La questione dei casi di TBC in Trentino

 

 

Molti chiedono a noi della Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai di commentare il contagio della TBC avvenuto nelle malghe e se questo condizioni il consumo di latte crudo. È una questione delicata che merita un approfondimento.

Sostanzialmente siamo d'accordo con quanto commentato a caldo da Franca Penasa, sindaco di Rabbi: gli alpeggi sono sì punto di incontro tra animali, ma il contagio è partito dalla stalla.

La diffusione della TBC non è solo una questione di contagio. Ci vuole un sistema immunitario ricettivo: è provato (anche per l'uomo) che l'immunodeficienza cellulare favorisce l'attecchimento dell'infezione tubercolare, mentre in individui sani, a contatto con il bacillo di Koch, difficilmente si sviluppa la malattia.

Animali in allevamenti intensivi, stressati, senza la luce naturale del sole, primo grande nemico della capsula adipo-cerosa in cui è racchiuso il bacillo responsabile dell'infezione, sviluppano un sistema immunitario più fragile.

 

I veterinari (ricordiamo il compianto prof. Rolando Oberosler) hanno sempre considerato l'alpeggio come luogo privilegiato dove si rinforza il sistema immunitario del bovino: lo straordinario apporto di bioflavonoidi e di vitamine è maggiore nell'erba ricca di essenze che non nei foraggi secchi e nei mangimi industriali. La salubrità di queste sostanze contenute nell'erba, di cui è ricco il latte, il burro e i formaggi d'alpeggio giustificano l'alta qualità dei prodotti caseari artigianali di malga ed il loro conseguente valore aggiunto.

L'animale al pascolo, inoltre, sa regolarsi da solo su cosa e come mangiare.

In malga, ovviamente, essendo un luogo di incontro tra animali di stalle diverse, c'è il rischio del contagio. Quale allora l'alternativa? Quella di tenere le bestie segregate sempre in stalla? Come negli allevamenti intensivi di polli dove chi entra deve indossare uno scafandro perché un qualsiasi virus potrebbe decimare l'allevamento?

 

I vantaggi della buona pratica dell'alpeggio sorpassano di molto i rischi del contagio tubercolare, dovuto, è il caso di sottolinearlo, alla mancanza di controlli: si controlla il virus del raffreddore del bovino (IBR) che non infetta l'uomo, e si allentano i controlli sulla TBC bovina che presenta possibili gravi rischi per il consumatore.

Sarebbe interessante conoscere se nell'indagine epidemiologica, condotta dai responsabili della sanità pubblica provinciale, siano state prese in considerazione tutte le possibili fonti di contagio: ricerca sanitaria retroattiva sul personale zootecnico che ha prestato servizio nelle stalle infette, eventuali condizioni di immunodeficienza legata a pratiche intensive d'allevamento, capi bovini d'importazione.

Siamo certi che riportando il grado di allerta al giusto livello e controllando gli animali prima della partenza per l'alpeggio, il problema contagio in malga non esista.

È chiaro che il consumo di latte crudo deve avere come condizione irrinunciabile la sicurezza che l'allevamento sia indenne da TBC e Brucellosi.

Analoga condizione è richiesta anche per il latte pastorizzato, il cui trattamento termico riduce sì la carica batterica, ma non la elimina del tutto.

 

dott. Roberto Cappelletti

Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai

27 gennaio 2008

 

 

Seguono il comunicato della PAT
e le numerose pagine dedicate dal Trentino
(19-25 gennaio 2008)

 

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Provincia autonoma di Trento
Comunicato n° 110, 19 gennaio 2008

 

Tubercolosi bovina: ecco i dati


La Provincia Autonoma di Trento e l'Azienda provinciale per i servizi sanitari comunicano quanto segue in merito all'infezione bovina che ha colpito alcuni capi. Animali con reazione positiva sono stati trovati in 13 aziende delle valli di Rabbi e di Non; in totale sono stati abbattuti 70 capi provenienti da queste 13 aziende. A tutt'oggi, a fronte di un patrimonio zootecnico delle valli di Rabbi e di Non di 10.500 capi (43.000 in tutto il Trentino) e di 370 aziende, sono state controllate 87 aziende e 2888 capi. È inoltre in atto un controllo a tappeto in tutta la provincia. Il presidente Lorenzo Dellai e gli assessori alla salute Remo Andreolli e all'agricoltura Tiziano Mellarini nel ribadire che non sussiste pericolo per la salute delle persone, confermano il massimo impegno delle strutture pubbliche per contrastare il focolaio e rinnovano l'appello a non alimentare inutili allarmismi che andrebbero ingiustificatamente a danneggiare un settore che da anni sta eroicamente resistendo a una situazione di mercato molto difficile.

 

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19 gennaio 2008

 

Un focolaio accertato in valle di Rabbi, uno dubbio a Romeno.
Dellai: «Tutto sotto controllo»
Tbc, abbattute 70 vacche in 12 aziende
La provincia era stata dichiarata indenne dalla Ue nel 2003.
Il latte è stato pastorizzato

 

TRENTO. Dopo oltre 20 anni di assenza si riaffaccia nelle stalle trentine la tubercolosi bovina. Una malattia infettiva da cui la nostra provincia era stata dichiarata ufficialmente indenne dalla Cee nel 2003 e la cui ricomparsa sta creando molta apprensione tra gli allevatori.

I numeri. Un focolaio è stato individuato a fine novembre in valle di Rabbi, a Pracorno, partito da una mucca che pascolava a malga Mondent. Un altro focolaio, ancora dubbio, è attualmente in fase di verifica a Romeno, in valle di Non.

Nelle stalle di 12 diverse aziende della valle di Rabbi sono state abbattute tra le 60 e le 70 vacche dopo che, nel corso di controlli effettuati al macello di Padova su due capi provenienti proprio da quella zona (nel frattempo cedute a commercianti di carne veneti), era stata riscontrata la positività alla tubercolosi.

Il contagio. La tubercolosi bovina è malattia infettiva fra le più antiche conosciute e in grado di determinare ingenti danni economici in termini di operatività aziendale e di sanità pubblica e veterinaria. Gli animali domestici possono essere fonte di malattie serie poiché vengono sottoposti a trattamenti con antibiotici ed altri farmaci che possono creare ceppi patogeni facilmente diffusibili.

La profilassi. Sono subito scattati profilassi ed i controlli, non solo negli allevamenti sospetti ma in tutte le stalle trentine: verifiche ancora in corso (solo in valle di Rabbi si contano 600 capi di bovini) e che avrebbero sino ad ora escluso il pericolo del diffondersi dell’epidemia. Sino ad oggi non stati segnalati casi della trasmissione del contagio, in teoria possibili, nemmeno sugli operatori degli allevamenti dove è stata isolata la malattia.

Latte e formaggi. Un eventuale contagio da prodotti caseari di animali malati, in primo luogo il latte, viene invece evitato con la semplice pastorizzazione del prodotto, bollendolo. Il formaggio prodotto nelle aziende dove è stato individuata l’infezione verrà invece fatto invecchiare per scongiurare ogni rischio.

Gli allevatori. La notizia della presenza della tubercolosi bovina in Trentino è stata data dal presidente della giunta provinciale Lorenzo Dellai al termine del rituale incontro del venerdì con la stampa: «Del problema si è parlato in giunta e la situazione è assolutamente sotto controllo. Nelle stalle in cui si sono riscontrate tracce della malattia i capi colpiti sono stati abbattuti e sono state prese tutte le misure di profilassi. Già da un paio di settimane, cioè da quando sono comparsi i primi sintomi, si stanno mettendo a punto gli interventi necessari. Ma la mia vera preoccupazione è che l’enfatizzazione della notizia possa avere ripercussioni su un settore già in crisi come la zootecnia».

Un sentore che il presidente della Federazione allevatori, comparto che aveva rialzato a fatica la testa dopo la mazzata della mucca pazza, si sente di condividere: «Forse il fatto di essere stati dichiarati dalla Cee zona indenne dalla tubercolosi ci ha fatto abbassare la guardia. Non abbiamo più fatto gli esami a tappeto» si duole Silvano Rauzi.

La sanità. Ma l’assessore alla sanità Remo Andreolli che ieri ha varato il piano annuale per contrastare la brucellosi bovina, la leucosi enzootica e la stessa tubercolosi bovina, non vede particolari motivi di allarme: «Nelle zone indenni, e noi sino a qualche settimana fa lo eravamo, gli esami per cercare la tubercolosi bovina non sono obbligatori a tappeto ma di certo nemmeno vietati perché potenzialmente inutili. Si fanno invece sui capi macellati e su quelli movimentati».

Gli indennizzi. E proprio nella movimentazione del bestiame qualche cosa è probabilmente andato storto. Nelle stalle della valle di Rabbi è arrivato da fuori (l’import avverrebbe solo da Austria o Germania) un animale malato o, perlomeno, portatore della tubercolosi. Visto che ogni capo è provvisto di un identificativo con tutta la sua storia, ora si sta cercando di risalire all’origine precisa del contagio. Una piccola consolazione per gli allevatori è legata agli indennizzi che la giunta provinciale è già pronta a pagare per l’abbattimento dei capi. Vi è una tabella che gradua la cifra a seconda della tipologia del bovino, si tratti di vacca da latte, manza o vitella: si parte da un minimo di 650 euro ad un massimo di 1500 euro. Somme che possono solo mitigare il danno.

Gianpaolo Tessari

 

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Il reportage
«Proviamo rabbia: non fanno verifiche da troppo tempo»

 

«Non ci voleva. Tre anni fa la grandine ci ha fatto perdere il raccolto delle mele, e non eravamo neanche assicurati. L’anno scorso c’è stato il colpo di fuoco. Adesso arriva l’epidemia di tubercolosi bovina che ci mette in ginocchio. Siamo a terra». Attilio Marinelli scuote la testa mentre guarda le poche mucche che gli sono rimaste nella stalla sotto la sua casa ad Arnago, frazione di Malè, all’imbocco della Val di Rabbi. «Martedì sono arrivati con i camion della Federazione e mi hanno portato via cinque bestie. Erano quasi tutte mucche giovani, tre erano nate nella mia stalla, una l’avevo comprata all’asta a Trento nel 2003 e l’ultima veniva dall’Austria. Mi hanno detto che le hanno ammazzate al mattatoio di Pergine. Tre erano risultate positive al tampone, mentre altre due erano incerte, ma le hanno portate via lo stesso, per sicurezza».

Cerca di farsi forza, mentre parla, Attilio. Ci prova, ma lo sguardo immalinconito tradisce apprensione e paura, ma anche rabbia. «Erano almeno quattro anni che non facevano i controlli della tubercolosi perché dicevano che non c’era più pericolo, ma è chiaro che così la malattia è potuta tornare di nuovo. Adesso sono corsi ai ripari, speriamo solo di essere in tempo».

È magro come un filo di erba, Attilio, abituato alle fatiche del lavoro nella stalla e in campagna, in questa frazione aggrappata al pendio, sopra la provinciale della Val di Rabbi. La sua non è neanche una vera e propria stalla: «Volevo costruirla. Avevo anche comprato un terreno, ma non mi hanno mai dato il permesso». Così di deve accontentare di un avvolto sotto la sua casetta ristrutturata, in mezzo alle case. Il riscaldamento è assicurato da una vecchia cucina economica bianca, di quelle della nonna. Non naviga nell’oro: «Avevo sedici bestie, undici da latte e cinque manze per la rimonta. A pieno regime facevo un quintale e 20, un quintale e 30 litri di latte. Il prodotto lo conferisco tutto al caseificio Cercen di Terzolas e mi danno 40 centesimi al litro. Pensare che nel 1995 me lo pagavano anche 1400 lire. Ogni bestia vale in media duemila euro, poi, la stalla è bloccata. Per 80 giorni non posso vendere o acquistare capi di bestiame. Il latte sì, perché viene separato e sarà pastorizzato». Un trattamento precauzionale, anche se i veterinari hanno spiegato che non c’è alcun pericolo. Attilio si arrotola la manica della tuta blu per mostrare il braccio: «Io e mia famiglia siamo andati proprio oggi a fare gli esami alla Usl a Malè, non hanno trovato niente».

Quasi in cima alla strada della Val di Rabbi, passato l’abitato di San Bernardo, sulla destra c’è la stalla di Stefano Albasini e Monica Casna. L’allevamento l’ha avviato il padre di lei, Guido, che poi lo ha ceduto ai due giovani per andare a gestire la malga Contesole, una delle due in cui si è diffuso il contagio in estate. In stalla c’è Monica, una giovane donna con la bandana che sorveglia la mungitura automatica. L’allevamento è più grande di quello di Arnago: 33 mucche ma nove sono state soppresse all’inizio della settimana. «Erano otto mucche da latte e una manza. Volevano portarsi via anche il nostro cane. Ma Diana non me la faccio ammazzare», dice Monica indicando un simpatico border collie che scodinzola tra la neve: «Il veterinario ha detto che la tubercolosi bovina attacca anche cani e gatti, ma i cani non spargono il contagio, così Diana ce l’hanno lasciata. Ci hanno portato via le mucche e speriamo che ce le rimborsino». Suo marito Stefano fuma nervosamente: «Andiamo avanti solo con i premi dell’Unione europea e con gli incentivi della Provincia, perché il prezzo del latte serve a malapena a coprire le spese, se ci tolgono anche quello siamo fritti».

Riscendendo verso la Val di Sole, a Magras, si incontra l’allevamento di Attilio Zanella, vicepresidente del caseificio Cercen. Una stalla modello la sua, con 50 mucche da latte e 40 da rimonta. Tutte provenienti dallo stesso allevamento. Eppure gli hanno soppresso cinque bestie: «Due erano incerte, mentre tre avevano la tubercolosi di sicuro. Il veterinario mi ha detto che la malattia si era fermata al livello dei linfonodi, non era ancora arrivata i polmoni. Spero che l’emergenza si fermi qui. So che in tutta la valle le aziende colpite sono undici o dodici. I capi soppressi sono circa settanta. Un bel colpo, soprattutto per l’immagine, ma anche per il portafoglio. Le mie non sono bestie per d’importazione. Nascono tutte qui e sono selezionate. Non si comprano. Hanno un valore molto alto». Zanella racconta quello che ha provato, quando ha saputo della tubercolosi: «Prima sono stato preso dalla delusione e dal timore. In questa stalla c’è la vita mia e della mia famiglia. Le mie tre figlie devono latte crudo delle nostre mucche. Poi mi ha preso la rabbia. Dal 2003 non si fanno controlli perché hanno detto che la malattia era stata debellata. Se non si fossero interrotti, non ci sarebbe stata questa epidemia. Comunque la gente stia tranquilla. Il latte è sanissimo».

Ubaldo Cordellini

 

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«La fonte non è nelle malghe»
La preoccupazione di Franca Penasa, sindaco di Rabbi

 

RABBI. «La situazione è sotto controllo; peraltro, non è nelle malghe ma nei singoli allevamenti che vanno cercato le origini della tubercolosi bovina». Franca Penasa, sindaco di Rabbi, mostra cautela nel commentare la diffusione della notizia del focolaio di tubercolosi bovina che ha colpito due malghe situate in Val di Rabbi.

Da tempo l’autorità municipale era a conoscenza del problema e, assicura Penasa, non si è perso tempo per mettere la situazione sotto controllo. «Ma facciamo attenzione - chiede Penasa - da quello che ci risulta non dobbiamo pensare che il problema sia nelle malghe». Il focolaio epidemico si è sviluppato nelle due malghe Monte Sole e Mondent, entrambe poste in Val di Rabbi: la prima gestita da residenti nel comune di Rabbi e la seconda di pertinenza della frazione di Arnago, nel comune di Malé, mentre altri due sono stati individuati in due stalle dell’alta Val di Non: in tutto sarebbero stati una ventina i bovini colpiti, già abbattuti.

«Si tratta di un momento assai delicato - prosegue il sindaco di Rabbi - che abbiamo affrontato con tempestività, almeno per quanto riguarda la nostra competenza sul territorio, che è condivisa con gli uffici provinciali. Per quanto concerne i focolai nel comune di Rabbi - chiarisce Penasa - appena diffusasi l’emergenza abbiamo messo in campo tutti i provvedimenti necessari, verificando la situazione: da questo punto di vista possiamo dire che la situazione nel nostro comune è completamente sotto controllo e a tutt’oggi stiamo procedendo ad un monitoraggio quotidiano della situazione generale».

In particolare, Penasa offre alcune precisazioni per quanto riguarda la possibile origine dei focolai epidemici di tubercolosi bovina: «Questi fatti non sono assolutamente collegabili alle malghe, non è qui il problema ma in ogni singolo allevamento di provenienza e per questo è necessario verificare bene ciascuna delle situazioni coinvolte in questa vicenda». Un’emergenza che in ogni caso era conosciuta da qualche mese, sebbene la notizia sia emersa solo ora: ne fa testimonianza il fatto che molti produttori di latte e derivati si sono visti rivolgere spesso in questi giorni domande di rassicurazione sulla sanità dei loro prodotti; l’aver circoscritto alle due malghe di Monte Sole e Mondent i focolai di epidemia, pur con tutte le cautele del caso, permette ora a molti di tirare un sospiro di sollievo.

Alberto Mosca

 

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Il Servizio veterinario provinciale:
«Sappiamo cosa fare e la macchina funziona,
anche se il focolaio ci ha sorpresi».
Stoppati latte e formaggi
«Situazione severa ma sotto controllo»
Rischio contagio anche per l’uomo,
ma gli accertamenti sono stati negativi

 

TRENTO. Il focolaio, accertato, di tubercolosi bovina è uno ed è stato riscontrato all’inizio di novembre in una stalla di Rabbi i cui capi, 23, sono stati abbattuti. La mandria andava all’alpeggio a Malga Mondent e quindi i controlli sanitari si sono concentrati lì e nella malga confinante, la Monte Sole. Il secondo focolaio, quello in Alta Anaunia (Romeno), è solo “presunto” perché sui capi esaminati, per quanto risultati positivi ai test, non sono state riscontrate lesioni polmonari tipiche della tubercolosi bovina. Si dubita quindi che si tratti di altri virus e comunque si esclude che questo caso sia da collegare con il focolaio della Val di Rabbi.

Il batterio può essere trasmesso anche all’uomo, attraverso il respiro o il contatto con l’animale ma anche consumando latte e formaggi riconducibili all’animale infetto. I prodotti derivati dai capi abbattuti sono però stati resi innocui: il latte pastorizzato, il formaggio sequestrato. Inoltre, nessuna delle persone venute a contatto con il bestiame infetto è risultata positiva al test della tubercolosi. La situazione, insomma, richiede lo stato di allerta ma è sotto controllo. La rassicurazione arriva dal Servizio veterinario provinciale.

L’allarme è scattato all’inizio di novembre, dopo la macellazione di una mucca. I controlli obbligatori hanno rivelato la presenza di lesioni causate dal batterio della tubercolosi bovina. La mucca proveniva da una stalla di Rabbi. A un controllo successivo, oltre il 50% dei capi di quella stalla è risultato positivo al test e quindi, come scelta precauzionale, tutti i 23 capi sono stati abbattuti. In seguito a controlli in altre stalle, è stata abbattuta, sempre a titolo precauzionale, un’altra ventina di capi.

Poi cos’è successo?

«Siamo risaliti all’alpeggio e cioè a malga Mondent e alla Monte Sole perché confinante: complessivamente abbiamo esaminato circa 200 capi e una decina di allevamenti».

Si tratta di animali con provenienza certificata?

«Certamente. Dopo i casi di “mucca pazza” è in vigore l’obbligo di dimostrare la provenienza del capo e la sua “storia”».

Quali sono i Paesi di importazione?

«Germania, Austria e Svizzera che, tra l’altro, hanno uno standard di qualità molto elevato».

Nessun rischio di qualche animale “clandestino”, importato cioè senza controlli?

«Questo è da escludere».

Avete individuato la provenienza degli animali risultati infetti?

«Ancora no ma stiamo proseguendo le indagini».

Da quanto tempo, in Trentino, non venivano effettuati controlli specifici sulla tubercolosi bovina?

«Da quattro anni, da quando cioè il Trentino è stato dichiarato territorio indenne».

Da chi e perché?

«A suo tempo dal presidente della Provincia, oggi dalla Comunità Europea. Questo viene dichiarato quando la percentuale di presenza del batterio risulti inferiore allo 0,2% negli allevamenti».

Ma non sarebbe prudente, almeno periodicamente, effettuare ugualmente dei controlli?

«Non si possono fare. L’unico controllo consentito è al momento della macellazione».

