Amara Lucania

 

Dalla metà luglio un’ondata di nuove concessioni si abbatte sulla Basilicata: le multinazionali puntano a bucare sul 60 per cento del territorio. Con l’aiuto del governo e della Regione. Ma tra l’Appennino e la costa jonica qualcosa si muove: e da Brienza arriva la prima delibera comunale «no oil».

 

La grande gru verde e le impalcature sembrano macchine d’assedio attorno al castello di Brienza. La torre longobarda guarda verso la valle che, più giù, diventa la valle del fiume Agri. È la strada degli invasori. Si stanno armando di escavatrici, trivelle, tralicci e, sulla carta, il territorio da conquistare è già stato delimitato: 21 mila ettari sul monte Cavallo e 7 mila sulla Cerasa. Sono le zone che a metà luglio la Shell ha chiesto per due concessioni di perlustrazione petrolifera nel cuore dell’Appennino lucano. Oltre la Val di Noto, in Sicilia, le trivelle minacciano anche la Basilicata.

La prima concessione, quella su monte Cavallo, attraversa il territorio di quattro comuni della Basilicata (Tramutola, Paterno, e Marsiconuovo, oltre a Brienza) e nove comuni della Campania, sul versante ovest del monte. La seconda, in località La Cerasa, interessa cinque comuni lucani (Brienza, Satriano, Sasso di Castalda, Marsiconuovo e Tito). Sono le propaggini dei giacimenti più grandi, quelli attorno a viaggiano e nella Val Camastra, qualche chilometro a sud-est. Secondo la relazione della Shell, la somiglianza geologica tra i territori è «promettente». La multinazionale anglo-olandese chiede di poter fare prospezioni geologiche e di installare trivelle, che dovrebbero bucare fino a sei chilometri di profondità. «Sanno benissimo che il petrolio c’è – racconta Assunta Collazzo, consigliera comunale di Brienza – Dieci anni fa ci aveva già provato la Texaco». La protesta dei cittadini, arrivati a bloccare le ruspe con i trattori, indusse la Texano a ritirarsi dopo un anno di «esplorazioni». Il pozzo, dissero, era sterile. «Secondo noi – continua Assunta – il pozzo non era affatto sterile, ma l’estrazione non era conveniente con i prezzi di allora. Oggi hanno rifatto i conti».

Scoperta la richiesta della Shell, a Brienza è partita la mobilitazione e il 10 agosto, alle ore 20.45, il consiglio comunale ha adottato una delibera che respinge le richieste della multinazionale, anche in nome di quel castello che sta diventando il simbolo della scelta di un rapporto con il territorio basato sul turismo, l’agricoltura di qualità, la tutela ambientale. La Shell ha facilitato le cose: la delibera comunale rileva che le relazioni sulle due zone prese di mira «sono sostanzialmente identiche, pur trattandosi di aree completamente diverse, e risultano palesemente generiche ed a tratti fantasiose, laddove addirittura si descrive la presenza di agrumeti nei territori di Brienza e Sasso di Castalda, e le leggi regionali richiamate sono afferenti ad altra regione italiana». Infatti la legge regionale numero 9 del 18 maggio del 1999, che la Shell cita nella premessa alla relazione, è dell’Emilia Romagna. E agrumeti non si vedono nemmeno dalla torre.

 

L’incantesimo è finito? 

Il voto di Brienza ha rotto l’incantesimo petrolifero che dalla fine degli anni ottanta ipnotizza le amministrazioni locali e regionali della Basilicata. Altri comuni potrebbero seguire, lungo la valle Camastra e ancora più ad est, verso la Puglia, e a sud sullo Jonio. Tutta la Basilicata è stata sezionata, sulle mappe ministeriali, in quadrati e rettangoli: rossi per le concessioni di estrazione, gialli per quelle di esplorazione.

«Secondo i nostri calcoli, il 60 per cento del territorio della Basilicata sarebbe aperto alle concessioni petrolifere o per il gas – dice Gianni Palombo, antico militante della Lipu e da pochi mesi segretario di Rifondazione comunista per la provincia di Matera – rimarrebbe fuori solo il Parco del Pollino e poco altro». La mappa del ministero dello sviluppo economico va oltre. Le concessioni seguono l’Appennino, dall’Irpinia (Nusco) fino allo Jonio, dove si aprono ad arco, da un lato verso Massacra e Manduria, in Puglia, dall’altro verso la Calabria. In mezzo, l’area agricola del Metapontino, quella della rivolta di Scanzano Jonico contro il deposito di scorie nucleari, e del centro ricerche dell’Enea di Trisaia di Rotondella. A Policoro, pochi chilometri da Matera, sono stati quelli dell’Associazione NoScorie Trisaia a scoprire il 17 luglio, sull’albo pretorio del comune, l’annuncio che la Gas Plus Italia, depositando la relazione di impatto ambientale, aveva chiesto una concessione di esplorazione per idrocarburi. «Non è possibile trattare una cosa del genere come una licenza edilizia - dice Felice Santangelo, uno degli attivisti dell’Associazione – i cittadini non ne sanno nulla, le decisioni sono state prese dalla Regione e dal governo centrale».

«C’è una differenza rispetto a quindici anni fa – nota Palumbo – Allora le trivelle erano accompagnate da una fanfara di promesse, ora si cerca di farle passare inosservate, come se sapessero che i cittadini non ci credono più». Le relazioni di impatto ambientale consegnate a metà luglio, quasi contemporaneamente, da compagnie diverse e in comuni diversi, alimentano il sospetto di una strategia del fatto compiuto. La stessa che il governo Berlusconi aveva tentato con il deposito di scorie nucleari a Scanzano, scatenando una protesta diffusa ed efficace. L’allora presidente della Regione, Filippo Bubbico, che arringò la folla al termine della manifestazione che sancì la vittoria dei cittadini, è oggi sottosegretario allo sviluppo economico, guarda caso.

In effetti, dalla metà del 2006, c’è stata un’accelerazione su tutta la partita dei giacimenti lucani, in particolare per i pozzi nella Val Camastra, attorno ai comuni di Corleto Perticara e Guardia Perticara. L’Eni, che era titolare delle concessioni, ha ceduto il pacchetto alla francese Total, che a ottobre 2006 ha presentato un piano produttivo molto intenso. La Total, assieme alla Shell e alla Mobil, ha previsto di portare a regime il giacimento di Tempa Rossa (scoperto nel 1989 e con una capacità stimata tra 120 e 200 milioni di barili) entro il 2012. Dalla concessione Gorgoglione saranno spremuti 50 mila barili di greggio e 350 mila metri cubi di gas al giorno. La Regione Basilicata ha dato il suo parere favorevole il 5 marzo 2007 e il governo ha approvato lo scorso 3 agosto. Tra i due comuni, inoltre, sorgerà un nuovo Centro olii per raccogliere il greggio e convogliarlo verso l’oleodotto principale di Taranto. Le multinazionali stanno cercando di trattare con i proprietari dei terreni e con le amministrazioni locali per evitare di far inciampare i tubi nelle lunghe procedure di esproprio.

 

C’era una volta il Texas d’Italia

Tra Corleto Perticara e Viggiano c’è una bellissima strada che attraversa un bosco molto fitto. Il traffico viene drenato dalla statale 598 del fondovalle Agri e si può viaggiare senza incontrare nessuno per oltre venti chilometri. Una delle ragioni del «successo» delle multinazionali è questa geografia di valli, comuni piccoli, pochi abitanti. Gli assi stradali tra la Campania e lo Jonio richiamano il traffico in verticale. I paesi continuano a perdere abitanti, nonostante il petrolio, o forse anche a causa del petrolio. La strada sbuca sulla valle di Viggiano, che doveva essere il centro del «Texas d’Italia» di cui vaneggiavano governi e multinazionali dieci o quindici anni fa. Sulla destra, dopo l’ennesima curva, appare infine la prima torre di trivellazione, bianca e rossa. Aliena, illuminata dalle fotocellule anche di giorno, spezza l’orizzonte delle colline. Poco sotto la strada, un’altra torre, quella di uno dei pozzi del giacimento Monte Alpi, ha il respiro pesante di un drago addormentato. Anche a centinaia di metri si sente il ronzio dei motori che spingono la trivella e alimentano le pompe. Qualche curva ancora e la frontiera petrolifera ha l’odoraccio di combustione del Centro olii di Viggiano, sdraiato lungo la statale 598, come l’accampamento di un esercito che assedia il paese rifugiato in alto. Di un esercito che ha fatto i danni.

