Il paradosso del Tar che chiede lumi su di sé

 

La lettera del 27 ottobre scorso del giudice laico a riposo del Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa trentino dott. Delio Pace, apparsa nella bella rubrica “Diario”curata da Franco De Battaglia, è una buona occasione per alimentare il dibattito che da circa un anno è in corso nel Trentino (e non solo nel Trentino) sulla sospetta incostituzionalità del decreto del Presidente della Repubblica n. 426 del 1984 modificato nel 1987 che contempla la designazione di due giudici politici nel Tribunale amministrativo trentino (TRGA) di cui uno componente necessario di ogni Collegio giudicante. Avendo partecipato come relatore al convegno promosso da “Questotrentino” ed avendo proposto l’eccezione di incostituzionalità di cui si discute, intervengo nel dibattito per fornire alcuni chiarimenti al lettore che non abbia dimestichezza con la materia.

 

Premetto che la disputa non riguarda la correttezza ed integrità dei singoli giudici politici designati di volta in volta dal Consiglio provinciale, ma piuttosto il contrasto della normativa in parola con l’art. 111, secondo comma, della Costituzione così come modificato da una legge costituzionale del 1999. I dubbi sulla costituzionalità della norma - i quali appaiono tanto più vistosi se si considera che buona parte della cause amministrative davanti al Tribunale amministrativo trentino interessano direttamente come parte processuale la Provincia autonoma di Trento - furono sollevati da qualificati giuristi già nel 1984 quando la legge fu approvata e quando ancora non era stata introdotta nell’ordinamento la modifica costituzionale sopraricordata (art. 111, primo e secondo comma) secondo la quale ogni processo deve svolgersi davanti a giudici terzi e imparziali, in armonia con trattati e convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito. Intanto è dato obiettivo inoppugnabile che la questione di costituzionalità del decreto presidenziale del 1984, riguardante appunto la composizione del TRGA trentino non è mai stata esaminata dalla Corte Costituzionale: né prima, né dopo la variazione della Carta fondamentale della Repubblica del 1999.

 

È vero che il giudice politico del TRGA è in minoranza nel Collegio - come scrive il dott. Pace - ma è altrettanto vero che lo giudice stesso, nella camera di consiglio, vota, esprime la sua opinione in tutta libertà, influisce sul processo di formazione del convincimento degli altri componenti del collegio giudicante: in breve, influenza inevitabilmente la decisione. Non è possibile accettare l’asserto secondo il quale la disposizione contestata sarebbe una conquista dell’autonomia; al contrario, essa con l’autonomia non c’entra minimamente, tanto che non è prevista dalla Costituzione, né da una legge costituzionale e neppure dallo statuto di autonomia. La norma, anzi, può apparire un ingiustificato privilegio, un paravento per l’uso o l’abuso del potere. Ne rappresenta una significativa conferma la maniera - sotto gli occhi di tutti i Trentini - in cui la norma del 1984 è stata applicata nell’ultimo anno dalla Provincia autonoma di Trento. Comunque nessuno deve avere paura di un accertamento di legittimità costituzionale da parte del Giudice delle leggi. Invero, sarebbe una iniziativa altamente apprezzabile, - per civiltà, distacco ed opportunità nell’interesse generale - quella eventuale del Tribunale amministrativo trentino se a questo punto sollevasse d’ufficio, com’è nei suoi poteri, l’eccezione di incostituzionalità della norma contestata affinché con serenità sia chiarita una situazione che oggi stride e suscita, in misura crescente, motivati dubbi e non gratuite perplessità.

Avv. Gianluigi Ceruti

 

La proposta dell’avvocato Ceruti - che sia lo stesso Tar a sollevare un quesito di costituzionalità sulla sua composizione, con due giudici nominati dalla Provincia - è solo apparentemente paradossale. In realtà sarebbe la prova migliore della serietà e dell’autonomia del collegio giudicante. Serietà perché mostrerebbe di preoccuparsi della legittimità delle proprie sentenze. Autonomia perché si libererebbe da ogni possibile strumentalizzazione delle sentenze.

 

Due cose vanno ribadite. Dai “bei tempi” schietti del Giudice Pace, molta acqua è passata sotto i ponti dell’Adige e molte cose sono cambiate, nel Paese e nell’autonomia. Da un alto è intervenuta la legge costituzionale del 1999, con l’articolo 111, che si richiama esplicitamente a trattati internazionali e a convenzioni europee. Dall’altro si è assistito ad un palese”forcing” provinciale - in sintonia con altri “forcing”, come l’ultimo emendamento presentato a Montecitorio per mantenere i consigli d’amministrazione gonfiati - per nominare, fra i giudici del Tar, esponenti sia pur prestigiosi, ma “vicini” alla Provincia. L’assunto iniziale della norma era ben diverso. Fra i giudici di nomina politica dovevano essere presenti avvocati legittimati da una lunga carriera, conoscitori della storia e dei costumi locali, segretari comunali addentro nelle normative dei Comuni, degli usi civici, dei beni collettivi, personaggi di rilievo, ma sempre garantiti da una carriera “terza” rispetto alla politica e all’amministrazione (che è sempre più politica per il consenso). Invece, anche in questo caso, in alcune occasioni, si è tentato di scardinare il delicato equilibrio dell’autonomia.

 

Di qui l’opportunità di riportare chiarezza e distinzione di ruoli. Autonomia non è attribuire tutte le competenze alla Provincia, come ora si vuol fare, in maniera pericolosissima, anche per l’Università. E’ che dentro la Provincia, più protagonisti autonomi, possano agire liberi, non condizionati, per un bene comune.

Franco de Battaglia

Trentino, 17 novembre 2007

 

 

I giudici laici del Tar e l’autonomia «reale»

 

Caro FDB, ho letto con dispiacere alcune critiche tendenziose alla composizione del TRGA in cui si ritiene, e mi riferisco al dibattito tenuto presso l’Università il 27 settembre, che i “giudici laici” siano subordinati al potere politico. Desidero intervenire, portando il contributo della mia personale esperienza, maturata in nove anni di attività quale Giudice laico presso il TAR di Trento.

 

Ma è possibile che nessuno ricordi la reale “ratio” delle norme criticate e si sollevi oggi un problema che vent’anni or sono fu dibattuto e positivamente risolto persino dalla Corte Costituzionale? E perché si dimenticano le lotte della Regione per ottenere il varo di quella legge, che apparve allora una conquista dell’autonomia? Si afferma, gratuitamente, che i Giudici laici sono asserviti al potere politico che li nomina. Vorrei che qualcuno lo dimostrasse con dati di fatto. Il Giudice laico, infatti, non dipende dal Consiglio Provinciale né deve rendergli conto. È soggetto solo alla legge, come gli altri Giudici ed agisce in un contesto che, anche volendo, non gli consentirebbe alcuna pronuncia di favore o di livore, mentre la sua presenza ed esperienza contribuisce ad una più completa dialettica interpretativa. Si noti che nel collegio giudicante egli è sempre in minoranza rispetto ai giudici di carriera.

 

Posso assicurare che in nove anni di attività nessuno ha cercato di fare pressioni di alcun tipo. Va anche ricordato che la connivenza o la corruttibilità discende da una particolare attitudine psicologica che caratterizza la personalità, che in genere è desumibile dal passato comportamento di chi è nominato. Quindi il problema è scegliere bene i laici da proporre per la nomina. Mi pare strano che tutti critichino aspramente la norma che regola l’accesso al TAR di Trento, dimenticando che analoghe norme vigono da anni per il Consiglio di Stato, ove alcuni Giudici sono di nomina governativa, al Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Siciliana ed al vicino TRGA di Bolzano, ove tutti i Giudici sono laici. Afferma il Landi, commentando la ripartizione paritaria dei componenti del Consiglio di Stato, che alcuni rappresentavano una cultura prettamente giuridica ed altri recavano un tesoro di esperienza d’alti uffici politici amministrativi e giurisdizionali, sicché si può concludere che il ruolo della magistratura del CdS rispondeva perfettamente alle sue attribuzioni, perché conteneva in sé tanto di cultura giuridica e tanto di conoscenze giuridico amministrative e di correlative esperienze, quanto occorreva per assicurare la giustizia dell’amministrazione.  

 

Si è detto che la giustizia va pronunciata in nome del popolo: ma nel regime costituzionale attualmente vigente i cittadini sono rappresentati dal Consiglio Provinciale e dal Parlamento. Non vedo contraddizione. Mi pare infine che nessuno abbia richiamata la “ratio” della norma, a suo tempo unanimemente approvata, basata sul principio che in una Regione particolare come la nostra, anche l’amministrazione della giustizia deve avere carattere speciale. Innanzitutto si è voluta la costante presenza di elementi, o meglio di giuristi, che oltre alla conoscenza viva, e cioè vissuta, della legislazione regionale e provinciale, abbiano assorbito lo spirito autonomistico che la informa e quindi abbiano presente, nella normale dialettica interpretativa, l’esigenza di una lettura non meramente formale delle norme, e si diano carico di vigilare che esse siano costantemente applicate nel loro spirito più profondo. Essi inoltre dovranno essere in grado, più che altri, di valutare gli esatti presupposti di fatto dei provvedimenti amministrativi tenendo conto che il carattere locale induce a privilegiare quel tipo di gestione amministrativa sostanziale, retaggio (lodevole) dei criteri di sana amministrazione di origine asburgica, che caratterizza l’approccio trentino ai problemi.

 

Quindi tali Giudici avranno implicitamente presente e faranno quindi valere il substrato culturale nel quale i provvedimenti sorgono, e l’ambiente, inteso in senso lato, che caratterizza il Trentino. La loro attiva presenza, come è avvenuto, indurrà anche i togati ad accogliere tale importanti principi. Spesso alcuni Giudici togati sono portati a valutare i problemi da un punto di vista cartaceo (il ricorso amministrativo è ricorso scritto). Esaminano le censure introdotte nei ricorsi, valutano le controdeduzioni, ove presentate, e propongono la decisione al Collegio, che dopo discussione giuridica, la adotta. È bene che nel Collegio sia sempre presente un giudice laico, che accerti se i principi dianzi esposti siano stati applicati.  Il tema non è rilevante quando il ricorso denuncia incompetenza o violazione di legge: qui si tratta solo di accertare se tali vizi sussistono.


 

È invece fondamentale quando si denuncia un eccesso di potere, ove rileva ed è importante tener conto della situazione giuridico amministrativa in cui il provvedimento è nato, e dell’ambiente socio economico in cui incide. Qui è rilevante la presenza in ogni Collegio giudicante di un Giudice laico, che conosca la realtà locale. Posso dire che nel TAR di Trento ciò avviene, sia per l’alto livello dei Giudici togati, sia grazie anche all’assillante presenza dei Giudici Laici. Le statistiche dimostrano inoltre l’obiettività che ha caratterizzate le sentenze del TRGA, e l’inesistente subordinazione al potere politico.

 

Quanto alle critiche sollevate, sinora solo teoriche, affermo che saranno infondate sinché il Consiglio Provinciale baserà le sue proposte di nomina dei Giudici laici sulla competenza e sull’autorevole esperienza dei prescelti. Concludo ripetendo che la norma è stata e va ritenuta una conquista dell’autonomia ed è un peccato che sia così mal compresa. Ma forse nasce dall’imperante qualunquismo che dimentica e sottovaluta la filosofia che sorregge la nostra speciale autonomia.

Delio Pace, giudice laico del TRGA  di Trento, a riposo  

 

Il giudice Pace viene sempre ricordato per la sua integerrima testimonianza di magistrato e di uomo. Al decennale del Tar di Trento tenne una relazione sul ruolo dei Giudici laici che andrebbe riletta e che affrontava anche il tema delle perplessità in materia. Dal suo intervento al “Diario” emerge una genuina passione autonomistica che non può andare tradita, ma si rivelano anche due osservazioni importanti: “Occorre scegliere bene i laici da proporre per la nomina”, cosa che non sempre negli ultimi tempi sembra essere avvenuta. Anche l’autonomia cela tentazioni di potere. E poi il richiamo alla Regione. Sempre più appare chiaro che, con autonomie provinciali così forti come quelle di Trento e Bolzano, il quadro istituzionale deve essere demandato ad una presenza “terza”. Il confronto dovrà proseguire. Grazie giudice Pace.

Franco de Battaglia

Trentino, 27 ottobre 2007

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