Oddio, quanta disinformazione da Stella e Rizzo!

 

Egregio direttore de "Il Corriere della Sera",

con la presente vorrei replicare a quanto espresso sul Suo giornale dai signori Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nei loro articoli intitolati e datati rispettivamente: "Rifiuti, se Napoli copiasse Venezia" del 22/12/07 e "Un inceneritore in Germania per bruciare i rifiuti di Napoli" del 28/12/07.

La ringrazio anticipatamente per lo spazio e l'attenzione che mi vorrà concedere.

 

Egregi G.A. Stella e S. Rizzo,

i Vostri articoli, comparsi su "Il Corriere della Sera" il 22 e 28 /12/07, mi hanno interessato e colpito non tanto per quello che Voi dite e che in parte condivido, quanto soprattutto per quello che non dite. Francamente mi sorprende di trovare nei due autori de "La Casta" tanta disinformazione riguardo i cosiddetti "termovalorizzatori" o meglio "cancrovalorizzatori".


Concordo con Voi sulla drammaticità dell'emergenza-rifiuti in Campania. Voi parlate di inceneritori che non si riescono a fare, di discariche ormai strapiene, della collera degli abitanti in una regione che soffre già di un livello altissimo di inquinamento, rispetto al resto d'Italia, proprio per questo "smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della "munnezza"". Giustamente voi dite che "la camorra controllava (e controlla?) ormai la gran parte del ciclo" e che i suoi affari "si nutrono dell'emergenza campana", ma credo sarebbe stato molto utile, per far comprendere il motivo profondo di questa disperata cronica emergenza, spiegare anche che l'alternativa ai cancrovalorizzatori porrebbe definitivamente fine agli sporchi affari della camorra; e spiegare che questa alternativa, che esiste e funziona, questa sì, molto bene in tante altre parti d'Italia, si chiama riduzione a monte, riciclaggio, riuso e recupero dei rifiuti; spiegare che, invece, il fatto di produrne tanti, comprimerli nelle ecoballe, stoccarli in terreni privati, trasportarli su e giù per l'Italia con camion, o con treni fino in Germania, produce, per la camorra e i suoi soci, profitti enormi.


Voi dite che "la follia di un sistema che polverizza milioni di euro al giorno" consiste nel non bruciare la spazzatura e non invece, piuttosto, in un intreccio di interessi mafiosi e collusioni tra potere economico e politica, da cui i nostri governanti non sono completamente estranei e che, quindi, questa emergenza è il frutto di un preciso volere politico.


Voi dite che a Marghera, "in faccia a Venezia", funziona un inceneritore che non suscita proteste, "sotto controllo dell'Arpav ... e con un rapporto giornaliero sui fumi emessi... e che, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati".


Voi non dite (perché sicuramente non lo sapete) che, proprio per quello che sta succedendo a Marghera e per la proposta avanzata da Unindustria di TV di fare nella provincia omonima due cancrovalorizzatori, si sono costituiti vari comitati cittadini nei comuni che verrebbero colpiti dalle polveri di ricaduta degli impianti in progetto.


Voi non dite (perché sicuramente non lo sapete) quello che è successo lungo la Riviera del Brenta, nell'entroterra veneziano, proprio a seguito delle emissioni degli impianti di incenerimento industriali che, proprio a Marghera, sono stati installati per primi, in Italia. Tutto ciò è ben documentato nel recente Studio della Regione Veneto, fatto con Comune, Provincia di Venezia ed Istituto Oncologico Veneto, che Vi allego alla presente. Tale Studio conclude che: "1- La provincia di Venezia ha subito un massiccio inquinamento atmosferico da sostanze diossino-simili rilasciate dagli inceneritori, soprattutto nel periodo 1972-1986. 2- Nella popolazione esaminata risulta un significativo eccesso di rischio di sarcoma correlato sia alla durata che alla intensità di esposizione." E, tra le Considerazioni generali, si riporta che: "L'indagine nel suo complesso suggerisce che lo smaltimento dei rifiuti segua percorsi alternativi a quello dell'incenerimento".

 

Quello che assolutamente non compare nei vostri articoli è, in effetti, proprio il rischio per la salute connesso al funzionamento di questi impianti. Lasciando che degli inceneritori in Germania se ne preoccupino i tedeschi, siamo proprio sicuri di quello di Marghera? Quale affidabilità può ancora meritare l'Arpav, che dovrebbe effettuare i controlli, dopo quello che è successo con il rogo della De Longhi?


Anche ammesso di avere facilità d'accesso ai dati dei controlli giornalieri sui fumi emessi (cosa poco probabile), questi controlli tuttavia si limitano a rilevare ciò che i filtri trattengono, ma non sono ancora in grado di dirci cosa è, e quanto male fa, quello che sfugge ai filtri, cioè le cosiddette nanopolveri o nanoparticelle, di cui è massimo esperto il nanopatologo dottor Stefano Montanari (vedi "Che cosa sono le nanopatologie?" nel sito www.nanodiagnostics.it). Questi controlli dell'Arpav non ci dicono nulla sulle polveri di ricaduta e sulle reali concentrazioni di microinquinanti depositate al suolo. Esiste una rete capillare di campionatori passivi nelle zone contermini l'inceneritore?


Anche se "di ultima generazione", sempre di cancrovalorizzatori si tratta, perché non c'è combustione di rifiuti che non formi sostanze tossico- nocive, nonché cancerogene, come la diossina. Quando questa si accumula nel nostro strato adiposo, vi rimane per sempre. E non c'è livello di diossina che non faccia male al nostro organismo, ossia, come dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità, non c'è valore - soglia al di sotto del quale si possa essere sicuri che una sostanza dichiarata cancerogena non possa danneggiarci. Quanto ci rassicura il fatto che dal camino di Marghera escano "ogni ora, circa 60mila milligrammi di polveri"? Queste non sono forse solo le polveri che si possono rilevare e che, comunque, nell'arco di uno e più anni, certo non purificano l'aria che respiriamo?


Quanto rassicura il fatto che a Napoli le vecchie auto inquinerebbero molto di più del camino di Marghera? Sarebbe come dire che, siccome già c'è un male, possiamo aggiungercene pure un altro al posto di imboccare la strada giusta della raccolta differenziata spinta, porta a porta!


Voi dite che a Marghera si punta "ad azzerare il ricorso alla discarica".
Ci dite dove si mettono attualmente e si metteranno le ceneri tossiche, residuo inevitabile della combustione? Ci dite perché non solo a Venezia (che ha la situazione particolare che sappiamo tutti) ma anche a Mestre, si raggiungono livelli di raccolta differenziata molto bassi, rispetto a tanti comuni vicini? Quale compost di qualità si riesce a ricavare presso l'impianto di CDR di Marghera, se la parte organica dei rifiuti vi arriva lì, mescolata con tutti gli altri e non invece separata accuratamente, a monte della raccolta? Ci sapete dire se non c'entrano nulla gli incentivi dati dallo Stato, cioè da noi con la bolletta dell'Enel, agli impianti che, come quello di Marghera, bruciano rifiuti?


E se questo non Vi basta, egregi Stella e Rizzo, vi sembrano ancora proponibili i cancrovalorizzatori dopo quello che è successo, pochi giorni fa, a Brescia, città del più famoso di loro? Alla centrale del latte è arrivata una partita di latte contaminata da diossina: 6,5 picogrammi per millilitro (vai su: www.quibrescia.it).


Attualmente, secondo la legge, bere un po' di veleno, in questo caso diossina, con il latte, alimento primario per bambini ed anziani, fa bene: 6 picogrammi per millilitro, dice la legge. Oltre, non fa più bene. Di questi limiti fissati dalla legge, io proprio non mi fido, specie se il latte lo devo dare ai miei figli! Una certezza è purtroppo il fatto che "fare agricoltura o allevare animali nell'hinterland di Brescia è ormai un'attività ad altissimo rischio".


Credete forse che attorno a Venezia, o a Vienna, o agli impianti detti "di quarta generazione", le cose stiano tanto diversamente? Certamente anche i roghi di Napoli sprigionano diossina, ma la soluzione più grave e più tragica sarebbe quella di legalizzare e sistematizzare questo sprigionamento o produzione quotidiana di veleni, creando un inceneritore cancrovalorizzatore, al posto di imboccare da subito l'unica strada possibile di futuro, quella della raccolta differenziata spinta, porta a porta, del recupero, riuso e riciclo sia dei rifiuti, o meglio "materiali post consumo", urbani, che per quelli industriali.


Distinti saluti,

Marcella Corò, dei Comitati Riuniti Rifiuti Zero di TV e VE

Via Michelangelo, 4

31021 Zerman di Mogliano Veneto (TV)

Tel 041-4566019

 

NB: si allega:

Regione Veneto - Assessorato alle Politiche Sanitarie, Istituto Oncologico Veneto - IRCCS, Registro Tumori del Veneto: "Relazione Provincia di Venezia - Rischio di sarcoma in rapporto all'esposizione ambientale a diossine emesse da inceneritori: studio caso controllo nella Provincia di Venezia".

 

Zerman di Mogliano Veneto, 30 dicembre 2007

 

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L'emergenza

Un gruppo tedesco offre la costruzione dell'impianto
per le «ecoballe» campane

in cambio di un contratto di 15 anni

Un inceneritore in Germania per bruciare i rifiuti di Napoli
Trasferire l'immondizia costa meno che smaltirla qui

 

Remondis, la più grande impresa tedesca che si occupa di rifiuti, è disponibile a realizzare la struttura in un'area tra la Renania e il Lussemburgo. L'immondizia bruciata produrrà elettricità da rivendere

 

ROMA - Il denaro non ha odore: fin dai tempi di Vespasiano è questa una specie di legge universale. Ma perfino l'immondizia, in alcuni casi, riesce a smettere di puzzare. Succede quando si trasforma in moneta sonante. Ecco perché mentre in Campania non sanno più dove metterlo, il pattume, con il nauseabondo serpentone di cinque milioni di «ecoballe» (niente altro che enormi blocchi di immondizia impacchettata: cos'avranno di «eco»?) che si allunga ogni giorno di più e i cumuli di rifiuti che hanno ripreso a bruciare ammorbando l'aria, in Germania c'è qualcuno che accoglierebbe a braccia aperte la spazzatura Made in Napoli.


Chi può avere avuto un'idea tanto pazzesca? Remondis, la più grande azienda tedesca che opera nel campo dello smaltimento dei rifiuti, avrebbe dato la propria disponibilità a realizzare in un'area della Renania ai confini con il Lussemburgo un inceneritore per bruciare tutta l'immondizia della Campania producendo elettricità. Ipotesi che potrebbe essere considerata davvero assurda, e come tale sarebbe stata già liquidata dai responsabili dell'emergenza rifiuti in Campania. Assurda, naturalmente, se la situazione non fosse però ancora più assurda. L'emergenza rifiuti in Campania va avanti da quattordici anni, durante i quali sono stati letteralmente gettati al vento due miliardi di euro. Da ben sette anni, preso atto che non si riuscivano a fare gli inceneritori, preso atto che le discariche erano piene, e preso atto che la camorra controllava (e controlla?) ormai gran parte del ciclo, si è deciso di mandare una parte della spazzatura nel Nord Italia e all'estero: destinazione Germania. Dove l'immondizia della Campania, da sette anni, già ora viene regolarmente bruciata in appositi impianti.


