Architettura

Salviamo le carceri

 

Dai professori dell’Università di Firenze Carlo Alberto Maestrelli e Adriano Peroni riceviamo questo contributo sul dibattito relativo alla salvaguardia del complesso delle carceri di via Pilati Trento.

 

Al coro delle giuste proteste per l’annunciata demolizione delle «carceri» del Palazzo della Giustizia di Trento si aggiunge ora anche quella dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige. A giudizio infatti dell’Istituto è inammissibile che l’apparato burocratico della Provincia Autonoma di Trento abbia escluso le «carceri», con la sua chiesa, dalla tutela dei beni ambientali, quando quel complesso edificio fa parte intima e integrante del Palazzo di Giustizia, progettato e realizzato dall’architetto viennese Karl Schaden. Le «carceri» vanno dunque mantenute e ristrutturate interamente insieme al Palazzo di Giustizia secondo le attuali esigenze dei servizi giudiziari; esse, se mai, vanno senz’altro liberate dalle superfetazioni che nel corso degli anni vi sono state aggiunte e incrostate. Così facendo può esser ridata la sua piena visibilità a un insieme architettonico che, non solo ha grande pregio estetico in sé e per sé, ma che costituisce anche un polo socialmente significativo, esclusivo e specifico dell’assetto urbanistico della città. Alle considerazioni più che valide già sufficientemente argomentate e manifestate in una montante ondata di sdegnata protesta ci permettiamo di aggiungerne altre tre per far notare come siano innanzitutto proprio le “carceri” a dare una precisa connotazione al complesso architettonico del Palazzo di Giustizia.

 

1. Di per sé il “Tribunale” nell’imponenza della sua facciata è uno dei tanti edifici pubblici (palazzi governativi, scuole, ospedali, caserme, ecc.) che l’Impero Austro-Ungarico aveva costruito per l’esercizio del suo potere e della sua amministrazione; ma il suo vero e peculiare carattere è costituito della sue ’carceri’. Sono dunque le “carceri”, nel linguaggio architettonico del sito, ad avere un significato esclusivo e primario. Se si tiene conto di questa particolarità, apparirà dunque chiaro e lampante in tutta la sua evidenza come l’architetto Karl Schaden si sia addirittura più impegnato e cimentato nella concezione e nella realizzazione delle “carceri” che non nell’edificio del “Tribunale”. Il “Tribunale” infatti rientra nella omologazione architettonica del suo tempo e di quella civiltà. Pertanto non si esita a dire che le “carceri” con l’annessa “chiesa” valgono quanto - e forse anche più - del “Tribunale”.

 

2. La seconda considerazione è la seguente: è risaputo che analoghi “Palazzi di Giustizia” con annessa “struttura carceraria” esistono in varie altre regioni dell’Impero Austro-Ungarico; ma non è stato ancora detto che è solo la città di Trento a possederne il meglio ambientato da un punto di vista urbanistico. E si aggiunga pure che è persino il meglio costruito, poiché vi sono stati impiegati ottimi materiali lapidei messi mirabilmente in opera dall’eccellenza delle maestranze trentine del tempo.

 

3. Nella terza considerazione si vuol far presente che quello di Trento è l’unico esempio di “Palazzo di Giustizia” con carceri annesse (1876-1881) austro-ungarico - insieme a quello più modesto di Rovereto - in tutta la Regione Trentino - Alto Adige / Süd-Tirol, poiché in quella seconda metà dell’Ottocento nessun’altra città dell’attuale Regione - nemmeno Bolzano - poteva averne un altro così imponente e maestoso.

 

Come ha potuto la Provincia di Trento prendere una così grave deliberazione senza metterne a parte la consorella Provincia di Bolzano, che solo dal 1939 possiede invece un “Palazzo di Giustizia” di segno italiano, essendo stato progettato dall’architetto Paolo Rossi de’ Paoli? Le due Province sono autonome, sì, ma entrambe ricadono nella più ampia autonomia della Regione Trentino - Alto Adige /Süd-Tirol per cui devono operare in piena sinergia quando si affrontano tematiche del genere. Risulta poi a questo Istituto che, pur riconoscendo l’errore di valutazione commesso, l’Ente Provinciale vorrebbe proseguire nella sua determinazione invocando il diritto della “competenza in materia”.

 

Da un punto di vista formalistico questo diritto può essere sbandierato, ma da un più alto punto di vista, realmente sociale, il diritto della “competenza” non dovrebbe essere invocato in casi così delicati. Si dovrebbe infatti comprendere che, se alle autonomie sono date delle “competenze”, queste competenze non possono uscire dal significato che in lingua si dà al vocabolo competenza; la parola competenza non comporta infatti gli stessi valori che si possono riconoscere in parole come libertà, licenza, facoltà, permesso, eccetera. La legge prevede l’eventuale trasferimento di “competenza” ad enti autonomi, ma l’ente autonomo deve saper dimostrare di essere all’altezza della “competenza”. La “competenza” va dunque dimostrata. Qualcuno potrebbe sorprendersi nel vedere che anche l’Istituto di Studi per l’Alto Adige scende in campo per risparmiare dalla distruzione una struttura “austro-ungarica”. Chi così pensasse mostrerebbe di non sapere che l’Istituto e il suo “Archivio” sono stati fondati (1906) per far conoscere agli Italiani una regione ancora malnota nei suoi aspetti e nei suoi problemi. Quindi proprio per questo suo impegno programmatico l’Istituto arriva oggi a inserirsi nel pubblico dibattito a sostegno delle stigmate e dei valori indelebili propri e ancora presenti nella regione altoatesina nella loro sedimentazione storica.


Carlo Alberto Maestrelli,

ordinario emerito di Glottologia e Filologia Germanica

nell’Università di Firenze

Adriano Peroni,

ordinario emerito di Storia dell’Arte nell’Università di Firenze

Trentino, 7 novembre 2007

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