L’insolente sfregio delle ruspe in Marmolada

 

È passato ormai un tempo sufficientemente lungo da quando la giustizia si è espressa in prima battuta sullo sfregio del ghiacciaio della Marmolada, per poter ritenere che la vicenda, che inizialmente ha suscitato stupore per la ridicola penalità pecuniaria, è stata ormai seppellita nel totale silenzio. Oblio? Accettazione? Rassegnazione? Eppure le connotazioni di questo episodio si discostano dall’abituale svolgersi degli sbranamenti ambientali cui quotidianamente assistiamo. Ci hanno detto che la manomissione del manto glaciale non ha comportato danni di tipo fisico-idrologico. Anche sforzandoci di crederlo ne consegue che l’unico danno è di natura visiva, cioè estetica. Danno che ricusa una esatta ponderazione e non trova disposto giuridico che ne definisca chiaramente le responsabilità. L’utile non è stato compromesso, la materialità in cui è confinato si esaurisce con un bilancio privo di problematiche.


La violenta, anche se temporanea, interruzione della possibilità di contemplare un paesaggio come quello della Marmolada nella sua intatta figurazione non è perseguibile. Gli squarci visivi, anche se devastanti, non sono accolti nella attuale concezione di “economia”. E il godimento contemplativo di un così privilegiato teatro ambientale è considerato un capriccio che, come la musica di Mozart, non serve a niente. Oppure non appaga i gusti di tutta la collettività, ma solamente di qualche naturalista sognatore. Il modo con cui la vertenza si è per ora conclusa può divenire un invito agli interessati a disporre preventivamente la sommetta di pochi euro, il prezzo bastante per una dose di anestesia, che renderà indolori e legittime le immancabili future ferite all’ambiente. Amen.

Gino Tomasi, Trento

 

Questa lettera di Gino Tomasi, direttore emerito del Museo di Scienze Naturali, solleva due interrogativi. Il primo è di giustizia e cultura, il secondo di legge e politica.

Il primo si chiede: uno sfregio insolente come quello compiuto dalle ruspe dei Vascellari sul ghiacciaio della Marmolada può essere giudicato solo con il bilancino di una scienza meccanicistica, e quindi ottusa? Poiché i bull-dozer hanno sconvolto tutto, ma non hanno rubato neve (spianandola hanno però favorito il suo scioglimento) il danno è da considerarsi solo estetico e quindi opinabile? La risposta è no. Il codice può anche dire così, ma chi vuole essere «giusto» sa che non è così. Se sfregio la guancia di una persona e la deturpo, non posso cavarmela soltanto pagando i cerotti del farmacista. Se stravolgo l’uso di un ghiacciaio - che non è solo quello di fare da strada alle pàchere o da pista allo sci, ma anche quello di essere ammirato, di essere risalito dagli alpinisti, di fornire acqua non sporcata dai cingoli e dall’olio dei motori - non posso far finta di nulla. Se uccido l’identità di una presenza (un animale, un ghiacciaio) ma ne vendo, ricavandone guadagno, la carcassa, sono forse esonerato dalle mie responsabilità? Gino Tomasi parla di estetica, ma in realtà quelle ruspe, tracciando quella strada sulla neve, hanno ucciso la «sostanza» del ghiacciaio. Che non è solo il suo bilancio idrico. L’hanno riconosciuto implicitamente gli stessi avvocati quando, per minimizzare l’intervento insultante, hanno sostenuto che ormai l’arrivo degli impianti sembra un casello autostradale. Dimenticando volutamente tutte le battaglie ambientali trentine che, lungo quarant’anni, hanno cercato di impedirlo.


Di fatto con quelle ruspe il ghiacciaio, in quanto tale, è stato stravolto nella sua identità. Non è più un ghiacciaio, è diventato una rampa stradale. È diventato un ghiacciaio «ripristinato», così come un orso imbalsamato può essere il «ripristino» di un animale vivo che è stato ucciso. Anche la pelle dell’orso - ucciso - mantiene un valore, può sempre diventare una buona pelliccia, ma ciò non giustifica chi gli ha sparato. Anche molti uomini, con una buona assicurazione in tasca, valgono più da morti che da vivi, ma non per questo è lecito ucciderli. Questa è una considerazione di giustizia, non di legge. Ma la seconda riflessione riguarda proprio la legge e la politica di un Paese. È accettabile consentire che poteri forti, economicamente fortissimi, come allude Gino Tomasi, prevedano di accantonare «sommette di pochi Euro», cifre irrisorie, per comperarsi arbitrii, trasgressioni dai ristorni giganteschi? Può tollerarlo il nostro sistema di giustizia? Eppure è la lezione che si trae della Marmolada: «Funiviari, mettetevi da parte 12 mila Euro e fate ciò che volete».


A dire il vero il capitolo sulla Marmolada non è ancora chiuso. Nell’udienza del 3 dicembre si è entrati nel merito del reato penale per la mancata autorizzazione a fare la pista. Se la montagna è così degradata, come dicono gli avvocati, se l’arrivo della funivia è paragonabile a un casello autostradale, allora la ben documentata traccia delle ruspe deve essere paragonabile a una strada. E per fare una strada occorrono i permessi, ci vogliono autorizzazioni che in questo caso sono mancate. Il ghiacciaio è poi tutelato dalla Legge Urbani. Il reato penale prevede una pena da 1 a 4 anni. I giudici faranno ciò che detta loro la legge. Ma i cittadini non possono che continuare a ritenere di una violenza inammissibile, uno sfregio diretto personalmente a loro, al loro bisogno di natura, ciò che è avvenuto sul ghiacciaio.

Franco de Battaglia

Trentino, 12 dicembre 2007

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