IN CAMPANIA I RIFIUTI D'ITALIA

Viaggio a Napoli

 

Aggiornato al 15 agosto 2008

 

 

Rifiuti tossici in Campania: una questione europea

 

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I rifiuti di Napoli, business per la camorra

 

La puzza che sale dalla porcheria di Napoli è poca cosa in confronto a quella che c’è intorno allo smaltimento verso la Germania sotto la “regia” della Camorra, che gestisce affari loschi in un ambiente dove c’è più gente che si tramanda di padre in figlio l’arte di sfruttare espedienti di quella che si ostina a voler campare con il lavoro; e quindi perché lasciarsi scappare il vero “Oro di Napoli”, cioè i rifiuti? Le prime 62 mila tonnellate sono arrivate. Non agli inceneritori come cercano di far intendere in Italia bensì a Grosspoesna presso Lipsia alla Wew (filiale della Suez Environnement francese) che ricicla 600.000 tonnellate anno.

 

Tanto? No, perché in Germania ce ne sono altre 5 ben più grandi cioè: Remondis, Veolia, Alba, Sita, Toensmeier.

 

Tutte queste tritano il pattume che viene poi separato nei suoi componenti: metalli, plastica, vetro, carta, lattine mentre solo il non utilizzabile va ai termovalorizzatori. Il profitto è enorme se si pensa che le sole lattine vengono pagate ben euro 400 la tonnellata. Questo gigantesco affare è possibile solo con impianti che trattano quantità da capogiro, ma già superiori del 50% a quello che la Germania può fornire, tanto più che l’affare ha coinvolto anche le grandi industrie che non buttano via più nulla perché ciò che non recuperano viene bruciato per produrre corrente.

 

La necessità di trovare spazzatura è vitale per la sopravvivenza di questi colossi tedeschi che devono ancora un’enormità di soldi alle banche che li hanno finanziati, quindi ben venga l’“Oro di Napoli”, e visto che nessuno fa niente per niente è evidente che i “fornitori”, cioè la Camorra, ne ricavi anch’essa un utile.

Sarebbe opportuno che la Finanza ottenesse dal Bka (Ufficio federale tedesco per la lotta alla criminalità) l’assistenza per poter esaminare le fatture di acquisto della spazzatura e vedere dove siano finiti i soldi. In presenza di fatti criminosi tutti i Paradisi Fiscali sono impegnati a fornire alle autorità inquirenti le dovute informazioni, quindi i nostri “segugi” comincino a darsi veramente da fare.

 

Giorgio Perversi, Massimeno (Trento)

l'Adige - Trentino, 4 maggio 2008

 

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Le mafie sui rifiuti

L'agonia della terra avvelenata

 

A un certo punto vorresti poter chiudere gli occhi. Agnelli che strisciano agonizzanti dentro praterie desertificate; bufale che barcollano all'ombra di una ciminiera; cumuli di scorie tossiche scaricate en plein air ai margini delle strade; distese di bidoni pieni di sostanze nocive abbandonati nei cortili di fabbriche dismesse. Ma non puoi chiudere gli occhi e quelle immagini di un'Italia tragica e reale si sedimentano nella memoria.

 

Così come i volti e le parole dei contadini e degli allevatori, che danno voce al dolore di una terra avvelenata dall'industria: qui tutto muore lentamente, le piante gli animali e gli esseri umani. Intere aree, non lontane da Napoli (come Giuliano, Qualiano, Acerra, Villaricca), trasformate in pochi decenni da culla solare della fertilità in ricettacoli dei traffici illeciti di rifiuti nocivi provenienti soprattutto da fabbriche del Nord; al resto dell'inquinamento, diossine e metalli pesanti in primis, hanno pensato le attività produttive di elevato impatto ambientale avviate in modo dissennato accanto a campi e pascoli tradizionali.

 

È raggelante l'istantanea del documentario «Biùtiful cauntri» (in arrivo anche in libreria come dvd e libro, edito da Rizzoli), riproposto a Trento, al cinema Astra, dove è intervenuto anche Peppe Ruggiero, giornalista esperto di ecomafie, che firma la pellicola, insieme con il regista Andrea D'Ambrosio e la montatrice cinematografica Esmeralda Calabria. In presa diretta si svela l'intreccio tra imprenditoria e camorra nel business dello smaltimento abusivo di rifiuti industriali, con tanto di intercettazioni delle telefonate «d'affari» sul filo tra il Nord «produttivo» e il Sud «discarica» a basso costo: le istituzioni non vedevano. Tutto, oggi, verificato dalla magistratura.

 

I siti di stoccaggio abusivo in Campania sono 1200; le bonifiche tardano e a questa problematica si sovrappone quella dei rifiuti solidi urbani e della loro gestione folle. La voce che accompagna a lungo lo spettatore è quella di Raffaele Del Giudice, ambientalista che da anni si batte per restituire l'ossigeno a questo territorio offeso; ma si scontra sistematicamente con il muro di gomma dei poteri.

 

La tenue speranza di questo patchwork disperato è nella rabbia e nella forza nella parole sue, degli agricoltori di frutteti soffocati dalle polveri, della famiglia di pastori che deve abbattere centinaia di pecore contaminate e finisce sul lastrico. Parole che ricordano anche il dramma dei feti malformati o l'elevata incidenza del cancro nella popolazione locale. La loro triste lucidità di fronte al disastro sembra davvero l'unica luce.

 

Zenone Sovilla

l’Adige, 18 aprile 2008

 

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Undicesima puntata

"Olocausto rifiuti"
La Campania vittima della strage del… diritto

Testo di Serena Romano

 

Uno “spappolamento giuridico”: così è stato definito il risultato devastante della “strage dello stato di diritto” in Campania dovuta all’eccesso e all’abuso delle procedure di emergenza.

Procedure che, se ben utilizzate, sono uno strumento prezioso: ma che cosa significa ben utilizzate?

Quello che dice la legge 225 del 1992 sullo stato di emergenza in caso di calamità naturali: cioè, che con una Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri (OPCM) un commissario straordinario può agire in deroga ad ogni disposizione vigente ma sempre nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico. Il che, in sintesi, vuol dire che l’emergenza deve essere limitata nello spazio e nel tempo (cioè, deve durare mesi, non anni); che ogni deroga richiede una motivazione esauriente e puntuale perché non è possibile derogare genericamente a un settore dell’ordinamento giuridico; e che le competenze del commissario devono essere precisamente individuate per evitare che si creino sovrapposizioni tra la struttura commissariale “temporanea” e le amministrazioni locali determinando una struttura amministrativa “alternativa” che porterebbe alla “deresponsabilizzazione” degli enti locali.

 

Viceversa, queste indicazioni della legge sono state stravolte: perché l’abnorme durata della emergenza (14 anni!) e l’incontenibile quantità di OPCM (alcune emesse addirittura con cadenza settimanale!) hanno determinato un numero talmente imprecisato di “deroghe” e di “deroghe delle deroghe” alla legislazione vigente, da determinare in Italia un doppio quadro dell’ordinamento giuridico: un ordinamento giuridico generale, fondato sul principio di legalità, ed un ordinamento giuridico parallelo operante in Campania, che è quasi una contraddizione chiamare “giuridico”. Perché è una porta aperta alla deregulation più totale: una sorta di “licenza di uccidere” – anche se per “nobili fini” - come quella di cui disponeva “007”.

 

“Commissari - 007” con licenza di uccidere… la legge

 

Infatti, a partire dall’ordinanza 2425 del 1996 - che affidava al commissario straordinario la stesura del piano per la gestione dei rifiuti campani e la realizzazione delle opere necessarie - ai commissari per l’emergenza rifiuti è stato consentito per ben 14 anni di operare senza tenere conto, praticamente, di quasi nessuna legge che regola il settore. Questi, infatti, hanno operato in deroga: alla normativa sulle espropriazioni e sui vincoli idrogeologici e paesistici; alla normativa sulla “partecipazione” da parte dei cittadini; alla normativa sulla localizzazione delle opere pubbliche; alla normativa in materia di rifiuti e alla normativa tecnica in materia di discariche; alla normativa in materia di contrattualistica pubblica sia interna sia a livello comunitario; alla normativa sull’impatto ambientale; fino all’ordinanza del gennaio 2008 che non specifica più neanche le leggi alle quali il commissario può derogare, ma prevede addirittura una deroga generica.

 

È chiaro, a questo punto, perché gli abitanti di Sant’Arcangelo si oppongono alla discarica: perché il “modo” in cui la decisione è stata presa non tutela affatto i cittadini, i quali chiedono che la soluzione venga nuovamente valutata nel rispetto della normativa italiana e comunitaria.

Ma è chiaro anche perché la raccolta di firme sotto il pamphlet di Sant’Arcangelo per il ripristino della legalità nelle procedure - a cominciare dal rispetto della direttiva europea n. 35 del 2003 sulla “partecipazione” alle scelte – si stia allargando anche fuori dal Sannio (vedi il manifesto integrale in “Documentazione Rifiuti”).

Perché è soprattutto il disastro giuridico che impedisce la soluzione del disastro ambientale e sanitario.

L’abuso delle procedure straordinarie, infatti, le ha trasformate in veri e propri “mostri” giuridici che hanno effetti paradossali rispetto all’obiettivo per il quale erano state innescate: adottate per accelerare le soluzioni, finiscono, invece, per bloccare ogni attività, diventando il principale problema da risolvere.

 

Dal disastro ambientale al disastro giuridico

 

Per esempio, calpestare garanzie procedurali come la partecipazione dei cittadini alle scelte, diventa spesso uno dei principali intoppi alla realizzazione delle opere: perché discutere prima con associazioni ed enti locali che debbono ospitare gli impianti, ne favorisce la realizzazione. Viceversa, non rispettare la legge sulle “scelte partecipate” e tenere i cittadini all’oscuro – spesso per non dare conto di decisioni illegittime e non idonee - significa operare a furia di colpi di mano e dover ricorrere alla forza dell’esercito. Come sta accadendo in Campania.

 

Ma fino a che punto questa avanzata armata contro i diritti del fronte dei rifiuti può dare risultati in uno Stato democratico?

Lo Stato di Diritto, infatti, a sua volta si difende dal sopruso producendo “anticorpi” contro gli abusi alla legislazione vigente che rischiano di distruggerlo. Come emerso da un recente dibattito fra giuristi ed esperti del diritto (che sarà pubblicato nei prossimi giorni nella pagina Documentazione Rifiuti): “In base a una consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (inaugurata nel 1979 dalla famosa sentenza Corasaniti) il giudice ordinario, per esempio, ha il potere di porre il veto sulla decisione di costruire una discarica in un sito dove ciò può determinare una lesione di diritti fondamentali come quello alla salute o il diritto ad un ambiente salubre. E quanto più le varie ordinanze non rispettano i parametri stabiliti dalla legge 225 del 1992, tanto più il giudice amministrativo è legittimato ed ha il dovere di intervenire. Se a questi “intoppi” si aggiungono anche quelli derivanti dalle infrazioni comunitarie – perché le continue “deroghe delle deroghe” alla legislazione comunitaria innescano a loro volta procedure di infrazione da parte della Corte di Giustizia europea – alla fine si scopre che le procedure straordinarie nate per accelerare gli interventi, non solo non sono celeri, ma diventano una matassa giuridica inestricabile che con i suoi mille fili finisce per bloccare tutta la macchina dell’emergenza”.

 

Esattamente quello che è accaduto in Campania come ha rilevato chi opera nel settore del diritto: “Qui abbiamo speso e stiamo ancora spendendo centinaia di milioni di euro senza riuscire ad aprire un ciclo dei rifiuti perché siamo rimasti impantanati in un groviglio di contratti, di ordinanze, di decreti legge e di fonti normative dal quale difficilmente riusciremo a uscire… E oggi ci troviamo di fronte a qualcosa che, dal punto di vista giuridico, è ancora più grave dell’inchiesta Saredo: l’inchiesta che all’inizio del 1900 costrinse il governo e il Ministero degli Interni a nominare una commissione presieduta dal Presidente del Consiglio di Stato - massima autorità giurisdizionale nel diritto amministrativo italiano - per riuscire a districare quattro anni di contratti e gare d’appalto truccate del Comune di Napoli”.

 

Una situazione riscontrata anche da chi lavora sul versante della magistratura dove, in nome del principio di legalità, i pubblici ministeri sono obbligati a rispettare le norme in maniera talmente tassativa e stringente che non possono adottare interpretazioni alternative a quelle dettate: ebbene, chi ha operato a contatto con il commissariato, si è trovato di fronte, invece, a una normazione che ha definito “talmente perversa” da sottolineare la necessità di “contare tutte le ordinanze del consiglio dei ministri che hanno dettato norme in materia di gestione di rifiuti in Campania per redigere un vero e proprio testo unico (…) per tentare di avere una ricostruzione unitaria del sistema (…) in base alla quale operare…!” Fino al caso limite creato da questo perverso sistema: “un’ordinanza che deroga, addirittura, ad alcune norme del Codice di procedura penale! Inutile dire che non è mai stata applicata”.

 

Bloccare la strage con la raccolta di firme

 

Ecco perché ci sono fondati sospetti per affermare che quanto accaduto finora in Campania - e quanto sta per accadere a Sant’Arcangelo - è conseguenza di scelte “forzate” da motivazioni oscure. Perciò i cittadini del piccolo paese del Sannio, oltre alla protesta simbolica in catene, stanno cercando di stimolare anche gli “anticorpi dello stato di diritto”. Hanno già avviato, infatti, una denuncia alla Procura della Repubblica e un ricorso al Tar, e si sta ventilando l’ipotesi di una denuncia alla Corte dei Conti per sospetto spreco di danaro pubblico: perché siti più idonei che avevano sia il placet della struttura commissariale che del Ministero dell’Ambiente sono stati scartati senza nessuna motivazione tecnica, preferendo – in maniera altrettanto immotivata – il sito di Sant’Arcangelo che per collocazione, mancanza di infrastrutture e dissesto idrogeologico in atto, necessiterà di notevoli costi aggiuntivi da parte dello Stato, ovvero, di noi cittadini. L’invito degli cittadini di Sant’Arcangelo ad allargare la raccolta di firme sotto il loro manifesto è fondamentale, dunque, per bloccare questa “strage del diritto” in Campania che penalizza sia moralmente che economicamente tutti gli italiani, e per chiedere il ripristino della legalità da parte dello Stato, senza la quale diventa difficile arginare altri tipi di “illegalità”.

 

(11^  puntata - continua)

La verita delle contrade, 16 aprile 2008

 

 

Decima puntata

"Olocausto rifiuti"

Le Ragioni del “NON VOTO”
Discariche  abusive  o  dello  Stato:

qual è la differenza? 

Dura condanna anche della Corte Europea di Bruxelles
Testo di Serena Romano

 

Non è difficile intuire perché anche molti abitanti di Sant’Arcangelo Trimonte hanno deciso di non votare e di inviare le loro schede elettorali al presidente della Repubblica accompagnate da una lettera di protesta. Basta guardare queste fotografie del loro paese per trovare la risposta:

Sant’Arcangelo – un borgo di 600 abitanti circondato da 3 monti di una bellezza mozzafiato, appollaiato su un’area di appena 9 chilometri quadrati dove già si intravedono 2 discariche esaurite da bonificare - si trova in una zona di evidente dissesto idrogeologico. Ma se lo Stato – con l’alibi dell’emergenza - nella scelta di un sito da adibire a discarica non rispetta più neanche vincoli elementari come il dissesto idrogeologico e opera in deroga a ogni norma, comprese quelle igienico sanitarie, qual è alla fine la differenza tra uno sversatoio allestito abusivamente e quello realizzato dallo Stato con “licenza di … distruggere”?

Questo l’interrogativo sollevato dalle numerose lacune tecniche di una “scelta” che alla fine coinvolgerà direttamente, oltre a Sant’Arcangelo, la vita e il futuro di Paduli, Apice e Buonalbergo per un totale di 12.500 abitanti: piazzato al centro di questi 4 comuni, infatti, il mega impianto distruggerà una delle zone più belle del Sannio e d’Italia, senza neanche qualche valida pezza d’appoggio da esibire ai cittadini, ma, al contrario, sollevando una serie tale di sospetti da meritare anche una denuncia alla Procura della Repubblica (come si legge nella pagina “Verità  Rifiuti” ).

 

(10^ puntata – continua)

La verità delle contrade, 10 aprile

 

 

Nona puntata

"Olocausto rifiuti"

Le Ragioni del “NON VOTO”
Il “no” dei cattolici alla “camorra politica”

Testo di Serena Romano

 

Anche nel mondo cattolico c’è chi si ribella e dichiara apertamente di non votare. “… Perché se si va a votare con una classe politica che decide chi le succederà, che schiaccia ogni regola democratica, con le segreterie dei partiti che decidono i candidati non si sa in base a quali meriti, senza alcuna possibilità di rinnovamento rispetto ad una classe politica preesistente che ha registrato fallimenti a tutti i livelli … questa  è “camorra politica” ” .

