Campania, Sardegna, Sicilia e incenerimenti

La Nuova Sardegna - L'Espresso - Decontaminazione Sicilia

 

 

Intervista a Vincenzo Migaleddu
membro dell’International society of doctors for the environment
e consulente del Wwf
«Stop ai termovalorizzatori»
L’alternativa: raccolta differenziata, riuso se possibile e riciclo

 

SASSARI. Pacato, ma determinato, Vincenzo Migaleddu è da anni un po’ il simbolo in Sardegna delle battaglie ambientaliste condotte con il rigore dei fatti e il sostegno della scienza. Medico radiologo, una lunghissima esperienza all’università di Sassari, Migaleddu è un autorevole consulente del Wwf e soprattutto membro dell’Isde, l’International society of doctors for the environment, i medici per l’ambiente. Ha collaborato con il laboratorio indipendente francese Criirad per studiare l’alta concentrazione di Torio 234 nell’arcipelago della Maddalena dove, fino a pochi mesi fa, esisteva una base per i sommergibili atomici Usa. Ma Migaleddu è stato soprattutto una delle anime della battaglia contro le scorie industriali. Un problema che, in questi giorni di rabbia e di polemiche, sembra sia stato completamente rimosso. Si tratta di trecentomila tonnellate di fumi di acciaieria che sbarcano nell’isola ogni anno per poi finire a Portovesme. Scorie che un decreto del governo Berlusconi - e mai messo in discussione dal governo Prodi - hanno denominato «materia prima secondaria» per poter essere ancora lavorate.


- Dottor Migaleddu, lei pensa la Sardegna possa sopportare l’arrivo dei rifiuti della Campania?

«Secondo quello che ha dichiarato nei giorni scorsi l’ingegner Raffaello Cossu al vostro giornale, parrebbe proprio di sì. È un’affermazione che dovrebbe rassicurare l’allarmato presidente Soru e l’allarmista assessore all’Ambiente Morittu che intravedono, a breve scadenza, un’emergenza sarda simile a quella della Campania se non dovessero essere installati nell’isola nuovi termovalizzatori. In realtà Cossu sa molto bene che qui in Sardegna, su 850.000 tonnellate annue, si incenerisce già il 25% circa dei rifiuti, contro la media europea del 20% e quella statunitense del 10%. Il fatto è che il problema è complesso e non si può utilizzare il clima di paura per far passare soluzioni discutibili. Per esempio, quella dei termovalorizzatori».


- Perché tra i medici è diffusa l’opposizione al processo di incenerimento dei rifiuti?

«Per un motivo ovvio: la salute della gente. Mi spiego: Nonostante le innovazioni tecnologiche in materia di filtri, il particolato ultrafine - cioè le nanoparticelle al di sotto dei 0,1 micron - non viene abbattuto e negli impianti di incenerimento questo particolato rappresenta quasi l’80% delle emissioni».


- Emissioni altamente tossiche, quindi?

«Certo, stiamo parlando di metalli pesanti, di diossine e di furani. Anche la prestigiosa Accademia reale di ingegneria della Gran Bretagna ha posto l’accento sulla necessità di analizzare i problemi legati alla chimica e alla tossicità delle nanoparticelle».


- Esistono dati certi sul livello di pericolosità di queste nanoparticelle?

«L’Organizzazione mondiale della sanità, per quanto riguarda il particolato fine (2,5 micron), individua un incremento di tumori polmonari dall’8% al 14% per un aumento di soli 10 microgrammi per metro cubo di particolato nell’aria che respiriamo. Immaginiamo quali possono essere gli effetti di un incremento delle nanopolveri. Fatta questa premessa, vorrei dire che, per noi medici, il principio di precauzione è indispensabile quando non ci sono prove sulla bontà di una procedura».


- Ma allora cosa suggerite voi medici dell’Isde?

«Esistono alternative efficaci all’incenerimento e alle discariche. Il ciclo più virtuoso è senza dubbio quello delle «tre R» che parte dalla politica della differenziazione e prosegue con il riciclo associato al trattamento meccanico-biologico a freddo del differenziato residuo, che dovrà gradualmente ridursi».


- Ma ora si sta fronteggiando un’emergenza...

«Alle emergenze si arriva sempre quando non si seguono strade virtuose. E poi, anche nelle emergenze è importante non dimenticare le norme, come il decreto legge 263 del 2006, che istituisce le misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza causata dai rifiuti campani. Per evitare pericolose tentazioni, il decreto fa riferimento, ai principi fissati nella carta di Aalborg sui diritti dei cittadini di essere informati ed esprimere la propria opinione».


- Il presidente Soru ha detto che la Sardegna ha un debito di solidarietà con la Penisola perchè dai nostri porti partono 480 mila tonnellate di rifiuti speciali, di cui 52 mila pericolosi. Le risulta questo dato?

«Non mi risulta che esistano dati recenti della Regione sui rifiuti speciali. Gli ultimi, se non sbaglio, risalgono al 2003 e i numeri riferiti in questi giorni non risultavano. Non vorrei che il presidente Soru si fosse confuso con le materie prime dell’attività di riciclo. Non avendo infatti in Sardegna impianti adeguati per questo tipo di lavorazioni, i rifiuti riciclabili vengono mandati fuori dall’isola per la loro trasformazione e valorizzazione. Questo potrebbe essere un ottimo suggerimento per la Regione perché predisponga impianti di compostaggio e di valorizzazione della carta, del vetro, della plastica e dell’alluminio, oltre a quelli dichiarati in questi ultimi giorni».


- Sta dicendo che ci viene sottratta una risorsa?

«Rispondo con una domanda: perché continuare a estrarre l’alluminio dalla bauxite, producendo circa un milione di tonnellate di fanghi rossi all’anno e un alto dispendio di energia, quando il metallo lo troviamo già estratto nelle lattine? Se quindi in quelle 480 mila tonnellate di cui si parlava prima sono contenuti i materiali post consumo già riciclati e avviati alla valorizzazione, allora altro che solidarietà! Per la Sardegna si tratterebbe invece di una spoliazione di risorse».


- E se non si trattasse di rifiuti da riciclare?

«Se il presidente Soru si riferisce ad altri rifiuti speciali, ci faccia sapere da dove provengono e chi li produce. Non so, forse fa riferimento a quelle ceneri e gessi che provengono dalla combustione del carbone, sia di Endesa e sia dell’Enel. Allora ci sarebbe da analizzare un altro aspetto: quello della produzione di energia elettrica in Sardegna, usando i combustibili più sporchi quali il carbone e le peci fenoliche. I gessi si vorrebbero stoccare in una megadiscarica sotterranea nelle miniere di Nuraxi Figus, ma mi dicono che, per ora, buona parte finiscano nelle cementerie di Siniscola e di Samatzai per produrre il klinker».


- Nell’ultimo rapporto del Censis risulta che la Sardegna ha i parametri peggiori sulla salute della popolazione. Perché?

«La risposta sta nel fatto che la Sardegna è la terza regione italiana per produzione pro capite di rifiuti speciali. E questo grazie a un sistema industriale aggressivo legato a lavorazioni di base a basso valore aggiunto dove, oltre alle emissioni, persistono notevoli quantità di residui o di rifiuti industriali. È una scelta di tipo politico che per i sardi ha un prezzo altissimo: nelle 18 aree a forte impatto ambientale, per lo più industriali, ma anche militari, nel sesso maschile c’è un tasso di mortalità indicizzato per età, per mille abitanti per anno superiore a quello della Penisola. Campania compresa».


- Dottor Migaleddu, lei, come consulente del Wwf, è stato in prima fila nella battaglia contro i fumi di acciaieria importati in Sardegna e “lavorati” a Portovesme. Come mai si parla oggi di spazzatura napoletana e non si parla delle centinaia di migliaia di tonnellate di scorie che arrivano ogni anno nell’isola?