A quando risalgono gli ultimi casi in Trentino?

«Il risanamento è stato effettuato tra gli anni 60 e 70 e va ricordato che in contemporanea è stato organizzato il servizio veterinario provinciale. Gli ultimi casi riscontrati, in val di Non e in Valsugana, sono di una decina di anni fa».

Quindi questo nuovo focolaio...

«Ci ha sorpresi, era inatteso».

E in Alta Anaunia?

«Secondo noi è un fatto casuale e che non ha alcun legame con il focolaio della val di Rabbi».

Ma gli animali sono risultati positivi ai test...

«Sì, però al momento della macellazione non sono state rilevate lesioni polmonari. Potrebbe quindi trattarsi di altri virus che nulla hanno a che fare con la tubercolosi. E’ un caso tutto da dimostrare».

Colpa del panico da “mucca pazza” e dintorni?

«È  possibile».

Questo batterio è contagioso per l’uomo?

«Sì e per questo ci preoccupa».

Come si trasmette?

«Si trasmette con il respiro o con il contatto. Ma anche attraverso latte e formaggio».

E quindi quale profilassi avete adottato?

«Il latte prodotto da quella stalla, dal momento in cui abbiamo scoperto il capo infetto, è stato rintracciato e pastorizzato e il formaggio prodotto antecedentemente è stato sequestrato. Una volta stagionato, il rischio cesserà».

E le persone che sono venute a contatto con gli animali infetti?

«Gli operatori della stalla e i familiari sono stati controllati: nessuno di loro è risultato positivo».

Che incubazione ha la tubercolosi?

«È uno dei punti interrogativi... sia per gli animali che per l’uomo questo batterio può rimanere silente e “incapsulato” nel polmone anche per anni. Poi, può accadere che anche per una banale caduta o un “insulto” che il corpo subisce, anche un’altra malattia, esploda».

E quindi, anche se i controlli sugli uomini finora non hanno dato esito, il rischio non è scongiurato?

«Le persone sottoposte a profilassi sono risultate negative ma c’è ancora lavoro da fare».

Possiamo definire la situazione “severa”?

«Sì, però è sotto controllo e sappiamo come muoverci. La macchina funziona».

Milena di Camillo

 

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L’Istituto
«I controlli funzionano»

 

PADOVA. «Controlli ne facciamo continuamente. Se abbiamo riscontrato la presenza di una malattia in un capo di bestiame significa che il filtro funziona e che la gente può stare tranquilla». Stefano Marangon, direttore sanitario dell’istituto zooprofilattico di Legnaro conferma indirettamente il caso di tbc trasmissibile agli umani trovata in due bovini macellati alcuni mesi fa a Padova. L’istituto Zooprofilattico di Legnaro, inaugurato nel lontano 1929, è un ente sanitario che svolge attività di controllo, prevenzione e ricerca nell’ambito della sanità animale e si occupa della diagnosi e ricerca delle malattie trasmissibili dagli animali all’uomo. «Se riscontriamo la presenza di una malattia su capi di bestiame - continua Marangon - mandiamo i risultati delle analisi agli istituti veterinari di competenza che poi proseguono gli esami, isolano le aree e prendono le precauzioni che più ritengono adeguate. Per quanto riguarda la tbc posso dire che molte aree del Triveneto sono indenni a questa malattia. Fra queste aree c’è anche il Trentino». Come dire che è capibile la preoccupazione per l’accaduto.
(Paolo Baron)

 

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«Due mesi di notizie occultate. Come mai?»
Dura reazione delle associazioni dei consumatori:
«Fatto grave, il rischio c’è»

 

TRENTO. Sono passati quasi due mesi dal primo caso di bovino, macellato a Padova, affetto da tubercolosi. «Eppure non è stata diffusa nessuna informazione per evitare che i cittadini corressero qualche rischio per la propria salute, come mai?». E’ dura la reazione delle associazioni dei consumatori: «Fatto grave». E poi il dubbio: «Non è che lo dicono ora la situazione è sfuggita di mano?». Difficile al momento fare chiarezza su quanto accaduto. Non tornano nemmeno i numeri dei capi abbattuti.

A fine novembre il primo caso di bovino, macellato a Padova, affetto da tubercolosi. Fino a ieri però la Provincia non ha mai diffuso delle informazioni ai cittadini per far in modo che fossero quantomeno consapevoli che quello che stavano consumando provenisse da animali a rischio di contagio. Nessun avviso in Val di Non e Sole, nemmeno a chi era in costante contatto con gli animali.

Si avverte inoltre molta confusione per quanto riguarda i numeri dei capi abbattuti: 20 secondo la stringata dichiarazione di Dellai; oltre 40 secondo i veterinari che hanno seguito la vicenda; una settantina a sentire gli allevatori delle due valli.

Il presidente della Provincia Lorenzo Dellai ribadisce di non aver voluto creare inutili allarmismi, che potrebbero essere pericolosi per una categoria economica che già sta attraversando un periodo delicato.

«Capisco la necessità di tutelare gli allevatori, ma mi domando perché aspettare tanto tempo per dare una notizia che può avere serie conseguenze - commenta Paolo Cunego, presidente del comitato di difesa dei consumatori - non è che la situazione ora sia sfuggita loro di mano e adesso si trovino costretti a correre ai ripari?».

D’altra parte la delibera approvata ieri in giunta provinciale, con cui si è deciso di procedere al controllo di 600 capi di bestiame, non permetteva più alle autorità pubbliche di rimandare la comunicazione ai cittadini.

«Mi sembra gravissimo un fatto di questo tipo - dichiara Pasquale de Matthaeis di Federconsumatori - perché dopo il primo caso, riscontrato a fine novembre, si sarebbe potuto procedere immediatamente con i controlli e con eventuali mosse precauzionali. Adesso mi sembra un po’ tardi per agire. Capisco nperfettamente che non si sia voluto creare facile allarmismo, ma di certo non bisognava occultare ai cittadini una situazione di questo tipo».

Cunego riporta l’attenzione anche sul meccanismo di controllo del prodotto: «Ho la sensazione che non ci sia abbastanza personale per effettuare dei controlli adeguati - aggiunge - qui siamo sempre bravi a distinguerci dal resto del mondo, esibendo una presunta superiorità di fondo, ma poi improvvisamente emerge una verità nascosta. Credo anche che la Federazione provinciale degli allevatori non si debba affidare ad organismi di autocontrollo, ma ad un ente super partes che non abbia problemi ad evidenziare l’eventuale presenza di malattie nell’ottica di tutelare i produttori».

Silvia Conotter

 

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Timore per il danno d’immagine.
E rimpianto per il vaccino: «Sarebbe costato poco»
«C’è stata anche leggerezza»
Guido Casna: «Pensavamo di essere indenni e invece...»

 

VAL DI RABBI. «In questa storia c’è stata sfortuna, ma anche un po’ di leggerezza». Guido Casna, detto anche el monarchò, lo conoscono tutti in val di Rabbi. In giro per le varie frazioni sanno che la sua stalla è stata colpita dalla tubercolosi. Adesso, non la gestisce più lui, l’ha lasciata ai «ragazzi», alla figlia Monica e al genero Stefano Albasini. Lui gestisce la malga Montesole, una delle due in cui, l’estate scorsa, alpeggiavano le mucche di Tullio Dalla Valle: «C’è stata sfortuna perché le bestie infette hanno alpeggiato in due diverse malghe, così hanno diffuso la tubercolosi. Questa estate, nella malga Montesole hanno alpeggiato 108 animali, nella malga Mondent, 50. A malga Montesole, abbiamo 12 soci, sono stati contaminati gli animali di 9 aziende, quindi solo tre si sono salvate».

Secondo Casna, la causa della nuova epidemia è soprattutto una: «Il cordone non era più stretto come una volta. Ormai tutti pensavano che la Provincia fosse indenne, quindi i controlli non si facevano più da qualche anno. E dire che ci hanno detto che il vaccino costerebbe poche migliaia di euro per tutto il Trentino. Così, dovremo affrontare un danno molto maggiore».

 Soprattutto un danno di immagine per un’attività che, per forza di cose, non vive di grandi numeri: «La nostra è una produzione di nicchia, di alta qualità. Io, l’estate, a malga Montesole faccio burro e formaggi per i nostri soci. Non sono grandi numeri, ma si tratta di prodotti che fanno l’immagine di questa terra, anche agli occhi dei turisti. Qui abbiamo la strada del Casolet e il formaggio nostrano di malga. Adesso, questa notizia potrebbe danneggiare la loro immagine, anche se, è bene dirlo forte, non ci sono pericoli. Non si è mai sentito di un passaggio della tubercolosi dagli animali all’uomo. Ci vorrebbero grandi secchi di latte crudo e forse non basterebbero neanche. Ora, invece, il latte proveniente dagli allevamenti coinvolti sarà pastorizzato. Non servirà più per fare il grana, perché lì ci vuole latte crudo, ma è buono per altri usi».

Casna se la prende anche con i grandi cambiamenti nel settore: «Io prima lavoravo sulle navi, poi sono tornato qui e ho fondato un mio allevamento. Allora, era necessario il tesserino sanitario per lavorare nelle stalle. Adesso ci viene gente da tutti i paesi, ma il tesserino sanitario non è più richiesto. Potrebbero portare malattie di tutti i tipi». Secondo Casna, i danni potrebbero essere pesantissimi: «Il settore vie grazie ai premi. Pensi che nel 1995 la mia stalla faceva mille quintali all’anno e incassava 145 milioni. Adesso, fa sempre mille quintali, ma incassa 40 mila euro».

(u.c.)

 

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La preoccupazione di Rauzi « È una batosta tremenda»
Il presidente degli allevatori:
«La malattia era scomparsa e noi abbiamo abbassato la guardia»

 

TRENTO. «Una brutta batosta per l’intero settore». Così Silvano Rauzi, presidente degli allevatori trentini, commenta la notizia dell’epidemia di tubercolosi: «Avevamo abbassato la guardia confortati dall’Unione europea che ci aveva dichiarato indenni da questa malattia. Proprio non ci voleva: nonostante ci fossimo appena ripresi dall’effetto Bse il nostro era un settore che ancora fatica a chiudere i conti» spiega.

Le preghiere a Sant’Antonio Abate perché salvaguardi le bestie rivolta appena l’altro ieri durante le celebrazioni per il santo degli allevatori presso il convento dei frati Cappuccini di Terzolas non sono servite. La notizia ha gettato ulteriormente nello sconforto un settore che solamente pochi mesi fa sembrava potesse finalmente, dopo anni di difficoltà iniziare a rialzare la testa. Fra i mesi d’agosto e di novembre sembrava infatti che i mercati si fossero mossi - dopo anni di stasi la richiesta di latte di prodotti lattiero caseari era in forte crescita - causa una situazione particolare verificatasi a livello mondiale con la Cina in testa che richiede questi prodotti. Di conseguenza erano stati ritoccati prezzi del latte e quelli dei latticini, ma già a dicembre il mercato si è nuovamente bloccato, e gli allevatori già prima della notizia di ieri erano molto demoralizzati.

Questo colpo rischia di diventare veramente mortale per la zootecnia trentina in larga parte confinata nelle aree più svantaggiate e quindi con costi di produzione molto più alti di quelli della pianura. Non va poi dimenticato che il settore è rimasto spesso l’unico presidio alla tutela del territorio con i benefici enormi anche per il turismo.

La pesantezza della situazione è stata documentata appena pochi giorni fa dai ricercatori di San Michele che hanno presentato una prima analisi dei costi e ricavi dell’agricoltura negli ultimi anni, prendendo in considerazione nel caso della zootecnia 18 stalle. Ebbene, da questa analisi risulta che il reddito lavorativo famigliare medio per capo bovino adulto negli ultimi anni è sceso a 563 euro, Togliendo affitti e interessi sui capitali aziendali, detto reddito era seppur lievemente aumentato fino al 2005, per decrescere poi nel 2006. Se consideriamo che le poco più di 750 stalle esistenti (con mucche da latte) hanno un patrimonio bovino di meno di 23 mila capi a fronte degli oltre 100 mila di 50 anni orsono quando le stalle erano ancora più di 20.000, rileviamo che il numero medio di capi per stalla non supera le 30 unità. Ebbene: una famiglia di allevatori che è impegnata 365 giorni all’anno, non raggiunge i 17 mila euro di reddito. Questo, nonostante i premi ed i contributi dati sotto varia forma dell’ente pubblico raggiungano circa il 20 per cento del reddito degli allevatori.

La preoccupazione degli allevatori è espressa da Franco Brunori presidente del consorzio Trentingrana che ricorda come tutto il territorio trentino fosse stato dichiarato indenne da Tubercolosi e Brucellosi da qualche anno: «Certo per noi allevatori questa cosa non ci voleva proprio. Siamo già in grosse difficoltà, peraltro va ricordato come questa malattia sia stata segnalata negli ultimi anni nelle regioni a noi vicine dalla Lombardia al Veneto al Piemonte, ma la situazione è sempre stata tenuta sotto controllo».

Carlo Bridi

 

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20 gennaio 2008

 

Azienda sanitaria e Provincia al contrattacco.
L’assessore Andreolli:
«Non si potranno mettere all’asta bestie non esaminate da noi»

Tbc, controlli a tappeto su tutti i bovini

Task force negli allevamenti per fare il «tampone» ad oltre 40 mila capi

 

TRENTO. Niente mezze misure. La Provincia ha deciso di mettere in campo una task force per sottoporre alla prova anti tubercolina l’intero parco bovino, 43 mila capi, nel più breve tempo possibile. Nelle prossime settimane l’Azienda sanitaria proseguirà a spron battuto l’opera di profilassi subita avviata nella zona dei due focolai di tubercolosi bovina scoperti in valle di Rabbi e a Romeno. L’assessore Remo Andreolli aggiunge: «Altra misura. Non sarà più possibile mettere all’asta capi non esaminati».

Già, perché è stata proprio la cessione di due mucche della valle di Rabbi a dei commercianti di carne veneti a permettere al macello di Padova di portare alla luce l’infezione di Tbc bovina. Purtroppo in questo frangente l’Unione europea, solitamente criticata per la pedanteria e la fiscalità delle proprie norme, ha dimostrato una certa miopia nel controllo preventivo delle infezioni degli animali che sostengono la filiera alimentare: «Diciamo che il fatto di essere stati dichiarati dalla Cee zona esente nel 2003 non rendeva più obbligatori i controlli sulla Tbc bovina. Noi li facevamo comunque sulle bestie che andavano al macello. Ora verrà invece reintrodotto il controllo sull’intera popolazione bovina presente negli allevamenti del Trentino: dovranno essere sottoposte al tampone anti tubercolina tutti i capi con più di 40 giorni di vita. E all’asta potranno essere messi solo gli animali già controllati da vivi» osserva l’assessore alla salute pubblica Remo Andreolli.

Ma il focus della vicenda è chiaramente sulla zona dove sono stati individuati i due focolai di tbc bovina, a cavallo tra la valle di Non e quella di Sole: «Il nostro impegno massimo è lì, non c’è dubbio. In quella parte di Trentino sono presenti circa 10.500 bovini, 37 aziende. Noi sino ad oggi ne abbiamo controllati 2.900 e la nostra intenzione è di sottopore ad esame in primo luogo tutti quelli presenti negli allevamenti di quelle due valli. Per muoverci con rapidità e sicurezza stiamo procedendo a cerchi concentrici» conclude Andreolli che, per il resto, conferma come nell’immediatezza della profilassi siano state abbattute 65 vacche. Alcune malate, altre per il fatto di esser state a stretto contatto con quelle già contagiate dall’infezione». Latte pastorizzato, eventuale formaggio invecchiato. Vigilanza ed informazione doverose.

Gianpaolo Tessari

 

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«Abbiamo sempre rispettato le regole:
perché il Trentino era stato dichiarato indenne?»

«Serviva maggiore attenzione»
Romeno, ora gli allevatori temono provvedimenti drastici

 

ROMENO. Cinque in totale le mucche abbattute a Romeno per sospetta Tbc, tre nell’allevamento di Giorgio Tell e due in quello di Guido Lanzerotti. Per i due allevatori queste sono giornate che difficilmente usciranno dalla memoria anche se le loro stalle sono state risparmiate da dolorosi provvedimenti di abbattimento totale. «Oggi (ieri per chi legge) sono andato a fare fatica in montagna salendo fino al Roén con gli sci: volevo respirare in pace dopo la tensione degli ultimi giorni», confessa Lanzerotti. Nelle sua stalla ha cento mucche da latte e una cinquantina di manze e non nasconde la preoccupazione.

«Non posso non essere preoccupato come ogni persona di buon senso anche se ho la coscienza a posto perché ho sempre fatto correttamente tutto quello che mi è stato detto di fare». Le mucche risultate positive al test le aveva in stalla da due anni acquistate in provincia di Bolzano. Fortunatamente casi isolati che non hanno contagiato gli altri animali della stalla che sono risultati indenni. «Quando i controlli hanno rilevato la malattia mi sono visto crollare il mondo addosso, non ci volevo credere, mi sembrava impossibile in quanto da anni la nostra zona era dichiarata indenne, forse la guardia è stata abbassata troppo presto». I due capi ammalati erano stati all’alpeggio nelle ultime due estati e secondo il giovane allevatore qui potrebbe essere l’origine del morbo. «In montagna c’è tanta gente, probabilmente porta anche tanti germi». Niente alpeggio invece per le tre mucche risultate positive ai test nella stalla di Giorgio Tell, 47 anni. «Una l’ho acquistata in valle di Fiemme e due venivano dal mio allevamento: in malga non le ho mai portate», spiega Tell che come il collega è preoccupato. «Ci dimostra che non possiamo mai abbassare la guardia, e la definizione del Trentino come zona indenne non esime da un’attenta sorveglianza e dai controlli puntuali con cadenza frequente». Sottolineando la sua attenzione, precisa e puntuale, alle regole che le autorità sanitarie impongono per gli allevamenti. Nella sua stalla rimangono indenni le altre 100 mucche e il latte (come succede anche per la stalla di Lanzerotti) viene conferito separatamente al locale caseificio.» Speriamo che il caso si risolva così, ma per noi questa professione è sempre una infinita corsa in salita».

(g.e.)

 

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Val di Rabbi: «Si sa da dove vengono gli animali

ma non se siano davvero sani»

«Chi sapeva è rimasto zitto»

Scoppia la protesta fra i residenti di San Bernardo

 

RABBI. “I più l’hanno saputo oggi dai giornali, ma c’era chi sapeva da tempo e ha taciuto...” A San Bernardo, il centro abitato maggiore della Val di Rabbi, c’è chi ha voglia di commentare la botta che ha colpito alcune aziende zootecniche. E il primo pensiero va proprio a chi non riuscirà a risollevarsi: “Qualcuno chiuderà i battenti, specialmente gli anziani, quelli che facevano una vera agricoltura di montagna, curando nei minimi particolari il territorio”. Si pensa anche ai possibili pericoli per la salute umana, ma con la consapevolezza che si tratta di ipotesi assai remote; al contrario, non mancano i commenti, anche duri, su una generale politica di controlli e sicurezza. “È da quattro anni che non si fanno controlli sugli animali, con la scusa che la zona era stata dichiarata immune: ma in realtà si sa che gli animali girano, si sa da dove vengono e dove vanno ma a quanto pare non quanto siano sani”. C’è chi afferma di aver letto dell’ordinanza di abbattimento dei capi infetti sull’albo comunale di Caldes: esposta al pubblico come di regola. Suo malgrado lo sapeva Fabrizio Franceschi, titolare a Cavizzana di un’azienda agricola: “Da tempo la gente mi chiedeva se i miei prodotti fossero stati infetti: ho rassicurato tutti, il mio bestiame non c’entra, ma chi sapeva è stato zitto”. E a San Bernardo c’è chi attacca senza mezzi termini la federazione degli allevatori, accusata di aver cercato di nascondere la gravità dei fatti.

Seduto al bar c’è Guido Casna, gestore della malga Monte Sole, che con malga Mondent ha ospitato i capi infetti: “L’importante è non creare allarmismo, attacca Casna, lamentando però che “il cordone sanitario negli ultimi anni si è troppo allentato, al contrario di quanto avviene in Alto Adige”. In particolare Casna pensa anche a chi lavora nelle malghe e nelle stalle: “Oggi il libretto sanitario non serve più, ma è un errore in un tempo in cui molti lavorano nel settore con varie mansioni e i prodotti caseari sono un prodo tto turistico; ormai con noi lavora gente che viene da chissà dove e servono controlli”. Un altro problema è quello della trasmissibilità della malattia a ovini e suini, con i primi ben presenti in Val di Rabbi: “Si tratta di un grande problema: ad esempio, si chiede Casna, le pecore che percorrono la valle per la transumanza, sono controllate e vaccinate?”. Se l’epidemia passasse agli ovini, il disastro sarebbe completo. A infastidire Casna vi è poi il fatto che “sia di 42 giorni il tempo concesso per trasferire un bovino dal luogo di vendita a quello di acquisto: chi sa cosa succede in questo lasso di tempo? Un animale nel frattempo può essere condotto in altri luoghi e, se infetto, provocare gravi danni”. Infine, il pensiero più triste va a chi ha perso il proprio bestiame: “Selezionato e migliorato negli anni, non è poi così facile da rimpiazzare; per questo, parecchi abbandoneranno l’attività”.

Alberto Mosca

 

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Il sindaco Penasa ha fatto il giro delle 10 aziende colpite
«Per la valle una calamità»
«Il Comune farà la sua parte: vacche in stalla a costo zero»

 

TRENTO. Gli allevatori non saranno lasciati soli perché sono loro a mantenere vive le tradizioni della valle e a curarne il territorio. La promessa viene dal sindaco di Rabbi Franca Penasa che ieri ha visitato le dieci aziende interessate dagli abbattimenti. «Ho trasmesso la rassicurazione di Dellai, che la questione sarà seguita con la massima sensibilità. Ma anche il Comune farà la sua parte: vogliamo che queste aziende rimettano in stalla i bovini a costo zero. Quello che è avvenuto è paragonabile a una calamità».

«Altrimenti - continua Penasa - potremo fare convegni per cento anni ma i danni sarebbero definitivi».

Delle dieci aziende colpite, quattro sono grandi (con più di 20 animali), e le altre di dimensioni ridotte, con un numero di capi da 2 a 4. «Queste ultime però sono importanti al pari delle altre e possono subire il danno maggiore. Si tratta di persone che tenevano gli animali anche per motivi affettivi e questo può essere il momento in cui decidono di mollare». Il ruolo di queste strutture è decisivo. Il perché è semplice. «Primo, senza latte non si fanno prodotti. Secondo: sono molto attive sia nello sfalcio che nella manutenzione del territorio, ma anche nell’utilizzo delle malghe per la monticazione. E questa è un’integrazione importantissima per il turismo. Non solo: contribuiscono a mantenere un senso di appartenenza anche per chi abita nella zona e non fa quel lavoro. Sono una componente sociale importante».

Penasa ha avuto un vertice con Dellai martedì scorso e promuoverà a breve un incontro tra proprietari di aziende e veterinari, per fornire tutti i chiarimenti necessari. «Ho trovato un grande scoramento, perché queste persone vivono l’azienda e le bestie come parte della loro famiglia. C’è un signore di 80 anni che vive con un fratello più anziano e la figlia in una delle frazioni più alte: a 1.350 metri. Ha due vacche, purtroppo tutte e due tovate positive. Sono contento, mi ha detto quando l’ho rassicurato, perché potrò rimettere le vacche nella stalla». La famiglia di Tullio Dallavalle, il proprietario delle 23 mucche abbattute, è prostrata. «Sono davvero demoralizzati, ma noi faremo di tutto perché continuino. Hanno affetto per l’azienda, ereditata dal padre, tengono ai loro prati e ai loro macchinari. Il problema è che le mucche se le facevano loro con i vitelli. Sostituirle tutte vuol dire anche cambiare il tipo di approccio. Non è come cambiare una macchina...».

Sull’origine dell’infezione ancora nulla si può dire: per l’Azienda sanitaria l’ipotesi più probabile è che da un capo, si presume acquistato all’estero, sia stata trasmessa agli altri. Quello che conta è avere individuato il focolaio.

In queste circostanze difficili gli allevatori hanno dimostrato una grande serietà. «Tutti hanno sospeso l’attività per evitare di arrecare danni e hanno detto: siamo disposti a contribuire economicamente perché si facciano i controlli. Questo fa loro onore».

In valle molti accusano le autorità di aver lasciato la comunità all’oscuro per due mesi. L’allarme infatti è scattato a inizio novembre: «Io l’ho saputo in via informale dagli interessati gli ultimissimi giorni di dicembre, ufficialmente il 2 di gennaio», afferma il sindaco. «Ma con il personale dell’Azienda sanitaria c’è un rapporto di grande fiducia. Sono sicura che quando l’hanno saputo me l’hanno detto».

Penasa chiede sia ripristinato l’obbligo del libretto sanitario, eliminato da tre anni. «Il Veneto vuol abolire alcune vaccinazioni. Ci sono continuamente direttive che guardano più alla gestione dei budget che non alla salute pubblica. E alla fine ci rimettono i più deboli. Ci sono molte persone che vengono da altri Paesi, con situazioni igienico sanitarie e di prevenzione diverse. Facciamo regole sempre più restrittive, che ci costringono a produrre montagne di carta, ma poi togliamo i controlli».

Luca Marognoli

 

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Chi lavora nel settore si aspetta l’effetto psicosi
già riscontrato per la Bse: un fenomeno temporaneo
«Ma la gente si fida ancora di noi»
I macellai non sono preoccupati, prevedono però un calo delle vendite

 

TRENTO. La tubercolosi bovina, che ha avuto il suo focolaio in una stalla di Rabbi ad inizio di novembre e ha costretto all’abbattimento di 70 capi infetti, non preoccupa i macellai trentini che si dicono sicuri delle loro bestie, ma ammettono: «Per la paura della gente avremo un calo delle vendite fino a quando non sarà rientrato l’allarme». Nessun problema, invece, per il latte crudo non pastorizzato. All’interno dell’azienda agricola di Aldeno, che fornisce il latte ai 2 distributori di Trento, non ci sono capi contagiati.

Come per il morbo della «mucca pazza», seppur in maniera più lieve, i macellai anticipano un calo delle vendite a causa della fobia nel mettere in tavola fette di carne bovina infette. «Per i primi 10 giorni ci sarà meno clientela e più domande sulla provenienza dell’animale macellato» commenta Gianfranco Ravagni, titolare della macelleria in piazza Duomo. «Di solito il sabato è sempre pieno, invece oggi (ieri, ndr) non si lavora tanto». Con la «mucca pazza» il signor Ravagni aveva avuto un calo delle vendite dell’80% per i primi 6 mesi dopo la mucca pazza, «questa volta il danno non sarà così ingente. C’è però il rischio che la carne venga sostituita con altri alimenti e dopo ci si abitui a mangiare dell’altro».

I macellai sono comunque tranquilli perché ogni capo che macellano ha una propria carta d’identità che specifica il paese e data di nascita, il fornitore, l’allevatore e le visite veterinarie. Ma le domande da parte dei clienti sono ancora tante, secondo Alberto Cainelli, macellaio di via dei Tigli che spiega: «Il 70% chiede il paese di provenienza dell’animale e acquista solo carni nostrane». La popolazione sembra fidarsi maggiormente dei macellai rispetto ai supermercati dove «ci sono carni che arrivano già sottovuoto: in quel caso la provenienza è meno certa. Gli ufficiali sanitari da noi vengono a controllarci almeno una volta in settimana» conclude Cainelli.

