La rinascita del rione

Le due ferite di Piedicastello

 

Sia chiaro. Spazzare la polvere sotto al tappeto non è mai stato un grande rimedio contro la sporcizia. La vicina ti farà dei gran complimenti per come riesci a tenere in ordine la casa, d'accordo, ma il problema non sarà risolto. Voglio dire, adesso non è che siccome hanno spostato le due canne della tangenziale, infilando il traffico dei pendolari sotto al Dos Trento, il rione di Piedicastello diventa improvvisamente un giardino dell'Eden.

Piuttosto, il borgo più antico della città è oggi ancora più brutto di prima, con quelle due arterie deserte e silenziose che ora fanno il paio con l'inquietante relitto industriale dell'Italcementi. Due fantasmi di cemento e asfalto, due ferite inferte al tessuto urbanistico che avranno bisogno di chissà quanto tempo per risanarsi e restituire al luogo quella grazia e quella preziosità che aveva un tempo.

Certo che spendere trenta milioni di euro per smantellare due gallerie che non hanno nemmeno compiuto trent'anni fa una certa rabbia. Non solo per l'enormità della cifra che si è dovuta sborsare, ma per il fatto che ancora una volta i cittadini - e quelli di Piedicastello ne sono un esempio eclatante - si sono rivelati per quello che forse sono veramente: dei burattini manovrati dalle forze della politica e dell'interesse economico, binomio che spesso non si è fatto scrupoli a calpestare i diritti in nome del progresso. Altro che inaugurazioni con la banda, ricchi premi e cotillons. Non stiamo parlando di un castello di sabbia che il bambino ha costruito troppo vicino al mare a cui il papà consiglia di abbatterlo e riedificarlo qualche metro più su, nei pressi dell'ombrellone. Bensì della conseguenza diretta di uno sfregio compiuto in barba ad ogni regola morale, una mazzata per la popolazione di Piedicastello allora già tramortita dai fumi di quella fabbrica troppo vicina e dall'evacuazione voluta nel 1963 dall'allora sindaco Nilo Piccoli perché il Dos - dicono - rischiava di franare sulle case.

Inaugurata la nuova arteria (a proposito, «arteria» la chiamano, come se si trattasse di un canale dalla forte connotazione positiva, dato che nelle arterie ci scorre il sangue ricco di ossigeno…), Piedicastello appare provata più che mai. Sembra una cittadina bombardata che tenta di rialzare la testa, che non vede l'ora di cucirsi quelle ferite, altro che giardino dell'Eden e ragazzini che giocano a pallone per strada. L'inquinamento e il traffico restano il grave problema di tutta la città, centro e sobborghi, perché deviare il corso delle auto non vuol dire certo ridurlo. È la polvere sotto al tappeto.

Occorreranno ancora anni per restituire a quel borgo la dignità perduta. Bisognerà ricostruire una piazza, dei giardini, eliminare la «ciambella» stradale, riqualificare l'area dell'ex Italcementi. Occorreranno ancora un mucchio di soldi. E tempo.

* * *

Intanto, non si fa altro che discutere quella che per alcuni pare essere la preoccupazione maggiore e più urgente: la destinazione delle vecchie gallerie. Perché quei due buchi ci sono, bisognerà pur farne qualcosa, no? Chiuderle con quattro mattoni e far finta che là sotto ci sia solo roccia probabilmente è troppo rivoluzionaria e provocatoria come idea e, forse, non ti permette di spendere abbastanza risorse. Così, tenetevi forte, ecco la proposta: Museo della Memoria.

Già, siamo in Trentino. Non ne abbiamo abbastanza di musei, esposizioni, gallerie che costano come un duemila turbo e hanno meno visitatori della mia povera zia, che non va mai a trovarla nessuno? No, evidentemente non ne abbiamo abbastanza. Vabbè, allora rassegniamoci a riempire quei vecchi (si fa per dire, non hanno nemmeno trent'anni) buchi con le solite foto di Cesare Battisti, le lettere di Alcide Degasperi e - perché no - la fotostoria delle dieci piaghe di Piedicastello. E intanto che si progetta tutto ciò, fuori dal tunnel, i problemi della modernità resteranno probabilmente irrisolti: la crisi dei valori nei giovani, l'invecchiamento della popolazione, il degrado ambientale.

Che senso può avere un museo della memoria in una società che, volente o nolente, non ricorda più nulla? I giovani sempre più distratti e i vecchi massacrati dall'Alzheimer e dalle altre schifose malattie. Avremo un mucchio di cose da ricordare, ma in pochi saranno disposti a farlo.

Pino Loperfido

l’Adige, 15 novembre 2007

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