2^ puntata
(1^ puntata)

 

Diossine nel latte di Brescia e inceneritore Asm

A proposito di “Qualche riflessione…”
di Dante Mantovani, Fabrizio Molteni,
Maurizio Billante e Sara Mantovani
Ovvero quando la politica
sembra incapace di autonomia dai poteri forti

 

La “riflessione” in questione (di cui al sottotitolo), redatta dai quattro interlocutori dell’area politica di maggioranza nel Comune di Brescia, intende assolvere a priori l’inceneritore Asm per le diossine ritrovate nel latte di alcune aziende agricole a Sud di Brescia, imputandone la causa all’inquinamento pregresso dell’industrializzazione del secolo scorso. È l’occasione per fare un po’ di chiarezza sulla base dei dati reali ed evitando i pregiudizi. Anche perché, come diceva un vecchio saggio cinese, coloro che si affidano troppo ai pregiudizi rischiano di assomigliare a quel tale che si sforza di sollevare un macigno per poi farselo cadere sui piedi.

Ed in effetti, la casta locale, con rare eccezioni e in perfetto stile bipartisan, ritiene l’inceneritore Asm-A2A una macchina perfetta, anzi benefica, assumendo senza alcun discernimento critico la propaganda aziendale.

 

 

La telenovela dei limiti dei PCB nei terreni
e le incongruenze del Comune di Brescia
proprietario di Asm

 

L’argomentazione dei nostri interlocutori si basa essenzialmente sul fatto che i “campionamenti del territorio bresciano (città e comuni dell’hinterland), svolti negli anni ‘94, ‘96 e ‘97 a cura dell’ASL di Brescia, su commissione del Comune di Brescia, finalizzati a conoscere lo stato dei suoli prima dell’avviamento del termoutilizzatore [sic!], segnalarono la presenza di molti inquinanti (PCB e metalli pesanti) al di sopra dei limiti di legge”.

Se ciò fosse stato vero, un normale principio di precauzione avrebbe dovuto indurre il Comune di Brescia a bloccare la costruzione del proprio inceneritore in quell’area, assolutamente inidonea ad ospitarlo, visto che dallo stesso vengono emessi PCB, diossine e metalli pesanti.

Ma le cose non stanno per nulla così. O meglio sono molto più complesse. Nel corso di quelle campagne nei loci della zona Sud di Brescia attorno al costruendo inceneritore fu rilevata la presenza dei PCB, mediamente 60,2 μg/kg di terreno (ben più alta, invece, nella cosiddetta zona Caffaro, pari a 474,4 μg/kg), mentre le diossine erano sotto il limite (a differenza della zona Caffaro). Sennonché, allora, i limiti per i PCB erano stabiliti dalla Regione Lombardia in 2.000 (duemila) μg/kg!

Solo con il DM 471/1999, a inceneritore ultimato, i limiti furono portati a 1 μg/kg, ciò che ha permesso al sottoscritto e ad altri di far emergere nell’agosto del 2001 il “caso Caffaro”. Ma, subito, innumerevoli esponenti del Comune di Brescia, sostenuti dal fior fiore degli esperti accademici locali, si sbracciarono a dire che era “un temporale d’agosto”, che si faceva allarmismo per un’emergenza inventata, che i limiti per i PCB erano assurdamente bassi.

Così, il Comune di Brescia, nel luglio 2004, buttò via diverse migliaia di euro (forse centinaia di migliaia, la cifra esatta, per pudore, è top secret) per uno studio teso a chiedere al Ministero l'innalzamento dei limiti per i PCB nei terreni da 1 a 290 (duecentonovanta) μg/kg! Lo studio fu “buttato nel cestino” dall’Istituto superiore di Sanità, anche per la denuncia della sua infondatezza presentata da alcuni scienziati indipendenti, fra cui il compianto professor Lorenzo Tomatis, già direttore per un decennio dell’Istituto di Ricerche sul cancro dell’OMS.

Comunque, tanto si fece da ottenere da Matteoli, allora Ministro dell’Ambiente targato An, ma in questo caso “amico”, di stabilire nel famigerato “decretone ambientale” 152/2006 i nuovi limiti dei PCB a 60 μg/kg.

Dunque, grosso modo, la media delle concentrazioni a quei tempi rilevate nella zona in cui sarebbe sorto l’inceneritore e ben inferiori ai 290 μg/kg ritenuti accettabili dal Comune di Brescia, proprietario di Asm.
In conclusione, sembra necessario che gli esponenti del Comune di Brescia, istituzionali e politici, compresi i nostri interlocutori, si mettano d’accordo con se stessi e con un minimo di coerenza: questi limiti per i PCB nei terreni sono troppo bassi o troppo alti, oppure l’opinione cambia a seconda delle convenienza?

 

Lo scandalo delle indagini sui terreni attorno all’inceneritore
e sulle ricadute di diossine e PCB al suolo,
previste dalle normative, ma mai effettuate

 

Ma, per tagliare la testa al toro, va ricordato ai nostri interlocutori che il “bianco” fatto allora negli anni ‘94, ‘96 e ‘97 attorno al costruendo inceneritore doveva servire a verificare periodicamente come la situazione potesse mutare con l’impianto funzionante, altrimenti sarebbero stati soldi e risorse buttati al vento (o meglio il solito fumo negli occhi della popolazione e degli ambientalisti!).

In effetti, così era previsto nelle stesse conclusioni del secondo rapporto dell’Asl di Brescia del 1998, relativo alle campagne 1996 e 1997, che recitava testualmente: “dovrà essere proseguita l’opera di monitoraggio ambientale dal punto di vista generale attraverso: - periodico ricampionamento dei punti della zona attorno all’impianto finora prelevati negli anni 1994 (gennaio) - 1996 (gennaio) e 1997 (dicembre); in tal senso il prossimo campionamento è prevedibile per la fine 1999 al termine del periodo di esercizio provvisorio” dell’inceneritore.

Non solo. La Delibera G. R. L. n. 40001 del 2 agosto 1993, che autorizzava la costruzione dell’inceneritore, all’Allegato B5-1 prescriveva testualmente che “la struttura di controllo dovrà effettuare con periodicità una campagna di rilevamento per la misura delle concentrazioni al suolo – immissioni”.

Ebbene, dopo 10 anni di funzionamento dell’inceneritore e di accumulo al suolo di PCB e diossine non biodegradabili, non è stato fatto assolutamente nulla, né a “fine 1999” né dopo, forse proprio perché si temono sorprese non gradite. Invece di esprimere un atto di fede sulla bontà dell’impianto, soprattutto chi ostenta di essere pragmatico e non ideologico, dovrebbe semplicemente pretendere che si faccia questa nuova campagna di monitoraggio, sia con prelievi sui terreni circostanti l’inceneritore compresa la famosa zona Sud colpita dal latte alla diossina, sia con campionatori passivi, come da anni chiediamo, inascoltati.

 

Un studio ad usum Asm “confezionato in casa”
e la realtà delle emissioni certificate dall’Apat

 

Per quanto riguarda la favola delle emissioni che sarebbero pressoché vicine allo zero, così come “certificate” dall’Università di Brescia, ricordiamo per l’ennesima volta che quello del marzo 2005 fu in realtà uno studio “confezionato in casa” dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Brescia, azionista di maggioranza di Asm, e finanziato dalla stessa Asm con un fondo concesso all’Assessorato “verde”, in cambio del sì alla terza linea dell’inceneritore; studio a cui ha collaborato l’Università di Brescia, Dipartimento di Elettronica per l’Automazione di Ingegneria [sic!], la cui competenza in informatica è indubbia, ma in tema ambientale risulta del tutto oscura.

La realtà è ben diversa: l’Apat nazionale (Qualità dell’ambiente urbano. III rapporto, 2006), un po’ più indipendente da Asm che non il Comune di Brescia, è quanto mai esplicita nell’imputare al sistema industriale (comprensivo del teleriscaldamento alimentato dalle centrali termiche e dall’inceneritore Asm) le maggiori quote di inquinamento dell’aria: Le città di Venezia, Taranto, Livorno e Brescia sono caratterizzate da un forte contributo dovuto agli impianti industriali. Nel caso di Brescia è rilevante l’apporto del teleriscaldamento (incluso nel macrosettore aggregato industria)”. E da quello studio risulta che la quota a carico del polo energetico Asm è circa il 50% e del solo inceneritore circa il 10%.

Ed a smentire i nostri interlocutori è la stessa Asm che ora spenderebbe un sacco di soldi per installare finalmente i catalizzatori, proprio per ridurre le emissioni di ossidi di azoto (non eliminarle, si badi, perché le nanoparticelle continuerebbero ad uscire tutte!). Era uno scandalo (l’assenza di catalizzatori) che viene finalmente sanato grazie alle pressioni ed alle iniziative di chi non ha mai creduto, a differenza dei nostri interlocutori, che l’inceneritore “pulisce l’aria di Brescia”.

 

Indizi a carico dell’inceneritore ASM: nuove indagini sono necessarie

 

Comunque, la campagna di monitoraggio intorno all’inceneritore, alla ricerca dei PCB e delle diossine, va compiuta, se non altro per escluderne, con i dati di fatto e non con gli atti di fede, le responsabilità.

Vi sono degli indizi che vanno, però, chiariti. Innanzitutto sembra che le 18 aziende della zona sud di Brescia, che avevano le diossine nel latte al di sopra dei limiti raccomandati dall’Ue per la tutela della salute (2 pg/gr di grasso), nel momento in cui hanno smesso di alimentare le mucche con prodotti vegetali propri, siano rientrate nella norma (“Bresciaoggi” 11 gennaio 2008; l’accesso agli atti richiesto al Comune, per ora, non ha avuto esito). Fatto questo che smentirebbe anche la dichiarazione che avrebbe imprudentemente rilasciato il presidente di Asm: “… è stato accertato che la colpa è di mangimi provenienti da fuori” (“Bresciaoggi”, 10 gennaio 2008).

L’altra fonte sospetta, che potrebbe rappresentare una concausa, è il settore delle acciaierie, impianti che però hanno camini molto bassi (20-30 metri), le cui ricadute, quindi, sono molto circoscritte e difficilmente possono coinvolgere 18 aziende agricole. L’inceneritore, invece, con un camino di 120 metri, diffonde le emissioni in un raggio di alcuni chilometri.

Infine vanno verificate le effettive emissioni di diossine e PCB dall’inceneritore. Le diossine misurate 2-3 volte l’anno in regime “perfetto” di funzionamento, sono risultate presenti, ovviamente, ma al di sotto dei limiti di legge per mc. Tuttavia bisogna tener conto che di mc all’anno ne escono circa 5 miliardi e che ogni anno le immissioni al suolo si accumulano.

Non solo, le recenti vicende di sequestro degli inceneritori di Terni, Trieste, Montale (PT), ma anche la letteratura scientifica, dimostrano che nelle fasi di accensione e spegnimento le diossine fuoriescono in quantità incontrollabili; ma a Brescia, nonostante le nostre numerose richieste, in queste fasi non sono mai state misurate.

Infine, per quanto riguarda i PCB, il limite di 50 ng/Nm3, indicato dall’Ue e recepito dal Ministero dell’Ambiente per gli impianti energetici con potenza termica superiore a 50 MW (e l’inceneritore è anche questo), è stato abbondantemente superato con emissioni di PCB fino a 108,30 ng/Nm3 nel novembre 2002 e 188,8 nel luglio 2003 (Comune di Brescia, Rapporto Otu, anni 2003-2003).

Questa anomalia non è mai stata spiegata, pur trattandosi di dati due-tre volte superiori a quel “valore limite” e che, rapportati alla massa delle emissioni, potrebbero significare circa 750 milioni di μg di PCB in un anno.

Sui presunti risparmi energetici e di CO2 basti dire che i dati, acriticamente assunti da Asm, si basano sul confronto con la discarica e non con il riciclaggio, che consente risparmi energetici e di emissioni di CO2 tre volte superiori ( Solid waste management and greenhouse gases, a life cycle assessment of emissions and sinks- EPA, USA, 2002; AEA Technology. Waste management options and climate change, European Commission, 2001).

In conclusione, a proposito di “crisi della politica”: è troppo chiedere un minimo di autonomia dall’economia e dalle ragioni del profitto?

I nostri interlocutori hanno comunque un’occasione da cogliere: intervenire nelle sedi istituzionali, e pubblicamente, perché quelle indagini sulle ricadute al suolo delle emissioni dell’inceneritore, a suo tempo previste e mai effettuate, finalmente si facciano da parte di un ente pubblico indipendente.

 

Brescia, 17 gennaio 2008

 

Marino Ruzzenenti

Forumambientalista Brescia

 

Marino Ruzzenenti

p.tta Tito Speri, 3

25121 Brescia tel. 030 290354

www.ambientebrescia.it

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