La violenza su cose, e persone

 

“Lividi nell’anima” è il titolo dell’articolo del 26 novembre della deputata Laura Froner sulla violenza contro le donne. Quei lividi e quell’anima malandata mi hanno riportato al significato del verbo violare che di quella violenza, anche sulle cose, ne è parte intima. Il “Gabrielli” lo descrive come “far forza contro persona, integra e pura, guastando, corrompendo…”.

Quante e quali siano le violazioni a cui siamo sottoposti tutti, in parte lo sappiamo e ancor più dovrebbe saperlo un amministratore, soprattutto primo cittadino, che di molte legalità e illegalità, più o meno palesi e “violente”, è certamente al corrente. E, pur sapendo dove e come si manifestano, talvolta le tace per opportunismo.

Suonano retorici certi richiami che perseverano nel confinare “la violenza contro le donne” in una sorta di limbo tutto loro, anziché portare alla luce dei fatti quelle violenze a cui tutti siamo quotidianamente sottoposti e complici. Tanto più tali, perché non ne abbiamo più la consapevolezza.

Se ci limitassimo a quella sulle donne dovremmo anche porci la domanda: “Perché certi uomini arrivano a tanto degrado? Perché non riescono a controllare i propri istinti? Certe degenerazioni non sono forse più evidenti in realtà sociali con elevato livello demografico, con grosse problematiche di urbanizzazione, di congestione di “elementi” artificiali negativi in un ambiente naturale progressivamente degradato di cui tutti, prima o poi, ne faremo le spese?


Se ci riferiamo alla Valsugana della deputata Froner non possiamo non ricordare la violenza di quella inquinante acciaieria che, in quanto a offesa e scempio di qualsiasi regola del “buon senso”, trova pochi uguali nel resto del Paese. Basti osservarla mentre si transita sulla retta che conduce a Borgo, meglio se a tarda notte così è possibile scorgere anche strane colorate emissioni. Sorge il dubbio che i frequenti sforamenti sulla qualità dell’aria, riportati nelle tabelle dell’APPA che vedono primeggiare Borgo, non siano solo causati dal traffico. Sarebbe sufficiente un po’ di epidemiologia applicata per fugare dubbi e chiarire le responsabilità.

Quanto pesa quella violenza alla “cosa” ambiente, alla “femminilità” di Madre natura, e quanto grava quella conseguente che, secondo percorsi ormai più rintracciabili di un tempo, si dilata dentro una comunità?

La sindaco e deputata Froner sarà aggiornata anche sui consistenti interessi che ruotano attorno a quell’inquinante reperto archeologico? Saprà che la sua sopravvivenza conviene solo a pochi privati e all’ente pubblico? E saprà anche che la sacralità del lavoro, a cui la sua amministrazione fa spesso riferimento, è del tutto discutibile? Ha senso giustificare questa forma di “violenza” al territorio in nome del diritto all’occupazione per quel centinaio di lavoratori, per lo più extracomunitari, che chissà in quali condizioni lavorano? Quanto pesa tutto ciò nei rapporti umani e quanto ha pagato e pagherà in termini di salute la Valsugana, già provata da un’alta incidenza di patologie tumorali?

La sindaco Froner sarà anche a conoscenza della anomala espansione della monocoltura della fragola nella sua valle che è tra quelle che necessità di più copiosi trattamenti con pesticidi, diserbanti, fitormoni e fungicidi? È quella violenza di una chimica invasiva, evitabile, che si “arrampica” fino oltre i 1.500 metri, “violentando” perfino alcuni luoghi integri del Lagorai.


Ed allora, ci si chiede a quali “radici” fa riferimento la deputata Froner quando scrive che “il problema dev'essere affrontato alla radice”.

Le cause della violenza, su qualsiasi cosa e essere umano, non si spiegano con la retorica e la superficialità, ma con una sensibilità diversa e più attenta al bene comune. Forse questo potrebbe gradualmente portare a una rinnovata “azione rigeneratrice”, verso una pacifica e serena convivenza tra uomini/donne e territorio.

Adriano Rizzoli, Nimby trentino

Trento, 29 novembre 2007

 

 

l’Adige, 26 novembre 2007

 

Violenza sulle donne

Quel livido nell’anima

 

La violenza contro le donne è un livido che si copre goffamente con un po' di fondotinta. Ma fa male più dell'apparenza, arriva fino al cuore. Nei casi più gravi si trasforma in un nome sulle pagine dei giornali. Questo tipo di violenza è un problema mondiale - ci dice l'Onu - ancora non sufficientemente riconosciuto e denunciato.

A Roma, in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne, per ricordare l'attualità e la gravità del problema agli uomini della politica italiana, ma anche ai mariti, ai compagni, ai loro cari, molte donne hanno sfilato in corteo.


La violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 15 ed i 40 anni. Più degli incidenti stradali. Nel corso della loro vita quasi 7 milioni di italiane - il 32% delle nostre connazionali - sono state violentate o hanno subito maltrattamenti. Dodici milioni di donne nella loro vita sono state sottoposte a violenze psicologiche, comportamenti persecutori (stalking) fatti di minacce, telefonate, pedinamenti che durano anni e che possono compromettere la stessa capacità di vivere. Inoltre, i dati ci dicono che le violenze, in sette casi su dieci, avvengono dentro le mura domestiche. Nell'ultimo anno un milione di italiane ha subito violenze, fisiche o sessuali, ma solo il 7% denuncia le violenze perché solo due donne su dieci pensano che le botte prese dal marito o il rapporto sessuale forzato siano reati. Queste è la situazione fotografata dai Centri antiviolenza e dalle Case delle donne di tutta Italia.

È largamente diffusa l'opinione che la violenza alle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie multiproblematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più alla normalità che alla patologia e riguarda tutti gli strati sociali: esiste in tutti i paesi, attraversa tutte le culture, le classi, le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.


È evidente che il problema dev'essere affrontato alla radice: attraverso l'educazione, a casa e nelle scuole, nei centri per giovani coppie, nei consultori familiari, nel campo forense e del procedimento penale. Ma soprattutto la lotta contro la violenza sulle donne deve essere condivisa dagli uomini. Uomini che devono essere sempre più consapevoli del ruolo fondamentale delle donne nella società e della loro azione ri-generatrice per l'umanità.

È stata molto significativa, lo scorso 17 ottobre, l'approvazione alla Camera dello stralcio del disegno di legge riguardante le molestie gravi sulle donne e i reati in nome dell'omofobia per poter accelerare l'iter legislativo, ma dispiace vedere che su un tema come questo l'opposizione abbia votato contro o si sia astenuta.

Se da un lato è importante la prevenzione attraverso una forte azione educativa e di genere in tutti i contesti sociali, dall'altro è necessario che i reati siano ben identificabili e le pene siano certe. Ciò può avvenire sia con la rapida approvazione delle leggi depositate in Parlamento contro i crimini e le violenze sessuali verso le donne, sia con leggi che garantiscano la severità e l'applicazione della pena. Solo così si permetterà a molte donne di uscire allo scoperto, di denunciare i loro drammi, le intimidazioni, di vincere lo stato di soggezione o di vergogna in cui spesso si cade dopo aver subito violenze.


Fino a quando tutto questo non sarà possibile ciascuna di noi dovrà continuare ad operare per prevenire, informare, sensibilizzare, denunciare ogni forma di violenza. E sostenere il lavoro discreto, anonimo ma importantissimo, svolto in ogni città dai Centri antiviolenza. Un lavoro insostituibile, che merita il riconoscimento delle istituzioni e degli attori sociali in uno sforzo comune per un cambiamento in positivo delle nostre comunità e del nostro stesso modo di vivere.

Laura Froner, deputata del Partito Democratico L'Ulivo

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