Cheese Time, Anno 5 - n° 21
Settembre-Novembre 2007

Numero completo

 

 

Il sindaco di Fiavè difende la scelta
di dire sì alla centrale di biogas
Se il Trentino somiglia alla Pianura Padana
Forte impatto ambientale
a causa di zootecnia intensiva e formaggi industriali

 

Il problema dell'inquinamento nelle Giudicare Esteriori (provincia di Trento) è dovuto alla presenza di troppi bovini (zootecnia intensiva) rispetto al territorio disponibile. Lo si vorrebbe risolvere attraverso la realizzazione di un grande impianto di biogas, che tratterà le deiezioni animali ma che è osteggiato da larga parte della popolazione e dal Cige (Comitato Iniziative Giudicare Esteriori).

Secondo il Cige la situazione di grave compromissione ambientale verrebbe sanata solo in parte perchè gli impatti della monocoltura del mais (diserbanti) e la presenza di grosse stalle, anche all'interno dei nuclei urbani, non potranno che aumentare in forza dell'incentivo a produrre liquami (senza contare gli impatti del mega impianto: traffico, odori). Una volta realizzato, il costoso impianto imporrà il mantenimento di una zootecnia sovradimensionata e quantitativa, figlia della presenza a Fiavè del più grande caseificio del Trentino (che con il latte locale non può produrre Trentingrana a causa dell'uso dell'insilato).

Un circolo vizioso che il biogas renderebbe ancora più rigido e che invece molti abitanti di Fiavè vorrebbero spezzare.

Su questo tema, legato fortemente alla produzione di formaggi industriali, abbiamo intervistato Nicoletta Aloisi, che di Fiavè è il sindaco.

 

Cheese Time: La richiesta di non costruire l'impianto, sottoscritta da più di quattrocento elettori, è stata rigettata dal suo Comune. Perché?

Sindaco Aloisi: Perché non si può vietare che sul territorio comunale di Fiavè si realizzino impianti di biogas e relative parti connesse (non si può andare contro le direttive europee e ambientali) quali la rete di teleriscaldamento, gli stoccaggi, le tubazioni, eccetera, come prevede la richiesta sottoscritta dai cittadini, che invio nella versione integrale (per ragioni di spazio è stata sintetizzata e impaginata a destra di questo articolo, ndr). (sotto, nota di Nimby trentino)

Vale a dire che un impianto che venisse realizzato nel Comune di Lomaso, non potrebbe gestire anche il liquame prodotto a Fiavè, per via della necessità di impiantare tubazioni e, soprattutto, stoccaggi sul territorio del comune. Se questa proposta di delibera fosse passata non avremmo potuto nemmeno autorizzare la realizzazione di un impianto di biogas gestito in comune da due sole aziende.


Cheese Time: Sono stati effettuati studi alternativi, rispetto al progetto biogas per la soluzione del problema inquinamento? Se sì, che esito hanno dato?

Sindaco Aloisi: L'idea di sfruttamento delle deiezioni zootecniche per la produzione di energia elettrica (da scarto agricolo a risorsa) non vuole essere una soluzione al problema dell'inquinamento come la vostra domanda lascia intendere (ma non stiamo parlando di risolvere proprio i problemi di impatto ambientale della zootecnia intensiva, di cui - al di là delle normative - nessuno può negare l’evidenza?, ndr), bensì un complessivo miglioramento ambientale, che chiaramente si potrà raggiungere se tutti gli allevatori aderiranno a questo sistema integrato innovativo. Le modalità di svolgimento attualmente autorizzate - è chiaro - possono arrecare problemi ambientali, perché spesso il liquame viene sparso nei soliti terreni e in brevi periodi dell'anno, mentre in futuro con l'impianto di biogas il “digestato” potrà essere sparso durante tutto l'anno e su tutto il terreno, quindi con un miglior assorbimento e un minor carico di azoto nei corsi d'acqua)

Il nostro territorio non è da paragonare a quello della Pianura Padana, classificata proprio per questo zona vulnerabile, dove vige il rapporto di 170 kg a ettaro (2 Uba a ettaro). Il nostro territorio, come tutto il territorio trentino, non è stato classificato zona vulnerabile (e difficilmente lo diventerà, stante l'attuale situazione) e quindi vige oggi il rispetto dell'attuale regolamento comunale per lo spargimento dei liquami, approvato nel 1987, che prevede:

Art. 1. “I bacini di accumulo o vasche dovranno avere una capacità complessiva non inferiore a quella necessaria per assicurare la conservazione del liquame e del letame prodotto dagli allevamenti in quattro mesi tenuto conto anche delle acque meteoriche e di produzione che in essi confluiscono”;

Art. 2. “La quantità massima di liquame e letame derivante da attività zootecnica che può essere impiegata sui terreni destinati a coltivazioni agricole (erbacee ed arboree) non può superare il limite di 1.500 ettolitri per ettaro e per anno, corrispondente alle deiezioni di un carico di bestiame pari a 40 quintali di peso per ettaro per anno (che corrisponde a circa 6 Uba per ettaro) [anche per le aree non vulnerabili il limite di spandimento previsto dalla la Direttiva Nitrati è di 340 kg di azoto = 4 Uba per ettaro, ndr].


Cheese Time: Qualora l'attuale modello di stalle industriali andasse in crisi, quali matrici alternative alle deiezioni lavorerà l'impianto di biogas?

Sindaco Aloisi: Stante l'attuale situazione di mercato non è nemmeno da pensare che le stalle vadano in crisi. E se questo dovesse accadere ci sarebbero altri problemi molto rilevanti. Chi coltiverebbe la nostra campagna e manterrebbe così bello e apprezzato il nostro paesaggio?

L'abbandono della montagna comporta il massimo degrado ambientale e in certi territori d'Italia ha significato anche l’abbandono delle popolazioni. Dovremo forse impiegare le nostre risorse per far sfalciare i prati da qualcuno?

Dovremo coltivare anche noi tutto a meleti e vigneti? In ogni caso, anche se qualche azienda zootecnia dovesse chiudere e abbattere i capi, potrà sfruttare la propria campagna per produrre biomassa da conferire all'impianto di biogas.


Cheese Time: Come conciliare l'impianto con un turismo che non riesce ancora a decollare, e con le Terme di Comano? Pensate di poter mirare, in futuro, ad un turismo enogastronomico? E se sì, come?

Sindaco Aloisi: Non è facile, ed è per questo che dobbiamo impegnarci tutti - amministratori, associazioni, cittadini, allevatori, attività economiche - per trovare il giusto equilibrio tra turismo e agricoltura.

Al giorno d'oggi non può esistere agricoltura senza turismo né turismo senza agricoltura. Un turismo enogastronomico d’elite, ma attenzione: dobbiamo rispondere anche alle domande del mercato di “massa”. Il gruppo di lavoro, amministratori e anche iscritti al Cige hanno potuto constatare visitando vari impianti di biogas in Germania, Austria, Alto Adige, che l'impianto di biogas è compatibile con il turismo. Ben vengano uno sviluppo turistico, un miglioramento dell'attività agricola, e una massima sinergia tra i due settori.


Cheese Time: Non sarebbe stato meglio puntare ad una messa a norma delle aziende attualmente fuori regola (rapporto Uba/ettari - capacità di stoccaggi, vedasi: “Direttiva nitrati” e “Codice di buona pratica agricola”)?

Sindaco Aloisi: Sono gli stessi allevatori che dovranno rispettare i parametri imposti dal Piano di Sviluppo Rurale se vorranno accedere ai contributi, altrimenti oggi vige il limite del regolamento comunale sullo spargimento dei liquami.


Cheese Time: L'allarme che il progetto sta destando tra la popolazione, porterà le amministrazioni locali ad indire un referendum?

Sindaco Aloisi: Oggi, non c'è alcun allarme sulla popolazione, in quanto la stragrande maggioranza sa come stanno le cose, perché sono state spiegate sia nelle riunioni, che tramite i comunicati pubblici che dando risposte individuali ai cittadini che ci hanno posto dubbi e questioni. C'è stata la massima trasparenza. Gli strumenti normativi del comune di Fiavè consentono ai cittadini e alle associazioni di proporre istanze e di indire referendum.


Cheese Time: Undici striscioni contro la centrale, di recente apposti dal Cige lungo la viabilità e nell'abitato di Fiavè, sono stati ripetutamente distrutti. Cosa pensa di queste azioni? Cosa pensa del Cige? Il Comune ha espresso condanna del gesto e solidarietà ai rappresentanti del comitato?

Sindaco Aloisi: Gli atti vandalici vanno tutti condannati. Da che mondo è mondo si vedono striscioni di protesta; da noi questo modo di esprimersi non era mai stato utilizzato prima, e per questo non è apprezzato dalla popolazione.

Difatti parecchi abitanti e ospiti di Fiavè, tra i quali parecchi anziani, mi hanno espresso la loro contrarietà, sia perché gli spazi per dibattere la problematica sono stati tanti, sia perché tali striscioni deturpano notevolmente il nostro bellissimo paesaggio. E questo sicuramente non fa bene all'immagine e alla promozione dell'intera Valle Giudicarie Esteriori.

Tra le finalità del Cige “La mia valle è la mia casa”, quelle indicate nell'art. 4 prevedono anche “di promuovere la valorizzazione dell'ambiente del paesaggio, della tipicità culturale, sostenendo iniziative produttive, di formazione ed innovazione in rispetto dello sviluppo eco-compatibile ed in sintonia con gli indirizzi e le normative provinciali, nazionali ed europee” e “di valorizzare il ruolo delle Giudicarie Esteriori nel contesto complessivo della provincia Autonoma di Trento in relazione in modo particolare al turismo e agli altri poli culturali”.

 

Le considerazioni del Sindaco di Fiavè, ma anche dell'esponente di maggioranza consiliare autore dell'intervento (nell'incorniciato di pagina 2), pongono legittimi dubbi sulla salute delle acque e dell'ambiente del comune trentino. Appigliarsi ai vecchi regolamenti comunali o al fatto che (per ora) a Fiavè non si applica il limite previsto dalla Direttiva nitrati per la Pianura Padana significa trascurare che a Fiavè esiste (come indicano gli studi ufficiali) un problema di compromissione dell'ambiente, causato dalla zootecnia intensiva.

Come ignorare che i rapporti tra il carico animale e le superfici aziendali sono influenzati dal computo di centinaia di ettari di pascolo di malga, in cui per appena tre mesi sale solo una piccola parte del bestiame?

 

 

Fiavè applaude all’impianto di biogas

Maggioranza comunale favorevole,
in barba al dissenso di molti cittadini

 

La delibera respinta dal Consiglio Comunale di Fiavè (vedi articolo a lato) (sopra, nota di Nimby trentino) recitava:

“Il Consiglio Comunale di Fiavè delibera di impegnare l'Amministrazione comunale, in tutte le sue componenti, politiche e tecniche, a non rilasciare alcuna autorizzazione a realizzare sul proprio territorio impianti di biogas centralizzati (di qualsiasi dimensione), né parti di essi od opere relative al loro funzionamento e/o alla loro gestione”.

Il Sindaco, al fine chiarire le motivazioni per le quali la maggioranza non ha ritenuto di accoglierla, ci ha trasmesso il resoconto dell'intervento del consigliere Angelo Parisi di cui riportiamo una sintesi.

 

Sintesi dell'intervento del consigliere comunale di Fiavè, Angelo Parisi,
per motivare la posizione contraria della maggioranza
alla proposta di delibera contro l'impianto di biogas

 

“La proposta di delibera mirante a negare l'autorizzazione alla realizzazione dell'impianto centralizzato di produzione di biogas impedirebbe qualsiasi soluzione lasciando aperta solo la possibilità di impianti aziendali e condizionerebbe gli altri comuni impedendo di realizzare a Fiavè qualsiasi “terminale” dell'impianto centralizzato. Essa equivarrebbe pertanto a impedire qualsiasi iniziativa considerato che gli impianti aziendali sono di difficile realizzazione a causa della scarsa propensione degli allevatori ad assumersi gli oneri della gestione e alla non redditività per impianti di capacità inferiore a 2000 Uba (unità di bestiame, “unità bovino adulto) [vengono citati articoli e relazioni tecniche che qui non riportiamo per evidenti motivi di spazio, ndr]. Da parte del Cige (Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori) non sono mai state avanzate proposte “alternative” per impianti più piccoli o limitati al solo comune di Fiavè. Dietro l'opposizione all'impianto centralizzato di biogas vi è il convincimento che l'impianto di biogas consolidi lo stato attuale delle aziende zootecniche bloccando la possibilità di modificarlo verso una concezione della zootecnia fatta di piccole aziende, aziende biologiche, agriturismo, prodotti di alta qualità (è proprio così! ndr).

Lo Studio di fattibilità eseguito dall'Istituto Agrario di San Michele all'Adige elenca una serie di parametri che indicano come il forte carico di bestiame nella zona di Fiavè e dei comuni limitrofi può determinare fenomeni di inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d'acqua; da qui l'inevitabile ridimensionamento della maggior parte delle aziende zootecniche. Una situazione che solo con l'impianto di biogas potrebbe essere rimessa in ordine.

I parametri, però, si riferiscono al Codice di Buona Pratica Agricola, alla Direttiva Nitrati e al Piano di Sviluppo Rurale della Provincia di Trento e dovrebbero essere valutati nell'ambito del contesto normativo. In particolare i parametri della Direttiva nitrati, in cui si prevede un carico di azoto di 170 kg (1,9 Uba) a ettaro e la predisposizione di piani agronomici non sono applicabili in Trentino perché il territorio non è considerato “area vulnerabile”. Quanto al Piano di Sviluppo Rurale esso condiziona la concessione di sovvenzioni alle aziende che rispettano il limite massimo di 2,5 Uba per ettaro di superficie foraggera. Ne risulta che se una azienda non percepisce le sovvenzioni il rapporto può rimanere quello esistente (4 Uba/ha). Per quanto riguarda le nuove normative sull'utilizzo agronomico dei liquami, esse prevedono la sola creazione degli stoccaggi per un minimo di sei mesi dei reflui zootecnici. In questa situazione la realizzazione di un impianto di biogas porterebbe a un miglioramento delle condizioni ambientali con: riduzione degli odori, creazione degli stoccaggi lontano dai centri urbani, riduzione dell' inquinamento delle falde acquifere, migliore utilizzo dei reflui zootecnici, minor uso dei concimi chimici, minor transito dei carribotte dei liquami nel centro urbano, produzione ed utilizzo di energia rinnovabile con conseguente riduzione dei gas ad effetto serra. Il programma elettorale a suo tempo presentato dall'attuale maggioranza prevedeva che: “l'Amministrazione Comunale sosterrà questo progetto se costituirà un'opportunità per l'intera comunità di Fiavè, e se saranno salvaguardati i parametri ambientali”. Inoltre, nella delibera della Giunta comunale del settembre 2005 finalizzata alla partecipazione al bando per lo sviluppo di certificazioni ambientali Emas, si accennava alla possibile realizzazione di un sistema interaziendale di gestione sostenibile dei reflui zootecnici.

Vi sarebbero quindi solo due alternative:

1) non realizzare nessun impianto e lasciare la situazione immutata con la possibilità di allevare 4 Uba per ettaro (nell'ipotesi di rinunciare ai contributi, però, e nell'attesa che qualcuno si accorga che l'area in realtà è vulnerabile nonostante sia in una provincia a bassa densità zootecnica, ndr);

2) realizzare l'impianto a biogas con gli effetti ambientali positivi già ricordati.

In conclusione, si perderebbe la possibilità da parte di una amministrazione di concorrere al movimento a favore delle energie rinnovabili così importante ai fini del contenimento delle emissioni di gas ad effetto serra.”

 

 

Il Cige e un comitato di esperti lanciano
la proposta di una graduale ma radicale riconversione
L’alternativa è un altopiano biologico e del gusto
Il comprensorio montano del Lomaso-Fiavè, in Trentino,
accoglie (e subisce) i modelli agricoli e zootecnici industriali,
nati e modellati sulle realtà di pianura.

Ma ora è tutto in discussione

 

Oggi è una “Pianura Padana in miniatura” a 700 metri di altitudine, con la monocoltura di mais da insilato, le stalle intensive da centinaia di capi, una quantità esuberante di liquami (“capacità di stoccaggio insufficiente” si legge in una relazione ufficiale dell'Istituto Agrario di San Michele all'Adige del 2005).

Il latte serve a produrre formaggi molli di non celebrata qualità (prodotto di punta la “mozzarella” per pizza per la Gdo e le pizzerie). Domani le cose potrebbero ancora peggiorare, con la prospettiva di un impianto per la produzione di biogas che dovrebbe utilizzare 100.000 tonnellate annue di matrici (liquame, ma anche letame, mais, patate e mele). Significherebbe un sistema agrozootecnico ancora più intensivo e svilito a produrre “matrici” per il digestore, con un bel via vai di camion in entrata e in uscita e l'ingombrante presenza di un impianto che non produce certo effluvi di violetta. Per completare questo scenario è in costruzione (come se le stalle non fossero già abbastanza numerose e di grande formato) una nuova maxistalla in quel di Campo Lomaso.

 

Queste prospettive così cupe hanno però prodotto una reazione salutare: una mobilitazione senza precedenti della piccola comunità interessata. Da tempo il Cige (Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori) ha intrapreso un'azione di informazione capillare, svolta attraverso affollati incontri periodici. Le istituzioni locali, però, fanno muro ignorando anche una petizione sottoscritta dalla maggioranza degli elettori presenti nel comune di Fiavè (vedi articolo-intervista al sindaco del paese trentino, a pagina 1).


Il Cige, dal suo canto, continua a raccogliere nuovi consensi sia a livello locale che fuori. Lo dimostra l'incontro tenutosi a Fiavè il 27 ottobre scorso. In quella sede, presenti esponenti del mondo agricolo e ambientalista provinciale, si è deciso di organizzare per la primavera un importante convegno allo scopo di presentare un progetto alternativo di sviluppo rurale.

Il progetto si prefigge - in opposizione all'ulteriore spinta ad un'agrozootecnia intensiva e sempre più avulsa dal territorio - di operare una ricomposizione del tessuto rurale dell'altopiano. Di essa sono già protagonisti (come dimostra la presenza agli incontri) i piccoli allevatori e coltivatori locali, i residenti-consumatori gli albergatori e tutti coloro che intravedono buone prospettive di uno sviluppo diverso, basato sull'integrazione tra agricoltura, artigianato, turismo, servizi.


Fiavè era famosa per i suoi fagioli, ma potrebbe diventare anche un centro pilota per una frutticoltura non intensiva, per la produzione di cereali di nicchia, patate, ortaggi. Quanto alla produzione casearia è forte la tentazione degli allevatori di staccarsi dal sistema del caseificio industriale (uno dei principali poli produttivi trentini), di diversificare, di puntare alle produzioni artigianali aziendali riallacciandosi alle autentiche tradizioni casearie del luogo.

Un giovane allevatore ha appena ottenuto il placet dal caseificio per poter lavorare in proprio il 30% le proprio latte.

Un segnale piccolo, ma importante. Da tutto ciò può nascere anche una nuova prospettiva di rilancio dell'identità locale e di valorizzazione economica del patrimonio rurale.


Nei giorni successivi all'incontro di Fiavè del 27 ottobre, al fine di meglio sviluppare questi temi e per preparare il Convegno della primavera, si è costituito un “Comitato per un altopiano biologico”.

Esso raccoglie un gruppo di esperti provenienti dal Trentino e da altre regioni che si sono resi disponibili a fornire supporto tecnico-scientifico all'elaborazione delle proposte da presentare al Convegno.

Il Comitato si è riunito il 22 dicembre a Fiavè e ha discusso dell'organizzazione di nuove iniziative finalizzate a portare alla conoscenza dell'opinione pubblica trentina (ma non solo) il “caso Fiavè”.

Tra le organizzazioni si sono sinora schierate dalla parte del Cige la Confederazione Italiana Agricoltori, Legambiente e, a livello locale, il WWF.

M.C.

 

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci