La verità delle Contrade

 

13 gennaio 2008

 

1) “Il fuoco e le buche” dell'Italia dei cavernicoli

di Alberto Lucarelli,

ordinario di Diritto Pubblico Università Federico II di Napoli

e presidente delle Assise di Palazzo Marigliano

 

Temo che le decisioni politiche degli ultimi giorni sul “caso Pianura” in Campania intendano utilizzare l’emergenza per legittimare ed adottare scelte di lungo periodo. In questi giorni, anche attraverso un bombardamento mediatico, intriso di superficialità e luoghi comuni sembrerebbe, infatti, che l’emergenza rifiuti in Campania possa risolversi soltanto attraverso discariche ed inceneritori, senza la consapevolezza che ciò rappresenta una strategia politica di lungo periodo e non unicamente la risoluzione del contingente.

Si vuole attuare una precisa scelta politica, oggetto di ripensamento in tutta Europa, ovvero sbilanciare la gestione dei rifiuti sulla realizzazione degli impianti, piuttosto che sulla politica delle “R”: riduzione dei consumi, raccolta differenziata, recupero, riparazione, riuso, riciclaggio. Si vuole attuare una precisa scelta politica: realizzare in Campania tre impianti di incenerimento nel territorio della provincia di Salerno, ad Acerra (Napoli) e a Santa Maria La Fossa (Caserta).

L’impianto di Acerra, come è noto, privo di valutazione d’impatto ambientale e vetusto nelle tecnologie, come ampiamente dimostrato dalla Commissione bicamerale sui rifiuti, è altresì sovradimensionato, e dunque per essere economicamente vantaggioso, dovrebbe bruciare quantità di CDR (combustibile derivato da rifiuti) in proporzioni tali da scoraggiare e quindi pregiudicare la raccolta differenziata e la filiera virtuosa ad essa riconducibile, determinando, come evidenziato dalla Corte dei Conti, anche un danno patrimoniale alle finanze locali.

L’orientamento dettato dall’emergenza intende sbilanciare la gestione del ciclo integrato dei rifiuti a favore di un sistema di combustione classica, assegnando la funzione principale all’ipotesi di incenerimento dei rifiuti, indicata invece residuale e marginale dalla normativa e dalla giurisprudenza vigente.

Per invertire radicalmente la rotta della politica dei rifiuti in Italia bisogna uscire dal cul de sac del cip 6 (poi certificati verdi), ovvero abrogare definitivamente, anche per gli impianti già realizzati, la delibera n. 6 del comitato interministeriale prezzi (cip) che nel 1992 dichiarava, unico Paese in Europa, il rifiuto fonte rinnovabile, prevedendo sovvenzioni pubbliche per gli impianti di incenerimento. È bene dirlo che il cip 6, prelevando le risorse direttamente dai cittadini attraverso una quota posta nelle bollette dell’energia elettrica, ha influenzato negli ultimi quindici anni la politica dei rifiuti in Italia, incentrandola prevalentemente sulla fase terminale, appunto sullo smaltimento e sulla progettazione e realizzazione di impianti di incenerimento. Attraverso il cip 6 dunque sono state alimentate sacche parassitarie e rendite finanziarie che hanno avuto quale loro principale obiettivo quello di bruciare la maggior quantità di rifiuti “tal quale”, impedendo ed ostacolando, in alcune aree più di altre, il decollo della raccolta differenziata. I finanziamenti pubblici provenienti dal cip 6 hanno influenzato gli strumenti di pianificazione regionale e rallentato, non soltanto lo sviluppo della raccolta differenziata, ma altresì lo sviluppo di vere fonti di energia pulita e rinnovabile come l’eolico ed il fotovoltaico. Una pratica quella dell’incenerimento che alimenta lo spreco, con una resa energetica del 10-15% contro un dispendio di risorse che l’energia prodotta non compensa neppure lontanamente.

Una pratica che incentiva la realizzazione di impianti che a pieno regime producono, al di là delle tossiche e nocive polveri ultra-sottili, una quantità di ceneri tali da richiedere la realizzazione di discariche in grande quantità per collocare i nuovi rifiuti prodotti dalla combustione. In questo senso basta fare un giro a Montichiari dove vengono tumulate le ceneri e le polveri del megainceneritore di Brescia, condannato tra l’altro da una recente sentenza della Corte di Giustizia.

Si prenda dunque con serietà e rigore l’ipotesi di passare da metodi primordiali di smaltimento quali “il fuoco e le buche” a modelli già sperimentati con successo in alcune parti d’Italia come il trattamento meccanico biologico “a freddo”. Si utilizzi l’emergenza come una grande occasione di rilancio e rinnovamento e non come il pretesto per affermare scelte che guardano indietro, ovvero all’era del fuoco.

 

 

2) Intellettuali senza coraggio e cortigiani della politica

Di Benedetto De Vivo,

ordinario di geochimica ambientale presso l’Università di Napoli Federico II

e Adjunct professor Virginia Polytechnic Institute & State university Blacksburg

 

La situazione drammatica in cui versano le province di Napoli e Caserta trova finalmente riscontro a livello nazionale. La stampa chiama finalmente alle proprie responsabilità gli amministratori del territorio invitandoli a dimettersi, e invita giustamente Prodi a intervenire perché la questione rifiuti a questo punto, non è solo un problema della Campania, ma un problema su cui si gioca, immagine e credibilità, l’intero paese Italia a livello mondiale.

Ciò detto non vanno disgiunti dalla responsabilità del presidente Bassolino coloro che sono stati suoi strettissimi collaboratori a livello politico regionale fino a ieri, e che ora, abbandonata la nave che affonda, si presentano addirittura come il «nuovo» che si affaccia all’orizzonte. Per esempio il ministro, prof. Gino Nicolais non ha rappresentato forse per il presidente Bassolino l’indiscusso anello di congiunzione fra la regione e il mondo intellettuale delle università napoletane? Perché il prof. Nicolais, quando era assessore alla Ricerca della regione Campania, non ha fatto nulla per favorire, ad esempio, la creazione di un Servizio geologico regionale, che sulla falsariga di quello della regione Emilia Romagna, diventasse uno strumento di programmazione del territorio e delle sue risorse, individuando nello specifico, a monte, i luoghi geologicamente idonei a ospitare siti per lo smaltimento dei rifiuti? In particolare la responsabilità in tutta la vicenda rifiuti del mondo universitario è enorme.

In tutta la vicenda non mi pare sia mai intervenuto con un proprio studio il Centro di competenza Amra (Analisi e monitoraggio dei rischi ambientali) messo su con generosi finanziamenti regionali sotto la regia, appunto, dell’allora assessore alla Ricerca prof. Gino Nicolais.

Di quali rischi si occupa l’Amra? Questo Centro, gestendo in modo assolutamente discutibile le risorse in merito al rischio Vesuvio, nulla dice, tra l’altro, ai napoletani e ai vesuviani di come sia possibile, nel 2007, la costruzione di quello che sarà la più grande struttura ospedaliera dell’Italia meridionale (l’ospedale del Mare), in frazione Ponticelli (Napoli), a circa otto chilometri di distanza dal cratere del Vesuvio e a soli cento metri rispetto alla delimitazione della Zona rossa, e in ogni caso nella Zona gialla (zona a pericolosità differita), così come delimitata dalla Protezione civile.

La più elementare norma di cautela non avrebbe dovuto imporre alle autorità la progettazione di una struttura pubblica quale l’ospedale del Mare a distanza di assoluta sicurezza rispetto a futuri eventi eruttivi del Vesuvio? Questo fantomatico Centro di competenza regionale avalla colpevolmente le scelte scellerate della regione e dei suoi eccellenti consulenti.

Per il problema rifiuti perché non vengono fatte indagini approfondite, per esempio, sui passaggi di proprietà dei terreni di volta in volta individuati come siti di stoccaggio di ecoballe (o meglio balle di rifiuti di ogni genere che di eco non hanno proprio nulla e che, irresponsabilmente, si continuano a produrre a milioni di tonnellate e ad ammassare in zone agricole, con gravissime conseguenze per la salute della popolazione), smaltimento rifiuti o altro?

Il problema dei rifiuti della Campania non è che il bubbone enorme sotto gli occhi del mondo, ma i problemi della connivenza di un’intera classe politica con chi controlla il territorio, cioè la camorra, sono di tutta evidenza e solo chi non vuol vedere né sentire non se ne rende conto. Questo problema non lo si risolve, costringendo alle dimissioni il solo Bassolino, ma mandando a casa un’intera classe politica. La monnezza non è solo per la strada ma anche nella mente e nel cuore sia dei politici che dei cosiddetti intellettuali che non sono mai riusciti a capire che la cultura camorristica che impera nella nostra regione non si sconfigge dal basso ma dall’alto attraverso l’insegnamento, ma soprattutto con l’esempio, i comportamenti cristallini e le scelte coraggiose.

È importante quindi che coloro che si ritengono portatori della cultura (in primis il mondo accademico) la smettano di svolgere il ruolo di cortigiani della politica, assumendo un ruolo guida indipendente e dimenticando le proprie «appartenenze» e convenienze.

 

 

12 gennaio 2008

 

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

 

La “falsa emergenza rifiuti”

 

Immagini televisive dal fronte della spazzatura che fanno da scenario alle dichiarazioni di politici e giornalisti. Parole e immagini che evocano tempi di guerra come “lo Stato si arrende all’immondizia” o “i ribelli dei rifiuti”. Poi finalmente l’arrivo degli eroi salvatori: le camionette dell’esercito che da giovedì sera si aggirano nella notte per le strade di Pianura sullo sfondo di cumuli di immondizia in fiamme. Così, ancora una volta, l’emergenza mediatica ha preso il sopravvento sull’emergenza reale. I cumuli di rifiuti urbani ammonticchiati in alcune parti della città hanno accentrato tutta l’attenzione dei media, suggerendo all’opinione pubblica che l’emergenza campana è dovuta alla classe politica locale, incapace di governare la nettezza urbana, di gestire in maniera ordinata i 20.000 addetti al servizio, di costruire termovalorizzatori come si fa in tutte le parti del mondo e di fare funzionare l’inceneritore di Acerra fregandosene delle paure di napoletani ignoranti e privi di buon senso che lo vedono come il demonio.

Risultato: nella confusione generale di notizie poco alla volta prende corpo sui teleschermi la tesi che il problema della monnezza napoletana è una questione di ordine pubblico. Da risolvere, dunque, con i manganelli della polizia e le attrezzature dell’esercito: con le truppe guidate dal generale Franco Giannini e con la direzione dell’ennesimo commissario, De Gennaro, accettato anche da chi aveva criticato il suo duro operato durante il “G8” di Genova nella convinzione che per risolvere questa emergenza ci vuole il pugno di ferro.

In realtà le soluzioni proposte hanno come primo, urgente obiettivo fare sparire l’immagine della spazzatura dai teleschermi sulla quale rischia di cadere il Governo e la sua credibilità in Europa. E per fare questo bisogna sciogliere i cortei di protestanti, spegnere il clamore dei media, rassicurare l’opinione pubblica che tutto è sotto controllo. Nel frattempo, il generale reduce dall’Albania spezzerà le reni ai rivoltosi di Pianura - qualificati tout court anche camorristi – e insieme a De Gennaro garantirà l’ordine pubblico. Così ogni decisione politica potrà essere presa: anche con la forza, se non sarà possibile con la democrazia, la ragione e la scienza.

Ecco perché guardando le immagini dell’esercito che pattugliava quei quartieri che conosco così bene, abitati per lo più da gente tranquilla, perbene, che lavora, mi sono venuti i brividi. Perché ho capito che appena l’emergenza fasulla, che fa scalpore, sarà finita, tornerà fuori quella vera che non trova spazio sui giornali: e continuerà a uccidere. Ho capito che appena i riflettori dell’attualità si saranno spenti, come in Cambogia, scenderà il silenzio sugli innocenti: sui napoletani che continueranno a “morire di monnezza” e sulla loro terra vittima di un immane disastro ambientale.

 


La vera emergenza


Perché l’emergenza vera non sta nei sacchetti pieni di scarti di verdura, carne, pasta, plastiche, carta, bottiglie e qualsiasi altra schifezza ammonticchiati per le strade: sicuramente sono un veicolo di malattie infettive, uno sconcio estetico, una prova di inefficienza istituzionale, ma non sono la causa dell’aumento dell’84% in più – rispetto al resto della Campania - di morti per tumore al fegato o del 30% in più di morti per tumori alla vescica. I rifiuti urbani sui quali è stata catalizzata l’attenzione dei media non sono i colpevoli dell’inquinamento delle falde acquifere con le quali si irrigano i campi dove crescono i prodotti e si allevano gli animali dei quali si alimentano i cittadini che si ammalano di cancro. La colpa di questo disastro ambientale che sta mandando in tilt l’intera catena alimentare, è dei milioni di tonnellate di rifiuti tossici e industriali provenienti dalle industrie del Nord Italia e di mezza Europa, che alimentano lucrosi traffici illeciti contro i quali, però, non c’è nessuna vera mobilitazione da parte dello Stato.

In una trasmissione televisiva l’onorevole Castelli ha sollevato una domanda serpeggiata dall’inizio dell’emergenza, ma cui nessuno ha dato risposta forse perché è il vero nucleo del problema: “Come è possibile che lo smaltimento dei rifiuti si risolve in tutte le regioni d’Italia, tranne che in Campania?” La risposta è che qui non si riesce a risolvere perché non si debbono smaltire solo i rifiuti solidi urbani e delle scarse industrie della regione, ma una quantità abnorme di scorie tossiche, industriali, radioattive, per colpa delle quali il territorio campano è al collasso, i suoi equilibri sono saltati, gli ammalati di tumore aumentano e diminuisce in maniera paurosa la qualità della vita.

In Campania, dunque, il problema dei rifiuti è diventato irrisolvibile per la loro abnorme quantità e per la loro micidiale qualità: questi rifiuti tossici, infatti, vengono mescolati e nascosti sotto il flusso dei normali rifiuti cittadini nel calderone indifferenziato di discariche autorizzate e abusive, tutte poco o per niente controllate.

Questa “eccezionalità” della situazione campana non è assolutamente venuta fuori dall’emergenza televisiva e mediatica che anziché denunciare i dati incredibili ma veri, ha tratteggiato una realtà credibile ma falsa. Anziché mobilitare esercito e Polizia contro i criminali del traffico dei rifiuti, li ha dirottati contro chi manifestava per il diritto alla salute.

Qualche esempio? Il vicepresidente della Camera Enrico Letta ha dichiarato nell’ultima puntata di Ballarò: “La prima responsabilità di questo degrado è che in Campania non sono stati fatti i termovalorizzatori… ora quello di Acerra è al 92% della realizzazione e sarà lo sblocco della situazione: perciò i comitati di cittadini che vi si oppongono hanno grosse responsabilità”. Affermazione credibile ma falsa: la costruzione dell’inceneritore di Acerra è stata bloccata dalla magistratura e a parte la polemica in corso sulla tecnologia adottata – perché scientificamente ritenuta dannosa e inquinante - anche se oggi funzionasse, non potrebbe bruciare le migliaia di tonnellate di “ecoballe” ammonticchiate da anni nelle discariche perchè non sono “ecoballe” ma balle putride, frutto di una raccolta indifferenziata e in parte contaminata dai rifiuti tossici. E lo stesso vale per il futuro: trattandosi dell’impianto in costruzione più grande d’Europa che dovrà bruciare una quantità immensa di rifiuti, la gente vorrebbe avere innanzitutto la garanzia che il combustibile sia frutto di una raccolta non solo differenziata, ma soprattutto incontaminata e controllata. Hanno diritto i cittadini di Acerra e dintorni, di chiedere queste garanzie, visto che l’impianto sorge proprio nel triangolo dei veleni Nola-Acerra-Marigliano dove la terra e le falde sono talmente inquinate che avrebbero bisogno di immediata bonifica? E visto che è proprio in questa zona che è stato rilevato il maggiore aumento della mortalità per tumore? Oppure, considerando che in questi 14 anni né il governo locale, né quello nazionale sono stati in grado di dare queste garanzie, hanno perso il diritto costituzionale alla salute e debbono mettersi in fila in silenzio, come nei campi di concentramento, circondati da esercito e Polizia, continuando a morire e a vivere nel degrado senza disturbare l’ordine pubblico e gli addetti ai lavori?

Stessa immagine, credibile ma falsa, vale per Pianura. Chi è stato in questi giorni davanti al televisore ha capito che cos’è Pianura, quanta gente vi abita, qual è la sua storia? Penso di no. Gli italiani hanno visto Pianura solo come il luogo degli scontri fra manifestanti non meglio identificati e polizia davanti a cassonetti e camion accesi.

Pochi, dunque, sanno che gli abitanti di Pianura – un quartiere di 50.000 abitanti in pieno centro di Napoli e non una zona disabitata e lontana - per 40 anni hanno sopportato in silenzio gli odori e il degrado della discarica di contrada Pisani in cambio di una promessa da parte dello Stato: che dopo 40 anni finalmente quel mostro sarebbe stato chiuso, che i figli e i nipoti non avrebbero dovuto subire lo sconcio dei padri, che il quartiere sarebbe stato risanato – e il risanamento come vedete nelle foto era iniziato – che l’oasi naturale del cratere degli Astroni adiacente alla discarica (affidata al WWF e miracolosamente intatta) sarebbe stata valorizzata, che su quella ex discarica bonificata sarebbe stato costruito un campo da golf.

Ebbene, dopo che i cittadini hanno creduto allo Stato, hanno investito i loro soldi, comprato le case, avviato attività in sintonia con la nuova dimensione ambientale come strutture per lo sport, il tempo libero e l’equitazione, arriva il Governo italiano e dice “alt: non se ne fa più niente, si torna nella merda come prima”. E pretende di riaprire una discarica che oggi è come scoperchiare una grande bara con il cadavere ancora in putrefazione. Voi che cosa avreste fatto? Probabilmente quello che hanno fatto loro: avreste difeso il vostro territorio, il vostro futuro, la vostra salute. Ma il corteo di oltre 20.000 persone che ha sfilato pacificamente per il centro di Napoli – da piazza del Gesù fino a Santa Lucia – arrivato sotto il palazzo del Governo ha trovato luci spente e porte chiuse e non ha avuto sulla stampa il risalto che hanno meritato le immagini dei cassonetti accesi dai cittadini più incazzati: così apparentemente solo contro i rivoltosi - ma di fatto contro tutti - è sbarcato l’esercito.

 


L’emergenza che deve durare in eterno


E in questo bailamme disinformativo la raccolta differenziata – l’unica vera soluzione – viene presentata come un sogno quasi impossibile a causa del sottosviluppo e della scarsa cultura dei napoletani. Anche se – incredibile ma vero – in Campania già si fa, e dove si fa funziona alla grande. Guardate queste foto: le ha fatte un 30enne del posto, Enzo Scotto: mostrano due paesi confinanti, Monte di Procida e Bacoli. Dove il marciapiede è pulito siamo nel Comune di Monte di Procida in cui si fa la raccolta differenziata porta a porta; laddove si accumula l’immondizia, invece, siamo a Bacoli dove la raccolta differenziata non si fa.

E lo stesso vale per altri Comuni: a San Giorgio del Sannio, per esempio, la differenziata si fa e la cittadina è pulitissima, mentre a pochi chilometri di distanza, a Benevento, non si fa e la città è sommersa dai rifiuti. Che significa? Che nessun essere umano di buon senso, per quanto ignorante e sottosviluppato, ha piacere di vivere nell’immondizia se gli viene fornita un’alternativa valida.

Solo che la differenziata, proprio perché consente di tenere meglio sotto controllo il ciclo, la quantità e la qualità della spazzatura, è un ostacolo al business illecito dell’immondizia.

Sta di fatto che in Campania – dove si alternano da 14 anni commissari di Governo per i rifiuti – nessuno di quelli che si sono succeduti ha avviato il “ciclo virtuoso dei rifiuti” con la differenziata, preferendo individuare discariche dove - prima, dopo o insieme ai rifiuti solidi - vengono spesso illecitamente sversati i tossici. E anche adesso si continuano a ricercare siti per discariche, per collocare ogni tipo di rifiuto in attesa di qualcosa che dovrà accadere.

Risultato: aumentano le problematiche per le bonifiche delle discariche, ma aumenta anche il giro di consulenze e di affari per trovare nuovi siti e soluzioni. Così l’emergenza in Campania ha assunto i caratteri della normalità: perché ha fatto proliferare società che tendono a consolidarsi; ha creato burocrazie, consulenti, parassiti che hanno addirittura modificato il proprio status sociale per veri e propri processi di arricchimento. Un mare di soldi ha ingrassato la criminalità ed ha aperto nuovi orizzonti per guadagni illeciti. Carriere politiche crescono, il confronto democratico è inesistente, le collusioni sono chiare: la magistratura, infatti, in ogni inchiesta, continua a individuare nel malaffare il coinvolgimento di amministratori, politici, imprenditori, burocrati, soggetti appartenenti a organi di controllo. Un vero e proprio cancro diffuso in organismi dello Stato. E quest’ultima emergenza sarà una nuova, ricca, grande abbuffata da spartire, come sempre, con gli strumenti eccezionali dell’emergenza: cioè, niente gare d’appalto trasparenti, ma tutto in concessione e a trattativa privata.

Che cosa si può fare, allora, per salvare la Campania che sembra destinata a rimanere la discarica d’Italia e d’Europa?

Provare a dare voce alla Napoli pulita che lavora, studia, propone e che ha incrinato il muro di silenzio costruito dagli stessi organi di informazione, che ha contribuito ad aprire gli occhi ai cittadini, ha denunciato alla magistratura il commissario di governo per “disastro ambientale colposo” e rivolto un appello all’Europa attraverso la stampa estera. Si tratta dei cittadini che fanno capo alle Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia meglio note come le Assise di Palazzo Marigliano: il palazzo dove si riuniscono ogni domenica mattina (vedi “Che cosa sono le Assise ”). Oltre a un sito e a un bollettino dove da 2 anni, con il supporto di una poderosa documentazione, viene denunciato il vero problema rifiuti, l’Assise ha deciso di aprire un dialogo più diretto con i cittadini e di diffondere parte di questa documentazione anche attraverso questo blog.

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