Nota di Nimby trentino

 

I presidenti Dellai e Pipinato non sono abbastanza realisti se rispondono, prontamente, solo con una mera difesa d’ufficio agli “ennesimi attacchi” del consigliere de Eccher. Concludendo con la stessa ovvia auto assoluzione (certo, “Nessuno è esente da critiche” e “La Solidarietà Internazionale è perfettibile”) ma non dicono che attraverso il volontariato si controllano umori e tendenze (e “immagine” del Trentino) della propria base elettorale.

Quelli, innanzitutto, a suon di milioni. I poveri, dunque, sono soprattutto un “tramite” per creare consenso e lavarsi la “perfettibile” coscienza all’estero sperando nelle indulgenze in casa propria.

Forse altri spunti potrebbero venire dalla lettera (in calce) del veterano don Bepi Grosselli, che pare al di sopra delle “parti” se accenna anche a quel “cesarismo”. E, in particolare, da quel "sussulto del sociale" in poi.

 

Risposta a de Eccher
Macché sprechi. È aiuto ai poveri

 

È stupefacente come alcuni trentini trovino la maniera di criticare attività fatte da loro concittadini che tutti invece lodano e che rappresentano un motivo d'orgoglio per l'intera comunità.

Mi riferisco all'ennesima polemica strumentale sollevata dal consigliere regionale di An Cristano de Eccher sulla solidarietà internazionale. Vorrei ricordare innanzitutto che nel corso degli anni dal Trentino sono partiti per i paesi dell'Africa, dell'Asia, dell'America, della stessa Europa decine e decine di nostri missionari, che hanno messo la loro vita al servizio dei poveri; che sono attualmente quasi 200 le associazioni - fatte non da «parassiti», ma da uomini e donne, giovani e meno giovani, presenti praticamente in ogni località del Trentino - le quali sottopongono all'assessorato alla solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento progetti che peraltro esse si impegnano a cofinanziare (e in pratica anche a realizzare con il loro lavoro spesso volontario e gratuito); che registriamo una continua crescita della domanda di informazione e formazione sui temi dello sviluppo e della pace, a cui soggetti come Unimondo sono impegnati a dare risposta, segno questo che siamo ormai ben oltre la fase de «l'importante è fare qualcosa»; che a fianco della solidarietà nei paesi in via di sviluppo abbiamo anche la solidarietà fatta qui, in casa nostra, tramite il commercio equo e solidale, il microcredito, le adozioni a distanza, l'accoglienza degli stranieri, infine, e non da ultimo, che molte iniziative vengono realizzate senza nemmeno ricorrere all'aiuto pubblico, in tutta umiltà e in totale autonomia.

Tutto ciò rappresenta una ricchezza per il Trentino: una ricchezza di valori, di ideali, di esperienze. E tutti, dalle altre amministrazioni regionali all'Unione europea, ce lo riconoscono, anche coloro che poi magari ci attaccano per i presunti privilegi dell'Autonomia. Insomma, la solidarietà dei trentini verso chi ha di meno non è stata inventata dalla Provincia: è nata fra la gente, ed è oltretutto una di quelle cose che riescono a gettare un ponte fra le generazioni, considerato che a partecipare alle raccolte di fondi o a partire per i paesi poveri sono sia diciottenni che ultrasessantenni. Ovvio che l'amministrazione provinciale non possa ignorare un mondo così fertile, dinamico e capace, anche se ciò forse disturba il consigliere de Eccher perché evidentemente la parte politica che rappresenta non ha grande dimestichezza né con questi valori né con queste attività.

Comunque, per venire brevemente ad alcune delle critiche mosse nell'articolo pubblicato ieri su questo giornale. I progetti si realizzano di volta in volta assieme ai soggetti locali che offrono maggiori garanzie di affidabilità e correttezza: se tra essi c'è anche l'Unione donne del Vietnam, organismo riconosciuto dal governo di Hanoi, non vedo dove stia il problema e in ogni caso il volontariato e la cooperazione trentina non avallano certo con il loro operato ogni singola scelta di un governo straniero (se ci fosse questo dubbio non dovremmo operare in moltissimi paesi in via di sviluppo, specie nei più bisognosi). Rovescerei semmai la prospettiva: è con il buon operato, con la bontà dei progetti e la loro condivisione a livello locale che pian piano si possono, forse, cambiare le cose anche in realtà apparentemente immodificabili. Lo stesso dicasi per l'iniziativa sui detenuti mozambicani: mi pare che essa esalti proprio la volontà dei trentini di stare dalla parte degli ultimi, anche di chi è in prigione, al di là di ogni possibile pressione. Comunque, nelle due carceri di Nampula, in cui interveniamo, sono ospitati circa 3.000 detenuti, contro i circa 430 previsti. Solo nel 2004 sono morti 157 detenuti. Il progetto prevede esclusivamente l'acquisto di attrezzature mediche per migliorare le precarie condizioni sanitarie. Sono soldi buttati?

È falso che un nostro collaboratore in Paraguay (impegnato peraltro non sul fronte della solidarietà internazionale ma degli aiuti ai nostri emigrati) sia ricercato da un mandato di cattura internazionale, e comunque, detto così, sembrerebbe si stia parlando di un terrorista: parliamo invece di un assistente sociale che si è diplomato in Argentina ma che per un problema burocratico non si è visto riconoscere questo titolo in Paraguay. Per lo meno, questo è ciò che, carte alla mano, risulta a noi.

Infine, la formazione degli operatori: ogni anno in Trentino vengono organizzate decine di iniziative. Le domande eccedono regolarmente la disponibilità di posti. I docenti sono quasi sempre persone che accanto a competenze formativo/didattiche hanno fatto esperienza diretta nel campo della solidarietà internazionale e dell'educazione allo sviluppo. Il costo medio di un docente è di 360 euro lordi a giornata (8 ore). Il costo massimo (eccezionale) registrato in questi anni è stato di 550 euro a giornata. Spesso i docenti provengono da fuori provincia. Un responsabile d'aula percepisce in media 200 euro lordi a giornata. Tutte le spese sono comprensive dei costi di preparazione dell'intervento e dei materiali didattici. Numerosi interventi sono stati fatti a titolo gratuito.

Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi del mondo, e nessuno è esente da critiche, compreso il volontariato, le ong, le onlus: ma io credo che la grandissima parte delle azioni realizzate da questi soggetti vadano nella direzione giusta, e confermo assieme anche al mio assessore Iva Berasi la volontà della Provincia autonoma di Trento di stare al loro fianco, nei limiti delle sue possibilità.

Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento

l’Adige, 27 settembre 2007

 

La replica

Soldi ai poveri, soldi buttati

 

Ribadisco il giudizio critico sulle modalità di gestione delle risorse (denaro pubblico, non dimentichiamolo mai) destinate alla solidarietà internazionale. Al di là del parere del rappresentante di Unimondo di ieri in prima pagina sull'Adige (struttura definita da una televisione locale: vicina ai Democratici di Sinistra, circostanza peraltro confermata allora con una sorta di orgoglio dalla Vicepresidente della Giunta provinciale).

Reputo che la gente normale, con valutazione unanime, non reputi corretto che vengano inviati 300.000 euro all'Unione donne del Vietnam, rigidissima struttura del locale partito comunista, o siano destinati 14.000 euro per migliorare le condizioni dei detenuti del Mozambico, o si finanzino, con milioni di euro, in Argentina progetti, dal centro di macellazione alle serre, senza reali prospettive e con risultati fallimentari o ancora venga incaricato dell'assegnazione di fondi per soggetti bisognosi in Paraguay un personaggio oggi inseguito da un mandato di cattura internazionale e l'elenco potrebbe continuare quasi senza fine. Quanto ai corsi di formazione per migliorare le competenze «dei professionisti della solidarietà», non so se siano gli stessi per i quali è previsto per i relatori, per lo più assistenti universitari, un riconoscimento di 500, ripeto 500 euro ogni mezza giornata. Persone sensibili, generose, attente alla socialità, volontari insomma, come tutta la pletora dei troppi che sulla pace, la cooperazione e la solidarietà vivono in un contesto di parassitismo politicamente strutturato e garantito.

Infine in merito agli operatori in favore dei detenuti che «scendono quotidianamente all'inferno» vada il signor Pipinato a verificare quanto ricevono all'ora i curatori del corso, 23.000 euro in tutto, di danza e teatro per 10-15 carcerati extracomunitari.

Questo è il quadro, già di suo illuminante, che meriterebbe certo un'analisi più sistematica ed approfondita anche perché risulta molto più ampio, capillare ed esteso di quanto i cittadini possano immaginare.

Cristiano de Eccher, consigliere regionale di Alleanza Nazionale

l’Adige, 26 settembre 2007

 

La replica
La stecca di de Eccher

 

Leggo sull'Adige di ieri l'ennesimo attacco di Cristano de Eccher alla Solidarietà Internazionale. Il consigliere provinciale interrogato su Grillo glissa su cose che lo riguardano direttamente e quindi sui presunti privilegi, l'eleggibilità o meno di persone indagate, il numero di legislature che intenderà fare o altro preferendo sparare sulla «Casta» della Solidarietà Internazionale.

Vuol far sapere ai cittadini che la Provincia spende milioni di euro in Pace e Solidarietà che, guarda caso, sono i due fondamenti della nostra carta Costituzionale scritta, meglio ricordarlo, dopo un periodo nero della nostra storia coloniale.

de Eccher cita due progetti. Il primo in Mozambico ove la Provincia ha speso ben 14.000 euro (pari a due sue mensilità) per l'assistenza dei detenuti. Ha dimenticato accidentalmente di citare il partenariato tra la nostra Provincia e quella realtà, il ruolo che alcuni trentini hanno avuto in quel processo di pace post guerra civile, il lavoro dei volontari all'interno delle carceri mozambicane e l'attività di sensibilizzazione che questi ultimi fanno costantemente sul nostro territorio.

Lo sperpero non finisce qui. Il consigliere rincara la dose e addita un progetto per immigrati nelle carceri di Trento facendoci fortunatamente ricordare che i nostri giovani operatori sociali scendono quotidianamente all'inferno. Ma ogni occasione è buona per imparare:

1) V'è una relazione stretta tra «solidarietà internazionale» e «immigrazione». Lo dicono tutte le statistiche oltre che la logica: meno cooperazione - meno sviluppo in loco - più disperazione - più immigrazione clandestina - più presenza nelle nostre carceri d' immigrati.

2) La Provincia, a riguardo, è pluricitata a livello nazionale dalla Farnesina in quanto ha una buona «Solidarietà Internazionale». Altri Enti Locali ci prendono come esempio al fine di raggiungere gli obiettivi del Millennio. Non si tratta solo di quantità ma anche di qualità.

3) Ad ogni contributo della Provincia corrisponde un esborso non irrisorio dell'Associazione di Solidarietà Internazionale oltre ad un volontariato che non ha eguali. I bilanci e le relazioni annuali della mia Fondazione, per esempio, sono pubblici e scaricabili on line. Sono più i soldi sborsati privatamente dei contributi ricevuti.

4) La domanda è altissima. Sono centinaia i giovani che cercano d'impegnarsi nella Solidarietà internazionale. Gli stipendi non sono esorbitanti ed i contratti a scadenza. Nonostante questo non rinunciamo al privilegio di lavorare per la Solidarietà Internazionale. Sono troppi coloro che per mancanza di opportunità sono costretti a lasciare un sogno.

5) La Solidarietà Internazionale è perfettibile. C'è qualcosa che non lo è? Stiamo lavorando con le Istituzioni per creare un percorso di formazione al fine di compiere meno errori.

Credo che il consigliere de Eccher svolga appieno la sua funzione di oppositore monitorando strettamente sia l'attività di governo che di coloro che ricevono contributi ma affidarsi alle carte non basta. Lo invito sin d'ora a visitare i progetti ove, con tutti i nostri limiti, siamo impegnati sotto e sopra l'equatore. Potremo assieme visitare una volta di più le nostre carceri. Il consigliere trarrà molti spunti per il suo libro «La Casta» in edizione locale.

Fabio Pipinato, direttore di Unimondo, già presidente di Mandacarù

l’Adige, 25 settembre 2007

 

Il silenzio delle associazioni

Ma il “sociale” esiste ancora?

 

Ho letto con piacere l'editoriale del direttore dell'Adige sul «cesarismo» di Dellai. È grave la denuncia di caduta di democrazia anche in casa nostra, a causa di norme istituzionali che accentrerebbero il potere, in modo improprio, nelle mani del presidente della Provincia e del modo di gestire le cose che sarebbe decisionista. Poi si ripete il copione dei generosi Soloni di turno che intervengono per rincarare la dose. A questo punto, viene spontanea una domanda: se la democrazia partecipativa (o cooperativa come dice bene qualcuno) è in pericolo, perché non si fanno sentire i molteplici soggetti del sociale organizzato?

Dov'è il sindacato che, finalmente, potrebbe ritrovare l'unità d'azione su una tematica tanto delicata? Dov'è il mondo della cultura che fa sinergia con l'università e i gruppi sul territorio per mettere a fuoco le questioni e sollecitare un sussulto di sdegno? Dove sono le associazioni che, per statuto, dovrebbero essere soggetto attivo nel sociale, le Acli, la Fuci, i Movimenti laici e cattolici, nonché i vari Forum/Consulte che puntualmente occupano il sociale su alcune tematiche? La vasta rete del mondo cooperativo, del movimento delle donne, dei giovani più o meno no-global, del pacifismo, del terzomondismo? Questi esistono anche per difendere la democrazia o si sentono sufficientemente appagati o foraggiati dal menage corrente?

Un'icona storica che ricordano in molti: l'esperienza dell'«autunno caldo» aveva dimostrato che i temi sociali ed economici come quelli delle piattaforme contrattuali possono e devono interessare non solo le fabbriche, ma anche la gente del paesino di montagna; fu merito del sociale organizzato mobilitare le nostre realtà territoriali per far crescere attorno alla classe operaia anche la gente comune, attraverso una costante opera di informazione. Questa vivacità piacque a qualcuno, al punto che, quando il presidente Kessler - inizio anni '70 - doveva proporre la filosofia e la politica sottostanti al Pup e al Pep (piano urbanistico e piano economico provinciale), si rivolse anche al sociale per una informazione e una verifica con la gente. Questa tecnica democratica (da parte del leader, era anche atteggiamento civilmente virtuoso) raccolse critiche e consensi; di certo diede peso democratico alle decisioni finali.

La partecipazione democratica è fatica. Essa esige: dalla gente, voglia di informarsi e di spendere tempo per confrontarsi, capacità di comprendere il valore democratico delle mediazioni e delle conte (purché esse non siano condizionate da ricatti psicologici o materiali da parte di chi le provoca); dai leader, una pazienza da «pater familias» e una coerenza democratica senza grinze. Il forte Degasperi al premio Carlo Magno di Acquisgrana 1952 (è stato ricordato recentemente a Pieve Tesino) aveva presagito che «l'avvenire non si costruisce col diritto della forza, né con lo spirito della conquista, ma con la pazienza del metodo democratico, con lo spirito costruttivo delle intese, nel rispetto della libertà».

Il sussulto del sociale può diventare, anche oggi, tavola di salvezza. Purché non ci si accontenti delle «cipolle d'Egitto» e nemmeno della «manna dal cielo». A me pare che il sociale possa recuperare grinta, se si libera dalle troppe dande burocratiche, dalle compiacenze del tran-tran quotidiano, dalle subdole autocelebrazioni di una memoria senza ricadute nel presente, dai riti del «documentino» per dire che ci siamo anche noi, dal compiacimento per il proprio caporale finito magari in prima pagina.

Il sociale è manovalanza comune, ma nobile! È la «spes ultima dea», quando tirano arie pesanti d'autunno bigio.

Don Bepi Grosselli,

è delegato vescovile alla Pastorale del Turismo,

è stato delegato della Chiesa trentina per il Lavoro ed il Sociale

l’Adige, 24 agosto 2007

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