«È un problema gravissimo e irrisolto. Dobbiamo prendere atto che c’è una classe politica che incautamente ci espone anche all’arrivo di polveri sulle quali c’è perfino il sospetto di contaminazioni radioattive. Recentemente, infatti, c’è stato il caso del container contaminato con il Cesio 137 proveniente dalle Acciaierie Venete di Sarezzo e bloccato al porto di Genova prima di essere imbarcato per la Sardegna. Ma negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti risultano testimonianze chiare e certe di rottami ferrosi radioattivi bruciati nelle fabbriche italiane e le polveri poi spedite in Sardegna. Secondo il Sisde e il Noe parte di questi rottami arriva perfino da centrali nucleari dismesse dell’est europeo. Peccato che, in occasione del referendum antiscorie, la destra ecologista non fosse ancora matura per capire questi problemi».


- In questi giorni, l’emergenza rifiuti della Campania è stata usata per ridare fiato ai sostenitori del termovalorizzatore di Ottana dopo che anche le istituzioni locali si erano convinte, grazie alla forte mobilitazione popolare, a rifiutare l’impianto.

«Penso che il Comitato delle comunità contrarie, e in particolare le istituzioni locali del Nuorese, abbiano fatto un percorso conoscitivo e culturale che ha permesso loro di comprendere un dato fondamentale: il problema dei rifiuti esiste nella malafede dei cattivi gestori. Si è capito benissimo che i materiali post-consumo all’interno di circuiti virtuosi, possono ritornare alla terra come compost (umido organico) o diventare materiale per creare altri oggetti (la carta, la plastica, il vetro e gli altri materiali). Anche le istituzioni del Nuorese stanno elaborando una politica delle tre erre (riduzione, riciclo e riuso) che permetterà di creare un circuito nel quale economia, occupazione e salute saranno un patrimonio collettivo. Il governare attraverso atti di forza o agitando lo spettro dell’emergenza Campania, serve per distogliere l’opinione pubblica dalle vere responsabilità dei gruppi dirigenti campani e coprire gli interessi - anche illegali - di poteri finanziari, imprese e camorra che hanno determinato tutto questo scempio. La solidarietà non c’entra niente».


- Insomma, per lei non ci deve essere spazio per i termovalorizzatori.

«Rispondo fornendo qualche cifra sul termovalorizzatore che a Cagliari ha bruciato i rifiuti napoletani. Parlo dell’impianto Tecnocasic. Ebbene, secondo quanto riferito dall’Apat, nel 2004 la struttura di Macchiareddu dichiarava di emettere 1,2 grammi di diossina l’anno. Cioè, 1.200 milligrammi l’anno. Stiamo parlando di 3,2876712 milligrammi al giorno. Traduciamo ancora in picogrammi (un miliardesimo di milligrammo) e arriviamo al risultato di tre miliardi, 287milioni, 671mila e 200 picogrammi al giorno. Se incrociamo questo dato con il tetto massimo di diossina tollerabile da un adulto di 70 chili (secondo l’Oms) è di 140 picogrammi, arriviamo a un risultato inquietante: la quantità di diossina emessa è tollerabile per una popolazione di quasi 23 milioni e mezzo di persone. E mi risulta che nel Cagliaritano gli abitanti siano molto meno...».


- Lei ha sempre sostenuto che i termovalorizzatori frenano la raccolta differenziata, ma ha criticato con forza anche il sistema delle incentivazioni pubbliche, il cosiddetto Cip6.

«L’esempio più drammatico lo abbiamo avuto proprio in Campania. Il business vero non è nella produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti, ma è nei certificati verdi. Prendiamo il business-plan della Urbaser per Ottana: nei primi undici anni, il 45% dei ricavi avrebbe dovuto arrivare proprio dai certificati verdi. E l’impianto l’avrebbero costruito i sardi con un prelievo dalle loro bollette di circa il 7%. Non mi sembra proprio un sistema virtuoso».


Piero Mannironi

La Nuova Sardegna, 15 gennaio 2008

 

 

La grande alleanza rifiuti

Da Forza Italia ai Ds. Passando anche per Udeur e An.
Così il business della spazzatura ha coinvolto le forze politiche.
Tra appalti milionari e posti di lavoro

 

Provate ad immaginare l'autista di un camion della spazzatura con un super-minimo di 1.500 euro in busta paga: sì, tutti i mesi l'extra garantito che gonfia lo stipendio, come si concede in genere ai top manager delle aziende private. Nell'esercito di netturbini che negli ultimi quindici anni è prosperato in Campania si può trovare persino il super-minimo che trasforma il dipendente comunale in un privilegiato di lusso, mentre tutto intorno lievitano montagne di rifiuti. È un episodio che non sorprende. La Commissione parlamentare d'inchiesta ritiene che per l'immondizia di ogni cittadino campano ogni anno si spendano 134,79 euro: di questi, ben 60 finiscono nelle paghe di spazzini e autisti. Moltiplicateli per 5.790.000 abitanti della Regione e avrete un'idea dello spreco: 350 milioni di euro ogni anno solo per mantenere chi dovrebbe fare pulizia, creando un enorme serbatoio di consenso sociale. Prosperato grazie all'interesse di camorra e partiti, i lanzichenecchi del sacco di Napoli.


Se si vuole tentare di capire l'emergenza perenne che domina la Campania dei cassonetti, bisogna immaginare un'enorme clessidra. In alto c'è il Commissariato di governo, che gestisce i megafondi per porre riparo alla situazione. In mezzo, come la strettoia, c'è la Fibe: l'azienda della famiglia Romiti che avrebbe dovuto trasformare i rifiuti in energia. Ma in realtà come la sabbia della clessidra i finanziamenti piovono soprattutto in basso, arricchendo gli enti locali riuniti nei consorzi che inghiottono fino a 600 milioni l'anno. Soldi che spariscono lì. E non è che quando la sabbia finisce, lo Stato capovolge la clessidra e costringe gli enti locali a trovare la soluzione. No. Finora dal 1994 si è andati avanti di crisi in crisi, per poi sotterrare montagne di scorie e di denaro. Quanto? Cifre astronomiche, che sfuggono a ogni contabilità: si parla di otto miliardi. Tutti sprecati. Perché ora Gianni De Gennaro dovrà ricominciare da zero. Un disastro. Per il quale finora nessuno ha pagato: nessuna condanna penale, civile o erariale. Nessuna responsabilità politica. Possibile che non ci siano colpevoli?


Sacchetti azzurri. Antonio Bassolino apre lo scaricabarile: tutti i governi, nazionali o campani, di destra o di sinistra hanno fallito. Ma se quasi tutti i partiti, a Roma o a Napoli, hanno trovato un modo per sfruttare la crisi, ci sono alcuni leader e alcune formazioni che difficilmente possono dirsi estranee. Per parole, opere e omissioni. E per riuscire ad arrivare a qualche conclusione conviene partire dal fondo della clessidra, da quella rete di consorzi comunali che raccolgono la spazzatura e gestiscono discariche, elargendo assunzioni e commesse. Un giacimento in cui Forza Italia ha pescato a man bassa. L'unico presidente di consorzio finito in manette è Giuseppe Valente, ex numero uno del partito a Mondragone, che ha dichiarato di avere assunto l'incarico su designazione del coordinatore regionale, l'onorevole Antonio Cosentino. I verbali della procura antimafia lo descrivono mentre crea appalti "tagliati su misura" in cambio di mazzette. E poi accompagna gli imprenditori ad incontrare boss al soggiorno obbligato per discutere la quota assegnata alla camorra. Ma al partito di Silvio Berlusconi facevano riferimento due protagonisti del business dei rifiuti, che si sono riciclati più in fretta delle ecoballe.


Il riciclato di Mastella. Il più pesante è Nicola Ferraro da Casal di Principe: tessera azzurra e parentele così ingombranti da fargli negare il certificato antimafia, con la sua azienda EcoCampania ha macinato per anni appalti in quei comuni casertani diventati il regno dei padrini casalesi. Un'inchiesta celebre, citata poi in libri e atti parlamentari, indicava una delle gare vinte dall'EcoCampania come modello del potere di controllo dei casalesi. Ma Ferraro non ha mai ricevuto contestazioni penali. Dopo una lite proprio con Valente ha stracciato la tessera di Forza Italia e ceduto ogni ruolo nell'azienda dei rifiuti. Per dedicarsi alla politica a tempo pieno. Clemente Mastella lo ha accolto a braccia aperte nell'Udeur, nominandolo segretario provinciale a Caserta: non è arrivato in Senato per pochi voti, ma si è insediato nel consiglio regionale dove presiede la commissione sicurezza. Al ministro poco importa di quel certificato antimafia negato e dei familiari condannati. "Lui ha sempre smentito", ha dichiarato il Guardasigilli a 'L'espresso': "Un conto è il dato provato. Un conto è che ti affibbiano delle cose di cui tu non sei responsabile".


La Quercia tra i rifiuti. Sotto il Campanile dell'Udeur negli ultimi mesi ha trovato rifugio un altro protagonista delle inchieste giudiziarie: Angelo Brancaccio, fino a un anno fa uomo forte dei ds nel casertano che ha cambiato partito dopo il recente arresto. Sindaco, consigliere regionale e candidato al Senato per la Quercia. Il suo slogan? 'La politica che fa. In Regione con Bassolino più forti'. È stato lui a offrire una tessera diessina ai nuovi signori dei rifiuti, i fratelli Orsi, gli imprenditori emergenti che avevano spodestato Ferraro. Anche gli Orsi originariamente militavano in Forza Italia, ma poi cambiano casacca per conservare gli affari. E nella sezione di Brancaccio una tessera rossa non si negava mai, nemmeno ai familiari dei latitanti. Un copione che in una Campania governata dal centrosinistra non è infrequente. I comuni 'rossi' sciolti per camorra sono almeno una decina. In tutta la regione dal '91 i municipi commissariati per infiltrazioni mafiose sono stati 59: lo scorso anno nel napoletano 83 amministrazioni su 92 erano 'monitorate' dalla prefettura. Perché è partendo dagli enti più piccoli che boss e politici si possono tuffare nella pancia della clessidra, lucrando su quella pioggia di milioni gettati nella monnezza. Lì l'unica raccolta differenziata è quella dei voti e delle mazzette: i primi vanno ai partiti, le seconde soprattutto ai padrini. Una torta così ricca che non conveniva litigare. Tanto che Brancaccio e uno dei leader di Forza Italia, Paolo Romano, propongono una gestione bipartisan: "I rifiuti sono di tutti, un patrimonio comune". Che altro dire?


Alleanza consortile. Alcuni avrebbero trasformato quel patrimonio in potere. Tra loro, secondo la procura antimafia di Napoli, un altro politico nazionale non estraneo all'oro delle discariche: Mario Landolfi, che ha fatto da spalla a Gianfranco Fini nel suo tour sdegnato tra la marea di sacchetti. I magistrati accusano l'ex ministro di An e presidente della Commissione di vigilanza Rai proprio di corruzione, contestandogli le manovre destinate a mantenere il controllo del comune di Mondragone e, tramite quello, di uno dei consorzi più ricchi. Il braccio destro di Landolfi è stato intercettato mentre chiedeva assunzioni di spazzini: "Quello vale cento voti!". Spiega ai giudici uno dei fratelli Orsi: "Circa il 70 per cento delle assunzioni erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politico-elettorali, richieste da Landolfi, Valente e Cosentino". Ad ogni elezione, netturbini e autisti venivano mobilitati in sostegno del candidato di riferimento. Ma queste manovre, accusano i pm, servivano anche a garantire gli interessi della camorra. Che dal basso cercava di imporre i suoi uomini anche in alto, risalendo fino al vertice della clessidra. Insospettabili per trattare direttamente con la Fibe dei Romiti. O per arrivare addirittura nella stanza dei bottoni del Commissario per l'emergenza.

È l'operazione che riesce ai fratelli Orsi. Prima passano dall'edilizia ai rifiuti. Poi puntano su un architetto, Claudio De Biasio. Dicono al telefono: "È uno dei nostri. Stiamo facendo di tutto perché venga nominato". E ci riescono. De Biasio si insedia al vertice sotto il prefetto Catenacci, a cui il premier Berlusconi affida la direzione dell'emergenza salvando Bassolino dal naufragio. Poi quando con Prodi arriva Guido Bertolaso, l'architetto viene promosso a numero due. Sta persino per diventare consulente della Commissione parlamentare quando interviene la magistratura che lo arresta proprio per le complicità nella gestione camorristica.


Toghe verdi. Ma il problema è doppio, anzi triplo. Perché la designazione di De Biasio come vice di Bertolaso è stata fatta da Alfonso Pecoraro Scanio. Il ministro dell'Ambiente viene in genere trascinato nel girone dell'immondizia solo per peccati di omissione, come il no alla discarica di Serre o il ritardo biblico per il nulla osta al termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa. Certo: anche il suo partito in alcuni comuni campani ha avuto crescite record di voti e tessere, ma nulla sembra chiamarlo in causa direttamente. Possibile che il barone verde si sia fatto trarre in inganno da quello che i pm antimafia considerano un ingranaggio chiave del sistema criminale? Ed ecco che spunta la terza faccia della questione. Perché nell'istruttoria viene inquisito il viceprefetto Raio, capo di gabinetto di Catenacci. E finisce sotto inchiesta un alto magistrato, un paladino della lotta ai crimini ambientali: il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie. Raio descrive gli uffici del Commissariato come un 'porto di mare', con i padroncini della monnezza che si sedevano direttamente sulle poltrone degli emissari di governo. Prefetti, magistrati. Insomma lo Stato. E poi i partiti e la camorra. I controllori, i controllati e i delinquenti. Manca nessuno? Le accuse penali restano tutte da provare. Anzi, nel caso del procuratore Ceglie sono già state archiviate dai magistrati di Roma. Che però rilevano come Ceglie avesse assunto un ruolo quasi da consulente del commissariato. E parlano di "accertata familiarità tra il Ceglie e altri soggetti coinvolti... elemento censurabile sotto altri profili ma non rilevante".


El Fibe de oro. Nulla di rilevante. Alla fine gli unici protagonisti sotto processo sono la Fibe e Bassolino. A più di sette anni dalla concessione, che ha affidato tutta la questione campana all'azienda del gruppo Impregilo, allora nelle mani della famiglia Romiti, i risultati sono desolanti. Gli impianti che devono trasformare la spazzatura in combustibile ecologico non hanno mai funzionato. Da mesi - sostiene la Commissione parlamentare - non si riesce nemmeno a fare la manutenzione ordinaria. Ora l'unica strada pare la chiusura, nella speranza di inventare un modo per renderli capaci di funzionare. Il completamento del termovalorizzatore di Acerra slitta di anno in anno: ma senza vero combustibile, rischia solo di diventare un colossale inceneritore con veleni difficili da domare. L'altra centrale, quella di Santa Maria La Fossa, forse non nascerà mai. Lo spreco? Settecento milioni. Il Commissario ha fatto una sua causa civile: vuole un miliardo per il danno di immagine. Impregilo replica: è tutta colpa dei governi e pretende 1.700 milioni dallo Stato. La causa è del 2005: la prima udienza ci sarà il 23 maggio. Chissà se per quella data le strade della Campania saranno tornate pulite.

 

Gianluca Di Feo

L’Espresso, 17 gennaio 2008

 

 

Gestione rifiuti in Sicilia

Lettera aperta di Decontaminazione Sicilia

 

Campania e Sicilia, due regioni con gli stessi problemi di RSU (Rifiuti Solidi Urbani) che per risolverli non sono bastati 14 anni di commissariamento per la prima e 9 per la seconda. A Napoli ancora ora si abbandonano rifiuti per strada, si trasforma la città in una megapattumiera a cielo aperto, con asfissianti falò che i vigili del fuoco stentano a spegnere, con fumi nocivi alla salute, con l’azzeramento del turismo, il tutto secondo una strategia scientificamente studiata per creare le condizioni per far accettare ai cittadini gli inceneritori, in Sicilia la raccolta differenziata praticamente non si fa e Cuffaro per primo paventa lo stesso disastro campano nell’Isola.


In questi ultimi giorni i media hanno dato enorme risalto all’utilità degli inceneritori che non inquinano e costituiscono la soluzione ottimale al problema rifiuti; non una sola voce, un cenno alle emissioni di diossine, di dibenzofurani, di PCB, di metalli pesanti, di nati malformati e di aumento di tumori che si registrano nelle zone in cui operano gli inceneritori.

Di fronte a questa offensiva mediatica, ai Movimenti contro gli inceneritori non è stata data alcuna possibilità di presenza e di risposta che argomentasse proposte alternative per una diversa gestione dei rifiuti.


Nessuna soluzione diventa accettabile senza raccolta differenziata spinta (porta a porta) e senza trattamento della frazione residua indifferenziabile con processi a “freddo”, come la biossidazione, che non genera ceneri ed emissioni gassose pericolose come fanno gli inceneritori. Non si è parlato di emissione di CO2, in pratica si sono completamente dimenticati del protocollo di Kyoto e delle tre tonnellate di CO2 e dei 300 kg (30%) di ceneri pericolose da avviare in discariche speciali (Brescia le invia nelle miniere tedesche di salgemma, alla stessa stregua dei rifiuti radioattivi) che si generano dall’incenerimento di una tonnellata di rifiuti. Non si è detto che oltre alla pericolosità delle diossine e dei furani, dal 2004 un’amplissima documentazione scientifica internazionale ha dimostrato che il nanoparticolato inferiore a 2,5 micron (non trattenuto da alcun filtro) generato dagli inceneritori produce effetti devastanti sulla salute (malattie croniche degenerative, patologie allergiche, tumori, malformazioni congenite).


Infine risultano inaudite e gravissime le esternazioni dell’On. Ermete Realacci presidente onorario di Legambiente che, a Primo Piano, ha sostenuto che “i termovalorizzatori inquinano meno di una strada trafficata”.

Le dichiarazioni di Realacci dimostrano come spesso, al vertice di alcune associazioni ambientaliste, vi siano purtroppo persone che ignorano o fingono di ignorare pericoli come quelli dell’incenerimento dei RSU; sarà che spesso si instaurano rapporti fra associazione e pubblica amministrazione del tipo: non sputare nel piatto in cui tu mangi!

In “Che tempo che fa” di Rai Tre, del 20 gennaio 2008, l’On. Casini si meraviglia che in Sicilia non si siano fatti ancora i 4 inceneritori previsti dal Cuffaro; strano che il Casini non dimostri la stessa meraviglia per il fatto che il Cuffaro non ha pubblicizzato a livello europeo il bando di appalto degli inceneritori, come previsto dalla UE, non ha applicato negli stessi bandi le procedure antimafia previste dalla legge (la società Altecoen che partecipava a due dei consorzi d’imprese per la costruzione di 2 inceneritori è stata incriminata per mafia) ed ha previsto, nella finanziaria 2008-2010 in via di approvazione, contributi annui di € 250 milioni (750 nel triennio) a favore delle società affidatarie degli inceneritori pur sapendo che gli appalti per queste sono stati bocciati dalla Corte di Giustizia Europea e quindi dovranno essere annullati. Naturalmente non desta meraviglia che il Presidente Casini, parlando di Sicilia, abbia ignorato che il Cuffaro si ostina a governarla pur essendo stato condannato a 5 anni di reclusione ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici.


Prof. Luigi Solarino, Presidente di Decontaminazione Sicilia

Palermo, 23 gennaio 2008

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci