Emergenza diossina
Abbiamo il record negativo di emissioni.
La sostanza tossica si annida anche negli alimenti.
E gli esperti lanciano l’allarme:
metà degli italiani ne assume più del consentito

 

La diossina è ovunque. Tutti, se si facessero analisi ad hoc, se ne troverebbero un po’ addosso. Ricchi e poveri, meridionali e padani, gli italiani iniziano ad assumerla attraverso il cordone ombelicale e, appena nati, succhiando il latte materno. Qualche picogrammo (un miliardesimo di milligrammo) di questa sostanza, nociva e dagli effetti ancora in gran parte sconosciuti, c’è sempre stato anche nel sangue di Laura Pollini, che fino allo scorso 18 aprile ai veleni in corpo non aveva mai dato troppa importanza.


La compagna di Luciano Benetton ha iniziato a interessarsi di diossine e danni fisici correlati solo da quel mercoledì sera, quando era chiaro che l’incendio dello stabilimento della De Longhi, distante solo quattro chilometri dalla quiete di Villa Lia, rischiava di contaminare Treviso e dintorni. L’evacuazione non c’è stata: il sindaco leghista e l’Arpav (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) hanno effettuato controlli subito dopo l’incidente, assicurando che non c’era alcuna minaccia per la salute pubblica. Ma il “tutto va bene” non ha convinto i Benetton: girando per i cinque ettari della tenuta hanno notato piante avvizzite, animali intossicati, un odore acre che non spariva. Così la coppia ha speso circa 20 mila euro e chiesto a uno dei pochi laboratori privati e specializzati un monitoraggio ambientale della proprietà.

 

A 16 giorni dal rogo, nonostante le piogge torrenziali, le diossine e gli inseparabili furani (altri composti nocivi) sono stati trovati sulle foglie di ortaggi e insalate, sugli alberi da frutto e in grandi quantità nel terreno. “Su un pero”, spiega l’autore della relazione tecnica Raul Martini, “abbiamo rintracciato un valore di tossicità esorbitante: un solo frutto potrebbe contenere più della soglia giornaliera massima consentita dall’Oms. La diossina ha invaso l’orto, e finirà con ogni probabilità nelle falde acquifere. I dati ufficiali? L’agenzia, per prevenire il panico, ha usato toni rassicuranti, ma credo abbia sbagliato”. Nella relazione, in realtà, il commento è meno diplomatico: “Dall’Arpav”, si legge, “sono arrivati commenti approssimativi, poca cautela, manipolazione di risultati”.


Le analisi fai-da-te sono costosissime. Ma con la classica colletta, anche chi non ha la disponibilità economica dei Benetton può andare a caccia degli invisibili furani e dei Pcb, i policlorobifenili che appartengono alla stessa famiglia. La famiglia Cannavacciuolo di Acerra pascola pecore da sempre. Visitare il loro appezzamento è un’esperienza choc: lo spicchio di terra è incuneato tra la vecchia fabbrica Montefibre e il termovalorizzatore in costruzione. Le bestie all’origine erano 2 mila, pasciute e bianchissime, ma in pochi anni sono state sterminate. Tumori e malformazioni. Il gregge è sotto sequestro: il latte contiene percentuali di diossina da record, i 400 animali sopravvissuti sembrano usciti dal film “The Day After”. Al capo-famiglia è andata peggio: a maggio è morto di cancro fulminante. “Dicono che la diossina non c’entra niente, ma Vincenzo era un toro. È colpa dei rifiuti tossici che i camorristi seppelliscono nell’Agroaversano”, sostiene il fratello Mario, “dobbiamo stare attenti tutti: le pecore mangiano solo erba naturale, e qua è pieno di ortaggi che finiscono sulla tavole degli italiani”.


Con l’aiuto di un professore dell’ospedale Pascale di Napoli, Antonio Marfella, Mario è riuscito a far analizzare il suo sangue e quello del fratello da un laboratorio canadese. Risultato: l’esposizione alla diossina è simile a quella della zona A e della zona B di Seveso. “In Campania discariche abusive e la bruciatura dei rifiuti all’aria aperta”, dicono all’unisono l’oncologo Giuseppe Comella e Leopoldo Iannuzzi del Cnr, “hanno messo in pericolo la catena alimentare. Le diossine si depositano sulle piante, il terreno e le acque, fissandosi nei tessuti grassi degli animali e del latte”.


Sugli effetti delle diossine oncologi e epidemiologi sono spaccati a metà. Ma oltre all’accertata tossicità, un dato è sicuro. L’Italia è il paese che in Europa ne produce di più. Spulciando l’unico rapporto della Commissione Ue sul rilascio di diossine e furani al suolo (del 1999), si scopre che il nostro Paese ne emette il 38 per cento in più della Spagna, il 33 per cento in più della Gran Bretagna, il 29 per cento in più della Germania, ben il 75 per cento in più di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia messe assieme. Per gli ultimi sette anni stime ufficiali non esistono, ma le emissioni nocive dovrebbero – sostengono gli esperti dell’Iss – essere ridotte. Secondo Roberto Fanelli, capo del dipartimento Ambiente e salute dell’Istituto Mario Negri di Milano a autore di alcuni reports su Severo, “ormai la contaminazione è diffusa uniformemente in tutti i paesi industrializzati. Sono sostanze che troviamo dappertutto. Si eliminano solo dopo molti decenni”. In pratica, diossine (ci sono valori congeneri, il più pernicioso è il 2,3,7,8 Tccd) e Pcb sono il prezzo della vita moderna. Industrie chimiche, acciaierie e smaltimento dei rifiuti sono i primi responsabili dell’inquinamento: le molecole killer si formano in presenza di cloro e derivati durante qualsiasi processo di combustione.


Se l’associazione Medici per l’ambiente parla senza giri di parole di “pandemia silenziosa” e l’ematologa Patrizia Gentilizi, vicepresidente del gruppo, nutre molti dubbi sulla presunta riduzione dell’esposizione in Italia (“Qui seguiamo politiche semplicemente disastrose”), il tossicologo Alessandro Di Domenico dell’Iss getta acqua sul fuoco. Almeno per quanto riguarda gli inceneritori, obiettivi preferiti di ambientalisti e cittadini arrabbiati. “Con la regolamentazione Ue oggi ci sono strutture a impatto trascurabile. E non dimentichiamo che l’Epa (l’Agenzia Usa per la Protezione ambientale, ndr) ha spiegato che il maggior pericolo viene dalle sorgenti incontrollabili, come incendi e fuochi privati. Come si fa a stanare i caminetti fuorilegge? Più che procurare allarme, occorre informare la gente”.


Sarà. Ma dall’incidente dell’Icmesa di Severo in poi, scienziati di mezzo mondo hanno dimostrato la tossicità di quella che l’Epa considera “uno dei più potenti veleni conosciuti”. Per l’Agenzia internazionale sui tumori la Tccd è “ufficialmente” cancerogena dal 1997. Esposizioni prolungate anche a bassa intensità possono portare infertilità, mortalità prenatale, riduzione della crescita, danni al sistema nervoso centrale, mutazioni e disfunzioni intellettive. Il prof. Paolo Mocarelli ha evidenziato che dopo Severo nell’area circostante sono nate molte più femmine che maschi. “In Val di Susa, a Taranto, nel casertano e in altri punti caldi ci possono essere rischi più elevati”, ragiona Fanelli. “Ma la salute è minacciata solo in presenza di accumulo eccessivo, un po’ come succede con le sigarette”.


Secondo l’Oms il 95 per cento dell’assunzione di diossine e furani proviene dalla dieta: risalendo la catena alimentare passano dai vegetali agli erbivori, ai carnivori e all’uomo. Per il fenomeno del “bioaccumulo” e per la tendenza delle sostanze a conservarsi nei grassi siamo i più inquinati tra gli esseri viventi. Al netto delle esposizioni da lavoro, in cima alla piramide ci sono gli anziani, che hanno avuto più tempo per ammassarle.


“In Italia c’è molto scetticismo”, attacca la Gentilizi, “ma ormai la letteratura ha verificato un aumento di sarcomi, linfomi, tumori alle mammelle e malattie dell’apparato riproduttivo nelle zone contaminate. Sulla questione c’è un silenzio assordante, gli interessi economici e industriali sono giganteschi. Gli organi ufficiali parlano di co-fattori e stili di vita errati. Com’è, allora, che in Europa i cancri nei bambini, che non fumano e non bevono, crescono dell’1-2 per cento l’anno?”. Le analisi che mostrano il nesso tra diossina e tumori sono poche, ma significative.


Nel 2001 due medici del lavoro dimostrarono che nella zona occidentale di Brescia inquinata dal Pcb dell’azienda chimica Caffaro si è registrata una crescita consistente dei tumori al fegato. Uno studio congiunto dell’Università di Padova e di Milano sostiene che nel veneziano i 34 inceneritori di rifiuti in funzione dagli anni ’70 e ’80 hanno creato l’habitat perfetto per un boom di sarcomi: nel capoluogo la possibilità di essere colpiti dal male è tre volte superiore rispetto alla media, ma, complici i venti di Nord-Est, nella Riviera del Brenta il fattore rischio è 20 volte superiore. Anche risiedere in alcune zone della Campania è un terno al lotto. Un rapporto firmato dall’Oms, il Cnr e l’Arpa regionale ha analizzato la correlazione tra mortalità, malformazioni congenite e l’esposizione della popolazione alle sostanze tossiche sprigionate dallo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Bacoli, Giugliano, Acerra, Caivano, Villa Literno, Castel Volturno, Aversa e Marcianise sono stati catalogati, per la presenza di discariche abusive, a rischio elevato (livello 5).


Luoghi dove è facile ammalarsi di tumore e dove alcune malformazioni al sistema nervoso centrale e all’apparato urogenitale sfiora un incremento probabilistico dell’80 per cento rispetto ai comuni più sicuri. Di Domenico, se contesta la lettura allarmistica delle analisi fatte dai pastori di Acerra (“Dati incommentabili”) non nasconde la sua preoccupazione. “Tra pochi giorni inizieremo un biomonitoraggio a tappeto nel napoletano e nel casertano, esamineremo l’impatto ambientale su circa 780 persone. Una ricerca unica nel suo genere”.


Anche in Puglia la tensione è alle stelle. L’Istituto oncologico di Bari ha lanciato un appello per “tagliare” le emissioni dell’Ilva di Taranto. In qualsiasi altro paese europeo (o in Friuli Venezia Giulia, che ha normative ben più restrittive di quelle nazionali) l’acciaieria avrebbe dovuto chiudere baracca e burattini da lustri. I valori sono, in media, quattro volte superiori a quelli tollerati in Europa. Dieci rispetto a quelli tollerati a Trieste. Dov’è l’intoppo? “La legge italiana si riferisce in generale a un ventaglio di circa 200 sostanze”, spiega Giorgio Assennato, direttore regionale dell’Arpa, “di cui si fa una media stabilendo un parametro massimo da rispettare. L’Ilva è dentro il limite. Ma nella Ue si misurano solo le diossine tossiche, che sono 17”. Ovunque, sulla base di questo principio, l’Ilva dunque chiuderebbe. “Secondo i campionamenti che abbiamo fatto, i livelli di diossina sono in realtà alti. Troppo”.


In Italia i controlli sull’esposizione da diossine e Pcb sono in mano alle Arpa regionali, ma analisi sistematiche non vengono realizzate quasi mai. Eva Buiatti, epidemiologia e direttrice dell’Ars Toscana, dice che “questi veleni sono talmente pericolosi che nemmeno gli addetti ai lavori vogliono maneggiarli. Nella nostra regione non si cono registri per individuare le zone contaminate, né competenze sufficienti per effettuare rilevazioni serie”.


Al Sud la situazione è ancora peggiore. “Quando ero presidente del Consorzio dei rifiuti a Caserta ho chiesto la tracciabilità della diossina e degli altri inquinanti”, ricorda il professor Vincenzo Pepe: “Ho subito minacce, mi hanno lasciato solo e mi sono dovuto dimettere. Le Arpa italiane lavorano malissimo, le analisi si contano con il contagocce. Il motivo? Sono carrozzoni politici, senza alcuna indipendenza scientifica. Pubblicare dati negativi turberebbe il consenso politico, e il direttore di turno perderebbe la poltrona”.


Se nelle “piccole Seveso” d’Italia (non dimentichiamo le furiose polemiche a Coriano, Forlì e a Montale in Toscana) la psicosi è alle stelle, nessuno può dirsi del tutto immune. Nelle zone a rischio si producono alimenti che finiscono sulle tavole di famiglie milanesi, fiorentine e romane. Il cibo è globalizzato e negli ultimi cinque anni tracce record di diossina sono state trovate in polli, prosciutti, fanghi usati come fertilizzanti, vongole della Laguna veneta, pesci e salmoni. Questa estate persino nella farina di una nota ditta svizzera. Nel 2003 nel casertano sono state sequestrate 12 aziende zootecniche: il latte di bufala, con cui si fa la pregiata mozzarella della zona, era contaminato. Insieme al latte di bovini destinato alla pastorizzazione. Dopo quattro anni, le bufale sono ancora vive.


A Marcianise, nonostante l’ordinanza del sindaco che vieta la coltivazione in loco del foraggio, a maggio sono state sequestrate altre imprese. “La cosa strana”, dice Franco Agrippa, ispettore sanitario della Asl 1di Caserta, “è che gli allevatori ci mostrano fatture con cui dimostrano d’aver comprato il mangime in Puglia. Sulle mozzarelle i controlli ci sono, ma su fragole, alberi da frutta, insalata e pomodori da esportazione le analisi sono inesistenti”. Fanelli ammette che, a volte, i valori del latte e dei formaggi prodotti nel Mezzogiorno sono fuori dalle norme. “In media la dieta nazionale di diossine non deve superare i 2 picogrammi per chilo corporeo al giorno”, spiega: “Se uno è ghiotto di latticini provenienti da zone contaminate potrebbe trovarsi nel sangue un livello 3, 4 volte superiore. Il mio consiglio da tossicologo è quello di diversificare l’alimentazione il più possibile”. Anche Di Domenico sostiene che ci può essere un’esposizione locale, soprattutto se le produzioni non sono controllate. Ma la contaminazione riguarda tutti. “Secondo le stime che abbiamo fatto, gli italiani assumono in media 2 picogrammi al dì per chilo di peso corporeo. Si tratta di una media, però: il 50 per cento circa attraverso il cibo più diossina del limite consigliato. Un margine di sicurezza c’è anche sopra la soglia, ma bisogna fare uno sforzo per fare scendere l’esposizione di tutta la popolazione sotto il limite predetto”.


Mentre il dibattito continua, le diossine proseguono, inesorabili, a diffondersi a macchia d’olio. Così, chiosa la Gentilini, “tra una chiacchiera e molti funerali, stiamo assistendo a un immane esperimento sulla specie umana in cui gli uomini sono insieme cavie e spettatori. Nessuno sa come andrà a finire”.

Emiliano Fittipaldi

 

 

Campioni d’Europa

Stima del rilascio di diossina e furani sui terreni per ciascun paese europeo
(g I-TEQ)

 

Italia

8.070

Francia

6.800

Germania

5.700

Regno Unito

5.400

Spagna

5.000

Belgio

1.410

Olanda

1.370

Svezia

660

Portogallo

640

Svizzera

570

Norvegia

530

Austria

490

Danimarca

450

Grecia

440

Finlandia

370

Irlanda

220

Lussemburgo

110

Fonte: Commissione europea

 

 

La fabbrica dei veleni

 

L’Italia avvelena, in Europa, più di tutti. Tra diossine e furani nel 1999, secondo il direttorato generale per l’Ambiente della Commissione europea, le sostanze nocive rilasciate superavano gli 8 mila grammi I-Teq. Cifra spaventosa, considerando che le esposizioni di questi inquinanti si calcolano in picogrammi o nanogrammi.


Ma quali sono le principali fonti di emissione?

Al primo posto ci sono i processi industriali, che producono oltre il 40 per cento delle molecole velenose. Al secondo posto ci sono le strutture per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, con 2.614 grammi. Gli inceneritori francesi, almeno fino a qualche anno fa, inquinavano la metà. Al terzo posto gli incendi e le emissioni naturali: qui l’Italia è dietro a Gran Bretagna e Germania. Fonti pericolose sono anche le combustioni industriali (le acciaierie sono le prime produttrici di diossina nella Ue) e le attività agricole.


Per quanto riguarda gli stabilimenti nazionali, secondo i dati Ines rielaborati da Legambiente, l’Ilva di Taranto Resta l’impianto più inquinante. A distanza siderale, nella classifica 2005, troviamo l’acciaieria Riva di Verona, poi la centrale elettrica di Monfalcone e la società Profilatinave. I dati sono tutti autocertificati: parte della comunità scientifica, dunque, gli dà poco credito.


L’espresso n° 47, 29 novembre 2007

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