Grigolli saprà quel che dice?

(in calce la lettera di Giorgio Grigolli)

 

Conosco il dott. Giorgio Grigolli, autore del “commento” su energia-vento-sole del 30 novembre, sin dai tempi in cui giravo il Trentino con mio padre. Quante cose ci dicevamo in quegli appassionanti “itinerari” alla ricerca di una terra e di una politica dal volto più umano. Parlavamo per ore e ore, di giorno e di notte, di politica, filosofia, letteratura, poesia, ideali ma anche della cattiveria, delle furbizie e delle ambizioni di alcuni suoi colleghi di partito. Tanto mio padre pensò, scrisse e fece, con rara passione e spirito di servizio, e un po’ di ingenuità, che vivemmo quegli anni speciali come la sua seconda giovinezza. Ricordo la sua dignità, il suo orgoglio, i suoi insegnamenti, l’attaccamento al senso del dovere e alla sua terra, che aveva dovuto lasciare da piccolo.

 

E mi dispiace, invece, leggere come il dott. Grigolli scrive e scrive, senza una briciola di quella passione, senza capire e sapere di che cosa scrive, facendosi tuttologo soprattutto per merito dei suoi illustri trascorsi. C’è nei suoi scritti una vecchissima concezione della politica che proprio mio padre mi ha insegnato a riconoscere. Solo la sua, innanzitutto, che ora guarda scorrere seduto in poltrona, senza sapere che il mondo è cambiato da un pezzo. Forse ritrovandosi solo, e solo in quanto opinionista; opinione talvolta ridotta a mera esibizione oratoria senza alcuna nota degna di rilievo sul mare di questioni che vorrebbe affrontare.

Con le sue ironie e aneddotiche, Grigolli vorrebbe insegnarci a vedere e guarire i mali e gli immobilismi dell’Italia e del mondo intero, esortandoci a non mantenere gli stessi riproposti vizi. Tal quali a come non erano governati prima e dopo il suo pensionamento. Vorrebbe disquisire su tutti i temi dell’attualità, che invece rimane impresa impossibile e a rischio per qualunque essere umano.

 

Pur tuttavia, non si può ragionevolmente rispondere nel merito di quanto scrive; non basterebbe questa intera pagina. Facciamo soltanto una piccola annotazione sul suo riferimento alla questione energetica, ricordandogli che a questo mondo esiste anche qualche “pazzo” che ha dimostrato che con un serio contenimento dei consumi energetici e il mirato ricorso alle rinnovabili, possiamo andare all’autosufficienza. In questa remota ipotesi, è però probabile che Enel solleverebbe qualche obiezione, anche se la monopolista dell’energia, o poco meno, si pavoneggia scrivendo che la sua attuale potenza elettrica è più che sufficiente.

 

Se Grigolli volesse argomentare e approfondire quanto scrive, saremmo ben lieti di vederlo co-organizzatore e moderatore ad un articolato seminario sui temi che non può che sfiorare con troppa approssimazione. Forse allora, in quel contesto, si potrebbe davvero accennare anche alle radici delle ”ideologie”, dei “fondamentalismi” e di altre “patetiche” questioni. Sperando che informazione e confronto siano possibili anche con quelle realtà locali, incluse quelle campane, con cui da tempo portiamo avanti utili approfondimenti. Forse in quella sede potrebbe dimostrare quanto afferma, altrimenti la sua opinione rimane solo un’opinione.

Simonetta Gabrielli

Nimby trentino  

Trento, 1 dicembre 2007

 

 

l’Adige, 30 novembre 2007

 

Il commento

Energia. Caro Pecoraro, vento e sole non bastano

 

A Lavis, Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell'Ambiente, non l'ha detto. La verdissima Iva Berasi, assessore provinciale, forse non l'ha neanche pensato. Non metteremo le pale del vento in cima al Pordoi, a fare energia. Bene così. L'inaugurazione della Pejo Pallet, l'azienda che ha prodotto il primo esemplare di impianto eolico ad asse verticale, installato dalla Ropatec di Bolzano, nei prossimi mesi comincerà le consegne in tutto il mondo. Auguri. A partire da Germania, Olanda e Inghilterra. Non per le territorialità nostrane. Basterebbe poco a immaginare le conseguenze, non soltanto visive, di una infilata di pale sui vertici dolomitici, insieme all'infilata di maledizioni dei turisti e dei paesani, forse anche dei verdissimi ambientalisti, Casanova a cominciare.

Dal ministro non ci si poteva attendere di più. Ha lodato le fonti rinnovabili, cresce il fotovoltaico, segno che gli incentivi funzionano. Adesso li estenderà all'eolico. Ha suggerito una miriade di alternative, parole difficili, la pirolisi, i dissociatori molecolari. Boccia soltanto l'inceneritore, ma pare rispettoso dei poteri dell'autonomia. Ottorino Bressanini, assessore all'energia, dovrà vigilare.

 

Pecoraro Scanio, tuttavia, non ha usato parole già nel vocabolario, in fatto di dotazioni energetiche del Paese. Lo stesso Prodi, qualche mese fa, ad un convegno romano indetto dal ministro, si era incartato nelle immagini. Aveva parlato di «un nuovo patto con la Natura». Aveva tuttavia deplorato i «decenni buttati». Appunto. La difficoltà sta sempre nella traduzione delle intenzioni, nel quadro dei condizionamenti di governo. Ma occorrerà venirne fuori. A guardare dati e cifre, vento e sole, qualcosa riescono a fare. Ma proprio qualcosa. Qui le nostre esigenze di Paese non si valutano a bicchieri d'acqua, ma a fiumi. Come ha scritto il generale Carlo Jean, cantandogliele al Pecoraro fondamentalista, i grandi interessi legati al sole e al vento, cioè ai bicchieri d'acqua, hanno fatto sì che spendessimo 45 miliardi di euro (quanto fa in lire?) per le «energie alternative». I risultati li hanno pubblicati: lo 0,5 per cento dei consumi energetici italiani è coperto da vento e sole. L'on. Casini è stato criticato dai suoi amici di destra (Matteoli) e di sinistra (Bersani) sul ritorno al nucleare (prima di lui un ex antinuclearista competente, Chicco Testa, aveva fatto analoga proposta, anche ammenda sul passato). Certo, dicono gli esperti, per avere una centrale nucleare in produzione occorrono 15 anni, come dice Matteoli; si può prendere atto, secondo Bersani, che se ci mettiamo a costruite il nucleare s'impenneranno i costi delle bollette, già gravate dell'arretrato. Ma, per non perdere altri decenni, progettiamolo almeno un piano di costruzioni a medio termine di centrali nucleari, superpulite (quarta generazione), imponiamo la costruzione di centrali elettriche a carbone pulito (anche queste sono contestate, vedi Civitavecchia), perfino convincendo il ministro Pecoraro a non disporre come un capotribù del «principio di precauzione», in nome del quale vietare o tartassare iniziative significative, sempre in nome dell'impatto ambientale.

 

Qualche miscela di preoccupazione emerge anche da altri dati. Si legge che, rispetto al 2005, anno nero, abbiamo scorte inferiori di 500 milioni di metri cubi (causa anche condizionatori estivi). A girarsi un poco indietro, non si trovano né termovalorizzatori per trasformare le immondizie in energia (Lui non li vuole, «parlate di futuro»), né rigassificatori per trasformare il gasolio liquido, trasportabile via mare, e così immetterlo nei metanodotti. Noi cittadini ci abbiamo messo qualcosa di nostro, con i blocchi stradali, no tav, no kok, pateticamente no traforo del Brennero, no discariche, no niente. Le spazzature, invece, teniamocele in strada, almeno a Napoli e dintorni (ma, guarda un po', il governante rumeno fa sapere che «le immondizie napoletane, adesso, se le smaltiscano i napoletani»).

 

Frattanto, il 60 per cento dell'elettricità è prodotto in Italia col gas che importiamo via gasdotti dall'Algeria, dalla Russia, dal mare del Nord, perfino un po' dalla Libia, fin che durano gli umori di Gheddafi. Nei prossimi tre anni, la richiesta italiana di elettricità salirà del quindici per cento. Dovremmo potere importare gas liquido, via mare, da Paesi che ce ne darebbero, vedi Nigeria. Ma non abbiamo rigassificatori, appunto. Dei dodici progettati, ne è stato costruito uno solo, in Liguria; due sono stati autorizzati (Rovigo e Livorno), nove sono stati progettati e subito osteggiati da popolazioni e politicanti. Abbiamo un rigassificatore contro sette della Spagna. La nostra elettricità deriva per il 70 per cento da gas, 14,3 da energia idrica, 1,6 da energia geotermica, lo 0,5 da eolico o solare. Ma il 13,1 è importato dall'estero (nucleare, della vicinissima Francia) via tralicci. In sostanza, metanodipendenti. Ma Pecoraro non vuole allarmismi.

 

È vero che siamo immobili da lustri, soprattutto a seguito di un famoso referendum di trent'anni fa. Appena il 20 per cento andò a votare contro l'uscita dal nucleare. Ma, se a dicembre avremo freddo, in tanti diranno che è colpa di Prodi. Occorrerebbe, ha scritto Federico Orlando su «Europa», un terremoto: che Prodi dimezzasse i ministri e i sottosegretari e si rivolgesse al Paese per dire basta agli egoismi, si tratti di evasori o di quelli che non vogliono le opere. Forse potrebbe dirlo anche subito, o almeno a gennaio, scavalcata la Finanziaria, tenuti a bada quelli di Rifondazione, che forse adesso metteranno un passo adatto ai tempi. Almeno pregare Russia e Algeria di non fare scherzi. Se no, come diceva Nixon ai tempi della guerra del Vietnam, prepariamoci qualche maglione in più e una scorta di steariche.

Giorgio Grigolli

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