Aria e inceneritore

Figuraccia dell’Università: ed è la seconda volta

 

“Piano di tutela dell’aria” si chiama, ed è realizzato dal Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale dell’Università di Trento, assieme all’Agenzia provinciale dell’ambiente. Sembrerebbe una cosa seria. E invece non lo è.

Il Piano, infatti, tra le altre cose, si occupa di inceneritore: ipotizza un impianto da 102.946 tonnellate annue (a forza di battaglia ecologiste, l’ipotesi iniziale si è ridotta a meno di un terzo) e calcola le emissioni di una serie di inquinanti: ossidi di zolfo, ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri sottili. Confronta poi questi dati con le emissioni di alcuni impianti industriali del Trentino – i cementifici di Calavano e di Tassullo, la Cartiera di Riva, la Maffei di Riva ecc. – e conclude che l’inceneritore immetterebbe nell’aria meno inquinanti di ciascuno di questi impianti.

Il procedimento ci sembra molto viziato. Anzi, demenziale.


Infatti, quando si parla di inceneritori, per non imbrogliare, bisogna secondo noi partire dalla basilare legge di Lavoisier “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”: se 100.000 tonnellate entrano, 100.000 tonnellate escono. Non ci sono santi. A meno che l’Università di Trento non abbia inventato qualche nuova rivoluzionaria legge fisica.
E dove vanno queste 100.000 tonnellate? Una frazione (ridotta ma velenosissima) viene trattenuta nei filtri (e dove vanno i filtri? In Nigeria, nell’Atlantico, ci pensano le ecomafie…), una quota del 20-25% rimane sotto forma di ceneri tossiche, da conferire in discariche (molto) controllate. E le altre 80.000 tonnellate? Vanno nell’aria.

Quindi altro che le 50 tonnellate di ossido di zolfo, le 5 di polveri sottili, di cui ciancia l’Università! Sono invece 80.000 (ottantamila) le tonnellate riversate nell’aria che respiriamo.

È così chiaro quanto sia futile misurare la quantità del singolo inquinante, e magari gioire perché risulta inferiore ad analoghe emissioni di un altro stabilimento. È la quantità complessiva che è un’enormità. Perché incenerire significa prendere i rifiuti, sminuzzarli, surriscaldarli e immetterli nell’atmosfera.


È questo il principio base – del tutto demente – che presiede la non-logica dell’incenerire.

I vari scienziati, quelli seri, che si sono cimentati con il problema, hanno finito con il trovare sempre nuovi inquinanti nelle emissioni. E gli epidemiologi, sempre nuove patologie negli abitanti delle aree limitrofe all’impianto. Perché, quando si individuava un inquinante (diossina o furani, per esempio) e se ne metteva a punto, attraverso filtri o processi chimici, la riduzione, subito ne saltava fuori un altro, in un processo senza fine. E non c’è verso: finché i rifiuti li polverizzi e li fai respirare alla gente, non puoi che creare danni.


Con quest’ultima trovata, il Dipartimento di Ingegneria ambientale ha aggiunto un’altra perla al suo curriculum. Che già contava l’incredibile relazione accompagnatoria alla primissima versione dell’inceneritore, nella quale – tra il resto – il prof. Marco Ragazzi giudicava perfettamente adeguata la dimensione di 330.000 tonnellate dell’inceneritore trentino (e oggi vediamo che invece si ragiona sulle 100.000 tonnellate, che in ogni caso vogliono dire una riduzione di oltre due terzi dei veleni propostici da Ragazzi). E al Comune di Trento si levò la voce del consigliere Bruno Firmani, docente universitario di matematica, a svelare l’assenza di profilo scientifico degli estensori della relazione di allora. E accesa fu la polemica sulla disinvoltura con cui l’Università procede nell’avallare discutibilissime consulenze.

Ora ci ricasca.

Forse nel tentativo, infantile, di riscattarsi.


Ettore Paris

Questotrentino n° 19, 10 novembre 2007

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci