Il tunnel accende la miccia

 

Il progetto della Tav sta sconquassando l'immobile società altoatesina: chilometri di gallerie minacciano il territorio. Ai poteri forti che da sempre governano la Provincia, il mite Sud Tirolo risponde subito superando le differenze linguistiche e dando il via a una sorprendente mobilitazione.

 

Due milioni di Tir l'anno, una fila ininterrotta nella stretta Val d'Isarco e attraverso la città di Bolzano hanno un impatto ambientale e sanitario devastante. Da vent'anni la popolazione chiede inutilmente che siano trasferiti su ferrovia, potenziando la linea esistente e riequilibrando i pedaggi. L'Italia è da sempre allergica alle misure suggerite nel Libro bianco sui trasporti nelle Alpi della Ue o nel Protocollo dei trasporti della Convenzione delle Alpi.

La Provincia di Bolzano ha assunto una posizione ambigua e di fatto è schierata con le potenti lobby dei trasportisti. L'Autobrennero, di proprietà pubblica, maggiore azionista la Regione, è una gallina dalle uova d'oro per chi la gestisce, e un centro di potere politico-economico. Che ora vuole impegnarsi nella costruzione del tunnel del Brennero, a condizione che la concessione venga prolungata fino al 2050. 54 chilometri da scavare in montagne di porfido, granito o altro, da Fortezza a Innsbruck, e tratte di accesso che prevedono numerosi altri trafori. La Südtiroler Volkspartei, partito etnico con la maggioranza assoluta, ha detto sì. Gli altri partitini, che governano per Statuto sulla sua linea social-conservatrice, si sono adattati.

Qualcuno ha cominciato a porre domande: sui problemi geologici, l'acqua, la localizzazione dei depositi dei materiali di risulta, i costi e l'utilità dell'opera, l'inquinamento acustico, l'impatto sociale, il timore che si comincino gli scavi e poi si abbandoni il progetto. L'articolazione del partito unico in corporazioni e distretti ha permesso per un bel po’ di tempo di tenere sotto controllo l'inquietudine.

Intanto si è andati avanti nelle sedi nazionali e internazionali, sostenendo l'idea che il tunnel risolverebbe i problemi del trasporto nel valico, pur in mancanza di valutazione di impatto ambientale. Fino a dare il via allo scavo per il tunnel esplorativo, in tutta fretta, senza progetto definitivo, senza consultare la popolazione, con un finanziamento via via più incerto: la Germania non finanzia, l'Austria è perplessa, gli imprenditori locali per ora si tengono alla larga. Il vescovo ha benedetto, miss Südtirol ha fatto da madrina, i politici si sono affollati, la Cgil, inizialmente contraria, ha cambiato idea parlando di “scelta strategica”. Al primo colpo di piccone ha cominciato  a sgorgare l’acqua: l'acqua calda termale di Brennero, l'unica dell'Alto Adige, se n’è andata a fiumi. La gente, anche il popolo dell'SVP, si è spaventata.

Ci si è accorti che alle domande non veniva mai data risposta. Soprattutto alla prima e fondamentale: quest’opera servirà a ridurre il traffico pesante e a salvaguardare l'habitat alpino? E poi: l’impatto è sostenibile? Se gli studi Ue indicano in misure fiscali e non in nuove infrastrutture la via per risolvere i problemi del traffico nelle Alpi, quali nuove considerazioni portano a pensare che i Tir, che ora lasciano vuoti i due terzi della capacità della ferrovia, pure rinnovata profondamente negli ultimi 15 anni, saliranno sui treni?

Sono nati così i primi gruppi che hanno cercato le risposte negate. Si è messo in moto il processo di acquisizione della conoscenza, condivisione del sapere e mobilitazione. Hanno cercato collegamenti fra di loro e con altre realtà italiane e austriache di iniziativa civica. Hanno organizzato conferenze pubbliche. Per capire. A Bolzano, il 10 marzo erano in mille a un corteo, italiani e tedeschi insieme. Il presidente della Provincia all'inizio l'ha buttata sull’etnico: non mi posso immaginare gli Schützen [corpo paramilitare folkloristico che negli ultimi anni ha assunto forti accenti di estrema destra] che marciano insieme a questi No Tav del Piemonte. Il 12 maggio a Bressanone, antica città vescovile e bacino elettorale Svp, la piazza era strapiena e le parole d’ordine bilingui e secche. Poi tutti i gruppi hanno organizzato due convegni importanti, insieme ai trentini, con economisti, trasportasti, fisici. La stampa li ha boicottati, ma le serate sono riuscite. Per fortuna c'è internet. Il 28 luglio in duecento hanno camminato nella zona dello scavo – boschi e prati distrutti – sottoposta a un rapido intervento di maquillage, una collinetta alzata a fianco della strada per evitare che chi passa veda. Gli organizzatori erano soddisfatti: qui non c’è l'abitudine a protestare.

In giugno la Svp, che è potente e intelligente, ha capito che tira aria brutta. Ed è corsa ai ripari, mettendo in moto la sua “macchina da guerra”. Assemblee nei luoghi più colpiti, con un professore di Trento favorevole e i tecnici della Brennerbasistunnel [Bbt-Se, la società che costruirà il tunnel] che davano “dati scientifici”, come ha scritto un giornale, come a chiudere la discussione; e poi dibattiti televisivi e radiofonici, un opuscolo pro-tunnel spedito a spese della Provincia a tutte le famiglie.

A Ponte Gardena, a Prati di Vizze, nelle assemblee sul tunnel, i promotori dell’opera e i politici hanno promesso che si ridurrà il traffico su strada. Ma la nuova ferrovia Pontebbana, aperta alla fine degli anni novanta, doveva alleggerire l'autostrada dai Tir, e nel 2004 sul valico di Tarvisio i treni hanno trasportato le stesse merci di dieci anni prima sulla vecchia ferrovia fra Carinzia e Friuli, il traffico pesante su gomma è triplicato. Perché qui dovrebbe essere diverso?

Il professore di Trento dice che si conterranno gli incrementi di traffico previsti nei prossimi vent’anni, ma contraddice l’amministratore delegato per parte austriaca del Bbt. Se lì presente, per cui nel migliore dei casi i lavori inizierebbero nel 2009 e terminerebbero nel 2020. I tecnici favorevoli non rispondono a chi chiede se si tiene conto degli effetti di riduzione del traffico al Brennero attesi in seguito all'apertura dei nuovi tunnel svizzeri del Gottardo e del Lötschberg.

C’è un altro Sudtirolo, più istruito, meno credulone, che vuole assumere la responsabilità del proprio ambiente di vita. Quando i vari comitati collaborano tra di loro, superando la diffidenza tra città e periferia, fra lingue diverse, il potere si inquieta. Ne ha ben ragione. Il vecchio gioco dell’etnicizzazione di ogni problema, del divide et impera, rischia di non avere più successo. Fra un anno ci saranno le elezioni provinciali e su alcuni temi scottanti, grandi opere, carenza di servizi sociali, scuola bilingue, la Svp potrebbe perdere terreno. Un gruppo di liste civiche comunali vorrebbe presentarsi autonomamente dai partiti non più credibili. Il blocco di potere rilancia sul fronte etnico con la toponomastica, il progetto della Svp di cancellare i nomi italiani di località, che fa salire la febbre del conflitto nazionale. E aiuta a dimenticare le altre questioni, dove ci sono i grandi soldi. 

Alessandra Zendron, scrittrice

Carta Qui EstNord, 1/7 settembre 2007

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci