Nota di Nimby trentino

 

Riportiamo alcuni interventi sulla vicenda della demolizione del carcere di Trento.

Un'altra scelta politica scorretta e sbagliata che ignora le ragioni della storia, della conoscenza e della salvaguardia dell’identità, sociale e culturale di Trento e dei trentini.

L’architetto attento e cosciente della sua valenza “costruttiva” ne rileva percorso, ruolo, importanza e momento educativo; mentre quello “estraneo”, per vocazione convinto sostenitore della demolizione del manufatto, altro non può fare che arrampicarsi sui… vetri, riducendosi mestamente a dare del  “nostalgico” a chi, invece, ha portato altre diverse argomentazioni, e giungendo a proporre il suo progetto come segno di “trasparenza” e “democrazia”.

Si riassiste all’abuso della parola, mentre gli ideatori di tale demolizione perseverano nell’ignoranza. Sarà che demolire conviene, invece di conservare e recuperare, e dunque valorizzare.

Sul comunicato stampa della Provincia del 29 maggio 2007, si legge che non è stata scelta “un’area immediatamente periferica alla città…”, evitando così di erodere “altro prezioso terreno verde”. Ma, “sempre in accordo con lo Stato”, quale tipo di accordi sono avvenuti nel merito di quelli che vedono in agenda la “cittadella militare” sul “terreno verde” di Mattarello?

 

Elenco degli articoli e interventi:

1. Articolo di Ettore Paris su Questotrentino, 13.10.2007.

2. Articolo di Luca Beltrami su Questotrentino, 15.09.2007.

3. Articolo di Pietro Citati su Repubblica, 06.10.2007.

4. Articolo di Chiara Bert sul Trentino, 07.10.2007.

5. Comunicato stampa della Provincia - replica a Citati, 07.10.2007.

6. Articolo di Jacopo Tomasi sul Trentino, 18.09.2007.

7. Lettera di Italia Nostra agli amministratori, 18.09.2007.

8. Comunicato stampa della Provincia - replica a Italia Nostra, 29.05.07.

 

PS. Fotografie e alcuni elaborati grafici sono reperibili su Questotrentino.

 

 

1.

Il carcere di Trento e le bugie di Dellai

 

È letteralmente uscito dal seminato il Presidente della Provincia Lorenzo Dellai quando si è trovato a dover rispondere a un duro editoriale di Piero Citati, pubblicato sulla prima pagina di Repubblica. Pesantemente attaccato, Dellai ha risposto nel modo peggiore: con una brutta serie di bugie dalle gambe cortissime, nella grottesca speranza che da Roma non si riesca a smascherarle.

La storia è quella del carcere di Trento, che dovrebbe essere abbattuto per crearvi, in continuità con l’adiacente Tribunale, il nuovo Polo della Giustizia. Solo che, come abbiamo già riferito nel n° 15 del settembre scorso, il carcere è in realtà un pregevolissimo manufatto di fine secolo, costruito assieme al Tribunale e in perfetta continuità stilistica con esso, è uno dei primi esempi di quell’architettura austro-ungarica di fine ‘800 che giustamente in altri casi è stata preservata, e contribuisce ad abbellire la città (vedi la Filarmonica, l’attuale Sociologia, le ex-Aziende Agrarie oggi Economia ecc.).

Non si capisce perché, invece di ristrutturarlo, lo si voglia distruggere: e contro questo proposito demenziale è scesa in campo Italia Nostra e il Fondo per l’Ambiente Italiano.

È in questo contesto che, su Repubblica, è apparso l’articolo di Piero Citati: un duro j’accuse. Diciamolo francamente: l’esimio giornalista non convince neanche lui. Si dimostra approssimativamente informato (confonde il Comune di Trento con la Provincia) e soprattutto si lancia in una durissima reprimenda all’Autonomia, contrapponendone le lasche tutele a quelle, ben più rigorose secondo lui, dello Stato centrale. Ma Citati, dove vive?

Comunque, a parte l’ideologia centralista (assolutamente fuori luogo, ma che peraltro risulta inevitabilmente rinvigorita ogniqualvolta l’Autonomia razzola male) l’editoriale di Citati ha il grosso merito di accendere un riflettore nazionale sulla distruzione del carcere trentino, che si pensava di poter compiere senza troppi patemi d’animo.
 

Dellai dunque si trova costretto a rispondere. E se ha gioco facile nel contrapporre le tutele trentine rispetto ai noti scempi nazionali, non ha argomenti invece nel merito della questione. E allora, non avendoli, se li inventa.

Il nostro infatti, il 7 ottobre su Repubblica dichiara: ”Il valore architettonico (delle Carceri) è stato compromesso da tutta una serie di modifiche e manomissioni che ci sono state nel corso di anni. Non c’è ragione di mantenerle. L’edificio è stato violato, destrutturato. Conserviamo ciò che è giusto conservare, le città devono cambiare, evolvere, dove il segno architettonico è irrimediabilmente compromesso cade il senso della tutela”.

Quindi contrappone la sorte del “Palazzo di Giustizia accanto al carcere, che verrà restaurato in modo filologicamente corretto” a quella del carcere stesso, che “non ha più alcun valore architettonico” e quindi va raso al suolo.
 

Per capire la gravità di queste affermazioni, basate sul nulla, sulla falsificazione della realtà, dobbiamo approfondire l’argomento, illustrando sinteticamente i processi di trasformazione architettonica (documentati) che si sono succeduti dal 1881 (anno dell’inaugurazione dell’intero complesso della Giustizia) ai giorni nostri, facendo un raffronto tra le modifiche e trasformazioni avvenute per il Palazzo di Giustizia e per il complesso carcerario, come dagli studi e dalla relazione dell’arch. Luca Beltrami, di ciò a suo tempo incaricato proprio dalla Provincia.

Le trasformazioni del Palazzo di Giustizia.

Precisiamo innanzitutto che l’edificio è dichiarato di interesse storico artistico con provvedimento della Commissione Beni Culturali di data 9 maggio 2001. Progettato ed edificato dall’Amministrazione austriaca nel 1876-77, subisce un primo intervento nel 1922, quando l’architetto trentino Natale Tommasi, per conto del Commissariato dei Lavori Pubblici, ne progetta l’innalzamento del secondo e terzo piano dei corpi laterali. Il Palazzo di Giustizia perde la sua compattezza di edificio in linea progettato nel 1876 trasformandosi in un corpo dalla tipologia ad U. Poi gli altri interventi: nel 1955 viene realizzata la costruzione dei corpi servizi sanitari nella corte del Palazzo di Giustizia più altre modifiche all’interno; nel 1966 si passa alla demolizione dell’originario volume del lato est con successiva costruzione di un edificio su tre piani con annesso interrato, che attualmente ospita la Corte d’Assise e la Procura della Repubblica. È inutile sottolineare come questo intervento abbia profondamente modificato l’equilibrio volumetrico e architettonico originario, sostanzialmente rimasto inalterato per cent’anni. Negli ultimi vent’anni poi il Palazzo di Giustizia ha subito molte sistemazioni interne per l’adeguamento alle esigenze amministrative e burocratiche, le sostituzioni delle pregevoli pavimentazioni originali, la ristrutturazione del piano sottotetto ed altri interventi tra cui una scala antincendio nella corte.

Le trasformazioni del Complesso Carcerario.

L’edificio viene dichiarato di non interesse storico artistico con provvedimento della Commissione Beni Culturali di data 27 ottobre 1993.

Dal 1881 fino al 1955 non si registrano trasformazioni o manomissioni dell’impianto originario. È del 1955 il primo intervento, la modifica e ampliamento dei lucernari posizionati sulla copertura del corpo edilizio centrale. Negli anni ’60 vengono costruiti nell’area ad est alcuni edifici indipendenti per laboratori, magazzini e uffici senza interferire con il vecchio manufatto. Invece la trasformazione degna di nota riguarda gli ampliamenti di corpi destinati alle cucine, all’alloggio del direttore e della guardiola. Tali interventi sono stati realizzati solo nelle parti finali delle due ali ad est dell’edificio carcerario, non alterando l’assetto planimetrico e strutturale del complesso.

 

Da questo raffronto si evince, esattamente al contrario di quanto dichiara il Presidente, come le trasformazioni più significative e massicce di tutto il complesso edilizio sono avvenute principalmente nel Palazzo di Giustizia e non nelle carceri.

In effetti nessun tecnico è mai entrato all’interno dell’edificio delle carceri, a valutarne il valore architettonico: non l’arch. Beltrami, che ha lavorato sui progetti e sulla documentazione storica, né i responsabili degli Uffici Beni Culturali, che hanno emesso il loro verdetto negativo senza operare alcuna istruttoria significativa (le carte sono mancanti di documentazione storica e di verbale di sopralluogo), come ha ampiamente dimostrato lo stesso arch. Beltrami nel suo intervento su Questotrentino del 15 settembre.

Il primo vero sopralluogo all’interno dell’edificio effettuato da tecnici, è avvenuto il 15 maggio 2007 ad opera di Italia Nostra. Queste le conclusioni: “L’impianto esistente ha subito molte meno modifiche rispetto al progetto originario, praticamente l’impianto antico è perfettamente leggibile. Percorrendo i lunghi corridoi e visitando vari vani che su questi si affacciano, si rimane impressionati dalla forza degli elementi murari e dalla maestria costruttiva: murature di grosso spessore, soffitti a volta, rinforzati da arconi, pavimenti in lastroni di pietra trentina, pilastroni in pietra; notevole lo spazio centrale sul quale si affacciano due ordini di celle su ciascun lato con ballatoi in pietra di grosso spessore sorretti da potenti mensole in pietra, ben illuminato da alcuni lucernari zenitali e da un ampio finestrone sul lato ovest; perfino il piano interrato dimostra una notevole cura costruttiva e funzionale con pavimentazione centrale in pietra e laterali in selciato; illuminamento e aerazione da lucernari e bocche di lupo; dai disegni di archivio è desumibile che anche la carpenteria lignea sia di rilevante valore. Infine al centro del lato est, estesa dal 1° al 2° piano vi è un’ampia chiesa di stile eclettico, con alto soffitto voltato, illuminata da tre finestroni absidali e da un ampio lucernario zenitale, ricca di pregevoli elementi di arredo”.

Quindi non è assolutamente vero, come afferma il Presidente della Provincia sulla stampa nazionale, che l’edificio delle carceri è stato violato e destrutturato. La sua struttura è perfettamente conservata e “leggibile” in ogni sua parte.

Certo, ci sono state trasformazioni avvenute nel corso degli anni per adeguare le carceri alle esigenze attuali: ma, come facilmente si intuisce anche guardando la piantina, sono “reversibili” cioè possono essere tranquillamente eliminate non alterando la struttura originaria dell’impianto ottocentesco. Sono state più pesanti e per certi versi “irreversibili” le manomissioni avvenute nel corso degli anni per il Palazzo di Giustizia. Ancora una volta è evidente la scarsa conoscenza storica del manufatto carcerario e la superficialità nel giudicarlo architettonicamente.

 

Insomma, in questa vicenda si sommano due dinamiche fortemente negative. Da una parte degli Uffici che lavorano male, con approssimazioni inaccettabili, e che poi pretendono che le decisioni prese con tanta superficialità non possano più essere messe in discussione. Dall’altra parte abbiamo un potere politico arrogante, che ritiene di dover coprire comunque l’operato degli Uffici, e che poi alla marcia indietro preferisce l’arrampicata sugli specchi. Fino a scrivere panzane su un giornale nazionale, per di più come suicida risposta a un articolo che mette in discussione le prerogative autonomistiche. Ancora una volta, l’Autonomia che si fa del male da sola.

Con questo non vogliamo insinuare che dietro a questa vicenda ci siano aspetti poco chiari o interessi nascosti. Ci troviamo “solo” di fronte a gravi carenze culturali ed organizzative; e all’evidente incapacità della burocrazia a rapportarsi con i propri errori.

Secondo noi se ne dovrebbe uscire in avanti. Ci sono stati anche fattori tecnici ed emotivi che hanno portato ad una decisione sbagliata. A causa della sua caratteristica funzionale come luogo di pena il carcere è poco visibile, celato parzialmente alla vista da una cinta muraria di protezione e la scelta sbrigativa di non effettuare un sopralluogo all’interno ha condizionato poi il successivo giudizio. E il fattore emotivo può aver influenzato la successiva scelta alla demolizione.

Per molti le carceri ancora attive rappresentano un luogo torbido e fastidioso dove si consumano tragedie umane; è naturale quindi pensare, magari inconsciamente, alla sua eliminazione fisica perché solo così si crede di rimuovere il dolore che il luogo ricorda. È quello che è accaduto per anni all’architettura militare della Prima Guerra Mondiale. Soltanto ora che sono passati quasi cent’anni si è giunti al recupero e alla valorizzazione dei forti italiani e austroungarici facendoli “rientrare” nel patrimonio culturale e ambientale delle Alpi.

E analogamente, se proviamo a superare razionalmente l’emotività e guardiamo in avanti, ci accorgiamo che la storia del passato, testimoniata per questa vicenda dall’architettura austroungarica, è una tessera fondamentale per la vita sociale trentina. E un pregevole, potente manufatto di 130 anni orsono, può testimoniare la storia, e contribuire ad arricchire la città.

Ettore Paris

Questotrentino n° 17, 13 ottobre 2007

 

2.

Carcere di Trento: perché distruggerlo?

 

Le recenti polemiche apparse sugli organi di stampa locale in merito alla demolizione dell’edificio delle Carceri di Trento mi hanno suggerito alcune analisi e riflessioni.

Premetto che il sottoscritto nella primavera del 2003 fu incaricato dalla Provincia Autonoma di Trento – Progetto Speciale Grandi Opere Civili di redigere una ricerca storica sul palazzo di Giustizia di Trento al fine fornire “studi preparatori e preliminari per il concorso di progettazione di livello europeo per la nuova sede unificata per gli Uffici Giudiziari di Trento”.

Per forza di cose quindi sono a conoscenza di un percorso che ha segnato le vicende storiche, culturali e amministrative dell’intero complesso fino alla discutibile scelta di demolizione delle carceri.

Ho individuato cinque punti che rappresentano le tappe di questo percorso.

 

Lo svincolo di non interesse storico-artistico delle carceri.

Riporto dettagliatamente quanto fu deciso dalla Commissione Beni Culturali riunitasi nella seduta del 27 ottobre 1993: “Vista la documentazione agli atti e la relazione estesa dal tecnico del Servizio Beni Culturali, responsabile di zona della tutela monumentale, a seguito di visita sopralluogo effettuata in data 20/10/1993…La Commissione Beni Culturali… decide… di riconoscere che l’immobile in oggetto non riveste interesse storico-artistico e pertanto, non rientra fra i beni tutelati ai sensi dell’art. 4 della Legge 01/06/1939, n. 1089”.

Per capire quali sono stati gli elementi che hanno indirizzato questa sentenza era necessario individuare e analizzare i contenuti della sopra citata documentazione agli atti e la relazione. Quest’ultima consiste in un promemoria datato 20/10/1993 di cui riporto il testo per esteso nel quale il responsabile di zona dei Beni Culturali scriveva: “A seguito della richiesta in oggetto… ed a seguito di sopralluogo effettuato in data 20/10/93 si ritiene che l’edificio sito in C.C. di Trento e individuato nella p.ed. 1271/2 non presenti i presupposti oggettivi previsti dall’art. 1 della Legge 01/06/1939, n. 1089. Si propone pertanto di dichiarare che l’immobile in oggetto non riveste alcun interesse storico-artistico e pertanto, non rientra fra i beni tutelati ai sensi dell’art. 4 della Legge 01/06/1939, n. 1089”.

La documentazione agli atti e la relazione è tutta qui: non compare nessun documento storico, nessuna datazione del manufatto, nessun sostegno documentario dotato di immagini grafiche e fotografie; soltanto cinque sintetiche righe di protocollo nelle quali si propone il non interesse storico-artistico.

Per quanto riguarda il citato sopralluogo effettuato dal responsabile di zona, è mia convinzione che questo sia avvenuto solo all’esterno delle carceri. Una convinzione sostenuta dal fatto che dieci anni dopo visitai il complesso con lo stesso responsabile di zona, interrogandoci su come fosse articolato l’impianto architettonico; era chiaro che nessuno di noi conosceva il manufatto dall’interno.

L’individuazione e la proposta di non interesse storico-artistico fu dunque dettata da una “analisi a vista” del manufatto, priva di ogni fondamento documentario. Su queste basi, il 20/10/1993, la Commissione Beni Culturali decide che le carceri non hanno i requisiti necessari per far parte dei beni tutelati.

Se questo metodo di valutazione storico-artistica (se metodo così si può chiamare) adottato dalla Commissione dei Beni Culturali per le carceri fosse stato applicato in modo sistematico su molti manufatti costruiti o ricostruiti verso la metà dell’Ottocento, è curioso pensare ciò che sarebbe rimasto del patrimonio architettonico attuale.

 

Il vincolo di tutela storico-artistica del Palazzo di Giustizia.

In ben altro modo si sviluppò il procedimento che decretò nel 2001 l’interesse storico artistico del Palazzo del Tribunale. Con provvedimento di data 9 maggio 2001 la Commissione Beni Culturali segnala l’opportunità di dichiarare l’interesse particolarmente importante, ai sensi degli artt. 2 e 6 del D.Lg 29.10.1999, n. 490 per questo manufatto architettonico. Il provvedimento è correlato da un corposa relazione/promemoria nel quale si illustra puntigliosamente e dettagliatamente la storia dell’edificio partendo dagli atti amministrativi del 1850 (che stabilirono l’area dell’intervento dell’intero complesso di giustizia, tribunale e carceri) fino alle ultime trasformazioni edilizie della fine del Novecento. In questa relazione l’edificio delle carceri viene citato solo due volte per localizzare urbanisticamente il comparto edilizio ma senza entrare nel merito architettonico del manufatto.

Pertanto, a differenza del procedimento del 1991 per le carceri, il metodo per decretare l’interesse storico artistico del Palazzo del Tribunale, fu supportato da fonti storiche e atti documentari certi ed approfonditi. Quindi, sia sotto l’aspetto amministrativo che quello culturale il procedimento si sviluppò correttamente.

 

La ricerca storica del 2003

Come già detto, nella primavera del 2003 il sottoscritto fu incaricato di redigere una ricerca storica sul Palazzo di Giustizia di Trento.

Nell’agosto dello stesso anno consegnai la ricerca, di cui una copia fu inviata al Servizio Beni Culturali. Riporto integralmente ciò che scrissi nella premessa. “Questa relazione ripercorre la storia del Palazzo di Giustizia e del Complesso Carcerario di Trento attraverso tre percorsi di ricerca.

A) Un inquadramento storico-critico, che inserisce la vicenda del complesso nel panorama architettonico e culturale di Trento tra la metà dell’800 e il primo ‘900.

B) Una documentazione archivistica, che definisce tempi e modi di costruzione di questo complesso giudiziario, cercando di affrontare anche la difficile questione della paternità progettuale.

C) Una lettura tecnico-architettonica del manufatto, con l’analisi di tutte le variazioni intercorse tra la presentazione “ufficiosa” del progetto di Ignazio Liberi, non realizzato, la successiva riformulazione apportata dall’amministrazione viennese e le aggiunte, le superfetazioni, i cambiamenti (il più pesante quello che porta, negli anni ’60, alla demolizione della corte d’appello) avvenute nel corso del ‘900.

In questo lavoro, vi è dunque, un’integrazione di fonti, materiali, prospettive di osservazione che, si auspica, possa fornire un quadro articolato della situazione.

È bene riassumere, in proposito, qual è stato il criterio metodologico che ha motivato questa ricerca. Partendo da una lettura dei documenti storici (fonti d’archivio, planimetrie, bibliografie) si è presto giunti a un punto fermo, che in qualche modo è alla base del lavoro. La differenziazione tra il Palazzo di Giustizia e il complesso delle Carceri non è suffragata da sostegni documentari. È, in altre parole, un errore di valutazione che, per quanto ipotizzato anche in tempi recenti, può essere stato suggerito da una osservazione non sufficientemente attenta del complesso. Nelle documentazioni, nelle tavole grafiche e fotografiche che seguono, è evidente questo fatto: il corpo del Palazzo di Giustizia e il corpo delle Carceri vanno considerati unitariamente, perché in modo unitario sono stati progettati. Sarebbe quindi importante, allora, mantenere l’integrità fisica di tutto il complesso, perché solo salvaguardandone l’intera fisionomia si può pensare di recuperare una pregevolissima testimonianza architettonica del periodo austroungarico in Italia”.

Vorrei aggiungere un ultima osservazione. Per documentare banalmente che l’intero complesso delle carceri e del Palazzo di Giustizia fu costruito in modo unitario e quindi coevo, sarebbe bastata una fotografia (che allegai alla ricerca storica e che era conservata nell’archivio storico dei Beni Culturali) del fotografo trentino G.B. Unterveger, scattata verso il 1887, nella quale si vede chiaramente il cantiere e si capisce che il complesso carcerario venne eretto ancora prima del Palazzo di Giustizia.

 

Il nuovo accertamento dell’interesse storico-artistico del Palazzo di Giustizia e del complesso delle carceri.

Gli esiti della ricerca storica inoltrati alla vigilia della redazione del bando di concorso per la nuova sede unificata per gli Uffici Giudiziari di Trento, indussero la Provincia a inoltrare, nel novembre del 2003, una nuova richiesta di accertamento dell’interesse storico-artistico del palazzo di Giustizia e del complesso delle carceri. Più semplicemente la richiesta si potrebbe così interpretare; ad oggi sono pervenuti dei dati storici inconfutabili che hanno individuato la datazione complessiva e la valenza storica dell’intero complesso edilizio (carceri e Palazzo di Giustizia); chiediamo un nuovo accertamento al Servizio Beni Culturali al fine di stabilire definitivamente il valore storico dell’intero complesso edilizio.

La risposta del Servizio, pervenuta il 27/11/2003, riportò e ribadì ciò che era stato deciso precedentemente, nel 1993 e nel 2001: il complesso delle carceri non riveste interesse storico artistico, mentre il Palazzo di Giustizia è soggetto a vincolo di tutela artistica con determinazione n. 318 di data 27.07.2001.

Quest’ultimo passaggio, a mio parere è, sotto l’aspetto culturale, di una gravità inaudita. Nonostante siano stati forniti nuovi dati documentari certi e attendibili, la Commissione dei Beni Culturali, ignora tutto e si nasconde dietro le decisioni espresse dieci anni prima. Decisioni che, come sopra dimostrato, furono supportate da un metodo d’analisi storica inesistente, privo di sostegni culturali.

È stata quindi un’occasione irrimediabilmente perduta. Non è vero e corretto dire come l’assessore alla Cultura ha recentemente dichiarato alla stampa in risposta alle polemiche sulla demolizione delle carceri e alla richiesta della conservazione del manufatto: “Intervento tardivo… I tecnici (che a suo tempo eliminarono quella parte del complesso d’epoca asburgico dall’elenco degli edifici sotto tutela) di solito sono anche troppo rigorosi!

Per questa vicenda sono stati rigorosi al contrario. Avevano tutti gli elementi storici e il tempo utile per rimediare alla scelta di svincolo dettata con superficialità nel 1993, ma non lo fecero. Così decretarono definitivamente la distruzione del complesso asburgico delle carceri.

 

Il concorso per il nuovo Polo Giudiziario.

Nonostante il parere dei Beni Culturali, si offrì nel 2005 un’altra occasione per salvare almeno parzialmente le carceri attraverso il concorso del nuovo Polo Giudiziario. Ma anche quest’opportunità andò perduta o forse non fu neanche voluta.

Le indicazioni storiche specifiche riportate nella ricerca, come i disegni originali delle carceri (depositati anche presso l’archivio storico del Comune di Trento e accessibili a tutti) non furono mai allegate al materiale di concorso fornito ai concorrenti, né tanto meno furono mai date indicazioni sulla possibilità del recupero del complesso edilizio. Nelle tavole per il concorso non appare neanche il sedime o una sezione schematica del manufatto che avrebbe potuto fornire gli elementi progettuali essenziali alla proposta (per chi avesse inteso) di recupero del complesso delle carceri. Era evidente che i progettisti non potevano scegliere tra due possibilità, se recuperare l’esistente o progettare una nuova costruzione.

È scorretto dire, come ha sostenuto sulla stampa la Provincia, che i progettisti avevano delle scelte ma nessuno (tranne un solo gruppo) ha intrapreso la strada del recupero delle carceri. Purtroppo tutti avevano una scelta obbligata dettata anche da un rigido schema funzionale richiesto: demolire l’esistente e progettare ex novo.

Nella primavera del 2005, davanti alle autorità comunali e provinciali e ad un numeroso pubblico intervenuto alla presentazione del bando del concorso per il Polo Giudiziario, ribadii verbalmente ciò che scrissi nella premessa alla ricerca storica sottolineando il rammarico per non aver considerato nel bando la possibilità di salvaguardare il manufatto delle carceri.

Arch. Luca Beltrami

Questotrentino n° 15, 15 settembre 2007

 

3.

Se a un Comune è permesso distruggere i suoi gioielli

 

I funzionari e i sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali sono tra gli impiegati statali meno pagati in Italia. Vengono disprezzati dai costruttori, che spesso cercano di corromperli, e dalle amministrazioni comunali e regionali, che li giudicano superflui. Ma dobbiamo quasi soltanto a loro se, in questi ultimi trent’anni, le chiese, i palazzi, le strade e i paesaggi sono stati conservati, non sempre, nel migliore dei modi.

Se non ci fossero i sovrintendenti, è probabile che la Villa romana di Piazza Armerina, coi suoi meravigliosi mosaici del quarto secolo, verrebbe trasformata in un condominio con abitazioni di tre camere e doppi servizi: ognuna con un frammento del mosaico romano, ora in salotto, ora nella camera da letto, ora davanti allo specchio del bagno, ora splendidamente in cucina.

Le regioni a statuto speciale, o una parte di esse (la Sicilia, il Trentino e il Sudtirolo) non obbediscono in nessun modo (per legge) ai pareri dei sovrintendenti e del Ministero dei Beni Culturali. In queste tre regioni (conosco meno bene la situazione in Val d’Aosta e nel Friuli-Venezia Giulia), le giunte comunali, gli assessori e i sindaci possono fare tutto quello che vogliono: abbattere chiese e palazzi, stravolgere piazze e strade, violare paesaggi. In fondo, questo è il desiderio di tutte le regioni italiane, che vorrebbero trasformare le città e i paesi a loro capriccio, senza ascoltare i pareri (ritenuti conservatori e pedanteschi) delle autorità centrali.

Tutti sanno quello che è accaduto in Sicilia, attorno alla zona archeologica di Agrigento. Lo stesso avviene in regioni che sembrerebbero più attente al proprio passato. Due anni fa, il sindaco di Monguelfo, nel Sudtirolo, ha fatto abbattere la pretura, ambientata in un edificio del quindicesimo e sedicesimo secolo, malgrado il parere del tribunale di Bolzano. La vicenda di Monguelfo si ripete in questi giorni a Trento. Le vecchie, eleganti carceri sono state costruite tra il 1876 e il 1890 dall’architetto Karl Schaden in quello stile che ancora oggi, se andiamo a Vienna, o a Praga, o a Zagabria, o a Lubiana, o a Dubrovnik, ci fa sentire il profumo dell’Austria-Ungheria: il luogo, diceva Joseph Roth, dove "quello che era straniero diventava domestico senza perdere il suo colore, e la patria aveva l’eterno incanto dell’estero". Ora, il comune di Trento ha deciso di demolire le vecchie carceri, sebbene, come suggerisce la delegazione del FAI, esse potrebbero venire trasformate in un edificio a destinazione pubblica o privata.

Non so come si concluderà la storia delle carceri di Trento: probabilmente nel peggiore dei modi, malgrado l’opposizione dei cittadini. Le regioni a statuto speciale ricordano appassionatamente di appartenere allo Stato italiano, quando ne incassano i finanziamenti troppo grandiosi. Negli ultimi mesi abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di Cortina d’Ampezzo, che ha deciso di trasmigrare nel Sudtirolo, sebbene non abbia nulla a che fare col Sudtirolo, per prendere parte al gioioso festino. Ma queste regioni dimenticano all’improvviso di essere italiane, quando desiderano distruggere edifici antichi, o rovinare paesaggi, contro il parere del Ministero dei Beni Culturali, che non ha il potere giuridico di intervenire. Questa situazione non può durare più a lungo. Lo Stato deve imporre la propria volontà, modificando leggi e consuetudini, in modo che una stessa legge difenda tutto il nostro territorio dai suoi distruttori.

Pietro Citati

La Repubblica, 6 ottobre 2007

 

4.

Il critico Pietro Citati: «Le Regioni autonome non hanno vincoli»
Dellai: «Venga a informarsi»
Carcere, nuova bufera
L’appello su Repubblica: «Un gioiello da salvare»

 

TRENTO. «Se a un Comune è permesso distruggere i suoi gioielli». Il Comune, e la Provincia, sono quelle di Trento. Il gioiello è il carcere ottocentesco di via Pilati che sarà demolito per far posto al nuovo polo giudiziario. L’accusa è pesante e arriva dal critico Pietro Citati, firma di Repubblica, che ieri in prima pagina denunciava l’assenza di vincoli per le Regioni autonome che hanno mani libere sul patrimonio storico-artistico.

Gli ambientalisti trentini di Italia Nostra e del Fai trovano dunque un’autorevole sponda in Citati, già autore in passato di servizi-denuncia su interventi urbanistici e edilizi in Alto Adige. Per Citati il problema riguarda la libertà d’azione delle Regioni autonome, che per legge non sottostanno al Ministero dei Beni culturali: «Le giunte comunali, gli assessori e i sindaci possono fare tutto quello che vogliono, abbattere chiese e palazzi, stravolgere piazze e strade, violare paesaggi».

È questo, secondo il giornalista, il caso del carcere di Trento. Da mesi Italia Nostra e Fai combattono una battaglia contro la demolizione dell’edificio di fine ’800 e hanno scritto anche al ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. «Chi nega il valore storico-artistico del carcere non ci è mai entrato - incalza Paolo Mayr, presidente di Italia Nostra - il giudizio espresso fin dal 1993 dalla commissione Beni culturali è privo di qualsiasi fondamento».

Nel 2003 la commissione provinciale ribadiva che il palazzo di giustizia riveste interesse storico-artistico, e pertanto rientra tra i beni tutelati, così non è per il vicino carcere. Successivamente la Provincia affidò all’architetto Luca Beltrami l’incarico di raccogliere materiale sulla storia del carcere e del tribunale e un sunto dello studio venne allegato al bando di concorso per il nuovo polo giudiziario.

Una cittadella, quella progettata da Pierluigi Nicolin, che meno di un mese fa ha incassato il via libera delle commissioni edilizia e urbanistica del Comune. I lavori dovrebbero partire entro il 2009. Ma per Mayr la battaglia non è affatto persa: «C’è ancora tempo, prima di demolire passeranno anni. E poi ci risulta che l’edificio sia uno dei pochi immobili demaniali rimasti, dunque non nella completa disponibilità della Provincia».

Alle accuse di Citati ha subito risposto ieri il presidente della Provincia Lorenzo Dellai con una lettera inviata al direttore di Repubblica: «È triste che uno stimato uomo di lettere non conosca la realtà. Invito Citati a scoprire come in questa terra si interpreti l’autonomia, che non è privilegio ma tradizione millenaria e positiva di autogoverno, e come si esercitino da decenni le prerogative ad esempio in materia di tutela dei beni culturali». «Un campo - rivendica Dellai - che ci ha sempre visti attenti protagonisti e in cui gli stanziamenti sono stati sempre importanti e tesi al rispetto e alla valorizzazione di ogni bene».

Dellai invita Citati a Trento, a visitare il carcere ma anche a vedere i progetti della nuova cittadella della giustizia: «Scoprirà che non si tratta di interventi speculativi, non faremo un centro commerciale. È un’iniziativa seria, finanziata da noi per conto dello Stato, che vuole migliorare il lavoro dei giudici e la condizione dei carcerati».

Anche il sindaco di Trento Alberto Pacher non vede «disattenzione verso il patrimonio storico-culturale». «Definire il nostro carcere un gioiello mi sembra una forzatura - osserva - è un bene che su questi temi ci sia dibattito, ma non tutto ciò che è vecchio è di per sé un gioiello da conservare. Le città devono sapersi aprire al nuovo, e questo significa inserire architettura contemporanea di qualità come nel caso del nuovo polo giudiziario».

Chiara Bert

Trentino, 7 ottobre 2007

 

5.

COMUNICATO n° 2877della Provincia Autonoma di Trento, del 06/10/2007

Carcere: la lettera del presidente Dellai al direttore di Repubblica

 

"Caro direttore, oggi ho letto il pezzo di Pietro Citati che il suo giornale pubblica in prima pagina. L'unica cosa che mi sento di dirle è che è triste che chi scrive, uno stimato uomo di lettere, non conosca la realtà. Di qui il mio invito: attraverso il suo giornale invito infatti il fine Citati a scoprire come, in questa terra, si interpreti l'autonomia - che non è un privilegio, ma una tradizione millenaria e positiva di autogoverno - e come si esercitino ormai da decenni le prerogative ad esempio in materia di tutela dei beni culturali, ovvero in un campo che ci ha sempre visti attenti protagonisti e in cui gli stanziamenti sono stati sempre importanti e tesi al rispetto e alla valorizzazione di ogni bene. Accolgo volentieri Citati sul posto, affinché possa visitare e scoprire l'attuale carcere e per permettergli di visionare i progetti legati alla cittadella della giustizia, un'iniziativa di grande rilievo che la Provincia autonoma finanzia e sostiene con propri fondi in nome e per conto dello Stato. Scoprirà cosi che non si tratta di interventi speculativi - che non appartengono proprio alla nostra cultura e al nostro modo di intendere l'Autonomia - ma di un'iniziativa molto seria, appunto finanziata da noi per conto dello Stato, che ha l'intento di permettere ai giudici di lavorare meglio, ma anche ai carcerati di vivere la loro condizione in modo dignitoso. Se l'autogoverno serve anche a questo, ne andiamo orgogliosi e fieri. Come Citati potrà spero presto scoprire".

 

6.

I lavori partiranno entro la fine del 2009:
rivoluzione tra via Barbacovi e via Pilati
Nuovo polo giudiziario, via libera del Comune
L'architetto Nicolin replica a Italia Nostra: «Il carcere non ha valore
È solo gente ancora affezionata al passato»

 

TRENTO. Sei edifici dalle pareti vetrate, una corte interna adibita a giardino, specchi e giochi d'acqua. Si presenterà così il nuovo polo giudiziario che sorgerà dietro al tribunale d'impianto asburgico. Ieri sera commissione edilizia ed urbanistica del Comune hanno dato un via libera al progetto dell'architetto Pierluigi Nicolin, che ha risposto anche agli attacchi di Italia Nostra che aveva scritto al ministro Rutelli per evitare la demolizione del carcere. «Quell'edificio non ha alcun valore storico-artistico».I lavori inizieranno nel 2009 e dureranno 5 anni. Costo: 80 milioni di euro.

Prima la commissione edilizia, poi quella urbanistica hanno dato l'ok al progetto per il nuovo polo giudiziario di Trento che andrà a sostituire le attuali carceri di via Pilati. A breve sarà firmata la concessione edilizia e l'ultimo passaggio sarà il parere del comitato tecnico della giunta provinciale. L'iter della nuova struttura non è stato comunque senza ostacoli. L'idea è quella di trasformare una zona ora tetra, austera, impenetrabile, quasi staccata dalla città, in un'area luminosa, spaziosa, trasparente. La demolizione del carcere ha trovato l'opposizione dell'associazione Italia Nostra, ma ora sembra essere scaduto il tempo per «salvarsi in corner».

Il progetto. L'architetto milanese Pierluigi Nicolin, che ha vinto il concorso internazionale indetto dalla Provincia, ha presentato con chiarezza la sua creatura. «Un tempo i palazzi di giustizia erano realizzati in base ad uno stile autoritario. Dovevano esprimere forza ed incutere quasi timore. Al giorno d'oggi bisogna dare un messaggio diverso. È meglio parlare di democrazia e quindi di trasparenza». Per questo, alle spalle dell'attuale tribunale asburgico che sarà ristrutturato, sorgeranno sei edifici vetrati, poco distanti l'uno dall'altro, con al centro un giardino cortile che servirà anche «per dare nuova energie ad una parte della città ora immobile». La volontà di Nicolin è quella di creare un «nuovo luogo eccellente di architettura moderna che vada ad affiancarsi alle bellezze storiche del centro città». All'interno dell'attuale tribunale ci saranno la procura generale della repubblica e la corte d'appello, mentre negli altri edifici si dislocheranno la procura della repubblica, il giudice di pace, il tribunale dei minori. Al piano interrato ci saranno le aule (con stanze per i traduttori), l'aula magna, nei sotterranei il parcheggio (con 500 posti auto) e nel sottotetto del tribunale la biblioteca. L'impianto di riscaldamento userà la «filosofia delle pompe di calore utilizzando energia elettrica e limitando le emissione di Co2 con risparmi del 30%».

I tempi. La prima pietra dovrebbe essere posta alla fine del 2009. In primis avverrà la demolizione delle carceri che durerà 6 mesi, poi via agli scavi (4 mesi) e si partirà con la costruzione del nuovo tribunale che durerà almeno 4 anni. A quel punto ci sarà il trasloco dal vecchio tribunale e partirà il restauro. In questo modo si evitano problemi ad avvocati e magistrati che non resteranno senza sede. Se tutto va bene, insomma, il nuovo polo sarà pronto per il 2015.

La polemica. Italia Nostra si è battuta contro la demolizione delle carceri dichiarandole «bene storico artistico» e scrivendo anche al ministro Rutelli. Secca la risposta dell'architetto Nicolin. «Il vecchio progetto è disorganico e l'edificio non ha alcun valore storico artistico e questo lo ha affermato anche la soprintendenza ai beni culturali nel 2003. La polemica non è architettonica ma politico-sentimentale fatta da chi è affezionato al passato e rigetta il futuro. Io non sono un fanatico del moderno e cerco sempre, come qui, un equilibrio tra vecchio e nuovo».

 Lo scenario. Per l'assessore all'urbanistica Alessandro Andreatta la sfida per quell'area non è limitata al tribunale. «Per far rinascere la zona la vera scommessa sarebbe spostare le scuole e ripensare l'area». Ma intanto si pensa a fare il primo passo.

Jacopo Tomasi

Trentino, 18 settembre 2007

 

7.

Italia Nostra onlus
Sezione Trentina
Via Oss Mazzurana, 54 – 38100
Cas. Postale 207 – 38100 Trento
Telefono e fax 0461/269358
e-mail: trento@italianostra.org

 

Egr. Signor Lorenzo Dellai
Presidente della Giunta della Provincia
Autonoma di Trento
Piazza Dante, 15
38100 Trento

 

e p.c.  Egr. dott. Michele Mazza
Commissario del Governo
per la Provincia di Trento
Via Piave, 1
38100 Trento

 

Gentile dott.ssa Margherita Cogo
Vicepresidente della  Giunta della Provincia
Autonoma di Trento e Assessore alla Cultura
Via San Marco, 27
38100 Trento

 

Egr. dott. Guido Improta
Capo di Gabinetto del Ministro
 per i Beni e le Attività Culturali
Via del Collegio Romano 27
 00186 ROMA
fax: 06/67232287

 

Egr. prof. Salvatore Settis
Presidente del Consiglio Superiore
per i beni Culturali e paesaggistici
Via di S. Michele 22
00153 ROMA
fax 050-563513

 

Oggetto: richiesta annullamento dei provvedimenti rilasciati dalla Commissione Beni Culturali e dal Servizio Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento in merito al “non interesse storico-artistico” del complesso carcerario di Trento (p. ed 1271/2, C.C. Trento).

 

Egregio presidente,

tra il 1993 e il 2003 la Commissione Beni Culturali (provvedimento del 27 ottobre 1993, prot. 5791/93) e il Servizio Beni Culturali (determinazione del dirigente n. 318 del 27 luglio 2001 e n. 1178 del 5 dicembre 2003) della Provincia Autonoma di Trento hanno dichiarato e ribadito l’assenza di “interesse storico-artistico” del complesso carcerario (p. ed 1271/2, C.C. Trento), di proprietà del Demanio dello Stato. Dopo aver esaminato attentamente la documentazione conservata presso l’archivio storico della Soprintendenza per i Beni Architettonico della PAT, dopo aver effettuato un sopralluogo all’interno dell’edificio di pena - autorizzato dal Ministero di Grazia e Giustizia ed effettuato dai sottoscritti il 16 maggio scorso –, dopo aver svolto una serie di ricerche storico-archivistiche in merito alla progettazione, alla costruzione e alle modifiche del complesso monumentale “Tribunale-Carceri”, la sezione trentina di Italia Nostra onlus non può che ribadire con forza il valore storico, artistico e architettonico del carcere ottocentesco di Trento e chiedere l’annullamento dei provvedimenti sopra citati per i seguenti motivi:

 

1) il mancato rispetto da parte degli uffici provinciali preposti alla tutela del patrimonio culturale del comma 1 dell’articolo 3 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. leg. 42/2004) relativo al procedimento di verifica dell’interesse o del non interesse storico-artistico di un bene culturale. Nell’elaborazione di tutti i provvedimenti sopra ricordati è infatti mancata quella “adeguata attività conoscitiva” a cui fa riferimento il comma 1 dell’articolo 3 del D. leg. 42/2004. Lo dimostrano alcuni fatti:

- il sopralluogo effettuato in data 20 ottobre 1993 dal funzionario incaricato del procedimento è stato superficiale e parziale. Manca il verbale del sopralluogo;

- nella determinazione della Commissione Beni Culturali del 27 ottobre 1993 si citano la “documentazione agli atti e la relazione estesa dal tecnico del Servizio Beni Culturali”. Di tutto questo non c’è traccia nel fascicolo “Tribunale-Carcere” da noi visionato. Esiste solo un promemoria del 20 ottobre 1993 privo di qualsiasi elemento di analisi storica, architettonica ed artistica del complesso carcerario, oggetto del provvedimento.

 

2) la mancanza del parere delle autorità ecclesiastiche locali in merito alla decisione di demolire la chiesa annessa al carcere, ancora in uso come luogo di culto e consacrata al “Buon Pastore” nel 1881, come risulta dalla documentazione conservata presso l’Archivio Diocesano Tridentino. Evidentemente non sono state rispettate le disposizioni in materia di tutela dei beni culturali ecclesiastici previste dall’Intesa tra Conferenza Episcopale Italiana e Ministero per i Beni Culturali e le Attività Culturali, valide anche sul territorio della Provincia Autonoma di Trento.

 

Le lacune procedurali e gli errori di valutazione, alla base dei provvedimenti emanati dagli organi provinciali di tutela, sono di una gravità inaudita.

Giustamente qualcuno ha parlato della “Caporetto della tutela dei beni culturali” in Trentino, mentre l’ex-presidente della Giunta Provinciale di Trento ed ex presidente della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, dott. Carlo Andreotti, ha definito “errore inammissibile e condannabile” la decisione di non tutela delle Carceri e ha evidenziato il “possibile motivo per il TAR di annullamento di ogni delibera di abbattimento delle carceri stesse”.

Qualora la Giunta Provinciale decidesse di non annullare i provvedimenti e di dar seguito alla sciagurata decisione di demolizione del complesso carcerario la sezione trentina di Italia Nostra onlus si riserva la possibilità di intraprendere tutte le azioni legali possibili per evitare questa offesa al patrimonio culturale collettivo.

 

Non escludiamo, inoltre, di chiedere alla Commissione dei Dodici, al Parlamento e al Governo la revisione delle Norme di attuazione dello Statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige per quanto riguarda le disposizioni sul patrimonio storico e artistico (DPR 690/1973 come modificato dal decreto legislativo n. 506/1998), in modo da prevedere - in casi eccezionali ed in presenza di evidenti vizi di forma e di sostanza in provvedimenti emanati dagli organi provinciali di tutela – l’intervento di annullamento da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali o da parte del Consiglio dei Ministri.

In alternativa si chiederà al Governo di inserire tra i beni di interesse nazionale, oltre al Doss Trento, anche il complesso unitario “Tribunale-Carcere” di Trento, rivedendo l’articolo 1 del DPR n. 48/1973, come modificato dal decreto legislativo n. 488/1988, che individua i beni esclusi dalla competenza provinciale.

 

RingraziandoLa anticipatamente per l’attenzione e in attesa di una sua risposta, Le inviamo i nostri più cordiali saluti.

 

Trento, 18 settembre 2007

 

ing. Paolo Mayr

presidente della sezione trentina

di Italia Nostra onlus

 

dott. Salvatore Ferrari

vicepresidente con delega per i beni culturali

della sezione trentina di Italia Nostra onlus

 

P.S. Si allega l’articolo dell’architetto Luca Beltrami, pubblicato sul quindicinale “Questotrentino” (15 settembre 2007, n. 15, pp. 21-23), che illustra in maniera esemplare il caso del Carcere di Trento.

 

Per comunicazioni:

Paolo Mayr: tel. 0461/235341 – Trento, via Manci, 83;

e-mail: crimayr@tin.it

 

Salvatore Ferrari: tel. 349/8131260 – Caldes, via del Zocol, 12;

e-mail: salvasette@yahoo.it

 

8.

COMUNICATO n° 1428 della Provincia Autonoma di Trento, del 29/05/2007
La Presidenza della Provincia risponde alle polemiche di Italia Nostra

Il nuovo polo giudiziario fa risparmiare territorio

ed è frutto di una intesa strategica con lo Stato

 

In merito alle notizie diffuse nella giornata odierna dagli organi di informazione locali, che riguardano le critiche portate dall’Associazione Italia Nostra al progetto del nuovo Polo Giudiziario, preme sottolineare e evidenziare quanto segue.

Il progetto del Polo Giudiziario di Trento non nasce per caso o per capriccio: rientra infatti nel disegno complessivo di riorganizzazione urbanistica e logistica dei servizi da destinare alla comunità trentina nel suo complesso e come tale riveste un’importanza sovra-urbana, un disegno che poggia su un’intesa profonda fra Provincia di Trento e Stato, che ha portato i due “attori” a firmare il 24 aprile una intesa politica”, ribadita poi l’8 febbraio 2002, con la firma dell’Accordo di Programma Quadro per la razionalizzazione delle sedi e delle strutture statali e provinciali nella città di Trento. Provincia e Stato, dunque, a anni omai stanno lavorando di comune accordo sul nuovo Polo Giudiziario, così come su altri importanti snodi infrastrutturali del capoluogo.

Per realizzare questo nuovo Polo, tuttavia, un Polo che sapesse coniugare modernità di strutture e di spazi con efficienza dei servizi, le ipotesi erano due: scegliere un’area immediatamente periferica alla città e lì, erodendo altro prezioso terreno verde, realizzare una struttura confacente alle esigenze della giustizia della nostra comunità; oppure riutilizzare l’area tradizionalmente sin qui vocata alla giustizia – l’attuale isolato che comprende il Tribunale, il Carcere e i cortili interni – per farvi sorgere la nuova struttura.

Premesso che in tema di urbanistica e di gestione del territorio la competenza primaria era e rimane della Provincia autonoma di Trento e che nessuna Soprintendenza italiana potrà mai verificare e controllare il merito delle decisioni assunte dagli organi provinciali, essendo già previsti dalla Costituzione italiana e dallo Statuto di Autonomia quali sono gli organismi di controllo, preme sottolineare che il nuovo Polo Giudiziario ha seguito un iter amministrativo trasparente e lineare. Già nel 2003 la Commissione Beni Culturali – su richiesta del Progetto speciale grandi opere civili della Provincia – ribadiva quanto già argomentato nel 1993, e cioè che “il Palazzo di giustizia (l’edificio per intenderci che guarda verso via S. Francesco Saverio) riveste interesse storico-artistico e pertanto rientra tra i beni tutelati all’art. 5 del D.Lgs 29 ottobre 1999, m. 490, e che la p.ed 1271/2 (l’attuale Carcere addossato a occidente) non riveste interesse storico-artistico”. Se a questo aggiungiamo che il Piano dei Centri Storici di Trento degli Anni ’80 e la più recente Variante al PRG del 2004 stabilivano entrambi che, fatta salva la porzione di complesso del Tribunale, tutelato come bene storico-artistico, la porzione del vecchio Carcere poteva essere oggetto di demolizione e di ricostruzione, si capisce bene che le scelte operate dall’amministrazione provinciale – sempre in accordo con lo Stato – poggiavano su una normativa chiara e una volta tanto di diretta interpretazione.

Ma la Provincia non s’è accontentata e, sempre tramite il Progetto speciale grandi opere civili, affidò all’arch. Luca Beltrami (guarda caso lo stesso che, oggi sui giornali, parla e critica a nome di Italia Nostra) un incarico per raccogliere materiale documentaristico sulla storia e sul passato del Carcere e del complesso del Tribunale nel suo insieme.

Un sunto di questo studio storico venne allegato al bando di concorso per il nuovo Polo Giudiziario. Fu, questa, una scelta che mise tutti i potenziali concorrenti per il nuovo progetto a conoscenza di alcune scelte di fondo dettate dalle norme vigenti. E cioè: il palazzo dell’attuale Tribunale (con la sopraelevazione di un piano realizzata nel 1922) era “intoccabile” perché tutelato; la nuova struttura datata 1966 (la palazzina su tre piani che avrebbe ospitato poi per anni la Corte d’Assise e la Procura della Repubblica) era destinata ad essere abbattuta per riportare il corpus dell’edificio alle condizioni degli Anni Venti del secolo scorso; il Carcere e i cortili ad esso collegati, invece, seppure ricchi di storia, non erano tutelati e veniva data libertà ai progettisti e agli studi di progettazione di scegliere tra una loro ristrutturazione e una loro demolizione con rifacimento ex-novo. Nessun progettista, fra quelli che hanno risposto al bando, ha scelto la prima alternativa, ritenendo irrealizzabile una declinazione della struttura di un carcere a spazio per accogliere uffici giudiziari. Tutti – anche lo studio milanese del prof. Pierluigi Nicolin di Milano – hanno preferito immaginare una struttura nuova, più efficiente e razionale.

Certo: si potevano salvare le carceri, ma per farne cosa? Un Museo? Una “lapide urbanistica” a ricordo del dolore vissuto e patito fra quelle mura ingabbiate?

Italia Nostra afferma: potevamo farne un Polo Universitario, come se l’Università di Trento già non avesse con equilibrio e con preveggenza elaborato un suo disegno di sviluppo infrastrutturale che, approvato dalla Provincia autonoma di Trento, ha individuato gli spazi giusti e idonei per ospitare e far crescere l’attività docente e di ricerca!

Italia Nostra afferma: il Polo Giudiziario farà demolire e ci farà perdere edifici antichi e di pregio per far posto a strutture moderne, ma non dice, però, che dovendo la comunità trentina prevedere comunque un proprio Polo per le future attività di giustizia, l’uso razionale e previdente del territorio e un suo riutilizzo laddove concesso dalle normative vigenti deve essere vista dalla comunità come una scelta oculata, onesta e opportuna.

L’auspicio è che la polemica di Italia Nostra contro la Provincia, una polemica invero un po’ tardiva e, diciamo così, fuori tempo massimo, faccia in realtà comprendere gli sforzi compiuti dall’amministrazione pubblica per dotare la città e la provincia di un complesso giudiziario al passo coi tempi, ma con il minimo degrado ambientale possibile. Che è, poi, la regola fondamentale che guida da sempre l’attività di questo esecutivo provinciale.

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