Nota di Nimby trentino

 

Pubblichiamo la lettera che l'ing. Angelo Tartaglia ha inviato, in forma aperta, al movimento No Tav della Val Susa, e poi ripresa da "Liberazione" e da alcuni giornali della valle. Contiene considerazioni e spunti utili per riflettere sui perché i "tavisti non cambiano posizione solo perché hanno torto".

 

Tav, opera del tutto inutile

 

Vedo circolare in rete messaggi di cui fatico a capire il senso e l’obiettivo. Mi scuso se travalicherò i confini di un ruolo strettamente tecnico, ma ritengo che qualche commento possa essere utile. Non mi pare il caso di ricostruire storicamente una vicenda che tutti conoscono, ma ne riprendo soltanto l’essenziale.

Il governo (anzi: i governi e gran parte della classe dirigente del paese) vogliono fare, a spese pubbliche, una serie di grandi gallerie in Val di Susa. La cosa è assurda in quanto immotivata, nociva e antieconomica. I proponenti però dispongono di potentissimi strumenti di propaganda, per il tramite di tutti i maggiori mezzi di comunicazione, i quali inoltre esercitano una censura strettissima (anche oggi) non facendo filtrare nessuna argomentazione critica di merito. Risultato: grandissima parte dell’opinione pubblica nazionale (“nazionale” parte dai confini della Bassa Valle) continua a ritenere che l’”Alta Velocità” sia una buona cosa, senza sapere né di cosa si tratti, né cosa c’entri la Valle di Susa, né quanto costi, né…., né… etc.


Un primo tentativo di soluzione “militare” fallisce per la mobilitazione popolare e perché i mezzi di comunicazione, sempre senza entrare nel merito, diffondono le cronache.

Si arriva alla formazione di un organismo tecnico, l’osservatorio, in cui rappresentanti, per l’appunto tecnici, delle diverse istituzioni hanno sostanzialmente il compito di verificare: a) se la nuova linea sia necessaria; b) se sia urgente.

Ovviamente i tavisti governativi contano, con l’osservatorio, di “ammansire” l’opposizione confondendola con una marea di discorsi tecnici e di arrivare a ciò cui sono disposti fin dal principio: parlare di mitigazioni, compensazioni, alternative di tracciato…


Il governo (e non solo lui) scopre però che i suoi interlocutori non sono né ingenui né sprovveduti; anzi scopre che le sue posizioni sul versante tecnico sono alquanto inconsistenti e sono molto mal difese. Col passar del tempo (e delle audizioni) anche in Francia e a Bruxelles cominciano a capire che la situazione in Italia è diversa da come qualcuno gliela aveva raccontata.

 

In capo a dieci faticosi mesi di lavoro dell’osservatorio si arriva a mettere nero su bianco, al di là delle chiacchiere e degli aggettivi (su cui per altro sembra che si concentri sempre l’attenzione):

1. che una nuova linea non è necessaria (certo: “per ora”);

2. che di conseguenza non è sicuramente urgente;

3. che la prima cosa da fare per spostare le merci dalla strada alla ferrovia non consiste in interventi infrastrutturali ma di natura economica e organizzativa e che tali interventi debbono essere adottati subito e dimostrarsi efficaci.

 

Per altro, dire che un investimento di alcuni miliardi di euro da prendere a prestito non è urgente, vuole sostanzialmente dire che semplicemente non lo si deve fare. Dire che bisogna adottare subito politiche di riequilibrio modale e poi verificare che siano efficaci, vuol dire che finché le politiche non vengono adottate e non si dimostrano efficaci non c’è nient’altro da discutere.

 

Arriviamo a questo punto al mitico terzo quaderno.

È chiaro che i sostenitori governativi delle gallerie, vista anche la piega presa dalle attività dell’osservatorio, hanno preso a caldeggiare la conclusione di questa sgradevole fase della vicenda e hanno ritenuto che il modo più pulito per uscirne sarebbe stato quello di fare “tutto quello che si era previsto di fare”, inclusa l’analisi del nodo di Torino, per poi finalmente passare a discutere di dove scavare i tunnel.

 

Bene! Come per la prima parte, anche questa volta non ha funzionato. Dopo un lungo braccio di ferro, il terzo documento licenziato dall’osservatorio contiene quanto segue.

1. Per la parte maggiore del documento, la valutazione della tratta di Bassa Valle, col riconoscimento che lì non ci sono criticità, mentre invece, se si vuole veramente attivare il servizio ferroviario metropolitano nella misura e nei tempi dichiarati dall’AMM (Agenzia Metropolitana per la Mobilit√†), l’accesso a Torino da Avigliana diverrà rapidamente incompatibile col trasporto merci. Questi dati è bene che vengano pubblicati, come per i primi due quaderni, perché affermano la necessità di costruire, ben prima dell’entrata in funzione di qualsiasi ipotetico tunnel di base, nuovi binari tra Avigliana e Torino; binari che NULLA HANNO A CHE FARE CON UNA NUOVA LINEA INTERNAZIONALE.

2. Per la parte minore del documento, l’elenco delle configurazioni iniziali da fornire come dati di ingresso per il modello di calcolo CapRes con cui si effettuerà la valutazione della capacità di carico del nodo di Torino.

3. L’affermazione che l’analisi del nodo non c’è ancora e dovrà essere fatta.

 

Contestualmente e formalmente è stato riconosciuto che l’analisi della capacità della linea non è conclusa e che non si potranno fare ulteriori valutazioni tecniche prima di avere i dati di Torino.

Per inciso, onde smitizzare la numerologia dei quaderni ne uscirà un quarto che conterrà i resoconti delle visite effettuate al Lötschberg, all’Eurotunnel, a Orbassano, a Busto Arsizio e a Verona.

 

Al di là della stampa e propaganda, il messaggio nei confronti del governo è esplicito e chiarissimo e  in sede politica ne sono perfettamente consapevoli.


La palla passa al “tavolo politico” il quale verrà (e sarebbe stato comunque) convocato:

1. senza alle spalle la valutazione completa della linea;

2. in presenza di valutazioni che indicano che interventi per nuove infrastrutture non sono né urgenti né necessari;

3. con l’indicazione che mancano provvedimenti concreti per il riequilibrio modale di cui sia verificabile l’efficacia.

 

Il fatto che non possano usare la carta del “visto che avevamo ragione noi” significa che non possono fare forzature? Nemmeno per sogno: un colpo di  mano potrebbero farlo domani mattina, come avrebbero potuto farlo ieri o l’altro ieri. I tavisti non cambiano posizione solo perché hanno torto! Se contavano però di avere qualche alibi in più per le soluzioni di forza si sono sbagliati.

 

Anche l’ala “militare” del governo (quella che ha cercato di svuotare e marginalizzare l’osservatorio fin dal primo momento) sa che per agire le necessita un grado sufficiente di consenso o di non dissenso pubblico.

 

A questo punto gli obiettivi immediati, tanto dei “militari” quanto dei “morbidi” sono piuttosto facili da individuare:

1. indebolire il fronte della resistenza;

2. isolare la Bassa Valle.

 

Il primo obiettivo potrebbero conseguirlo:

1. dividendo fra loro gli amministratori (e immagino che ci siano continue pressioni politico-amministrative in tal senso), ma finora non è successo;

2. dividendo gli amministratori dal movimento;

3. erodendo la base e dividendo il movimento al suo interno (qui gli strumenti più rilevanti sono la propaganda e la mistificazione).

 

L’ottimo per loro è quello di produrre tutte queste cose insieme.

Il secondo obiettivo è stato perseguito, in primis dal ministro delle infrastrutture, cercando di creare una specie di cordone sanitario tutto attorno alla valle attraverso il coinvolgimento nella fantomatica “conferenza dei servizi” che tale non è, di amministrazioni varie che tra l’altro in molti casi nulla c’entrerebbero anche in ipotesi di nuovi fantasiosi tracciati. Questa operazione, sicuramente insidiosa, si sta però sfaldando.

 

Forse molti non ci stanno facendo caso, ma il fronte delle amministrazioni comunali critiche si sta allargando fuori della valle. Una serie di comuni (intendo l’istituzione) era ed è a priori schierata da un'altra parte per via delle patologie della politica italiana (se il mio sponsor politico è d’opposizione, allora io sono contrario a prescindere); altri comuni (molti della cintura torinese) erano fino a poco tempo fa alquanto diffidenti nei confronti della Bassa Valle, sia per la sovraesposizione di quest’ultima, sia per le ovvie pressioni politiche provenienti dai partiti. Ora però il clima sta cambiando, probabilmente perché i rappresentanti tecnici di quelle amministrazioni (non ci siamo solo noi) riferiscono come stanno andando le cose in osservatorio e poi perché in alcune occasioni di incontro gli amministratori esterni alla valle si stanno rendendo conto che:

1. non ci si  limita a difendere delle posizioni e a fare proclami;

2. si entra nel merito dei problemi a prescindere da convenienze o sconvenienze politiche;

3. le questioni sollevate sono fondate e sostenute con competenza reale.

 

Queste constatazioni stanno sciogliendo le diffidenze e gran parte della cintura torinese comincia ad assumere posizioni critiche comuni, congiunte con quelle dei comuni della valle. All’ultimo incontro dei sindaci fuori della valle erano persino presenti, sia pur in fondo ed in silenzio, alcuni amministratori della Val Sangone.

È poco?

 

Mi sa che i “militari” dovranno concentrarsi di più sul primo obiettivo, ora.

Per altro quali dovrebbero essere gli obiettivi operativi della valle? Non forse speculari a quelli degli avversari?

1. Cercare di incrinare la compattezza degli schieramenti politici.

2. Cercare di forare il muro della propaganda mostrando la serietà delle posizioni al di sopra di qualsiasi ideologia.

3. Cercare di allargare fuori della valle una rete di comprensione e solidarietà tanto tra le amministrazioni che tra il pubblico.

O no?

 

Ho provato a mettere insieme scampoli di una possibile linea di condotta (sarebbe un po’ esagerato chiamarla “strategia”) incerta, sicuramente discutibile e magari sbagliata. Vorrei però vedere qualche piano b) al di là di quello del cominciare a scavare le trincee e aspettare l’assalto delle giubbe rosse.

Io sono abituato a considerare persone, cose e fatti. Non mi ritrovo con le illazioni, i sospetti e men che meno con gli attacchi personali e con tutto ciò che non è verificabile, comprovabile ed utile.

 

Credo che i rancori, gli insulti e le contese rientrino molto bene nel primo punto della tattica dell’avversario. In ogni caso sono anche abituato a restare per quanto possibile all’interno di un approccio razionale ai problemi e preferisco i sostantivi agli aggettivi. Che c’entrano i partiti democratici e antidemocratici, i governi amici e quelli nemici? Cosa vogliono dire in concreto queste espressioni? Non sono un ingenuo né uno sprovveduto neanche sul fronte politico e sono stufo del fatto che per tirarsene fuori ci si immerga alla fine nel teatrino delle forze politiche nazionali. Una forte tensione ideale non ha nessun bisogno di far leva sull’emotività passeggera.

 

Insomma, per concludere, mi piacerebbe che questa battaglia di civiltà venisse vinta, non eroicamente persa.

 

Angelo Tartaglia

Ottobre 2007

 

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci