la norma, voluta fortemente non più di sei mesi fa dal Governo a cui appartiene, che cancella le concessioni per alcune tratte ad Alta Velocità ancora non iniziate (Milano-Genova, Milano-Verona e Verona-Padova), a tutela dell’interesse pubblico. Più che il giurista e l’uomo di Stato è il politico navigato che parla. Primo iscritto al “partito del fare”. Purchessia.

Il ministro Di Pietro interviene, come lui dice, a gamba tesa falciando il Governo proprio quando è stato aperto da poco dagli stragarantiti concessionari dell’AV, che la comunità nazionale ha strapagato con soldi interamenti pubblici; un contenzioso amministrativo che, per ora, si limita ad una sospensiva del TAR Lazio che ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea gli atti successivi alla revoca delle concessioni stabilita per legge. Saranno contenti all’Avvocatura dello Stato e ai ministeri più esposti in questa vicenda (il Ministero dell’Economia, dello Sviluppo Economico, degli Esteri e delle Politiche Europee), il fallaccio del Ministro delle Infrastrutture: li aiuterà nel contenzioso romano e di fronte alla corte del Lussemburgo. Ma stiamo parlando proprio dello stesso Di Pietro che richiama continuamente il ministro della Giustizia Mastella alla non ingerenza?

Sì, è proprio lui. Sostiene di aver maturato questa posizione perché l’AV è una formidabile occasione per ottenere trasporti di persone e cose più efficienti, per non creare un problema sociale per i lavoratori, per evitare uno scontro giudiziario dall’esito incerto, nell’interesse pubblico e degli operatori economici. Se nei due primi casi prende un abbaglio, nel terzo sbanda pericolosamente.

Il Ministro delle Infrastrutture dovrebbe sapere, infatti, che l’AV è stata concepita e realizzata in Italia per far andare treni ultraveloci per i soli passeggeri e che le merci non possono correre sulle nuove linee. Come dovrebbe essergli noto che non esiste alcun problema immediato di occupazione, perché le tre tratte erano ancora in fase di progettazione e le gare europee invocate dal Governo, non avrebbero fatto altro che migliorare il rapporto economico e sociale costi-benefici.

Ma, quello che più allarma è che la sua tesi viene sostenuta su quel raffinato pilastro giuridico che il ministro riassume in pacta sunt servanda. Ad ogni costo Ministro?

Di Pietro dice di condividere il richiamo del Governo alle regole della concorrenza europea e ammette che sinora sulla realizzazione dell’AV non si è avuta sicurezza sui tempi e sui costi. Ma questi sono eufemismi rispetto ad una realtà che ha visto lievitare i costi a consuntivo del programma originario dell’AV in quindici anni di oltre il 500% (da 13 miliardi di euro del 1991 ai 64 miliardi di euro del 2007; con un incremento di 4 miliardi di euro in soli due anni, tra il 2005 e il 2007). E che ha consentito ai General Contractor di consegnare pessimi progetti dal punto di vista tecnico e ambientale (basti ricordare il Mugello), con costi a preventivo del 30-40% superiori a quelli di mercato. Che ha obbligato i Governi sin qui succedutisi ad un pericoloso funambolismo finanziario portando l’Italia ad un passo dal vedere non certificati da parte della Commissione Europea i conti pubblici del 2003 e del 2004 e ha visto la Corte dei Conti denunciare che dal 2009 ci saranno gravi ripercussioni sui conti pubblici per il servizio del credito. Tutto questo sulla base di una mostruosità giuridica che è la concessione di sola costruzione con affidamento a trattativa privata ai maggiori gruppi industriali del Paese, senza alcun confronto concorrenziale.

No, caro ministro i patti scellerati non sono da conservare e non si può avere il fiato corto della politica politicante quando è in gioco l’interesse pubblico.

Stefano Lenzi, responsabile Ufficio legislativo WWF Italia

il manifesto, 8 agosto 2007

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