I pastori sardi attuano uno sciopero della fame
per sottolineare la fine del loro mondo

 

Silvano Pistis avrà a breve molto da fare. Fra poche settimane inizia la stagione dell’agnellatura sull’isola di Sant'Antioco, al largo della Costa sud-occidentale della Sardegna. È il periodo più duro per il sig. Pistis, i suoi due fratelli e la famiglia tutta perché bisogna svezzare e ingrassare gli agnelli per Natale. Il lavoro della terra ce l’hanno nel sangue e non c’è nulla di più tradizionale in Sardegna dell’allevamento delle pecore - ma per la famiglia Pistis in questi giorni sembra tutto inutile.

"Non ce la facciamo ad andare avanti", dice il sig. Pistis desolato. "Le grandi aziende che comprano il latte delle nostre pecore per il formaggio lo pagano 70 cent al litro - sono 30 anni che il prezzo non sale. Ma tutto il resto è centuplicato. Avevamo dei sussidi dall’Unione europea - 4.000 o 5.000 Euro l’anno - ma l’anno scorso sono stati soppressi. Non possiamo più andare avanti. Non facciamo una lira. Se continua così non avremo più un lavoro, la terra e finiremo per strada."

Oggi il signor Pistis, un uomo di 27 anni con il mento sporgente ed un'espressione seria sul suo viso arrossato, è a Roma. La scorsa settimana insieme ad altri pastori e pescatori sardi hanno attuato uno sciopero della fame negli uffici comunali di un paese della Sardegna meridionale per attirare l’attenzione della Regione e del Governo sulla loro situazione.

Ora hanno portato la loro lotta nella capitale perché le fosche previsioni del sig. Pistis si stanno per avverare. Lui e la sua famiglia potrebbero perdere tutto ciò che possiedono - pecore, terra, ovili, foraggio, le stalle, tutto. Andrà tutto all’asta per ripianare almeno parte dei 120.000 Euro (83.900 sterline) che debbono alle banche.

Tutto ebbe inizio quando nel 1988 il governo regionale della Sardegna propose loro un bell’affare, come quelli che si offrivano allora ai contadini europei nel periodo delle vacche grasse della Politica Agricola Comunitaria - grandi prestiti ad un interesse fisso molto basso per modernizzare le aziende agricole. Quattro anni dopo, l’affare si sgonfiò platealmente quando l’UE lo dichiarò illegale sostenendo che i bassi tassi di interesse andavano contro le regole della corretta competizione.

Ma a quel punto i prestiti erano già stati spesi e quando le banche alzarono i tassi di interesse, i contadini cominciarono lentamente ad affondare nei debiti. Oggi circa 50.000 proprietari di terra sono debitori alle banche per circa 700 milioni di Euro (490 milioni di sterline). La loro unica speranza è quella di convincere il governo centrale ad adottare delle misure di emergenza per fermare il sequestro e la vendita all’asta delle loro terre. Ma la speranza si accompagna alla paura.

La settimana scorsa ad un contadino in sciopero della fame è stato dato fuoco all’azienda e Riccardo Piras, uno dei leader del gruppo che si oppone alle svendite, ha ricevuto una lettera con il disegno di una bara: “Ti spariamo nella schiena e incendiamo la tua terra”, minacciava.

Un avvertimento per fermare la campagna volta a sensibilizzare il governo sui problemi dei contadini. Le splendide coste sarde fanno gola all’industria del turismo mediterraneo e, man mano che le lagnanze dei contadini si amplificano, gli sciacalli della finanza speculativa si organizzano. Il sig. Pistis non ha dubbi che se lui e la sua famiglia venissero sbattuti fuori dalla loro azienda agricola, qualche albergatore si aggiudicherebbe la terra a prezzi convenienti per costruirci un villaggio turistico.

La crisi sarda è uno dei sintomi di una più vasta malattia dell’agricoltura italiana. Gianni Fabbris, leader di Altra Agricoltura, un gruppo di pressione che sostiene le famiglie sarde, così dice: "Per tagliare i fondi destinati all’agricoltura, l’UE vuole ridurre il numero delle aziende agricole, in particolare quelle dove si concentra il maggior numero di addetti. Vale a dire le terre del Mediterraneo e l’Italia in particolare."

Questa politica è un enigma. La pasta, il prosciutto, i formaggi, l’olio d’oliva e altri prodotti italiani sono molto richiesti in tutto il mondo, e tuttavia produrre in Italia - data la volatilità dei sussidi e l’apertura alle importazioni da tutto il mondo - è diventato maledettamente caro. Alcuni dei celebri produttori di prosciutto italiano allevano i maiali in Romania a costi di molto inferiori per poi riportarli in Italia negli ultimi 3-4 mesi di vita per poterli certificare come italiani. Il grano duro usato per fabbricare la famosa pasta italiana può essere coltivato in Ucraina o in altri Paesi meno cari.

Nel frattempo i contadini italiani sono con le spalle al muro. Il sig. Fabbris prevede che entro il 2013, quando cesseranno i sussidi dell’Unione Europea, il 40% del milione di aziende agricole del Paese potranno considerarsi estinte.

Peter Popham da Roma

Indipendent, 12 ottobre 2007

 

 

Sardinia's shepherds stage hunger strike

to highlight their dying way of life

 

Silvano Pistis will soon be hard at work. Lambing time at his farm on the island of Sant'Antioco, off the south-west corner of Sardinia, is a few weeks away. Then comes the busiest time of year as Mr Pistis, his two brothers and their parents buckle down to the task of getting the lambs weaned and fattened for Christmas. Farming is in their blood and no task is more traditional in Sardinia than raising sheep – but for the Pistis family, however, these days it is a dead loss.

"We can't go ahead," Mr Pistis says, flatly. "The big companies that buy our sheep's milk for cheese pay 70 cents per litre – the price hasn't gone up for 30 years. But the prices of everything else have soared. We used to receive a subsidy from the EU - 4,000 or 5,000 a year - but last year they stopped it. There is no way we can carry on. We are not making any money at all. The way things are going, we'll end up with no work, no farm, out on the street."

Today, Mr Pistis, a 27 year old with a jutting chin and a grave expression on his ruddy face, is in Rome. For a week, he and other Sardinian farmers and fishermen staged a hunger strike in the municipal offices of a village in southern Sardinia, trying to get regional and national governments to notice their plight.

Now they have brought their struggle to the Italian capital because Mr Pistis's dire predictions are about to come true. He and his family could lose everything they own - their sheep, their farmhouse, the pens, the fodder, the barns, the lot. Everything is to be sold at auction to pay back at least a fraction of the € 120.000 (£ 83.900) they owe banks.

The root of their problem is that in 1988 the Sardinian regional government gave them a cosy deal typical of those offered to Europe's farmers in the heyday of the Common Agricultural Policy - large loans at a low, fixed interest rate to modernise their farms. Four years later, the deal went spectacularly wrong when the EU declared it illegal and the low interest rates to be an unfair distortion of competition.

By this point, however, the loans had been spent and, once banks raised interest rates, farmers began slowly sinking in debt. Today, some 50,000 landowners owe banks € 700m (£ 490m). Their only hope is to persuade central government to take emergency action to stop the seizures and fire sales from going ahead. But this hope has brought new fear into their lives.

Last week, a farm owned by one hunger-strikers was firebombed and Riccardo Piras, a leader of the group fighting to stop the sell-offs, received a letter containing a drawing of a coffin. "We will shoot you in the back and we'll blow up your farm with bombs," it promised.

It was a warning to drop the campaign to bring the farmers' problems to government attention. Sardinia's gorgeous coastline is one of the hottest properties for the Mediterranean tourism industry and, as farmers' woes have multiplied, the vultures of speculative finance have been gathering. Mr Pistis is in no doubt that if he and his family were to be forced off his farm, some hotelier would snap up the land at bargain price and build a resort on it.

The Sardinian crisis is one symptom of the larger malaise in Italian farming. Gianni Fabbris, a leader of Altra Agricoltura, a pressure group supporting the Sardinian families, said: "To cut agricultural spending, the EU wants to cut the number of farms which means, in particular, cutting those where there is the greatest concentration of workers. That means the farms of the Mediterranean – Italy in particular."

The policy presents a conundrum. Pastas, prosciuttos, cheeses, olive oils and other products made in Italy are huge sellers worldwide, yet production in Italy – with sliding subsidies and import markets open to the world – has become prohibitively expensive. Some of Italy's celebrated ham producers are rearing pigs in Romania at much lower costs, then bringing them to Italy for the last three months of their lives, so they can be accredited as Italian. The durum wheat used to make famous Italian pastas may be grown in Ukraine or other low-cost countries.

Meanwhile, Italy's farmers are going to the wall. Mr Fabbris predicts that by 2013, when most EU subsidies have been phased out, 40 per cent of the country's one million farms may have been forced out of business.

By Peter Popham in Rome

Indipendent, 12 October 2007

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