Ogni giorno la spazzatura viene caricata sui treni della Ecolog, una divisione delle Ferrovie, e spedita al di là del Brennero per essere smaltita negli inceneritori tedeschi della Remondis, che in questa operazione è partner di Fs. Naturalmente ne viene esportata giornalmente soltanto una parte: un migliaio di tonnellate sulle 7.500 prodotte (anche se il quantitativo è stato raddoppiato). E naturalmente non gratis. L'export di pattume costa a tutti noi 215 euro la tonnellata per il cosiddetto «tal quale», che sarebbero i classici sacchetti di rifiuti indistinti: 400 mila euro al giorno, ai ritmi attuali. Metà va per il trasporto (quindi in qualche modo torna allo Stato) e metà a chi la smaltisce: con l'apparente contraddizione che siamo noi a fornire ai tedeschi, pagando di tasca nostra, la materia prima per fare energia elettrica.


Il bello è che il costo per esportare in Germania, pur essendo ben superiore a quello dello smaltimento in discarica nel resto dell'Italia, è nettamente inferiore a quello che il commissariato per l'emergenza spende per smaltirli in Campania, quei rifiuti. Il prezzo va da un minimo di 290 euro a tonnellata fino a cifre imprecisate, persino, ha calcolato qualcuno, non inferiori a 1.000 euro. Com'è possibile? Per prima cosa c'è il costo della trasformazione nelle famose «ecoballe»: 120 euro la tonnellata. Poi c'è il trasporto con i camion sui terreni dove queste «ecoballe» vengono parcheggiate: altri 20 euro. Quindi il costo dello stoccaggio provvisorio: 150 euro. Provvisorio, però, si fa per dire. Perché siccome non ci sono gli inceneritori, quelle ecoballe stazionano per anni su terreni acquistati o presi in affitto a caro prezzo: 250 ettari di territorio campano sono ormai completamente occupati. Più stanno, più il costo sale. E dato che le prime «ecoballe» sono lì dal 2001, fate voi i conti.


La cosa è talmente eclatante che il direttore generale del ministero dell'Ambiente Gianfranco Mascazzini, considerato papabile per il posto di commissario straordinario fino a oggi occupato dal prefetto di Napoli Alessandro Pansa, non si capacita di come sia possibile che costi meno spedire l'immondizia in Germania piuttosto che tenersela in Campania. E non si capacita al punto da aver messo in moto i carabinieri perché compiano le necessarie verifiche. Quando la risposta ai suoi interrogativi è sotto gli occhi di tutti, e sta nella follia di un sistema che invece di bruciare la spazzatura polverizza milioni di euro al giorno.


Domanda: e gli inceneritori dei quali da 14 anni non si vede nemmeno l'ombra? L'appalto ce l'aveva la Fibe, del gruppo Impregilo, incaricata anche di fabbricare le «ecoballe». Ce l'aveva, appunto, perché il contratto è stato risolto. Uno dei due inceneritori, quello di Acerra, sarebbe comunque quasi pronto. Meglio, potrebbe funzionare fra meno di un anno. Ma c'è un particolare: non può bruciare le «ecoballe» prodotte in Campania, perché mancano le specifiche tecniche. E allora? Allora si sono fatti avanti i tedeschi, con la loro idea «pazzesca ». Bruciare in Germania non una parte della spazzatura della Campania, come oggi, ma tutta quanta, con un impianto nuovo di zecca da 100 megawatt destinato solo a quello scopo, avendo la garanzia di un contratto di 15 anni e a un prezzo molto più basso di quello attuale.

Per tutta risposta a novembre è stata bandita la nuova gara per completare gli inceneritori e sostituire Fibe. Sono arrivate offerte dalla francese Veolia, dalla spagnola Abertis (quella che si doveva fondere con Autostrade) e dall'Asm di Brescia, che da trent'anni riscalda la città bruciandone i rifiuti. Ma se ne verrà mai a capo?


Sergio Rizzo

Corriere della Sera, 28 dicembre 2007

 

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A soli cinque chilometri da Mestre e tre da Marghera

attrezzature pulite, silenziose, efficienti

Rifiuti, se Napoli copiasse Venezia

L’inceneritore costruito in dodici mesi

In laguna realizzato un grande impianto modello,
al Sud è sempre emergenza

 

Riuscirà Babbo Natale a raggiungere tutti i bambini facendosi largo con la slitta tra montagne di spazzatura? Ecco il dubbio di tanti piccoli napoletani. I quali, oltre al gran freddo che il buon Gesù ha mandato loro a rendere meno fetida l'aria, avrebbero diritto ad avere in dono un po' meno di ipocrisia.


Cosa ci hanno raccontato, per anni e anni?

Che il pattume partenopeo, ammucchiato senza uno straccio di raccolta differenziata così com'è («tale quale», in gergo) non può essere trattato, ripulito, riciclato, trasformato in combustibile e bruciato.


Falso. Succede già. A Venezia. Dove lo stesso tipo di immondizia viene smaltito senza problemi dal più grande impianto europeo di Cdr (Combustibile Derivato dai Rifiuti) che manda in discarica solo il 6% di quello che arriva coi camion e le chiatte. E dov'è l'inceneritore? Dov'è questo mostro orrendo le cui fiamme fanno inorridire i campani che da anni, dipingendosi già avvolti dai fumi neri della morte, si ribellano all'idea di ospitarne qualcuno? A tre chilometri dalle bancarelle del mercato di Marghera. A cinque da Mestre. A otto dal campanile di San Marco. Senza che nessuno, neppure il gruppuscolo ambientalista più duro e puro e amante delle farfalle, abbia mai fatto una manifestazione, un corteo, una marcetta, un cartellone di protesta. Prova provata, se ancora ce ne fosse bisogno, che sotto il Vesuvio sono troppi a giocare sporco.


Pare una clinica, l'impianto in riva alla laguna, ai margini di Marghera. La bolzanina «Ladurner» l'ha costruito (dal primo scavo nel terreno al fissaggio degli interruttori elettrici) in dodici mesi. Contro i millenni necessari, non per l'indolenza delle persone quanto per la rete di veti e ricatti, nella sventurata Campania che, stando ai dati Apat, rappresenta da sola il 43% del territorio italiano inquinato dallo smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della «munnezza». Impianto pulito. Silenzioso. Efficiente. Apparentemente quasi deserto. «Quanti dipendenti? Meno di un centinaio. Al Cdr, su tutto il ciclo, 28 persone», spiega Fiorenzo Garda, dell'azienda altoatesina. Sei in meno di quanti bivaccano al call-center napoletano del Pan (Protezione ambiente e natura) dove, stando al rapporto della commissione parlamentare, ogni centralinista riceve mediamente una telefonata a testa alla settimana.


Ventotto persone che, scivolando tra capannoni, rampe e officine, ricevono ogni giorno i rifiuti urbani di Venezia (comprese Mestre, Marghera, le isole), Chioggia e larga parte della Riviera del Brenta per un totale di 300mila persone. Meglio: per un totale equivalente a una popolazione di 300mila abitanti. La Serenissima è infatti una città speciale per almeno due motivi. Il primo è che, scesa nei decenni a 50mila residenti, accoglie ogni anno quasi 20 milioni di turisti (meglio: 20 milioni di presenze giornaliere, per una media di circa 55mila abitanti supplementari al giorno con punte di 150mila) ai quali è praticamente impossibile imporre la raccolta differenziata. Il secondo è che un conto è portar via la campana della carta e del vetro coi camion in terraferma (dove la «differenziata» sta mediamente al 45%) e un altro con le barche nei canali.


Risultato: le «scoasse» veneziane sono uguali alla «munnezza» napoletana. Con più nero di seppia e meno pummarola, ma uguali. E infatti, caricate sulle barche a da lì trasbordate su enormi chiatte alle spalle della Giudecca, quando arrivano alle banchine di Marghera potrebbero essere perfettamente confuse con quelle che vengono scaricate dai camion nelle fosse dantesche degli impianti partenopei. È lì che i destini si dividono.


I rifiuti campani, in attesa dei termovalorizzatori (quello di Acerra che doveva essere acceso a ottobre, dopo 14 anni dalla prima dichiarazione di emergenza, è bloccato dall'inchiesta dei giudici e i lavori per quello di Santa Maria La Fossa devono ancora cominciare) vengono imballati alla meno peggio e ammassati in gigantesche piramidi su terreni comprati a prezzi sempre più folli, con misteriosi rincari anche del 500% in dodici ore. Piramidi che ormai stoccano sette milioni di tonnellate di «ecoballe» (che «eco» non sono) le quali potrebbero, se allineate, coprire la distanza che c'è da Parigi a New York. Una situazione esplosiva. Che costringe da anni i commissari via via nominati a recuperare nuove discariche (l'ultima è a Serre, a 102 chilometri dal capoluogo campano e per farla hanno buttato giù centinaia di querce) o a riaprirne di chiuse sfidando la collera degli abitanti. Collera spesso accesa dalla camorra, che vede a rischio i suoi affari. Che si nutrono proprio dell'emergenza campana. Costata fino ad oggi almeno un miliardo e duecento milioni di euro.


I rifiuti veneziani no, quelli i soldi, agli azionisti pubblici, li fanno guadagnare. Dice Gianni Teardo, responsabile tecnico degli impianti, che quest'anno il complesso di Marghera, costato 95 milioni di euro (un dodicesimo dei soldi spesi in Campania) va in attivo. Spiegare come la spazzatura venga «bollita» per una settimana in enormi cassoni («biocelle »), asciugata, sminuzzata, passata al setaccio per separare quello che può essere riciclato tra i metalli, la plastica o la carta, sarebbe lungo. Basti sapere che, mettendo insieme questo lavoro con quello a monte della raccolta differenziata e poi una seconda e una terza operazione di filtraggio, l'impianto veneziano si vanta di mandare in discarica nell'entroterra di Chioggia solo il 6% del pattume trattato. Che dovrebbe essere ridotto entro un paio di anni al 3%. «Anche se puntiamo a ridurlo ancora, fino ad azzerare il ricorso alla discarica».


Ferri, plastiche e carta vengono venduti sul mercato. La metà del Cdr prodotto e compattato in «brichette » simili a corti bastoncini è ceduto all'Enel che lo brucia al posto del carbone per fare energia. Tutto ciò che può essere usato allo scopo diventa «compost» per fecondare i terreni troppo sfruttati e in fase di desertificazione. E quel che resta, infine, viene bruciato.


Direte: oddio, vicino a Venezia! Esatto: in faccia a Venezia. Senza una protesta. Sotto il controllo dell'Arpav. Con un rapporto giornaliero sui fumi emessi. E sapete cosa salta fuori, a vedere i dati certificati dalle autorità sanitarie? Che un inceneritore di ultima generazione come quello veneziano, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati, che sono da cinque a quindici volte più rigidi rispetto a quelli delle centrali termoelettriche o dei cementifici. Ma c'è di più. Fatti i conti, quel camino che smaltisce ciò che resta dei rifiuti di 300mila abitanti butta nell'aria ogni ora circa 60mila milligrammi di polveri. Pari a quanti ne escono, stando alle tabelle Ue, dai tubi di scappamento di quindici automobili di tipo Euro2. Per non dire di quelle più vecchie, che inquinano infinitamente di più. Direte: e se queste polveri fossero più aggressive? Massì, esageriamo: ogni camino come quello di Marghera inquina come una cinquantina di auto Euro2. E sapete quante ce ne sono, in Campania, di auto così o più vecchie e inquinanti? Oltre 2 milioni e 200mila. Pari a 44mila inceneritori come quello di Marghera.


Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 22 dicembre 2007

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