Chi lancia queste accuse è addirittura un vescovo: Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, che ha rinunciato ai privilegi del suo ruolo per vivere in povertà accanto alla gente comune. E proprio alla sua presenza, nella curia di Caserta si è tenuta una pubblica assemblea nel corso della quale è stata letta e sottoscritta da molti rappresentanti dell’associazionismo cattolico una sorta di lettera– riflessione sulle “ragioni del non voto” inviata al Presidente della Repubblica. Una lettera i cui sottoscrittori sono in aumento, condensata sottoforma di intervista a uno dei principali ispiratori - Sergio Tanzarella, professore di Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli - nella pagina “Verità – Rifiuti”. Quanto a Nogaro, anche se materialmente non l’ha firmata, la sua posizione è stata netta: “La Chiesa dovrebbe gridare contro questa violazione dei diritti del cittadino ed invece va a braccetto del potere”.

 

(9^ puntata – continua)

La verità delle contrade, 9 aprile

 

 

Ottava puntata
"Olocausto rifiuti"
Le Ragioni del “NON VOTO”
Se lo Stato nega l’evidenza

Testo di Serena Romano

 

Ci sono voluti quasi 4 anni, un gesto eclatante come l’invio delle schede elettorali al Presidente della Repubblica e le immagini riportate da Report di pecore e pastori falcidiati dalla diossina, perché la vicenda degli abitanti del “triangolo della morte” cominciasse a trapelare in Italia.

Il mondo scientifico internazionale, infatti, viene informato della grave situazione già nel settembre 2004 quando appare su “Lancet” - una delle più qualificate riviste del settore – lo studio fatto al CNR di Pisa da un ricercatore originario di Nola, Alfredo Mazza (puoi leggerlo nella pagina “Documentazione Rifiuti” dove sono riportati tutti i documenti mano a mano citati).

 

È proprio Mazza a battezzare Nola, Acerra e Marigliano “il triangolo della morte”: perché comparando il registro dei tumori di queste zone con quello di regioni altamente industrializzate, scopre che l’incidenza di linfomi, cancro all’apparato urogenitale e al fegato e di varie malformazioni è la stessa, se non superiore. Eppure in Campania di industrie ce ne sono poche. Che significa? Che probabilmente qui arrivano gran parte dei rifiuti tossici di quelle fabbriche.

L’“Oncology reportage” firmato anche dalla ricercatrice americana Senior C. è allarmante: perché prefigura un aumento di queste malattie dovuto all’enorme numero di discariche nascoste che debbono ancora dare il loro effetto sulla salute. Previsione che purtroppo si sta dimostrando reale, ma all’epoca giudicata dall’Istituto Superiore di Sanità poco attendibile. Anche le critiche dell’Istituto, però, appaiono pretestuose perché toccano i dettagli formali ma non il contenuto dello studio, che diventa, invece, oggetto di dibattito su internet e di interesse da parte della comunità scientifica internazionale: perché avvalora studi in corso a livello mondiale, basati su metodologie innovative, che dimostrano le dirette relazioni tra malattie e ambiente.

 

È dal 2004, dunque, che lo psichiatra Gennaro Esposito – referente per Nola della federazione “Assocampaniafelix” che raccoglie gli abitanti del “triangolo della morte” – sta tentando di richiamare l’attenzione del governo italiano sulla situazione. Finché ad aprile 2007, insieme ad altri 11 cittadini, chiede ufficialmente di essere sottoposto ad analisi per verificare i valori di diossina e di altri contaminanti nel sangue. Ma questa richiesta normale, che rientra nel diritto alla salute sancito da ogni Stato civile, è negata. Comincia, infatti, da aprile 2007 un incredibile rimpallo di responsabilità, che ha l’obiettivo di prendere tempo per negare “a priori” ogni rischio.

 

Un comportamento omissivo reso ancora più grave dal fatto che 10 giorni dopo la loro richiesta di analisi – inviata a tutte le istituzioni competenti - arriva come fulmine a cielo sereno, il risultato degli studi commissionati dall’ex commissario Bertolaso all’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’indagine dal titolo “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana” avvalora le preoccupazioni. Lo studio, infatti, dopo avere riconosciuto al lavoro di Mazza il valore di pietra miliare e il merito di avere sollevato il problema, per la prima volta in Italia ammette la “possibile correlazione tra l’aumento dei tassi di incidenza e la mortalità per alcune malattie, e la presenza di discariche tossiche”. E di conseguenza, per la prima volta, viene fatta una mappatura del pericolo che identifica 13 comuni campani nella fascia a rischio maggiore: fra i quali quelli del “triangolo della morte”.

Ma dopo tutto questo, le istituzioni come giustificano il diniego a sottoporre gli abitanti allo screening richiesto? Ecco la risposta nelle testimonianze dei protagonisti.

 

Le testimonianze dei protagonisti

 

“Poiché nel frattempo anche 300 persone residenti ad Acerra chiedevano di essere sottoposte ad analoghe analisi – racconta Gennaro Esposito - il commento poco felice dei vertici della ASL fu: “Ma che volete fare… politica? Qui non c’è nessun allarme diossina”, anche se all’epoca erano già state abbattute 4000 pecore contaminate del “triangolo”. Ciononostante ci promettono l’imminente avvio di un’indagine epidemiologica… che si rivela una duplice beffa! Si tratta, infatti, di un’indagine sulla popolazione basata sul metodo SEBIOREC contro la quale abbiamo protestato aspramente: sia perché è un metodo di scarsa validità scientifica - perchè mischiando il sangue dei prelievi effettuati ne “annacqua” i risultati – sia perché lo studio, iniziato il mese scorso, non sarà completato prima di un anno!”

 

“E qui non c’è tempo da perdere - aggiunge Bruna Gambardella - Nel frattempo, il fratello del pastore Mario Cannavacciuolo che appare nel servizio di Report, è morto in 20 giorni per un tumore fulminante: fra gli altri contaminanti trovati nel suo sangue, c’erano valori fino a 190.000 di PCB. Sa quanti ne ho io? 600.000! Tant’è vero che sono affetta da una grave malattia che mi sta sconvolgendo la vita… Ma non c’è stato verso: le nostre richieste di analisi “individuali” per stabilire chi è contaminato e chi non lo è, non hanno mai avuto seguito. Le autorità sono rimaste sorde anche all’appello rivolto loro il 12 luglio 2007 dall’arcivescovo di Nola, Beniamino De Palma”.

 

Come hanno fatto, allora, questi abitanti del “triangolo mortale” a scoprire di essere contaminati?

Come in un romanzo, dove due storie che partono separate, all’improvviso si intrecciano: “In una domenica del luglio scorso, durante una seduta delle Assise di Palazzo Marigliano, incontrammo il professore Marfella, tossicologo dell’istituto Tumori Pascale, che da anni approfondisce questo problema in contatto con esperti a livello internazionale – raccontano ancora Gennaro e Bruna - Così scoprimmo che era stato lui a seguire il caso dei due fratelli Cannavacciuolo e a fare i prelievi sui due pastori: per cui ci propose di fare altrettanto. Cosa avvenuta, ma a nostre spese, grazie anche all’aiuto di una colletta realizzata con una manifestazione di beneficenza: perché queste analisi inviate in Canada, sono costate a ciascuno di noi 1.660 euro”.

 

Se di fronte a tutti i miliardi buttati in 14 anni di strumentale emergenza rifiuti, lo Stato non ha rimediato i quattro soldi necessari a fare queste analisi, è chiaro, a questo punto, che le istituzioni hanno paura di un’indagine seria. Perché?

Forse perchè risultati inoppugnabili, privi di margini di ambiguità, non consentirebbero più di negare il disastro ambientale e tutte le responsabilità dello Stato che ne derivano. Ma soprattutto non consentirebbero di continuare a lucrare soldi pubblici su finte bonifiche e soluzioni sbagliate, utili solo a perpetrare l’infernale e illegittimo meccanismo innescato dall’emergenza rifiuti.

 

La posta in ballo, dunque, è grossa per cui paradossalmente oggi l’interesse dello Stato è contrario a quello dei cittadini. Non solo campani: perché lo spreco enorme di denaro pubblico e fondi europei – utilmente spendibili in altra maniera – coinvolge tutto il Paese.

Così l’avvocato Gennaro Allocca ha deciso di inviare la sua scheda elettorale - insieme a quella di Gennaro Esposito e Bruna Gambardella - al Capo dello Stato, accompagnate da una lettera integralmente riportata in “Documentazione Rifiuti”.

Una lettera che, solo alla luce di questo retroscena, riesce a rivelare il suo vero significato.

 

(8^ puntata – continua)

La verità delle contrade, 7 aprile 2008

 

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Odeon Tv - trasmissione "Rebus, questioni di conoscenza"

Venerdì, 21 marzo 2008

Civiltà bruciata, i rifiuti ci sommergeranno?

 

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A margine di «Biùtiful cauntri»
I rifiuti di Napoli, l’inceneritore e l’indifferenza di noi trentini

 

Di ritorno dalla manifestazione contro la Cittadella/Base militare di Mattarello, mi fermo davanti al cinema Astra per informarmi sui giorni di presenza in cartellone del film "Biùtiful cauntri". Il titolare mi risponde che verrà proiettato probabilmente solo fino a martedì, vista la scarsa affluenza di spettatori. Osservo che il documentario è incominciato da pochissimi minuti e decido di fermarmi a vederlo per paura di perderne la visione... Entro nella sala già buia e non devo neppure sforzarmi di trovare la fila C posto 4 vista la scarsità di spettatori. Mi accomodo, sprofondando nella poltrona, nel primo posto che mi capita.

 

Nel silenzio della sala il documentario scorre sotto i nostri occhi. Per chi, come me, segue da oltre 4 anni la questione rifiuti/inceneritore compresa la questione campana come quella siciliana, toscana, emiliano-romagnola, altoatesina, veneta, laziale, pugliese, calabrese e chi più ne ha più ne metta, nulla di nuovo emerge da quanto viene raccontato. La novità sta nel vedere al cinema, anziché il classico film, la vergognosa storia dello sfruttamento della terra campana, della Campania Felix... Il mio primo pensiero è stato “se per ogni volta che è stato detto qualcosa, una qualsiasi cosa, che è stato fatto un commento, un qualsiasi commento, una qualsiasi osservazione o facile battuta sulla questione Napoli, corrispondesse uno spettatore per questo documentario, non solo la sala sarebbe stata piena, ma il film sarebbe rimasto in cartellone almeno tre settimane.

 

”Perché è sempre facile criticare e lo si fa spesso con disinvoltura senza aver approfondito, senza aver letto con occhi e occhiali critici ed indagatori. Ci si accontenta dei titoli dei giornali, allarmistici e sensazionalistici, ci si affida sia al politico rassicurante che a quello critico facendo finta di non capire che sono entrambi compartecipi dello scempio. Non si vuole vedere che non c’è differenza fra il politico, l’amministratore, l’imprenditore del Nord e quello del Sud: fanno parte dello stesso giro d’affari... Il Nord, quello della Lega che “ce l’ha duro”, ma non solo..., fa dono dei propri rifiuti tossici al Sud che glieli porta via per pochi euro sversandoli nelle silenziose e impotenti campagne del Sud. E non c’è un “fare politica” che si possa chiamare fuori, perché oggi il senso e il fare della politica è gestito dall’economia, dalla finanza, dagli affari o, meglio, dai malaffari. Tutti, sostenendo le proprie coalizioni di governo, se pur con sfumature diverse, sono coinvolti in questo grande “affare”...

Questo è “’O Sistema” come ci insegna Saviano.

 

Ebbene, una volta finita la proiezione, dopo tutti questi pensieri, ho sentito forte l’esigenza di dire qualcosa alle 5 persone rimaste in sala. Mi sono scusata per la mia sfacciataggine, ma ho detto loro che ci tenevo a dire, come prima cosa, che come hanno trovato la diossina nelle pecore di Acerra e dintorni, l’hanno trovata anche nel latte delle mucche di Brescia.

E poi volevo capire, da loro, con quali convinzioni uscivano dal cinema... se, ad esempio, ritenevano che l’inceneritore sarebbe stata la soluzione. Mi hanno risposto che erano semplicemente schifati dalla politica e dall’imprenditoria, dalla mafia, dal modo di non amministrare e dall’aver toccato con mano (occhio) quella realtà che finora non era mai stata descritta così bene, così realisticamente. Hanno detto che non credono che l’inceneritore sia la soluzione, bensì la riduzione dei rifiuti e il riciclaggio... e si sono chiesti perché qui si insiste ancora nel volerlo fare quando abbiamo intrapreso un percorso diverso. Poi mi hanno fatto domande interessate sul ciclo dei rifiuti, sulle alternative, sul senso della “volontà politica”.

 

E così abbiamo parlato una ventina di minuti e in questo modo ho potuto dare un senso che andasse oltre alla mera visione del documentario che, per quanto consapevole e informata, mi ha lasciato un sapore amaro in bocca, un dolore profondo nell’anima. Ma anche un grande senso di solidarietà verso quel popolo campano che, ancora oggi, come nel periodo del colera nel settembre del 1884, è vittima sacrificale della politica delle grandi e belle parole. Allora fu il Re Umberto di Savoia ad entrare a Napoli, con il Duca d’Aosta e l’allora settantenne Presidente del consiglio, il piemontese Agostino Depretis. Quest’ultimo, vista la situazione dei quartieri più degradati della città, grida: “È necessario sventrare, bisogna sventrare Napoli!”. Questo significava bonificare.

Ma il giornalista Gianni Infusino scrive, nell’introduzione al libro “Napoli”, una raccolta di scritti di Matilde Serao (Edizioni Quarto potere, 1977), introduzione dal titolo “I mali antichi di Napoli”: “Santa ingenuità dei nostri padri, i quali sono convinti che un Presidente del Consiglio alle promesse debba far seguire necessariamente i fatti e che un re non possa impegnare invano la parola...”.

 

Ecco dunque che la storia si ripete. Ancora una volta, è dimostrato come dalla storia, dal passato, nulla si sia voluto apprendere, imparare. Forse è davvero giunta l’ora di cambiare registro, di dimostrare che questa politica che governa questo nostro povero Paese da troppo tempo, in barba alla fiducia che i cittadini continuano a riporvi attraverso la delega elettorale, è giunta al capolinea. Staremo a vedere. Intanto continuiamo a lavorare, per quanto nelle nostre forze, per un futuro migliore.

 

Simonetta Gabrielli, presidentessa Nimby trentino

Trentino, 20 marzo 2008

 

 

Lo scandalo rifiuti tra politica e malaffare

 

Di ritorno dalla manifestazione contro la Cittadella/Base militare di Mattarello, mi fermo davanti al cinema Astra per informarmi sui giorni di presenza in cartellone del film Biùtiful cauntri.

Nel silenzio della sala il documentario scorre sotto i nostri occhi. Per chi, come me, segue da oltre 4 anni la questione rifiuti/inceneritore compresa la questione campana come quella siciliana, toscana, emiliano-romagnola, altoatesina, veneta, laziale, pugliese, calabrese e chi più ne ha più ne metta, nulla di nuovo emerge da quanto viene raccontato.

 

La novità sta nel vedere al cinema, anziché il classico film, la vergognosa storia dello sfruttamento della terra campana, della Campania Felix... Volevo capire, dagli spettatori con quali convinzioni uscivano dal cinema... se, ad esempio, ritenevano che l'inceneritore sarebbe stata la soluzione. Mi hanno risposto che erano semplicemente schifati dalla politica e dall'imprenditoria, dalla mafia, dal modo di non amministrare e dall'aver toccato con mano (occhio) quella realtà che finora non era mai stata descritta così bene, così realisticamente. Hanno detto che non credono che l'inceneritore sia la soluzione, bensì la riduzione dei rifiuti e il riciclaggio.

Forse è davvero giunta l'ora di cambiare registro.

 

Simonetta Gabrielli – Trento

l’Adige - Lettere, 16 marzo 2008

 

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Settima puntata

"Olocausto rifiuti"
Notizia bomba: la campania “maxi forno” d’Italia
Testo di Serena Romano

 

La notizia è deflagrata come una bomba in una scuola elementare di campagna del Sannio domenica 9 marzo: “Oggi l’Italia con tutti i suoi inceneritori ha una portata complessiva che non arriva a 4 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Ebbene, tenendone all’oscuro i cittadini, si è deciso e già finanziato una quantità di impianti di incenerimento nella sola Campania pari a circa 4 milioni di tonnellate fra i quali rientrano anche le “ecoballe” piene di sostanze industriali, tossiche e radioattive che un’ordinanza governativa di qualche settimana fa, come una bacchetta magica, ha reso all’improvviso perfettamente combustibili”.


Quando la notizia è stata lanciata dal professore Antonio Marfella, tossicologo dell’Istituto dei Tumori “Pascale” di Napoli, un brivido di raccapriccio è corso fra il pubblico composto soprattutto da quei comitati di protesta che ormai, a differenza dei politici, conoscono bene gli esatti contorni e i veri pericoli di un’emergenza rifiuti che dura da 15 anni. E se, a quanto denunciato nella scuola, si aggiungono le dichiarazioni fatte da Marfella anche a “Report” - su RAI 3 la sera stessa - e le agghiaccianti documentazioni del servizio, una cosa è certa: il titolo della nostra inchiesta non è una forzatura.


Chi non ha modo di vedere la replica di Report, cerchi un amico che lo aiuti o si faccia registrare il servizio. Ma faccia i salti mortali per vederlo: solo dopo, infatti, potrà capire l’entità della denuncia fatta dalle Assise di Palazzo Marigliano, l’assemblea civica di esperti, giuristi, medici – della quale fa parte anche Marfella – presenti sia all’incontro nella scuola di Benevento che nel servizio di RAI 3. Se questo piano per l’incenerimento dei rifiuti - in parte mascherato come piano energetico per la produzione di energia da biomasse – non sarà in qualche modo bloccato, infatti, i campani sono destinati a diventare gli ebrei del 2000 da sacrificare al business dei forni di Santa Maria La Fossa, Acerra, San Salvatore Telesino, Reino e così via…


Le immagini e i dati riportati da “Report”, infatti, non lasciano dubbi: il territorio analizzato è talmente inquinato che andrebbe di corsa bonificato, ma nonostante i milioni di euro investiti in questi anni per la bonifica, tutto è rimasto inalterato. Come si può pensare, allora, di immettere in una realtà satura di diossine e altre sostanze tossiche al punto che il numero dei morti - persone e animali – è diventato impressionante, altre sostanze inquinanti senza compromettere irrimediabilmente la vita di chi abita in quei luoghi? Come si chiede, infatti, il professore Marfella nella valutazione dell’impatto che avranno queste iniziative prese in gran parte grazie ai poteri straordinari dell’emergenza che infrangono ogni regola, anche quelle legate alla salute che proprio i commissari straordinari avrebbero dovuto preservare: “Dove vogliamo andare? Da che ci siamo svegliati all’improvviso scoprendoci discarica di rifiuti tossici industriali di tutta Italia… dobbiamo diventare la Regione che fa del materiale post-consumo l’inceneritore di tutta Italia? E in quale discarica collocheremo circa 1 milione di tonnellate all’anno di ceneri tossiche frutto di questa smisurata combustione?”


(7^ puntata – continua)

La verità delle contrade, 10 marzo 2008

 

 

Sesta puntata
"Olocausto rifiuti"
Ecco chi ha acceso il fuoco che ha bruciato Lucia
Testo di Serena Romano

 

“Due donne napoletane sono finite sui giornali in questi giorni: Silvana e Lucia. La prima per aver subito un aborto terapeutico che ha attirato l’attenzione della polizia; l’altra perché si è data fuoco esasperata per le immondizie di cui continuano a riempire il suo paese. Due donne, due storie, due drammi… Noi vorremmo, oggi, guardare alla seconda, essendoci già occupati della prima”.

 

Questo è l’inizio dell’articolo (che puoi continuare a leggere nella pagina “Verità rifiuti”) di Don Maurizio Patriciello della parrocchia di San Ciro a Caivano, apparso sull’Avvenire di domenica scorsa. Considerato il pulpito dal quale viene la predica non può definirsi estremistico, politico, camorristico, affaristico. Per questo va letto. Perché ciò che descrive padre Patriciello dalla trincea dei rifiuti è ciò che gran parte dell’opinione pubblica non sa e che invece deve sapere: … anche perchè la politica - indaffarata per la grande parata elettorale - non vuole che si sappia che la grande abbuffata dell’emergenza continua alla faccia della salute dei cittadini.

 

È appena uscita, infatti, la notizia che le ecoballe - riconosciute “non eco” perché miscela pericolosa di ogni genere di rifiuti e come tali non combustibili senza rischi – sono diventate ecologiche per decreto governativo. Come una bacchetta magica, infatti, un’ordinanza approvata dal governo Prodi a fine febbraio ha fatto il miracolo. Che significa? “Che come spesso accade in Italia, quando si scopre una fonte di inquinamento, anziché bloccarla e provvedere alla bonifica, si modificano i limiti o i parametri di legge: per cui, ciò che un attimo prima inquinava, per disposizione politica – spesso anche senza fondamento scientifico – un attimo dopo non inquina più”, spiega Carlo Iannello, docente di Diritto Pubblico alla Seconda Facoltà di Napoli e membro del Comitato scientifico delle Assise di Palazzo Marigliano.

 

Un atto gravissimo, come spiega ancora Iannello: “Primo aspetto inaccettabile, è che, in barba al diritto pubblico, questa decisione è stata presa da un presidente del Consiglio dimissionario, con un atto monocratico. Secondo, che è stata sfruttata una normativa sull’emergenza che non ha niente a che vedere con l’emergenza: l’attuale emergenza napoletana per la quale è stato mobilitato De Gennaro, infatti, è quella dei sacchetti di immondizia per le strade e non delle ecoballe da bruciare in futuro, non prima di un anno. Terzo, questa ordinanza finisce di fatto solo per trasformare milioni di ecoballe inutilizzabili e senza valore, in materia “combustibile” da spendere sul mercato e da cui trarre profitto”. Insomma, l’abboffata continua ogni giorno con una nuova pietanza: è di ieri la notizia che il governo ha varato un finanziamento di 75 milioni di euro per l’inceneritore di Salerno.

 

(6^ puntata – continua )

La verità delle contrade, 4 marzo 2008

 

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De Luca: il mio ufficio nel termovalorizzatore
La Regione finanzia il nuovo impianto di Salerno con 75 milioni di euro
Via ai fondi per costruire l'impianto a Salerno.
Intanto Acerra ricorre al Tar contro Prodi per le ecoballe da bruciare

 

NAPOLI - L'avevano annunciato e hanno mantenuto la loro promessa, mettendo tutto nero su bianco: la giunta comunale di Acerra ha deliberato di impugnare davanti al Tar del Lazio l'ordinanza con la quale il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha autorizzato a bruciare nel termovalorizzatore in costruzione in località Pantano anche le ecoballe prodotte finora negli impianti Cdr della Campania. «Dispiace - ha commentato il sindaco Espedito Marletta, che oggi incontrerà in delegazione un funzionario della Presidenza della Repubblica, che Romano Prodi, in passato alla guida della Commissione Europea, continui ad infrangere norme del diritto europeo, esponendo il paese a pericoli di infrazione comunitaria e, soprattutto, la nostra comunità ad un ulteriore sopruso democratico ed ambientale». Secondo gli amministratori acerrani l'ordinanza «è palesemente illegittima, in quanto il costruendo inceneritore di Acerra non può essere alimentato con tali tipologie di rifiuti». Il comune di Acerra ha già impugnato l'ordinanza che autorizza le agevolazioni tariffarie per la vendita dell'energia elettrica del provvedimento Cip6 e sta valutando eventuali iniziative da adottare in sede penale o presso la Commissione Europea.

 

Salerno, sì all'impianto

Ieri, giornata significativa sul fronte salernitano con la firma dell'intesa tra Antonio Bassolino e il sindaco Enzo De Luca per la realizzazione del termovalorizzatore nella Piana di Sardone, il cui cantiere potrebbe essere aperto già nel prossimo mese di settembre. Settantacinque milioni di euro (Fondo aree sottoutilizzate) e di fondi europei della programmazione 2007-2013 che, come sottolineato dal presidente Bassolino, «sono un primo significativo finanziamento che potrà essere ulteriormente accresciuto a fronte di ulteriori esigenze e progetti presentati dal Comune». «Ci siamo arrivati in tempi straordinariamente rapidi. Allestirò il mio ufficio - ha commentato il primo cittadino di Salerno, De Luca - all'interno dell'impianto, così dimostrerò ai cittadini che non c'è da temere alcun rischio».

 

Napoli in sofferenza

Intanto, Napoli appare in queste ore particolarmente in sofferenza sul fronte della raccolta dei rifiuti. Sono, infatti, circa 3800 le tonnellate di spazzatura che giacciono lungo le strade, anche nei quartieri centrali e residenziali che finora erano stati solo in parte toccati dalla crisi. L'altra notte i compattatori dell'Asia, l'azienda cittadina di igiene ambientale, hanno rimosso circa 1600 tonnellate, più una quota aggiuntiva di arretrato, tra le 300 e le 400 tonnellate.

 

Lettera motivata alla Ue

La Rappresentanza dell'Italia a Bruxelles presso la Ue ha inoltrato alla Commissione europea la risposta del Commissariato straordinario al parere motivato sulla procedura di infrazione relativa all'emergenza in atto. L'Italia ha così rispettato i 30 giorni di tempo imposti da Bruxelles per rispondere ai rilievi della Commissione, la quale, il 31 gennaio scorso, aveva deciso l'invio dell'ultimo avvertimento della procedura d'infrazione prima di un'eventuale deferimento alla Corte di giustizia.

 

Giugliano, no a proroga

Lucia De Cicco, la donna che alcuni giorni fa si è data fuoco per protestare contro la riapertura del sito di stoccaggio di Taverna del Re (che da ieri notte accoglie conferimenti in proroga per altri cinque giorni), sta proseguendo lo sciopero della fame. Alcuni manifestanti da Giugliano hanno organizzato nel pomeriggio anche un sit-in nei pressi del Cardarelli. I familiari della De Cicco hanno comunicato che la donna, ricoverata all'ospedale Cardarelli, ha rifiutato la flebo che i medici volevano utilizzare per alimentarla.

 

Angelo Agrippa

Corriere del Mezzogiorno – Salerno, 5 marzo 2008

 

 

L'assessore regionale Convegno sulla differenziata

Ganapini sempre contro: L'inceneritore? Non serve

 

SALERNO - Mentre a Napoli si sigla l'accordo Bassolino-De Luca per il termovalorizzatore, a Salerno, l'assessore all'Ambiente Walter Ganapini torna a esprimere la sua netta contrarietà agli impianti per bruciare rifiuti. Per l'assessore ambientalista si può uscire dall'emergenza rifiuti regionale senza passare necessariamente attraverso la realizzazione del terzo termovalorizzatore della Campania. Ricetta decisamente semplice quella illustrata ieri mattina a Palazzo Sant'Agostino nel corso di un seminario sul tema del riciclaggio dei rifiuti, organizzato dalla Provincia di Salerno. Una sala gremita di cittadini ma soprattutto di amministratori locali. Oltre all'assessore provinciale Angelo Paladino, moderatore del seminario, sono intervenuti i rappresentanti istituzionali dei comuni di Treviso, Bologna e Reggio Emilia; inoltre erano presenti il vice sindaco di Mercato San Severino Giovanni Romano, il sindaco di Serre Palmiro Cornetta ed il suo collega di Caggiano, Vincenzo Caggiano. Il prof anti-inceneritori, non si è tirato indietro. «Un termovalorizzatore in città? - ha detto - Credo sinceramente che dobbiamo occuparci di cose serie e lavorare con le persone serie di questa terra. Dall'emergenza si esce facendo la raccolta differenziata, facendo funzionare bene i Cdr e attivando un patto trasparente fra tutti gli attori istituzionali». «Da quando sono a Napoli - ha continuato l'assessore - sono convinto che il nostro imperativo morale sia quello di mettere in condizione gli abitanti della Campania di uscire per sempre dall'emergenza.

Negli anni ho commentato anche criticamente il comportamento dei vari commissari e dunque non mi tiro indietro. Proprio ieri notte abbiamo inviato a Bruxelles la nostra replica ufficiale rispetto alla visita degli ispettori dell'Ue, nella speranza che non venga avviata la procedura d'infrazione che costituirebbe per questa regione una iattura».

 

Umberto Adinolfi

Corriere del Mezzogiorno – Napoli, 5 marzo 2008

 

 

La polemica. Garofalo, presidente degli imprenditori bufalini:
il film diffonde un'immagine non veritiera
Gli allevatori: «Bìutiful Cauntri ci danneggia, ci risarcisca»

 

NAPOLI - È la prima denuncia per i coraggiosi autori di «Bìutiful Cauntri», il film documentario sulla Campania dei rifiuti realizzato da Esmeralda Calabria col regista salernitano Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero di Legambiente. Un agghiacciante documento sulle discariche fuori norma ed il traffico di scarti tossici, col direttore di Legambiente Giuseppe del Giudice a fare da Cicerone nel cosiddetto «triangolo della morte» di Giugliano-Qualiano-Villaricca («The Lancet Oncology», agosto 2004), col sindaco di Acerra Espedito Marletta, il pm Donato Ceglie e gli agricoltori e gli allevatori napoletani e casertani in rovina, che mettono in mostra frutti deformi e impolverati e bestiame ammalato e morente, in prossimità di discariche e campi contaminati da fanghi industriali provenienti dai poli chimici e meccanici del Veneto, Lombardia, Emilia. Reduce dal Torino Film Festival dove ha guadagnato una menzione speciale, «Bìutiful Cauntri» è stato presentato ieri al cinema Modernissimo di Napoli (dove è in proiezione da venerdì). Alla pellicola è stata aggiunta una sequenza che a Torino non c'era: l'abbattimento di bestiame contaminato dalla diossina.

 

Il film sciocca il pubblico, lo fa star male, sia per la protervia dei colletti bianchi intercettati al telefono coi trafficanti di rifiuti, sia per l'assassinio criminale delle terre fertili della fu Campania Felix. Ed ha sconvolto anche il presidente degli allevatori bufalini associati all'Anasb, Raffaele Garofalo, che ha annunciato una richiesta di risarcimento, agli autori, per «il danno di immagine arrecato a tutto il settore».

 

Due le sequenze incriminabili secondo Garofalo, che spiega: «Non si può ridurre la zootecnia campana alla sorte di una famiglia di allevatori che ha pascolato le pecore in una zona industriale comunque sospetta di inquinamento». Ed inoltre nel film «si inquadrano rifiuti ben distanti da un allevamento brado di bufale e si qualifica tout court la bufala come un animale che pascola nei rifiuti e la mozzarella come un prodotto inquinato: una semplificazione inaccettabile, tanto più che il settore è presente in tutte le province della Campania». Del Giudice, il Cicerone di «Biutiful Cauntri», dopo aver già dichiarato al Modernissimo di essere un grande consumatore di frutta e mozzarella del Casertano, aggiunge: «Il film mostra senza trucchi porzioni avvelenate di territorio campano, invitando lo Stato e gli Enti locali a salvarle. Terre che accolgono 1.200 discariche di rifiuti tossici e dove è autorizzato, anche in mancanza di impianti, lo stoccaggio di rifiuti pericolosi. Il messaggio che ci preme è un altro: io considero Lago Patria ancora recuperabile. E guai a perdere la speranza. Ma intanto, certa controinformazione medica dell'ultima ora, non può parlare di rischio zero per la discarica in zona Asi Pontericcio, ignorando il pericolo concreto a 29 chilometri dei campi di cadmio e scorie di fonderia, i cui effetti nefasti sulla salute sono già documentati e pubblicati». Ed il regista D'Ambrosio con Peppe Ruggiero: «Non abbiamo mai detto che la mozzarella è da buttare, noi mostriamo terre dove la magistratura ha già sequestrato e ordinato l'abbattimento di allevamenti. Chiediamo anzi la tutela di un'economia e bonifiche per specifiche contrade, è questo il fine del nostro documentario ed invitiamo gli allevatori a rivederlo insieme a noi».

 

Luca Marconi

Corriere del Mezzogiorno – Napoli, 5 marzo 2008

 

 

La sindaca: «Decisione sofferta»
Napoli, il Comune sarà parte civile al processo rifiuti

 

NAPOLI - Il Comune di Napoli si costituirà parte civile contro Bassolino e tutti gli altri imputati nel processo sui rifiuti che si aprirà il 14 maggio prossimo. «Una decisione umanamente sofferta», ha spiegato Rosa Russo Iervolino commentando l'annuncio dato in forma solenne in apertura di Consiglio comunale. Un Consiglio che, evidentemente, non deve aver avvertito molta fretta nel licenziare il Piano per la raccolta differenziata, ieri in aula, tanto che la discussione è stata riaggiornata a domani perché non c'era accordo tra i partiti; ciò, nonostante il termine ultimo per approvare il Piano sia l'8 marzo, altrimenti verrà nominato un commissario ad acta. E malgrado Napoli sia sommersa dai rifiuti.

 

Piene di amarezza le parole della sindaca, che si ritroverà al processo contro colui, Bassolino, che dal 2001 è non soltanto il suo predecessore a Palazzo San Giacomo, principale alleato e sponsor politico, ma anche un amico personale che più d'altri ha spinto per ricandidarla a Palazzo San Giacomo: «Abbiamo preso questa decisione considerando la delicatezza dell'argomento e del momento politico non attendendo, come facciamo sempre, la prima udienza, quindi il 14 maggio. Ci è sembrato però giusto farlo», ha detto la Iervolino che ha voluto poi precisare che «gli atti dovuti come istituzioni si devono fare, ma sul piano personale la scelta è stata sofferta. Ma Bassolino è persona troppo intelligente per non sapere ciò che le istituzioni devono fare e poi la Regione lo ha fatto prima di noi», ha spiegato la prima cittadina rispondendo a chi le chiedeva se avesse sentito il governatore prima della decisione. «Ma sul piano personale, non accetto l'accanimento ed il linciaggio politico-mediatico che si sta attuando».

 

La delibera di giunta per la costituzione di parte civile nel processo sui rifiuti è stata approvata ieri mattina alle 9, poco prima cioè che cominciasse il consiglio comunale. Assenti sei assessori per motivi vari (Oddati, Cardillo, D'Abundo, Riccio, Valente e Terracciano), il documento è stato proposto dal vicesindaco Tino Santangelo, bassoliniano di vecchia data, in quanto titolare della delega all'Avvocatura. Anche il vicepresidente della Provincia di Napoli, Antonio Pugliese, titolare della delega all'Avvocatura, ha annunciato che nel corso della riunione di giunta in programma domani l'ente di Piazza Matteotti delibererà la costituzione di parte civile nel processo sulla gestione dei rifiuti. Comune e Provincia di Napoli vanno quindi ad aggiungersi alla Regione Campania, che per prima s'è costituita contro il suo presidente nel processo sui rifiuti.

 

Paolo Cozzo

Corriere del Mezzogiorno - Napoli, 5 marzo 2008

 

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27 febbraio 2008

Convegno del PD a Salerno sull'inceneritore

Video: Bonomo di Asm Brescia balbetta, mente, si infervora, scappa...

 

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News da www.ambientebrescia.it

 

Napoli, 23 febbraio 2008. Brescia si confronta con l'emergenza rifiuti in Campania: il "modello Asm" non è la soluzione, anzi...

La relazione è presentata al Convegno scientifico Ambiente e territorio - organizzato dall'Assise Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, da Forumambientalista e da Rete Nazionale Rifiuti Zero

 

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Quinta puntata

"Olocausto rifiuti"

L’s.o.s. che il professor Marfella non ha potuto lanciare da AnnoZero,
potrà partire domani da Napoli, grazie a Beppe Grillo?

Testo di Serena Romano

 

“Non c’è più tempo da perdere. Siamo con l’acqua alla gola perché sta arrivando il caldo e la situazione rischia di precipitare da un momento all’altro. Perciò bisogna passare alla fase operativa con soluzioni concrete da realizzare al massimo entro 3 mesi: soluzioni che volevo lanciare attraverso una cassa di risonanza importante come la trasmissione AnnoZero cui ho partecipato ieri, ma che per esigenze di spazi televisivi mi è stato impossibile fare”.

Così Antonio Marfella - tossicologo presso l‘istituto dei Tumori “G. Pascale” di Napoli e membro del Comitato scientifico delle Assise di Palazzo Marigliano – spiega in sintesi in questa intervista al nostro blog quello che non ha potuto dire e che spera venga diffuso domani a Napoli in occasione della grande “Maratona del rifiuto” (vedi in merito “Documentazione rifiuti” o clicca qui): cioè, come bisogna operare subito per evitare un’epidemìa dovuta alle montagne di immondizia ancora per le strade.

 

“Innanzitutto, con un’ordinanza commissariale bisogna ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Bisogna varare delle norme, cioè, per cui imballaggi e contenitori di carta e plastica non arrivino più a smaltimento nei quantitativi attuali. A Novara, per esempio, nei supermercati si vende il detersivo alla spina: in questo modo sono state risparmiate centinaia di tonnellate di plastica da smaltire semplicemente grazie al fatto che ciascuno si porta da casa il proprio contenitore e lo riempie dal distributore presente nel supermercato”.

 

- Ma per le plastiche che rimangono da smaltire che cosa si fa se i consorzi comunali non riescono ad organizzare la raccolta?

“Una moratoria che liberalizzi la raccolta. In altre parole bisogna consentire la creazione di cooperative di cittadini o di categorie – per esempio, cooperative di albergatori, ristoratori, eccetera – che possano accordarsi direttamente con ditte come la “Erre Plast” campana che, come è stato denunciato ad AnnoZero, deve comprare la plastica al Nord perché non riesce a trovarne a sufficienza sul posto”.

 

- Riciclato, dunque, tutto quello che si può, come si fa ad approntare in breve tempo gli impianti di compostaggio per la parte da trasformare in compost?

“Su questo sarò duro e preciso: noi non vogliamo la solidarietà delle altre regioni d’Italia ma vogliamo da parte di tutti un atto di corresponsabilizzazione. Cioè, poiché si è visto che buona parte del disastro campano è dovuto allo sversamento illecito di rifiuti tossici e nocivi provenienti dal Nord, non chiediamo di portare i nostri rifiuti fuori dalla Campania, ma che con un modesto investimento – che complessivamente non ammonterebbe a più di 5 milioni di euro – vengano le regioni del Nord, con le loro aziende, il loro know how e i loro tecnici a costruire qui impianti di compost per noi, da approntare entro 3 mesi”.

 

- Se ho capito bene, lei dice: “avete contribuito ad avvelenarci e allora venite qui a darci una mano per disintossicarci”. Esatto?

“Esatto. Perché il guaio è di tutti e allora l’unico modo per non fare girare i rifiuti per tutta Italia – quelli del Nord al Sud e quelli del Sud al Nord – è che il Nord ci dia una mano a fare gli impianti necessari a sistemare la nostra immondizia in Campania”.

 

- E per tutto quello che non si può riciclare che cosa si può fare al più presto?

“Bisogna partire dal piano dei siti per discariche consegnato già un anno fa alla struttura Bertolaso dai geologi Ortolani e De’ Medici nel quale venivano indicati luoghi geologicamente idonei e lontani dai centri abitati. Il metodo di approccio con queste realtà, però, deve essere completamente diverso: da un lato, noi dobbiamo garantire che grazie a una efficace raccolta differenziata, venga portato a discarica solo il poco che resta dei rifiuti solidi urbani; dall’altro la gente del posto, attraverso comitati di cittadini, deve essere informata prima delle scelte, ammessa a partecipare al progetto e al controllare di quello che entra nella discarica, magari anche lavorando nella struttura. Chi meglio di un abitante del posto adeguatamente preparato, infatti, può garantire la qualità del servizio e il controllo del territorio?”.

 

(fine 5^ puntata - continua)

La verità delle contrade, 22 febbraio 2008

 

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Biagi intervista Saviano
1^ parte
“Le organizzazioni criminali non sono mai all'opposizione”

2^ parte
“Sono felice di aver potuto dialogare con lei”


Biagi intervista Fava (1925-1984)

 

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Quarta puntata

"Olocausto rifiuti"

Intervista di Serena Romano
Ovvero: l’invito di Fiorello a stracciare la scheda elettorale
è un diritto del cittadino

“Il diritto alla resistenza”
spiegato dal professore Lucarelli in questa intervista

 

 “Stracciate la scheda elettorale nei Comuni in cui il problema dei rifiuti non è stato risolto”. Questo il messaggio inviato da Fiorello attraverso la sua trasmissione radiofonica che ha scatenato un putiferio. La levata di scudi della “casta politica” contro di lui e il suo “demagogico qualunquismo”, infatti, è stata compatta. Invece la posizione di Fiorello e di quanti vogliono protestare in questo modo contro un disastro ambientale che nei fatti non si vuole bloccare, è inattaccabile dal punto di vista del Diritto: lo dimostra Alberto Lucarelli, ordinario di Diritto Pubblico all’Università Federico II di Napoli e presidente delle Assise della città di Napoli nell’intervista rilasciata al nostro blog.

 

“Il cittadino può partecipare politicamente al governo della cosa pubblica, in diversi modi dei quali il voto è solo l’ultimo atto. Ebbene, se il cittadino si rende conto che di fatto non viene reso partecipe delle scelte, come prevede per esempio la convenzione di Aarhus che in Italia è legge dello Stato; se il governo italiano non lo interpella come prevedono anche le direttive europee, tant’è vero che il nostro governo è stata sanzionato per la mancanza di partecipazione dei cittadini alle scelte che lo coinvolgono; se ha la consapevolezza che la classe politica italiana sta trasformando e stravolgendo il diritto alla partecipazione in una semplice ratifica a posteriori di quanto già deciso; se il cittadino, insomma, ritiene che questa classe politica è ormai scollegata dalla base e non lo rappresenta più, ha diritto a non votarla come atto di resistenza”.

 

- Ma in passato qualcuno aveva proposto di togliere i diritti civili a chi per tre volte non andava a votare…

“È una bestialità. Nessuna autorità può eliminare i diritti naturali dell’individuo: e poiché il diritto al voto è un diritto naturale, è ineliminabile. Ed è valido anche il suo opposto: cioè il diritto al “non voto” come diritto fondamentale di libertà del cittadino. Questa del resto era la strategia di Gandhi che lo ha reso vincente: “Chi partecipa per me, senza di me, è contro di me”. Per cui non votare persone che non fanno l’interesse del cittadino e calpestano i suoi diritti è una maniera civile e corretta per fare pulizia”.

 

- Oggi la maggior parte dei comitati di cittadini conoscono bene la direttiva di Aarhus che i politici evidentemente ignorano. Come si può fare per fargliela rispettare?

“Fra gli strumenti legislativi ordinari a disposizione del cittadino c’è la legge 241/’90 che introduce il concetto della partecipazione del singolo, di associazioni e di tutti i soggetti coinvolti nel procedimento che li riguardano, in contraddittorio con l’ente pubblico”.

 

- Ma il cittadino può discutere dopo che le decisioni sono state prese?

“No, ha diritto di farlo prima e durante. La legge 241 pone chiaramente le basi di questa partecipazione che viene rafforzata attraverso il recepimento della convenzione di Aarhus: il cittadino deve partecipare proprio alla fase elaborativa di un piano o di un progetto sennò, a cose fatte, si trova davanti un pacchetto confezionato con decisioni tecniche e impegni già presi che porta già in sé i germi della conflittualità. Cioè, la protesta “ex post” che è la negazione di quella partecipazione che presuppone, invece, studio e informazione anche da parte del cittadino”.

 

- Qual è la differenza pratica fra il cittadino di una nazione che gli riconosce il diritto alla partecipazione e quella che glielo nega?

“Dover subire decisioni sbagliate, prese per favorire interessi particolari anziché della collettività. Del resto è proprio questo il passaggio dall’uomo primitivo – destinatario ignorante, che subisce decisioni calate dall’alto – all’uomo “civicus” consapevole dei diritti e dei doveri che trovano riconoscimento, attenzione, non solo nella Legge, ma nel Diritto che è al disopra della legge”.

 

- Che significa sul piano concreto?

“Che anche se un diritto non è sancito dalla legge italiana, va rispettato ugualmente se è previsto, per esempio, dal Diritto internazionale al quale. Nel caso della convenzione di Aarhus è sia legge dello Stato italiano che Diritto: e come tale inattaccabile anche sul piano dei principi e dei comportamenti che ne derivano”.

 

(fine 4^ puntata - continua)

La verità delle contrade, 19 febbraio 2008

 

 

Terza puntata

"Olocausto rifiuti"

Ovvero: intellighenzia e censura
Testo di Serena Romano
(le precedenti puntate sono nella pagina “Verità - rifiuti”)

 

Ecco un’altra di quelle notizie che difficilmente trovano eco sulla stampa italiana. Anche se la dicono lunga sull’intreccio di interessi e compromessi che coinvolgono chi, più di tutti, potrebbe risolvere il problema dei rifiuti in Campania: il mondo accademico napoletano.

Qual è la notizia? Che proprio in un contesto come quello universitario - che dovrebbe essere caratterizzato dalla libera circolazione delle idee – è stato vietato di diffondere voci di denuncia “fuori dal coro”: questo è quanto rivela Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla università Federico II di Napoli, in una sua mail che in rete sta facendo scalpore insieme all’articolo che gli è stato censurato. Cioè, un appello dal titolo “Scandalo rifiuti in Campania: per uscirne occorre anche l’intervento autonomo delle università”, con il quale Ortolani invita i colleghi ad assumersi le proprie responsabilità. Ecco dunque, la mail in cui si racconta come di questo articolo sia stata impedita la divulgazione nell’ambiente universitario per “disposizioni superiori”.

 

Oggetto: Censura a: “Scandalo rifiuti in Campania: per uscirne occorre anche l’intervento autonomo delle università”

Cari colleghi questa è la risposta ufficiale che mi è stata fornita dall’Università Federico II alla mia richiesta di divulgare l’appello che vi riallego:

“Invio del tuo messaggio intitolato “Scandalo rifiuti in Campania: per uscirne occorre anche l’intervento autonomo delle università” è stata rifiutata dal moderatore. Il moderatore ha dato la seguente ragione per il rifiuto: “Ai sensi di quanto reso pubblico sul sito del CSI, si comunica che tutte le e-mail inviate alle liste di distribuzione aventi ad oggetto l’attuale emergenza rifiuti verranno scartate automaticamente”.

Credo sia una censura incredibile! È stato dato ordine alla responsabile della mailing list di non scocciare i colleghi della Federico II circa un problema epocale e squallido come lo scandalo rifiuti attuale. Ma chi ha dato quest’ordine?

Fatemi sapere cosa ne pensate.

Cari saluti, Franco Ortolani

 

L’articolo del professore Ortolani è integralmente riportato su questo blog (puoi leggerlo cliccando qui).

Ma l’episodio è grave perché è una chiave di lettura per capire diverse cose. Innanzitutto, come è potuto verificarsi questo disastro ambientale nel menefreghismo generale; poi, perché non se ne intraveda tuttora la via di uscita; infine, perché si preferisca scaricare tutte le colpe su un unico capro espiatorio: Antonio Bassolino.

Gran parte di coloro, infatti, che lavorano nelle istituzioni scientifiche, mediche, tecniche che supportano sia l’operato di De Gennaro che quello governativo, sono gli stessi che hanno dimostrato in 15 anni di “emergenza rifiuti” di preferire il silenzio: per sfruttare il centro di potere economico sorto intorno al commissariato – distributore di incarichi e consulenze d’oro - o per non crearsi inimicizie.

 

Ecco perché oggi, chi vuole capire come stanno veramente i fatti, non può fidarsi ciecamente di quanto diffuso dai media con il supporto dei cosiddetti “esperti istituzionali”. Ed ecco anche perché è importante raccontare l’attualità senza trascurare la memoria storica dei fatti: come ha rivelato l’intervista al giudice Raimondi nella precedente puntata della nostra inchiesta (nella pagina “Verità - rifiuti” ) e i documenti che la supportano (nella pagina “Documentazione Rifiuti”).

Perché il disastro che quasi tutti fingono di scoprire oggi, era già stato anticipato con aperte e precise scelte di campo da una minoranza di scienziati, giuristi, docenti, medici, esperti, che da anni hanno dimostrato chiaramente la strada da seguire e che tuttora non si vuole imboccare: e fra questi, non a caso, c’è anche il professore Ortolani, autore dell’articolo censurato (puoi leggerlo cliccando qui).

 

(fine 3^ puntata - continua)

La verità delle contrade, 14 febbraio 2008

 

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Ganapini, da presidente di Greenpeace a assessore campano

 

Sulla nomina ad assessore campano, con delega all’ambiente, di Walter Ganapini si possono fare alcune considerazioni.

Se da una parte si può, giustamente, restare sconcertati dal fatto che Ganapini sia diventato assessore di una Giunta impresentabile come quella di Bassolino che - dice - continuerà imperterrito nelle sue scelte gestionali inceneritoriste, si deve però anche considerare come questa nomina rappresenti quantomeno uno scollamento importante del fronte dei favorevoli alla “cancrovalorizzazione” dei rifiuti, stante anche le recentissime prese di posizione di Ganapini contro gli impianti di incenerimento - vedi articolo (1) - attaccato per questo dai sedicenti "autorevoli" giornali padronali - vedi articolo (2) -.

 

Un fronte che, ricordiamolo, appare solido ed indistruttibile; in cui, oltre ai padroni economico-finanziari, si ritrovano tutte le forze politiche maggiori che fanno a gara a chi vuole più “termovalorizzatori”. E intanto l'Ue boccia la Campania.

 

La nomina di Ganapini dovrebbe anche essere letta insieme a due fatti recenti altrettanto importanti: la presa di posizione della Federazione degli ordini dei Medici italiani per nulla favorevole agli inceneritori, e le ultime dichiarazioni del “superpoliziotto” De Gennaro che dice di essere stato ingannato sui dati Campani; se lo dice lui…

Forse una crepa ulteriore a questo spaventoso edificio che vuole azzerare la democrazia con l’emergenza?

Lo vorremmo sperare.

 

Riteniamo comunque doveroso, e più che legittimo, chiedere a Ganapini per quali ragioni ha accettato di diventare assessore: domanda a cui dovrebbe dare una risposta, con le parole e con i fatti (Finanziare il termovalorizzatore. Da Il Mattino di Napoli: Io contro gli inceneritori sono pronto a realizzarli - Parla il leader di Greenpeace ora assessore all’Ambiente - Il caso).

Ci chiediamo, infine, quanto siano fondate le nostre perplessità sulla presenza, a fianco di Ganapini, dell’economista Guido Viale, uno dei pochi soci ufficiali di Greenpeace Italia, che, accanto alle recenti dichiarazioni sulle prospettive della questione campana, sembra debba rimanere uno dei più qualificati supporter degli inceneritori, di cui proponiamo l’intervista di Ilaria Ciuti di tre anni fa, con quell’inceneritore toscano che “inquina sempre meno di quattro motori diesel in funzione” - vedi articolo (3) -.

 

Nimby trentino, 16 febbraio 2008

 

 

(1)
L'intervista Ganapini, chimico ecologista,
fa parte del nuovo staff della Regione

Il consulente di Bassolino: «Termovalorizzatori inutili»

Il prof universitario, che sul «Manifesto»
ha tuonato contro i termovalorizzatori,
è convinto di poter proporre un'alternativa anche in Campania


Fabrizio Geremicca
Corriere del Mezzogiorno – Napoli, 2 febbraio 2008

 

NAPOLI — «Dimostrerò a Bassolino che una corretta gestione del ciclo dei rifiuti è in antitesi con i termovalorizzatori». C'è anche un nemico giurato dei termovalorizzatori nel gruppo di esperti istituito dalla Regione sull'emergenza rifiuti. È Walter Ganapini, chimico, ex presidente dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente.

 

Professore, cosa ci fa lei tra i consiglieri di Bassolino, visto che il governatore dice che l'emergenza è stata aggravata dai no degli ambientalisti?

«Voglio contribuire a un cambio di rotta nel piano rifiuti».

 

Quanto guadagnerà?

«Percepirò solo un rimborso spese».

 

Perché è contro i termovalorizzatori?

«Negli anni sessanta erano la modernità, oggi non li costruiscono più in nessun paese d'Europa. Le tecniche di gestione del ciclo dei rifiuti sono progredite. Esistono sistemi più efficienti e meno inquinanti».

 

L'inceneritore di Brescia passa per un impianto modello.

«Come quello viennese rispetta la normativa, ma non vuol dire che non inquini. Hanno dipinto di blu la ciminiera per renderla più attraente, ma da quella ciminiera escono nanopolveri. A Reggio Emilia, la mia città, l'Apat calcola che siano responsabili di 500 morti all'anno».

 

La Campania è sommersa dai rifiuti. Come se ne esce?

«Il primo passo è la riduzione dei rifiuti prodotti. Alla Federico II c'è il laboratorio per ecodesign merci. Mettiamo insieme università e produttori e troviamo contenitori meno pesanti. Non è possibile che compriamo 200 grammi di imballaggi per 10 grammi di prodotto. Un'altra strada da percorrere subito è un accordo con la grande distribuzione, che imponga di disimballare i prodotti all'uscita dei supermercati, dove allestire centri di raccolta».

 

E poi, cos'altro?

«La differenziata porta a porta nel 70% nei piccoli Comuni. A Napoli deve subito partire negli uffici pubblici, nelle scuole e nelle università. Non possono farla gli attuali consorzi. Assorbirei i lavoratori in una spa che sia pagata in funzione dei risultati conseguiti».

 

Mancano gli impianti di compostaggio, dove l'umido diventa fertilizzante o ammendante. Come rimediare?

«Nei 7 Cdr gli impianti sono stati costruiti, ma non funzionano. In meno di un mese si possono mettere a lavorare decentemente. Abbiamo 4 aziende nazionali bravissime in questo settore. Si fa un accordo con Confindustria e si affidano loro gli impianti. A Milano realizzarono una struttura da 2.000 tonnellate al giorno. Le risorse europee garantiscono fondi sufficienti per costruire almeno altri 10 impianti di compostaggio. In pochi mesi abbatteremmo del 70% l'immondizia da trattare. Di 2.800.000 tonnellate annue, ne resterebbero circa 800.000».

 

E il 30% che rimane?

«Lo si divide in diversi flussi: vetro, metalli, plastiche. La parte organica è ulteriormente separata e poi sottoposta in parte al compostaggio e in parte alla digestione anaerobica per produrre biogas. Alla fine si riduce del 40% il peso di quel 30% residuo dalla differenziata, di cui dicevamo prima. Rimarrebbe il 18% dell'immondizia prodotta originariamente. Rifiuto secco, non putrescibile. Potrebbe essere impiegato nei cementifici. A Treviso ci costruiscono le sottofondazioni».

 

Cosa chiederà a De Gennaro?

«Renda obbligatoria l'adozione della tariffa rifiuti al posto della tassa, per premiare chi produce meno immondizia. La norma era nella Finanziaria, ma è saltata».

 

 

(2)

Palude campana per De Gennaro

A quasi un mese dal suo insediamento
ancora in stallo molti interventi annunciati


Mariano Maugeri - mariano.maugeri@ilsole24ore.com
Il Sole 24 ORE, 8 febbraio 2008

 

Il traffico di parole e lo smistamento perpetuo di interessi non è mai stato così intenso. Pure la semantica sembra in preda a una sindrome partenopea, un’area franca dei significati: solo qui esistono i commissari del Governo, oppure i commissari straordinari per l’ordinaria amministrazione. Solo qui si commissaria il San Carlo, l’accademia di Belle Arti e, visto che ci siamo, il partito del Cavaliere e dei fratelli di Martusciello.

 

E solo a Napoli capita di assistere alla metamorfosi in pasdaran di studiosi in materia ambientale, professionisti reggiani – quindi teoricamente immuni dalla peste meridionale – ex presidenti dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’Ambiente e consulenti di Antonio Bassolino (un titolo che ormai è come quello di presidente: non si nega  a nessuno) che discettano sul termovalorizzatore di Brescia dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno: “Come quello viennese rispetta la normativa, ma non vuol dire che non inquini. Hanno dipinto di blu la ciminiera, ma da quella ciminiera escono nanopolveri. A Reggio Emilia, la mia città, l’Apat calcola che siamo responsabili di 500 morti all’anno”. Le parole sono di Walter Ganapini, volto storico dell’ambientalismo nostrano. A Reggio Emilia, prima città per raccolta differenziata, con una quota che sfiora il 50%, non capiscono di cosa parli. Il termovalorizzatore di Cavazzoli è un gioiello tecnologico con un monitoraggio delle polveri degli inquinanti al quale possono accedere in tempo reale tutti gli italiani: basta ciccare su Google Comune di Reggio Emilia e poi ciccare sulla icona ambiente (a destra dello schermo). Consigliamo l’esperimento: il viaggio nelle meraviglie della trasparenza e del riciclaggio va suggerito ai napoletani ma anche ai milanesi, che vantano un signor termovalorizzatore, il Silla 2, ma un sito internet fermo alla preistoria.

 

Ganapini dice di più: Napoli e la Campania possono fare a meno dei termovalorizzatori. Nel giro di pochi mesi la differenziata potrebbe arrivare al 70 per cento. Quello che resta bruciamolo nei cementifici di Treviso. Questo accanimento terapeutico su Napoli e i napoletani è un esercizio di puro autolesionismo. Da parte degli esperti, dei commissari, dei politici. Come se le teorie più bizzarre, in una situazione ingovernabile, dovessero forzosamente sperimentarsi sull’area metropolitana più antropizzata d’Europa. Il consulente di Bassolino è pagato (“Solo rimborso spese”, precisa) per ripetere la vulgata ambientalista della seconda metà degli anni 90: nella realtà più arretrata d’Europa sperimenteremo il ciclo dei rifiuti più avanzato. Vienna, Copenaghen, Londra e Reggio Emilia si tengano i termovalorizzatori che bruciano il tal quale? Quei forni sono demoniaci. E Napoli, non Torino, dev’essere diventata la capitale dell’esoterismo, il luogo dove una ciminiera mette più paura dei mille fuochi che ogni notte abbrustoliscono legioni di ratti che animano le montagne di monnezza a Quarto, Pozzuoli, Melito, San Giorgio a Cremano. “In questi paesi, ci sono cumuli da più di tre mesi”, dicono i funzionari che non vogliono essere citati.

 

Ogni sera i napoletani stanno appiccicati alla tv per ascoltare il meteo e l’andamento delle temperature. I guai arriveranno in primavera. Gli esperti del ministero della Salute continuano a ripetere che non ci sono rischi di tumore. Ovvio, almeno per i rifiuti solidi urbani, il rischio si chiama malattie infettive. Il piano del Commissario procede con una lentezza estenuante. Ariano Irpino rimane chiusa. Idem Montesarchio. Ferrandelle è stata aperta ma le 350mila tonnellate ridotte a 220mila. De Gennaro, arrivato a Napoli a metà gennaio, sembra vittima della sindrome mediatica di tutti i commissari. Forse vuol farsi perdonare l’irruzione di Bolzaneto, durante il G8 di Genova. Forse la luce dei riflettori incita al consenso plebiscitario. Forse, adesso che i collegamenti con le retrovie sono tagliati, preferisce temporeggiare. La campagna elettorale, poi, è la più grande sciagura che potesse abbattersi sulla Campania. Li vediamo già i duellanti, come i galli sopra la monnezza. Il poliziotto De Gennaro potrà adottare misure estreme nel caso in cui fosse necessario? A Napoli scuotono la testa. Meglio la melina. O il catenaccio. Fino ai supplementari.

 

Due tempi da 15 minuti che non potrà invocare l’altro commissario, Goffredo Sottile, cui tocca riprendere in mano la gara d’appalto per il termovalorizzatore di Acerra. A questo punto un simbolo più che un aiuto concreto a smaltire la montagna da sei milioni di ecoballe.

In questi giorni si continua a confezionare spazzatura che non ha nulla ma proprio nulla del combustibile da rifiuto. Spazzatura da discarica, insomma. Finirà come è finita a Pianura, il quartiere con vista (su discarica) sigillato da “teste matte”, monnezza e abusivismo. Per settimane giornali e telegiornali hanno alternato due sole notizie: la discarica riapre, non riapre. A fine gennaio, nel silenzio generale, un paio di carabinieri si sono presentati con l’autorizzazione di sequestro alla mano nel capannone di 5mila metri quadrati che avrebbe dovuto ospitare 20mila tonnellate di ecoballe. Tutto si aspettavano, tranne di trovare una mezza dozzina di aziende industriali e artigiane con regolare contratto di affitto e centinaia di operai al lavoro: c’è chi impasta vetroresina, un ingrosso di materili edili e, addirittura, un’impresa che vernicia i carrelli ferroviari per conto delle Fs. Monnezza, abusivismo e fabbrichette.

 

 

(3)
L’intervista
La ricetta del ricercatore economico che da sempre si occupa del problema

"Il termovalorizzatore? Importante è saperlo gestire"

Viale: ci vuole un comitato popolare
"La diossina non esce più come un tempo dal camino
ma ne escono i precursori"


Ilaria Ciuti
la Repubblica, 27 febbraio 2005

 

«Purtroppo, in un mondo usa e getta, l’opzione zero per i rifiuti è un’utopia. Finisce che da qualche parte ciò che buttiamo va bruciato, le discariche sono peggiori di un termovalorizzatore. Il problema è come si gestiscono gli impianti, le loro dimensioni, cosa ci si brucia».

È la premessa di Guido Viale, noto ricercatore economico e sociale, attento a traffico e rifiuti, autore di libri come «Un mondo usa e getta» o «Governare i rifiuti». Soprattutto esperto sul campo, visto che molte amministrazioni si giovano della sua consulenza nel tormentoso tentativo di risolvere i problemi dello smaltimento.

 

Viale, la vis, la valutazione di impatto sanitario, per il termovalorizzatore nella Piana fiorentina dice che l’impianto inquinerebbe meno del traffico che già avvelena l’area stretta tra la via Pratese, la via Pistoiese e l´autostrada. Lei che ne pensa?

«Tutto sommato sono anch’io convinto che il traffico sia oggi il principale agente inquinante».

 

Ma è vero che i nuovi termovalorizzatori non sputano più veleni?

«No. La diossina non esce più dal camino tal quale come un tempo. Ma ne escono i precursori. La metà della diossina prodotta da processi industriali nel mondo deriva da inceneritori. Niente finisce in niente. Di quanto si brucia, un po’ va in scorie e un po’ in cielo. Ci sono anidride carbonica, ossidi, additivi, infinite porcherie che neanche si sa».

 

Allora?

«Allora, un termovalorizzatore, a certe condizioni di quantità e qualità dei rifiuti ingeriti e di controllo di gestione, inquina sempre meno di quattro motori diesel in funzione. Il traffico è peggio di tutto».

 

Già, ma la vis dice di non avere elementi tecnici sufficienti per decidere esattamente cosa potrebbe sputare un impianto che ancora non si sa come sarà.

«Non è la tecnologia che conta ma la gestione. Il termovalorizzatore deve essere tenuto sotto sorveglianza continua perché il problema principale è dato dagli sbalzi di temperatura e da cosa ci metti dentro. Ci deve essere un comitato di controllo popolare, perché le aziende tendono a massimizzare la quantità di rifiuti e a risparmiare sulla gestione».

 

Ma come può un comitato popolare controllare un macchinario così complesso?

«Per l’esperienza che ho, e a Vienna per esempio c´è un comitato attentissimo, si riesce sempre ad avere fior di tecnici e di chimici che quando parlano con i gestori sanno benissimo di cosa stanno parlando».

 

Gli abitanti della Piana si preoccupano però che in una zona già inquinata dal traffico si aggiunga altro inquinamento. Dicono: dividiamoci i carichi.

«Se da noi ci fosse una pianificazione urbanistica programmata, con il coinvolgimento anche dei comitati, i carichi ambientali verrebbero distribuiti omogeneamente. Ma qui la valutazione viene fata dalla rendita di posizione, da chi ha interessi a che i luoghi pregevoli non vengano svalutati, A Copenaghen l’inceneritore sta in centro perché il terreno è dello stato e non c’è problema di rendita fondiaria. Anche a Vienna è in centro. Sono anche paesi in cui c’è maggiore fiducia verso le amministrazioni. Da noi si parla per anni di impianti e non si fa niente, sempre per anni, per coinvolgere nelle scelte e nelle valutazioni la popolazione. Mi risulta che anche a Firenze per ora sia andata così. Mentre nessuna amministrazione sa mai come imporsi. Di fatto la questione è più sociale che ambientale. Il sito, a parte alcuni proprio proibiti perché, per esempio, in prossimità di falde, non viene mai scelto per ragioni ambientali».

 

Vuol dire che non serve valutare l’impatto?

«Relativamente. Per esempio si studiano gli effetti su chi vive sotto l’impianto e si dimentica che i camini sono alti 200 metri e che magari gli inquinanti se li beccano quelli che abitano a due chilometri sottovento. Tanto non lo sanno ».

 

Lei parla di gestione ma anche di quantità di rifiuti da bruciare.

«Più che dire di no pregiudizialmente al termovalorizzatore servirebbe rivedere l’intero ciclo dei rifiuti che, così com’è, non funziona. Nessuno pensa seriamente a come ridurli a monte, che è già una fase importantissima: imballaggi, carta, plastica sono circa il 30% della quantità totale ed è facile ridurli a monte. Poi c´è la raccolta differenziata. È scientificamente dimostrato che si può arrivare con facilità al 50% (Firenze è al 33%, ndr), perfino in Campania nei posti in cui si sono dati da fare sono arrivati al 60%. Figuriamoci se non si può farlo in un paese civile e ben controllato come la Toscana. Ma per questo è necessaria quella raccolta porta a porta che le aziende trovano troppo costosa e che separerebbe dal resto l’organico. Mentre è un problema di cambio di abitudini: nelle famiglie come nell’organizzazione della raccolta. Con i cassonetti è dimostrato che non ci si fa, sono nella strada, di tutti e di nessuno: nessuno viene responsabilizzato, tutti possono passarci accanto e buttarci ciò che vogliono. Invece, se si raccoglie bene l’organico, non solo si alleggerisce il peso dei rifiuti totali ma si riesce a fare un buon compost veramente utilizzabile. Quello che non si può usare per il compost può essere usato per il cdr, il combustibile ricavato dai rifiuti. Alla fine resta poco da bruciare: su 100.000 tonnellate ne restano 20, 30.000. Un buon termovalorizzatore dovrebbe aggirarsi intorno alle 30.000, 35.000 tonnellate (per la Piana se ne ipotizzano 175.000, ndr). Ma siccome le società di gestione sognano il massimo della resa, finisce che si fanno impianti troppo grandi e alla fine ci si bruciano anche rifiuti venuti da fuori dove non si sa cosa c’è. E questo è dannoso davvero: fare dell’inceneritore una fabbrica di oro».

 

Dunque la ricetta è bruciare pochi rifiuti e scelti?

«Basti pensare che le diossine derivano dal cloro e che il cloro nei termovalorizzatori è per metà derivato dal sale da cucina e dunque dai resti dei pasti, e dal Pvc. La combinazione tra materiale plastico e organico è molto pericolosa. Una buona raccolta differenziata diminuirebbe di molto il rischio».

 

«Un´ultima questione: la vis parla di un bosco di 30 ettari da piantare a ridosso del termovalorizzatore nella Piana come antidoto ai veleni sia del traffico che dell’incenerimento: ne è convinto?

«Altro che bosco. Io ho detto che un termovalorizzatore fa minor danno del traffico. Non che il minor danno è sommare tutti e due. L’impianto si può fare se contemporaneamente si interviene drasticamente sul traffico. Questa è l’unica mitigazione possibile».

 

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Comunicato stampa

Walter Ganapini rassegna le dimissioni da Presidente

Greenpeace lo ringrazia per il lavoro svolto

 

ROMA, 13 febbraio 2008. Con un messaggio al Board di Greenpeace, Walter Ganapini ha rassegnato le dimissioni da Presidente, contestuali alla sua nomina ad assessore all'Ambiente della Regione Campania. Greenpeace ringrazia Ganapini per il prezioso lavoro svolto durante la presidenza e gli fa i migliori auguri per il nuovo e difficile incarico. La Campania guadagna un tecnico di prim'ordine, mentre Greenpeace nominerà al più presto un nuovo presidente.

 

Andrea Pinchera

Direttore Comunicazione e Fundraising

Greenpeace ONLUS in Italy

 

Pietro Dal Dosso

Coordinatore Attivismo e Volontariato

Greenpeace ONLUS

 

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Inchiesta
Acerra, gli affari dell'inceneritore
La Fibe voleva guadagnare dalla produzione di energia.
Un business da milioni di euro. Bruciando di tutto, anche i pneumatici.
Ecco cosa si nasconde dietro la costruzione dell'impianto

 

Incenerire ogni cosa, tutta l'immondizia della Campania, plastica, carta, vetro, alluminio e perché no, anche pneumatici. Termovalorizzare, produrre energia e guadagnare miliardi di euro, con la garanzia di avere un monopolio per almeno 16 anni, ma attraverso le «mosse» giuste arrivare a un quarto di secolo e oltre. Sarebbe stato questo l'obiettivo Fibe-Impregilo, non certo i due miliardi e mezzo di euro serviti in 14 anni a mantenere in piedi le spese per il carrozzone del commissariato speciale.

Le consulenze d'oro, gli stipendi milionari di Antonio Bassolino, del vicecommissario Raffaele Vanoli, del subcommissario Giulio Facchi (che negano di aver riscosso cifre da capogiro) sono una storia nella storia, se ci sono state spiegano solo in parte il disastro ambientale. Possono essere la ragione del consenso a un progetto «conveniente», dove anche i «raccomandati» fanno parte del sistema. Ma il come e il perché si arriva all'irreparabile nel sistema gestionale, ora in mano al prefetto De Gennaro, si chiama business e per i dirigenti Impregilo aveva un nome: il termovalorizzatore di Acerra.

 

Per riuscire a costruirlo - secondo le indagini dei pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo - Pier Giorgio Romiti a capo dell'Impregilo, Paolo Romiti direttore commerciale della controllata Fibe, gli altri dirigenti Armando Cattaneo e Vincenzo Urciuoli, insieme ai capimpianto dei cdr avrebbero ingannato, aggirato, lavorato sottobanco con la sola garanzia-speranza che il progetto andasse a buon fine. Nessuno si sarebbe dovuto accorgere che il cdr prodotto non era a norma, che non avevano in possesso le discariche dichiarate al momento della gara, che non si erano accollati le spese di spedizione delle ecoballe fuori regione (come pure previsto dal contratto).

Una volta accesi quei benedetti forni di Acerra, le montagne di rifiuti si sarebbero volatilizzate nella cenere (anche tossica). Magari avrebbero ricevuto anche i complimenti delle amministrazioni e del governo di turno per avere messo la parola fine alle cicliche crisi campane. Di sicuro avrebbero guadagnato negli anni cifre astronomiche. E il commissario Bassolino? Per l'accusa avrebbe facilitato le operazioni e dato diversi, troppi, via libera e uscite «in sicurezza».

 

È stata l'inchiesta della Procura di Napoli a evitare l'inevitabile. Tre anni di indagini che hanno prodotto oltre 100 mila pagine di fascicoli e 29 imputati. Cento faldoni zeppi di passaggi meticolosi, documenti, intercettazioni, compongono un impianto accusatorio confermato la scorsa estate dal gip Rosanna Saraceno, che ha disposto il sequestro di 750 milioni di euro e interdetto la ditta alla partecipazione di gare pubbliche di smaltimento rifiuti.

Ora nell'udienza preliminare l'accusa cerca di confermare le tesi: hanno truffato la regione Campania e il governo per interessi privati. La camorra non c'entra un tubo nella lenta agonia che ha portato al collasso l'intero ciclo. Se pure si è infiltrata nei vari processi, il suo ruolo è stato marginale.

 

Come ti aggiro il contratto

 

La gara d'appalto del '99 era chiara e senza scappatoie. L'Impregilo avrebbe dovuto entro 14 mesi costruire il termovalorizzatore, avere a disposizione terreni e impianti funzionanti a norma di legge, in particolare al Dm del '98. Non avrebbe potuto subappaltare a terzi nessuna delle attività, anche del trasporto, e soprattutto in caso di disfunzioni o di slittamento dei tempi avrebbe dovuto sostenere ogni spesa relativa all'invio delle ecoballe fuori regione.

Tutto disatteso. La multinazionale avrebbe mentito fin dall'inizio, partecipato senza avere la metà dei requisiti richiesti, tra l'altro lanciandosi in un'attività che nulla aveva a che fare con la sua esperienza in costruzioni. Come confermato dai fatti, l'Impregilo-Fisia-Fibe non ha rispettato nessuna delle prescrizioni, anzi quando si è accorta che il ciclo non funzionava avrebbe organizzato la truffa, tentando di guadagnare sui disastri.

 

È qui che Bassolino e il suo staff avrebbero commesso una serie di illeciti dal 2001 al 2004, concedendo deroghe su punti fondamentali del contratto. Non sarebbe stata infatti nei poteri del commissariato la possibilità di modificare la gara d'appalto per favorire l'azienda affidataria. Il commissariato avrebbe autorizzato, senza averne il potere, la «creazione» delle piazzole di sosta per le ecoballe: mostri come la cittadella della munnezza a Taverna del Re di Giugliano, a Villa Literno, a Santa Maria La Fossa. Non solo, si è accollato tutti i costi del mancato smaltimento e non ha «controllato» gli impianti cdr. Se è andata effettivamente così qual è il motivo? Sono stati aggirati o ci hanno guadagnato? Saranno i giudici a decidere.

 

Le banche sapevano?

 

I tecnici e i consulenti, però avevano le prove che il sistema era «taroccato». Sono, infatti, prima le banche finanziatrici a rendersi conto che qualcosa non quadra. Già nel 2001 la San Paolo Imi group e l'Istituto di credito internazionale West Lb, alla richiesta di ingenti finanziamenti vogliono vederci chiaro e mandano un consulente, l'ingegnere Paolo Polinelli della Montgomery Watson.

Nonostante i tentativi di dissimulazione e le analisi «addomesticate» dal laboratorio Fisia di Genova, Polinelli giudica inidonei gli impianti. Procede a nuovi controlli e come dichiarato ai pm conclude: «La nostra analisi del progetto fu progressivamente confortata da analisi sul cdr... fu considerato assolutamente lontano dai valori richiesti». Ma Armando Cattaneo, l'ex ad di Fibe, che secondo l'accusa sapeva e condivideva con la supervisione di Pier Giorgio Romiti, dà tutte le rassicurazioni sull'adeguamento.

 

Le parti trovano un «escamotage», come riferisce Polinelli: «Il cdr sarebbe stato mediamente conforme ai parametri contrattuali». Prima del finanziamento avvenuto nel 2003 stipulano dunque un «Cdr side letter» dove si garantiscono eventuali adeguamenti. Solo il Credito Lyonnaise si era già sfilato, probabilmente aveva sentito puzza di «bruciato».

Al telefono, nel maggio 2004, lo stesso Cattaneo afferma che mentre le banche si erano accorte dei problemi sulla qualità del cdr «il commissario (Bassolino, ndr) ha avuto un approccio blando». In seguito, con gli impianti che facevano acqua la Fibe decide di «andare oltre» e apre discariche fantasma per non vedersi chiudere i rubinetti da parte delle banche.

 

No differenziata, più energia

 

Già nel 2002, però, la situazione inizia a precipitare, da destra a sinistra in parlamento chiedono conto della monnezza in strada attraverso due interrogazioni parlamentari di Emidio Novi (Fi) e Pecoraro Scanio (Verdi). Nell'agosto 2002 Cattaneo scrive una nota al cdm «per dirimere ogni dubbio»: il materiale è a norma, cita i controlli Fisia di Genova. Dalla sua ha anche il via libera dell'Arpac, per questo è indagato il dirigente Maurizio Avallone, che nonostante i sopralluoghi non avrebbe mai denunciato le irregolarità. Il commissario Bassolino è l'intermediario con il governo e riesce a strappare diversi Opcm per fronteggiare la perenne emergenza. Piovono soldi, deroghe, poteri speciali. I progetti per la differenziata, però, non decollano. I motivi sono diversi.

 

Nel 2005 sull'utenza in uso a Ettore Figliola, avvocato del dipartimento della protezione civile, la spiegano così: «Qui forse non hanno capito una mazza... è stata creata una società che ha fatto gli appalti per darli a... (indecifrabile)... di intera proprietà del comune di Napoli. Bassolino e soci fecero una gara per la raccolta differenziata spendendo la bellezza di 280 miliardi, hanno poi comperato una serie di mezzi e autocompattattori per la munnezza normale? Dopo che glielo hanno dato all'Asia in comodato d'uso gratuito. Insomma il commissario compra i mezzi, li regala a qualcuno, qualcuno crea una società... peggio!». Ma questa è una supposizione ai limiti dell'illazione e non una prova.

 

Per l'accusa è invece un fatto che l'Impregilo avesse interesse a mettere di tutto nel termovalorizzatore per guadagnare di più e anche recuperare il tempo perduto a causa delle proteste degli acerrani, delle prescrizioni governative e delle inchieste. Infatti i magistrati, con diverse indagini parallele, iniziano via via a sequestrare gli impianti giudicati vecchi e inadeguati, bloccando un ciclo «artificioso». Non a torto visto che le «macchine» non riuscivano a stoccare nemmeno l'alluminio e i rifiuti presentavano più plastica in uscita rispetto all'entrata del tal quale, come confermato perfino da un tecnico Fibe, l'ingegnere Sergio Pomodoro.

Non solo. Nelle ecoballe ci finivano anche i pneumatici, che avrebbero aumentato l'energia prodotta dall'incenerimento. Ecco quanto si legge negli atti: «Effettuavano recupero di rifiuti speciali, pneumatici fuori uso, dotati di elevato potere calorifico destinati all'additivazione prodromica all'aumento del Pci delle balle di Cdr». Il tecnico della Fibe scrive nel tempo a tutti i dirigenti Impregilo per chiedere gli adeguamenti necessari per legge. Il 16-10-2002, in particolare, fa riferimento ai test interni nei siti di Caivano e Giugliano.

 

«Mentre quelli di Caivano - scrive - sono ritenuti mediamente positivi (a parte il contenuto di cloro) quelli di Giugliano sono da ritenersi non soddisfacenti». Pomodoro sostiene anche che si tratta di una condizione generalizzata perché «le efficienze di separazione degli impianti sono sostanzialmente difformi da quelle di progetto (cioè va tutto insieme: carta plastica, metalli ferrosi, ndr)» e che si deve procedere all'adeguamento. Oggi, dopo sei anni, quell'adeguamento è ancora lettera morta.

 

Francesca Pilla

il manifesto, 10 febbraio 2008

 

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Prima puntata
“Olocausto rifiuti”
Ovvero: quello che la gente non deve sapere
Testo di Serena Romano
(la 2^ puntata è nella pagina “Home”)

 

Capire gli errori fatti in passato dovrebbe servire a non ripeterli: perché se errare è umano, perseverare è diabolico.

Ma se nessuno vuole comprendere veramente quello che è successo in questa storia dei rifiuti in Campania e porvi rimedio, significa che le urla disperate di chi soffre sventolando le prove contro il carnefice non riescono a diventare boato e a fermare la strage. O per dirla con le parole di Roberto Saviano “Quello che sta accadendo è grave… Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivesse nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti … È in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli”.


Chissà, forse ci vogliono più morti da tumore per rendere la vicenda talmente eclatante da non potere essere ignorata, per fare sentire a tutti le grida soffocate nell’angoscia dei reparti oncologici. E non solo della Campania: come emerge dal registro tumori del Veneto, dall’Emilia Romagna, dalla pianura padana e da tutte quelle zone in cui, accanto a tristi primati tumorali, si registra anche il maggior numero di inceneritori classificati dalla legge “industrie insalubri” e al “secondo posto, dopo le acciaierie, nell’inventario europeo delle diossine del 2004” .


Sta di fatto che quelli che sanno tacciono: e per questo sono colpevoli. Ma la maggioranza di quelli che non sanno, se non fanno uno sforzo per saperne di più, si rendono colpevoli di un reato non meno grave: il mancato soccorso. Come fecero in tanti durante l’Olocausto. Compresa la Chiesa intervenuta troppo tardi. Forse perché tutti, in fondo, aspettano che il clamore suscitato dalla vicenda si spenga, per illudersi che questa brutta storia sia conclusa. Così i campani, forse stanchi di combattere, si lasceranno morire in silenzio. E senza protestare continueranno a fare la spesa, a portare i bambini a scuola, a lavorare lasciandosi gasare nelle loro Auschwitz di Acerra, Nola, Marigliano sulle quali incombe un mostro: un inceneritore che, però, chi conosce veramente i fatti, sa che non funzionerà mai.

 

Perché l’inceneritore di Acerra non funzionerà mai

 

«Il dramma rifiuti che oggi coinvolge un’intera regione è il frutto di condotte di inaudita gravità. La storia di una colossale truffa cominciata quasi dieci anni fa: perché le imprese che allora si aggiudicarono l’appalto dell’inceneritore di Acerra sapevano di non poter mantener fede agli impegni… che non c’erano le condizioni per assicurare quella gestione dei rifiuti e quei prodotti di cdr (il combustibile da rifiuti) richiesto teoricamente nel contratto”. Così ha esordito il pubblico ministero Giuseppe Novello della Procura di Napoli il 2 febbraio scorso, illustrando la tesi che intende dimostrare nell’udienza preliminare contro i 28 colpevoli dell’aborto di Acerra. Un processo per truffa - che ha determinato un disastro ambientale - raccolto in 64 faldoni per un totale di 200 mila pagine che, però, non ha avuto sulla stampa nazionale e in tivù il risalto dei cumuli di immondizia e delle proteste dei manifestanti. Quasi che non abbia origine di lì tutta la monnezza finita poi nelle strade. Come se non fosse questo il nostro processo di Norimberga che, individuando i colpevoli, dovrebbe evitare il protrarsi della strage.


Perché se non viene fuori tutta la verità, la strage e l’emergenza continueranno. Né le risolverà De Gennaro il cui obiettivo - oltre a levare un po’ di spazzatura dalle strade - è anche garantire, a trattativa privata, la sopravvivenza di un mostro del quale è stata decretata la fine già da quando è nato.

Perché il fatto che l’inceneritore in costruzione fa schifo; che quel progetto non doveva neanche essere ammesso alla gara d’appalto; che ad Acerra non poteva essere costruito perché la zona è già troppo contaminata; che l’assurda decisione di piazzarlo in quel posto è stata presa per pura convenienza dalla stessa azienda costruttrice; che, sempre per motivi di convenienza, non è mai partita - e non parte - la raccolta differenziata, viene scritto e documentato da esperti e denunciato dai rappresentanti di tutti i partiti che fanno parte dell’arco costituzionale. Nessuno escluso. E non dal febbraio scorso: addirittura dal 1999.

 

Perché il disastro rischia di allargarsi in Italia

 

Ed è per questo che quelli che sanno tacciono rendendo ancora più raccapricciante la vicenda: perché nonostante la maggior parte dei politici conosca i contorni di questo disastro annunciato, non sembrano avere alcuna intenzione di fermarlo. Al contrario: lo si sta incentivando con sovvenzioni prelevate dalle tasche dei cittadini. Proprio nei giorni scorsi, infatti, con un’ordinanza è stato reintrodotto un provvedimento dal nome che riecheggia il cinguettìo di un passerotto, il “Cip 6”, all’origine di un disastro ambientale di proporzioni neanche lontanamente paragonabili ai cumuli di spazzatura ammonticchiati per le vie della Campania: come denunciano ambientalisti e politici (vedi articoli e approfondimenti in formato pdf su questo tema alla pagina del blog “Documentazione rifiuti”).


Con un cinismo pari agli aguzzini di hitleriana memoria - proprio mentre la gente esasperata chiede aiuto dalle piazze e proprio mentre inizia la nostra Norimberga - è stato approvato, infatti, il provvedimento che premia la “lobby dell’energia e degli inceneritori”: la lobby che “ruota attorno al diabolico e colossale affare del Cip 6” la quale, di fatto, ha disincentivato la differenziata perché pagata profumatamente dallo Stato per ogni chilo di rifiuto bruciato tal quale. Un provvedimento che aumenterà l’inquinamento atmosferico, la cui riduzione, invece, come dimostra l’Organizzazione Mondiale della Sanità, potrebbe far risparmiare all’Italia 28 miliardi di euro all’anno, l’equivalente di una manovra finanziaria; un provvedimento che mette definitivamente il nostro paese contro le direttive europee in materia di rifiuti e la salute degli italiani contro le più recenti acquisizioni della medicina e della scienza; ma soprattutto, un provvedimento che sovvenziona chi ha creato e favorito l’emergenza - talvolta anche in combutta con poteri illeciti - che, quindi, non ha alcun interesse a metterle la parola FINE.


Ecco perché quelli che sanno tacciono: diventando colpevoli. Ma anche quelli che non sanno rischiano di diventare complici se, non facendo lo sforzo per saperne di più, non riusciranno a diventare gruppo di pressione e a supportare quei pochi che stanno cercando di fermare questo Olocausto, anche chiedendo al governo l’immediato ritiro del “Cip 6” (vedi anche su questo la pagina del blog “Documentazione rifiuti”): nella consapevolezza che la parentesi De Gennaro è solo una finta tregua di una guerra che si scatenerà ancora più violenta alla scadenza del suo mandato.


Perciò questa è la prima puntata di una storia che – corredata in futuro anche da documenti che la avvalorano – continueremo a raccontare: nella speranza che, già raccolta dall’Europa, non continui a essere ignorata dall’Italia.

 

(fine 1^ puntata)

La verità delle contrade, 6 febbraio 2008

 

Seconda puntata
“Olocausto rifiuti”
Ovvero: un’intervista scomoda…
Testo di Serena Romano
(la 1^ puntata è nella pagina “Verità – rifiuti”)

 

L’azione intrapresa da De Gennaro difficilmente avrà sbocco. Non solo perché il commissario è dotato di una struttura tecnico-scientifica modesta rispetto all’entità del problema, ma perché tutta la vicenda è ancora troppo ancorata politicamente e tecnicamente a 15 anni di malgoverno durante i quali molti sapevano ma hanno preferito tacere per approfittare dei guadagni offerti dall’emergenza.


Questo è quanto emerge dall’intervista che segue, insieme alla sensazione che De Gennaro sia solo: come un intrattenitore sul palcoscenico messo lì in attesa che arrivi qualcuno o qualcosa che tarda ad affacciarsi da dietro le quinte. Un “qualcosa” come una decisa assunzione di responsabilità da parte dei politici italiani che ancora non si intravede. Al contrario, grazie anche al pretesto della crisi di governo, quasi nessun politico parla più di rifiuti o di altri temi che toccano direttamente il Paese. Troppo indaffarati a pensare al proprio destino di parlamentari più che a quello della gente che li ha eletti, la maggior parte di loro continua a sfilare ogni sera nelle vetrine televisive parlando di improbabili alleanze, salti della quaglia da un partito all’altro e campagna acquisti come se si trattasse di un campionato di calcio: allontanandosi così, giorno dopo giorno, dal comune sentire.


Ecco perché nel 2004 - alla luce di quanto accaduto fino ad allora e intuendo come sarebbe andata a finire - c’è chi si è rivolto all’Europa. Pochi sanno, infatti, che il coperchio della pentola in cui imputridiva l’immondizia napoletana è stato sollevato per la prima volta da un comitato di cittadini campani formato da magistrati e professori universitari: il “Comitato giuridico di difesa ecologica” presieduto dal giudice Raffaele Raimondi, presidente emerito aggiunto della Corte di Cassazione. Questi, avendo constatato che le denunce rivolte al governo italiano e alla sua longa manus nel commissariato venivano rimandate al mittente, ha cambiato indirizzo e si è rivolto alla commissione europea: perché ha intuito che il problema rifiuti non sarebbe mai stato affrontato dai politici italiani, se non fossero stati in qualche modo obbligati. E ha avuto ragione, visto che nel processo avviato dalla magistratura di casa nostra – in cui il Comitato è stato ammesso come parte civile - emerge che la struttura commissariale è incriminata anche di falso: che significa?


“Che, secondo l’accusa, la Comunità europea è stata per anni fuorviata sul rispetto, da parte dell’Italia, della normativa sullo smaltimento dei rifiuti”, spiega Raimondi nell’intervista rilasciata al nostro blog, in cui ripercorre le tappe principali del documento (riportato in “Documentazione rifiuti” e firmato anche dagli altri del Comitato) individuando responsabilità, cause, rischi, rimedi, e soprattutto quello che si doveva e non si doveva fare, per uscire dall’emergenza. E che vale tuttora.

 

… Su quel che ci aspetta

 

Per dovere di informazione, infatti, è bene si sappia che la situazione non è cambiata di una virgola rispetto ad allora, e che addirittura molti politici sono indispettiti dell’attenzione europea: non tanto per le sanzioni - che noi cittadini dovremo pagare - ma per la messa in mora che li discredita e che stanno, a loro volta, criticando.


- Hanno ragione certi politici a risentirsi ?

“No. L’articolo V della Costituzione italiana evidenzia le distinte responsabilità dello Stato e degli altri enti territoriali di fronte alla normativa europea, che ogni Stato membro dell’Unione è obbligato ad applicare attraverso le norme di recepimento. Nella gestione dei rifiuti, il Governo italiano ha protratto dal 1994 il regime commissariale per l’emergenza oltre ogni limite di decenza costituzionale. Così il Governo da un lato ha spogliato le autonomie locali delle proprie competenze, ma dall’altro attraverso il proprio commissario straordinario delegato dallo stesso Governo - e quindi non più organo della Regione - ha operato in deroga a leggi e principi dell’Unione”.


- E quale è stata secondo lei la peggiore conseguenza sul piano pratico?
“Quella che discostandosi da questi principi che sono frutto di studi a livello mondiale, il commissario delegato, anziché risolvere l’emergenza rifiuti per cui era stato nominato, ha precipitato la regione prima nell’“emergenza dell’emergenza” e poi in un autentico disastro ambientale con danni enormi alle comunità locali: e tutto questo per avere adottato un’impostazione diametralmente opposta a quella voluta dalla legge”.


- Può fare un esempio che tutti possano comprendere?

“Certo: l’impostazione è come la progettazione di un edificio. Se si adotta una progettazione in contrasto con le norme tecniche, l’edificio crolla. La struttura commissariale ha preteso costruire l’edificio della gestione dei rifiuti in Campania partendo dagli ultimi due piani: gli impianti di C.D.R. e i termovalorizzatori. Invece, lo schema logico-giuridico del diritto comunitario e le norme di attuazione del decreto Ronchi esigevano che prima si gettassero le fondamenta dell’edificio con la raccolta differenziata”.


- Ma se il commissario fosse partito dalle fondamenta, cioè dalla differenziata, la situazione sarebbe stata diversa nel 2004 quando è partita la vostra denuncia?

“Sicuramente. Perché avrebbe avuto da smaltire solo un quinto dei rifiuti prodotti e la Campania non ne sarebbe rimasta assediata; perché intere comunità locali non sarebbero state spinte ad azioni disperate per salvaguardare la propria salute come il blocco ferroviario di Montecorvino Rovella che nell’estate 2004 per tre giorni divise in due l’Italia; né la Campania avrebbe ospitato aree di stoccaggio, divenute per la loro durata, discariche a cielo aperto; né, già nel 2004, avrebbe dovuto spedire i propri rifiuti nel resto d’Italia e in Germania con enormi costi. La struttura commissariale, insomma, ha capovolto lo schema della legge e ha voluto partire dall’ultimo piano, dal termovalorizzatore di Acerra, programmato per bruciare tutti i rifiuti prodotti tal quali - e quindi sovradimensionato e più costoso - per cui non c’era alcun interesse ad attivare la raccolta differenziata che, al contrario, avrebbe sottratto rifiuti alla capacità dell’impianto”.


- Insomma, tutto quanto accade oggi è già accaduto quasi 4 anni fa: ma gli obblighi dell’Italia verso l’Europa non sono contestabili?

“No. Perché la differenziata non è un optional: è la legge che predilige il recupero per ragioni economiche e ambientali, in quanto più rifiuti si recuperano, meno ce n’è da smaltire e da bruciare; e perché da un punto di vista logico e cronologico viene prima la differenziata e da ultimo, per ciò che resta, gli impianti di smaltimento”.

Secondo voi, se l’Europa non fosse stata chiamata in gioco, l’Italia si sarebbe mossa? E adesso ha cambiato rotta? Se avete qualche dubbio sulla risposta, leggete il prosieguo dell’intervista nella prossima puntata.

 

(fine 2^ puntata – continua)

La verità delle contrade, 8 febbraio 2008

 

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Appello al popolo Campano

Il ritorno dei Cip6: politica da inquinamento

 

L’ex presidente del Consiglio Prodi ha firmato il decreto per sbloccare i contributi alla costruzione degli inceneritori. Avevamo tanto lottato durante il lungo dibattito parlamentare sulla Finanziaria di quest’anno contro questi contributi, i cosiddetti Cip6, ed avevamo ottenuto che non fossero più dati ai nuovi inceneritori.

I Cip6 sono i contributi che i cittadini italiani pagano per le energie rinnovabili (l’anno scorso lo Stato ha avuto circa 3 miliardi di euro da questi proventi). Purtroppo, per un’errata interpretazione della direttiva europea, questi soldi sono stati usati anche per gli inceneritori, perché, bruciando i rifiuti, producono energia che è “assimilata” alle energie rinnovabili.

 

L’intervento di Prodi è stato finalizzato a riaprire il bando di gara e così terminare i lavori dell’inceneritore di Acerra (in costruzione dal 2000!). Infatti il bando di gara, indetto dall’allora commissario straordinario Pansa, che scadeva il 31 dicembre, è andato deserto per il ritiro delle uniche due ditte che si erano presentate: la A2A (la potente municipalizzata di Brescia e Milano) e la Veolia (ex-Vivendi), la più potente multinazionale dell’acqua al mondo che gestisce anche i rifiuti (seconda al mondo in questo settore).

 

La ragione data per il ritiro del bando dalla gara era che non c’erano più i contributi governativi, i Cip6. Così si capisce perché gli industriali vogliono gli inceneritori. Ci guadagnano infatti 55 euro per ogni tonnellata che bruciano. Peccato che non ci dicono che il 30% dei rifiuti bruciati rimane come residuo tossico che dovrebbe essere sepolto in Germania nella cave di salgemma.

La decisione di Prodi di dare i contributi Cip6 ai tre inceneritori della Campania (Acerra, Santa Maria La Fossa e Salerno) e in particolare all’inceneritore di Acerra, costruito nel territorio più inquinato d’Europa, apre la porta per il ritorno in gara di A2A e di Veolia. Cade così la foglia di fico che copre tanta propaganda industriale a favore degli inceneritori. La verità è che gli industriali vogliono gli inceneritori solo se ci sono i soldi del Cip6. È un altro enorme business anche quello degli inceneritori.

 

Tutta questa vicenda rivela ancora una volta che coloro che governano non sono più i politici, ma i potentati economico-finanziari. I nostri politici, se vogliono governare, devono obbedire.

Rimaniamo esterrefatti davanti a tale comportamento del decaduto governo Prodi e ci poniamo tutta una serie di domande.

 

Come può un governo che sta per cadere o è caduto modificare le decisioni parlamentari contenute nella Finanziaria?

Perché aprire la strada a una multinazionale come la Veolia, che ha avuto la scorsa settimana 6 dirigenti che lavorano per Acqualatina (49% della Veolia) arrestati a Latina?

Perché aprire la porta a Veolia che dopo i rifiuti si prenderà anche l’acqua di Napoli e della Campania?

Perché il governo trova soldi per la Veolia e non per la raccolta differenziata casa per casa?

Perché Prodi non ha commissariato tutti quei comuni che non hanno raggiunto il 35% di raccolta differenziata come previsto dalla finanziaria di quest’anno?

 

Ha ragione l’economista ambientale Guido Viale quando afferma: “L’inceneritore è tossico, soprattutto perché inquina il cervello di molti amministratori locali e governanti nazionali che aspettano da quella macchina - e non dalla riorganizzazione dei ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini - una miracolosa soluzione del problema”.

 

Alex Zanotelli

Napoli, 5 febbraio 2008

 

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Intervista a Aldo Loris Rossi

Aldo Loris Rossi

 

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Il commento

L'anima perduta nella monnezza di Napoli

 

Niente è cambiato. Si è tentato - tardi, tardissimo - ma non si è risolto nulla. L'esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un'ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l'attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.

 

Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un'orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.

 

Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l'aria dall'odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati.

 

Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c'erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un'area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt'Italia, poi il più grande d'Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un'area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere.

 

Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall'icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un'escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell'Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d'Italia. La regione è mortificata nei settori dell'agricoltura e dell'industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi.

 

E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s'attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c'è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo.

 

Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c'è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

 

Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan.

 

A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l'uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.

 

E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l'emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive.

 

Finita l'emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l'indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d'Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l'altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

 

E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l'affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall'esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno.

 

Non c'è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l'intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell'aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno.

 

A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L'anima?". "No, l'anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.

 

Roberto Saviano

la Repubblica, 4 febbraio 2008

© 2008 by Roberto Saviano.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

 

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Cip6, ultimo atto?

 

Lo scandalo del “mercato” assistito dal pubblico, in modo robusto e con i soldi dei consumatori, continua e continuerà.

Dopo che era andata deserta la gara per la gestione dell’inceneritore “patacca” di Acerra (le imprese, ma soprattutto le banche che finanziano, vogliono garanzie e non discorsi ), il già defunto, ed a questo punto assolutamente non rimpianto, governo Prodi ha calato le braghe, le sue e di tutti gli italiani, riconcedendo tutti gli scandalosi “contributi Cip6” agli inceneritori.


Dalla lettura del testo della Presidenza del Consiglio dei ministri non è chiaro se ci si riferisce ai soli impianti campani o anche a tutti gli altri, il vero organo di stampa governativo, “Il Sole-24 ORE”, non è chiaro a tale proposito.

Questo comunque è il testo ufficiale:

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, al fine di assicurare la rapida conclusione dello stato di emergenza nel settore dei rifiuti in Campania, ha firmato l’ordinanza che garantisce le agevolazioni tariffarie per la vendita dell’energia elettrica (Cip 6). In questo modo sarà possibile procedere più rapidamente alla realizzazione degli impianti di termodistruzione o di gassificazione che saranno realizzati nei territori del comune di Acerra, S. Maria la Fossa e della provincia di Salerno”.

Il contenuto è ovviamente allucinante: come possano dei contributi pubblici dati ad impianti che entreranno in funzione tra anni risolvere immediatamente il problema dei rifiuti sulle strade, che si lascia alla logica stravolta dei professionisti politici dell’inganno, ed alle robuste lobbies inceneritoristiche, presenti e maggioritarie, nei fatti, in tutte le forze partitiche italiane.

A tale proposito il silenzio degli “amici del popolo” e degli “amici dell’ambiente”, impegnati nelle “fondamentali” alchimie delle leggi elettorali, è emblematico.


Che fare?

Bisognerebbe tornare alla logica dopo una robusta iniezione di informazione vera, sulla demenzialità, prima che della dannosità, di impianti nocivi ed energivori quali i  “termovalorizzatori”, sarà possibile?

Intanto appaiono più chiari gli scopi dell'emergenza campana.

 

Salute, ce n’è bisogno…

Michelangiolo Bolognini

Pistoia, 1 febbraio 2008

 

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Crisi rifiuti, Ue avverte: avete solo un mese

Prodi firma l'accordo pro-termovalorizzatori

Palazzo Chigi: ora sarà possibile procedere più rapidamente.
Sodano (Prc) protesta: così l'emergenza diventa eterna

 

NAPOLI - Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha firmato l'ordinanza che assicura agevolazioni tariffarie per la vendita di energia elettrica (il cosiddetto Cip 6) per rendere «possibile - è scritto in una nota ufficiale di Palazzo Chigi - procedere più rapidamente alla realizzazione degli impianti di termodistruzione o di gassificazione che saranno realizzati nei territori dei comuni di Acerra, Santa Maria la Fossa e della provincia di Salerno». L'introduzione del beneficio, benché aspramente contestato dal presidente della commissione ambiente del Senato, il comunista Tommaso Sodano («non è accettabile che chi costruisce impianti in Europa con risorse proprie venga in Italia con la precisa richiesta di avere il Cip 6, vale a dire costruire e gestire a spese dei cittadini»), ha suscitato nuovo interesse nell'appalto di Acerra da parte della francese Veolia che proprio pochi giorni fa aveva, invece, ufficializzato il suo ritiro dalla gara. Quella gara che ora il prefetto Goffredo Sottile, commissario liquidatore, convertirà in trattativa privata «nel più breve tempo possibile».


Ma per Sodano «se è vero che i poteri di Protezione civile possono derogare alla normativa vigente, ma solo per tempi limitati, l'autorizzazione ad erogare il Cip 6 produrrà l'effetto di ipotecare per nove o dieci anni risorse pubbliche a favore di questi impianti: come dire che l'emergenza rifiuti dovrà durare altri anni». Ieri pomeriggio, Sottile è stato impegnato in una lunghissima riunione con De Gennaro per studiare le possibilità di negoziazione diretta alla luce delle agevolazioni disposte dal Governo e richieste da Veolia. Il commissario ed ex capo della polizia, inoltre, ha approntato un piano alternativo delle discariche, come è stato assicurato alla delegazione di Ariano Irpino, capeggiata dal sindaco Mimmo Gambacorta, ieri al Quirinale dal consigliere per gli affari interni della presidenza della Repubblica, Alberto Russo: «Il consigliere Ruffo - ha commentato il primo cittadino - ci ha spiegato che De Gennaro si sta orientando su soluzioni diverse da Difesa grande». Quella più praticabile resta il sito di Savignano Irpino, che dista a pochi chilometri da Ariano, contemplato dalla legge dello scorso luglio; mentre alla luce di quanto accaduto in mattinata, con l'incontro dai toni distesi che i rappresentanti del Commissariato hanno tenuto con una delegazione di Marigliano, è stato stabilito il rinvio dell'apertura della discarica dell'area nolana, nella quale saranno dapprima eseguiti accurati esami del terreno e del sottosuolo e poi, eventualmente, consentita la sua attivazione.


De Gennaro sta pensando seriamente di utilizzare l'invaso di Parapoti, che pure si era riservato di sfruttare in una fase successiva, e di puntare ancora per qualche mese all'invio in Germania dei rifiuti campani. Lo ha anticipato durante un dibattito tv, nel corso del quale ha annunciato di essere in contatto «con l'ambasciatore tedesco e il 5 febbraio un nostro incaricato dell'unità di crisi sarà a Berlino per valutare costi e tempi funzionali» per smaltire l'immondizia. Insomma, si tenta di fare il più presto possibile per arginare la visibilità dell'emergenza agli occhi soprattutto della Ue che ieri, come anticipato, ha inviato la sua lettera di richiamo al Governo italiano. Tra trenta giorni, la Commissione europea esigerà «dall'Italia - ha spiegato Barbara Helfferich, portavoce del commissario per l'Ambiente, Dimas - un'informazione adeguata che ci dica correttamente come si applicherà la legge il più rapidamente possibile. Vogliamo sapere tappa per tappa come l'Italia ha intenzione di mettere in moto la legislazione europea in modo credibile e realizzabile. Su quella base, la Commissione deciderà se proseguire la procedura e rivolgersi alla Corte di Giustizia ». Il prossimo appuntamento sarà il 15 febbraio, quando la rappresentanza della Ue sarà a Napoli per una prima, diretta e immediata verifica.


Angelo Agrippa

Corriere del Mezzogiorno, 1 febbraio 2008

 

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Rifiuti, salta gara per termovalorizzatore di Acerra

 

Se il presente della Campania è l'emergenza rifiuti, il futuro non promette nulla di meglio: la gara per l'affidamento del termovalorizzatore di Acerra, snodo finale del ciclo integrato regionale, è andata deserta per la terza volta. Scadeva infatti formalmente ieri il termine ultimo per la presentazione delle manifestazioni di interesse per il completamento e la gestione dell'impianto più volte al centro delle polemiche in questi anni, ma già 24 ore prima era evidente che si sarebbe andati verso l'ennesima fumata nera.


Gli unici due competitor interessati al business si erano infatti defilati l'uno dietro l'altro, per motivazioni analoghe e tutto sommato riconducibili al clima di estrema confusione che oggi si respira seppure a 14 anni dall'inizio della crisi. Lunedì scorso ha gettato la spugna la società lombarda di utility A2A, frutto della fusione tra la bresciana Asm e la milanese Aem, notizia diffusa in una nota ieri. Martedì scorso è stato il colosso francese Veolia a fare un passo indietro, attraverso una garbata lettera indirizzata al commissario De Gennaro. «Si è trattato di una scelta sofferta spiega il direttore commerciale di Veolia Italia Andrea Ramonda -, ma purtroppo necessaria. In questo momento ci sono troppe incertezze che rendono l'affare poco bancabile. Gli stessi istituti di credito nostri partner nell'operazione ci hanno consigliato di desistere».


Il bando, sin dal suo varo da parte dell'allora commissario Alessandro Pansa (settembre 2007), prevedeva condizioni estremamente rigide per le imprese candidate, a cominciare da un patrimonio netto da 500 milioni. C'erano da versare subito 150 milioni al commissariato, coperti da fideiussione bancaria, e da garantire un canone di almeno 801 milioni per i 15 anni di durata dell'appalto (base d'asta rispetto alla quale sarebbe stata valutata l'offerta migliore). I ricavi erano stati invece fissati in 75 euro per tonnellata di rifiuti conferiti, a carico degli Enti locali, più la vendita dell'energia elettrica prodotta al Gestore del sistema elettrico.


Condizione di particolare appetibilità era data dall'applicazione di un incentivo statale (il Cip 6) per incoraggiare la produzione di energia da fonti alternative. La misura è oggi riservata esclusivamente all'eolico e al solare ma, sulla base di una speciale deroga garantita dal Governo Prodi, sarebbe stata applicata anche all'impianto di Acerra. «Caduto il Governo continua Ramonda sono ovviamente venute meno quelle garanzie che erano state offerte ai concorrenti». A dare il colpo finale alla gara ci ha pensato i disordini degli ultimi giorni. «Se non c'è un piano discariche - dice Ramonda - ben accetto dalla popolazione che ci consente di arrivare fino a maggio 2009, tempo che avevamo stimato per l'apertura di Acerra, è ovvio che il progetto salta. Se questi problemi si risolvessero - conclude il dirigente di Veolia - saremmo pronti a tornare in lizza».


Niente commenti ufficiali da parte di A2A, i cui vertici fanno tuttavia sapere in via ufficiosa che la decisione è stata dettata da motivi analoghi. A De Gennaro, a questo punto, spetta l'ultima parola. Il mandato che gli è stato attribuito gli consentirebbe persino di ricorrere alla trattativa privata. Intanto ancora una complicazione per il commissario governativo. Dopo che il governatore Bassolino si è detto pronto a stanziare 20 milioni per nuovi impianti di smaltimento, De Gennaro ha appreso che la discarica da 21mila tonnellate individuata a Montesarchio è stata giudicata inidonea dai tecnici.


Francesco Prisco

Il Sole 24 ORE, 31 gennaio 2008

 

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La gara rischia di andare deserta nonostante l’interesse di Veolia e A2A
perché ancora una volta vengono poste condizioni assurde

Neanche De Gennaro salverà la Campania

Il problema sta nel bando di gara,
lo stesso che ha provocato il disastro delle ecoballe e di Acerra

 

Entro gennaio Gianni De Gennaro dovrebbe ricevere le adesioni alla gara d’appalto per lo smaltimento dei rifiuti della provincia di Napoli. Il bando è stato redatto a novembre dal precedente commissario delegato dal governo per l’emergenza rifiuti della Campania, Alessandro Pansa. Se nessuno aderisse, sarebbe grave: De Gennaro ha appena indicato alcune ex aree industriali per lo stoccaggio provvisorio dei rifiuti, ma se la gara andasse deserta la costruzione del termovalorizzatore di Acerra non sarebbe completata e lo stoccaggio provvisorio diventerebbe sine die. Il rischio c’è. Il termine del 7 dicembre è passato senza che né i francesi di Veolia né l’utility lombarda A2A, gli unici interessati, abbiano risposto. Vedremo con la proroga. Ma se le imprese aderissero, il guaio potrebbe rivelarsi ancora peggiore.


Le clausole della gara sono ancora legate al primo bando, quello del 1998 firmato dall’allora commissario Antonio Rastrelli, governatore della Regione ed esponente di An, e poi tradotto nel contratto stipulato nel 2000 da Fisia e Impregilo, allora in orbita Fiat, e dalla Babcock, e il successivo governatore-commissario, Antonio Bassolino, esponente dei Ds. Bando e concorso si sono rivelati sbagliati. I politologi potranno spiegare quelle decisioni con la subalternità psicologica e culturale dei politici di An e dei Ds ai poteri forti, con la loro ambizione di stabilire rapporti legittimanti con la grande Fiat o con i Romiti. Ma oggi aiuta di più tornare sulle proposte sconfitte: quella dell’Enel, che chiedeva fino al 41% in più del vincitore, e l’altra dell’Asm di Brescia (ora in A2A) che non venne infine depositata.


Benché Impregilo abbia vinto contro tutti i ricorsi, è chiaro ormai come Enel e Asm, entrambe più esperte del ramo, avessero ragione a prevedere che il piano non fosse realizzabile. Il commissario, infatti, pretendeva che i rifiuti non destinati al riciclo fossero trasformati in Cdr (combustibile da rifiuti) e bruciati nel termovalorizzatore con la conseguente produzione di energia elettrica. Il Cdr doveva avere le caratteristiche fissate per decreto dal ministro dell’Ambiente, il verde Edo Ronchi. L’impresa si impegnava a trovarsi le discariche per le ceneri e a ottenere le autorizzazioni per gli impianti. Conoscendo le lungaggini italiane, e quelle campane in particolare, l’Enel metteva a disposizione per i termovalorizzatori le sue centrali di Maddaloni e Giuliano, siti già autorizzati e ovviamente dotati delle infrastrutture di base, e chiedeva di costruire gli impianti per il Cdr nelle vicinanze così da limitare i trasporti, attività esposta alle infiltrazioni della camorra. L’Enel inoltre disponeva della centrale a carbone di Brindisi per bruciare il Cdr in attesa dei termovalorizzatori.


Asm si ritirò perché non si sentiva garantita dall’incertezza sui siti, dai rischi sui trasporti e infine non credeva al Cdr così ferreamente predeterminato. Perché mai il Cdr deve avere per legge un potenziale calorifico minimo di 15 mila kiloJoule al chilo? Si ottiene lo stesso effetto anche con un Cdr da 12 mila, basta bruciarne un po’ di più. Meglio ancora se si brucia, come a Brescia, il rifiuto rimasto dopo una seria raccolta differenziata. Perché a Napoli i politici campani – di ogni colore – vogliono battere strade più complicate? Certo è che tanta precisione sul Cdr, figlia di un ambientalismo astratto, rinnovato dal ministro uscente Pecoraio Scanio, espone il gerente al ricatto di chi può sempre infilare un po’ di plastica in più oppure bagnare il carico di un camion e chiedere poi un controllo i cui risultati, esibiti in procura, determinano il fermo dell’impianto.


Si preferì Impregilo, che non aveva né siti né centrali ma dimostrava di fidarsi degli enti locali campani, semplicemente in base al prezzo: si accontentava di tariffe di 83 lire al chilo quando l’Enel stava sulle 105-120 lire. Le inchieste della magistratura stabiliranno se ci siano state o meno collusioni tra manager e amministratori pubblici. Ma l’esperienza delle opere pubbliche giocate sul massimo ribasso, frutto avvelenato della reazione a Tangentopoli, basta per sapere che molte volte al massimo ribasso seguono contestazioni, ritardi e revisioni dei progetti e dei prezzi. L’attuale bando di gara continua a far riferimento al decreto Ronchi per il Cdr e addirittura prevede che i concorrenti abbiamo esperienza nella produzione di Cdr, il che escluderebbe de facto A2A. Il criterio per la scelta continua a essere il canone da pagare al commissario per l’uso degli impianti, la cui proprietà è in parte dell’Impregilo. Il cosiddetto affidatario dovrebbe completare a sue spese, ma secondo le indicazioni del commissario, il termovalorizzatore di Acerra che è stato progettato e parzialmente costruito da un altro. Il canone non potrà essere inferiore a 801 milioni per 15 anni. In contropartita gli enti locali assicurano una tariffa di 75 euro per tonnellata, che  a moneta costante darebbe circa 1,7 miliardi di ricavi. Per la Campania fino a 250 euro a tonnellata per bruciare i suoi rifiuti in Germania, sarebbe un grande risparmio, forse troppo grande.

Tanto più che il bando non dà garanzie sull’altra fonte di ricavi. L'energia elettrica generata attraverso la termovalorizzazione dei rifiuti dovrebbe essere incentivata dal Cip6 come fonte rinnovabile. Ma l'incentivo è scaduto. Se non sarà rinnovato, il contratto verrebbe prolungato da 15 a 25 anni: i certificati verdi, infatti, non compensano la cancellazione degli incentivi perché coprono solo la metà dei rifiuti trattati essendo il resto considerato biodegradabile. Non è lo stesso per chi fa un budget.  

Napoli soffoca per i rifiuti. E per la burocrazia, che si fa scudo pure degli obblighi comunitari quando, invece, se tutto fosse in mano a una società, questa potrebbe fare i suoi accordi diretti e correggere un progetto sbagliato.

 

Massimo Mucchetti

Corriereconomia - Economia e politica, 28 gennaio 2008

 

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L'Italia è ridotta a una semplice espressione geografica,
il popolo italiano è un volgo disperso senza nome

(Norberto Bobbio, 1981)

 

Prosegue l'inchiesta del blog La verità delle contrade e noi, come abbiamo già fatto, diamo spazio ad un nuovo post che ancora una volta ci illumina sull'emergenza rifiuti a Napoli.

Post tratto da La verità delle contrade.

C’è un documento strettamente correlato all’articolo di Walter Ganapini (già pubblicato) nel quale Ganapini dimostra come la camorra abbia lucrato all’ombra delle politiche energetiche degli ultimi anni denunciando la “lobby degli inceneritori”: si tratta di un documento del geologo Giovan Battista de’ Medici (vedi video) membro del comitato scientifico delle Assise, che pone un inquietante interrogativo che le istituzioni responsabili sembrano non volere raccogliere e sul quale, invece, la magistratura vuole vederci chiaro.

Tant’è vero che – come segnala Antonio Polichetti, membro del comitato di segreteria delle Assise - il pubblico ministero Stefania Buda -  ha voluto interrogare De’ Medici.

Che cosa contiene, dunque, questo documento reso pubblico già a maggio 2007 (e ora riportato integralmente in “Verità-Rifiuti”)?

Soprattutto un inquietante interrogativo: perché la struttura del precedente commissario Bertolaso ha valutato come possibili discariche solo cave dismesse?

Cave, cioè, che non solo sono fatte di materiali che geologicamente non si prestano all’utilizzazione come discarica, ma sono quasi tutte in mano alla camorra?

Perciò leggete, cari amici, leggete in “Verità-Rifiuti” come lo Stato – più o meno consapevolmente, magari anche per inettitudine - può fare un piacere alla camorra.

 

La verità delle contrade, 22 gennaio 2008

 

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Video

“Sono società che cercano
dove impiantarsi per esigere le bollette”

 

Articolo

"Bertolaso come Bava Beccaris"

 

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Discariche "controllate"

 

I siti alternativi proposti dal prof. Giovan Battista de' Medici
fin dai primi mesi del 2007

 

Dall’audizione alla Commissione parlamentare d'inchiesta del professor Giovan Battista de’ Medici, docente di geologia applicata, idrogeologia e pianificazione del territorio e del professor Franco Ortolani, direttore del Dipartimento di pianificazione e scienza del territorio dell’Università degli studi «Federico II» di Napoli - 35ª seduta: giovedì 26 luglio 2007.

"PRESIDENTE. Professor de’ Medici, in considerazione della delicatezza dell’argomento, dispongo la secretazione della seduta."

 

Nelle discariche i rifiuti tossici (del Nord)

la Repubblica – Napoli, 25 gennaio 2008

 

"Ora c'è un riscontro formale. Nel cuore di Pianura hanno sepolto fiumi di fanghi speciali, tonnellate di amianto, pezzi di terreno inquinato con gasolio, rifiuti ospedalieri e chimici. Quasi tutti provenienti, secondo alcuni atti acquisiti in queste ore dalla Procura di Napoli, da numerose aziende di Lombardia, Piemonte e Liguria che pagavano e registravano regolarmente quei viaggi per liberarsi di fastidiose "scorie"."

 

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Inceneritori e "arretratori-arruolatori"

la Repubblica – Napoli, 24 gennaio 2008

 

“In fondo al tunnel la Campania troverà Acerra. L'emergenza rifiuti dovrebbe concludersi appena entrerà in funzione l'inceneritore. Contestato negli ultimi anni, mai così atteso. I termini della gara scadono il 30 gennaio: due le società qualificate, nessuna offerta finora. Hanno i requisiti la bresciana "Asm", dal primo gennaio "A2A", e la francese di "Veolia" che decide proprio oggi a Parigi. Il bando, redatto da Alessandro Pansa con Sviluppo Italia, è selettivo: patrimonio netto di almeno 800 milioni per la società capofila, per i partner 200 ciascuno. Ma non ci saranno cordate, sono tagliate fuori società pubbliche importanti come Asia di Napoli e Ama di Roma. «Pansa ha voluto criteri molto selettivi, è vero. Non posso dargli torto, ma le preoccupazioni restano», è cauto Daniele Fortini, presidente di Federambiente.

[…]

Il secondo timore riguarda l'incentivo Cip6, un meccanismo varato dallo Stato attraverso il Cipe nel 1992 per incoraggiare impianti «alimentati da fonti rinnovabili o assimilabili a fonti alternative, come quelle solari ed eoliche». Tale incentivo per il 2008 è stato abolito per i rifiuti, c'è l'impegno non scritto di una deroga ministeriale per Acerra. Dipende dal governo. Il bando prevede che il gestore avrà 15 anni per ammortizzare l'investimento, 25 se non interverrà l'incentivo. Un dettaglio che lascia comunque perplesse le banche.”

 

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Se io fossi San Gennaro
di Federico Salvatore

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