La campagna attorno è triste. I vigneti autoctoni, portati qui dai romani quando fondarono la città di Grumentum, non hanno avuto l’etichetta Doc. Molti hanno svenduto le vigne, perché l’uva non la vuole più nessuno. Le royalties, cioè i diritti di estrazione che le compagnie pagano alla Regione, sono un capitolo complicatissimo (vedi scheda sotto), e sono servite per rifare qualche piazza o qualche piscina comunale, ma non hanno innescato alcun processo economico virtuoso.

«I nostri amministratori credono ancora a questa economia passeggera», dice Francesca Leggeri. Dal 2003 lei è in causa contro l’Eni per cercare di salvare la sua azienda di agricoltura biologica e il suo agriturismo, il Querceto, a Marsico Venere, da una pipeline che collega uno dei pozzi del giacimento Volturino con l’oleodotto principale. «Cosa resterà quando le royalties saranno finite? Quando avremo perso, grazie al petrolio, la terra e l’acqua?».

 

Il groviera

 

Tra concessioni già esistenti, permessi di ricerca, richieste di permessi di ricerca, il 60 per cento del territorio lucano rischia di essere coperto dalle attività di estrazione di idrocarburi. L’elenco delle aziende coinvolte è lungo: oltre all’Eni e alla Total, che controllano i due grandi campi petroliferi già attivi (Trend 1 e Trend 2, in Val d’Agri e Val Camastra), in lista d’attesa ci sono Shell, Fina, Mobil, Esso, Edison gas e un folto manipolo di imprese minori.

La Basilicata avrebbe dovuto arricchirsi con le royalties petrolifere. Così si diceva all’inizio degli anni novanta. In realtà, il meccanismo di distribuzione dei fondi non è mai entrato a regime, tanto che quattro anni fa la Regione ha dovuto ricorrere a un prestito della Banca europea di investimenti (Bei).

L’attribuzione delle royalties avviene sulla base delle dichiarazioni delle compagnie petrolifere sulla quantità di greggio estratto. Ma non ci sono verifiche indipendenti e i fondi sono erogati con un ritardo che può arrivare a due anni.

I comuni della Val d’Agri ricevono il 15 per cento delle royalties, che sono il 7 per cento del valore del greggio. La Regione ha di recente aumentato questa quota, usando una parte della propria percentuale (il 50 per cento), e lo Stato centrale ha rinunciato al suo 30 per cento per far crescere i fondi spesi in loco.

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Petrolio o gas?

 

Anche se l’allarme più diffuso è per le concessioni petrolifere, il vero affare per le multinazionali potrebbe essere, invece, il gas. In Basilicata il gas naturale è stato scoperto negli anni sessanta, quando all’Eni c’era Enrico Mattei e, anche se i comuni lucani hanno ricevuto il metano solo nel 2000, l’estrazione non si è mai fermata. La politica energetica italiana degli ultimi anni punta a fare della penisola un «hub» per distribuire il gas in tutta Europa. Per questo sono spuntati lungo le coste italiane una miriade di progetti per costruire rigassificatori (all’ultimo censimento ne risultano 15). Per questo tra Pisticci e Ferrandina, in Val Basento, è prevista la costruzione di due depositi di stoccaggio di gas, per un totale di oltre due milioni di metri cubi. I due impianti dovrebbero sorgere in un’area già avvelenata da insediamenti industriali che hanno reso il Basento, a valle di Pisticci, il terzo fiume più inquinato d’Italia.

 

Intanto Coca Cola si porta via l’acqua

 

Rionero è «il» paese del Vulture. Quello che una martellante campagna pubblicitaria, nelle ultime settimane, presenta come il luogo dove si custodisce il segreto della fonte dell’eterna giovinezza, imbottigliata e venduta in ogni supermercato. Il Vulture, un vulcano spento da migliaia di anni, è stato l’epicentro della guerra brigantesca di Carmine Crocco contro i piemontesi, tra il 1860 e il 1861. L’antica montagna, fitta di boschi, è il cuore di un bacino idrico ricchissimo di acque minerali e di ottime vigne che danno l’Aglianico, un vino rinomato fin dai tempi dei romani. E come il petrolio, anche l’acqua della Basilicata stuzzica la sete delle multinazionali. Poco più di un anno fa, il gruppo Traficante, proprietario dei marchi più rinomati tra la quindicina di acque minerali che vengono imbottigliate a Rionero e dintorni, ha venduto la propria concessione alla Coca Cola. Che ha iniziato il «rilancio» degli stabilimenti di imbottigliamento puntando sul «prodotto» di punta, l’acqua Lilia, appunto miracolosamente responsabile, nello spot televisivo, della trasformazione dei lucani del Vulture in un popolo di atletici giovinotti e avvenenti fanciulle.

Nel giro di pochi mesi, all’inizio di quest’anno, la produzione è cresciuta tanto da spingere la Coca Cola a usare anche gli impianti di un altro gruppo che nel frattempo aveva messo in cassa integrazione i suoi lavoratori. Quanta acqua in più venga «spremuta» dal Vulture non si sa. Perché non si sa nemmeno quanta ne veniva prelevata prima. La Regione Basilicata, infatti, dalla fine degli anni novanta, ha sostanzialmente abdicato a qualsiasi controllo pubblico sulle fonti, limitandosi a riscuotere una concessione risibile: per le quattro aziende principali di imbottigliamento si arriva a meno di 700 mila euro l’anno. «Ma solo per il primo lotto di opere per la manutenzione del bacino abbiamo speso 3,5 milioni di euro – spiega Antonio Placido, da meno di un anno sindaco della giunta di centrosinistra di Rionero – ma non è solo una questione di soldi, si tratta di cercare di costruire degli strumenti di governo pubblico delle risorse, senza i quali siamo completamente in balia delle multinazionali».

Cosa voglia dire lo si visto nella prima metà di agosto. Da mezzanotte alle 6 di mattina a Rionero, per oltre due settimane, è mancata l’acqua. E su YouTube c’è il contro-spot nato nelle sere assetate… Ufficialmente, la spiegazione è che l’Acquedotto lucano ha dovuto sopperire all’emergenza idrica in Puglia, alimentare le campagne del Metapontino e dissetare l’enorme bestia dell’acciaieria Ilva di Taranto. Ufficiosamente, però, c’è in paese chi comincia  a sospettare che l’aumento dei prelievi dalle sorgenti del Vulture sia collegato alla chiusura dei rubinetti nelle case. Le spiegazioni possibili sono due: le aziende potrebbero aver captato anche l’acqua per uso civico oppure l’aumento dei prelievi per l’imbottigliamento ha creato qualche scompenso nel sistema di falde e di sorgenti.

Al momento non si sa, anche perché non ci sono studi che spieghino se e per quanto tempo le falde minerali siano in grado di sopportare una spremitura intensiva. «Non sappiamo quanto tempo richieda il processo di mineralizzazione dell’acqua – spiega Placido – non sappiamo se e come la situazione sia cambiata negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Manca una rilevazione sistematica dello stato delle falde».

Il passaggio delle concessioni del gruppo Traficante alla multinazionale statunitense è avvenuto usando il principio del silenzio-assenso, introdotto da una modifica legislativa approvata sul traguardo della legislatura regionale del 2005. Sullo sfondo, il  solito ricatto dei posti di lavoro da salvare. Almeno nel breve periodo. Come per il petrolio, non c’è modo di verificare la quantità d’acqua estratta, un passaggio indispensabile per trasformare le concessioni in un meccanismo simile alle royalties petrolifere. E soprattutto per far tornare in circolo l’idea che le fonti non possano essere gestite senza il consenso dei cittadini.

Carta, 1/7 settembre 2007

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