Supermercati che, a poco a poco, hanno soppiantato le macellerie di Trento. Una ventina di anni fa, infatti, in città si contavano ben 55 macellerie, ora ce ne sono solo 5. A causa dello scarso ricambio generazione, chi va in pensione non cede più l’attività al figlio, ma abbassa le serrande. Sono sempre più messi alla prova i macellai: prima erano alle prese con l’aviaria, poi con la mucca pazza e ora con la Tbc bovina.

Continuano però ad accogliere calorosi i propri clienti e si dimostrano sereni: «La Tbc ha contagiato i bovini da latte perché vengono sfruttati troppo. Una volta facevano al massimo 30 litri di latte, ora ne producono fino a 60 litri» commenta Amedeo Montanarini dell’omonima macelleria di via Giusti. Il figlio Roberto, attualmente il titolare della macelleria, afferma: «È troppo presto gridare al calo delle vendite, lo verificheremo tra una settimana».

Presso la macelleria dei fratelli Nerio e Roberto Chemolli di via Calepina ieri procedeva tutto regolare. «È pieno oggi, la gente non chiede e si fida di noi. Sono anni che facciamo questo lavoro e con i clienti abbiamo instaurato un rapporto di fiducia» racconta Nerio. Nessun allarme per quanto riguarda il latte crudo, bevanda potenzialmente a rischio di contagio di Tbc. Ieri sono stati resi noti i risultati sui bovini da latte dell’azienda agricolo di Graziano Piffer che rifornisce i due distributori di latte crudo di Trento: le analisi hanno certificato che tutti i 24 bovini sono sani.

(m.b.)

 

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21 gennaio 2008

 

«Un rischio comprare bovini non locali»
Il presidente degli allevatori Rauzi mette sotto accusa la globalizzazione

 

TRENTO. Silvano Rauzi, 69 anni, è presidente degli allevatori trentini dal 1980. Suo papà era allevatore; suo figlio, laureato in sociologia, è allevatore. Hanno una stalla con 120 vacche da latte a Malè. «Una stalla chiusa», precisa. «Si alleva ma non si acquista». Rauzi è convinto che la globalizzazione sia dannosa per la zootecnia. «Comprare il bestiame fuori è una pratica diffusa. Nessuno lo vieta ma è un rischio. Non lo dico io, ma i veterinari dell’Azienda sanitaria».

Presidente Rauzi, prima Bse e afta, ora la Tbc. Per gli allevatori non c’è tregua.

«Sì, è così. Purtroppo anche dove c’è un alto livello sanitario transitano bestie che arrivano da tutte le parti e il pericolo aumenta enormemente. Più questi standard sono elevati, maggiore è il rischio nell’introdurre capi di cui non si conosce la storia. Perché è vero che gli animali hanno il certificato, ma non si sa quale sia il loro standard sanitario, né i contatti che abbiano avuto».

Le “stalle chiuse” risolverebbero i problemi.

« È una precauzione, ma talora non basta. Era chiusa anche la stalla di Magras dove sono stati trovati 5 animali malati. Il fatto è che l’alpeggio avviene in comunità: è un veicolo di trasmissione».

La Tbc è soltanto l’ultima tegola.

«Sì, questo accade in un momento già di grosse difficoltà economiche: il reddito è basso e i costi sono aumentati sensibilmente. Per l’alimentazione da agosto si parla di un 30%. Pensiamo ai cereali, alcuni sono più che raddoppiati».

La Provincia aumenterà gli indennizzi per i capi abbattuti, ma quello che fa più paura è il contraccolpo psicologico sui consumatori.

«Bisogna dire però che c’è stata efficienza e tempestività nell’intervenire. Tutti dicono, tutti sanno, ma se guardate le ordinanze dei sindaci e il ritiro degli animali, non passano più di tre giorni».

Tema un calo nel consumo di latte e carni?

«Penso che la sanità provinciale abbia dato assicurazioni. Vedremo se saranno sufficienti a tranquillizzare i consumatori. Noi ci muoviamo in stretta collaborazione con l’Azienda sanitaria mettendo in atto tutti i provvedimenti che assume. E seguendone i consigli».

Lei al Trentino ha dichiarato che dopo essere stati dichiarati indenni dall’Ue avevamo “abbassato la guardia”. Ci sono responsabilità anche in provincia?

«Non è che abbiamo abbassato la guardia noi. Dopo il riconoscimento non c’era più bisogno di fare le prove. A livello europeo sono state esonerate le zone indenni».

Questo vi ha danneggiato?

«Non sappiamo dirlo. Si pensava che gli animali introdotti provenissero da zone indenni. Cosa può essere successo? Che magari qualche capo sia venuto a contatto, nei viaggi e nei trasporti, con un altro animale infetto. Poi abbiamo anche un altro problema...».

Quale?

«Quello delle malghe che prendono in affitto bovini da carne provenienti da fuori provincia. Lo stato sanitario degli animali da carne non è lo stesso. Sono animali che hanno grandi movimentazioni, vengono da diversi Stati e arrivano nelle nostre malghe con stress di viaggio e condizioni diverse rispetto a quelle del bestiame autoctono».

Si ipotizza che i bovini che hanno portato l’infezione venissero dagli altri paesi d’Europa. È l’effetto della globalizzazione?

«Non so se i bovini venissero da fuori. Ma questo effetto globalizzazione costituisce senza dubbio un pericolo. L’abbiamo sempre detto, contestando l’affitto di animali da carne».

È un processo inarrestabile però. Non si può andare indietro.

«Non dico che questa sia la causa, ma che è un pericolo per il nostro stato sanitario».

Cosa si può fare allora?

«Spetta alle autorità sanitarie. Non voglio sostituirmi a nessuno. Ormai ce ne sono troppi che sanno e parlano. Credo che la notizia non vada ingigantita. Non bisogna creare emozioni che danneggiano la salute della gente».

Dagli studi dell’Istituto agrario di San Michele emerge che oggi una famiglia di allevatori non raggiunge i 17 mila euro di reddito l’anno. È una professione in estinzione?

«Guardi, è una professione che va a ridursi sempre di più perché con redditi bassi c’è bisogno di ristrutturare l’azienda. Se uno vuole vivere ha la necessità di trarre dal proprio lavoro un reddito dignitoso. Ma adesso si parla soprattutto di sopravvivere... Qualcuno abbandona e qualcuno ristruttura. Sono anni - parlo almeno degli ultimi dieci - che le aziende sono in calo numericamente, ma si mantiene sia il numero dei capi che i quantitativi di latte prodotto».

Cosa può fare l’ente pubblico per salvare la zootecnia di montagna?

«Sta anche facendo abbastanza con i premi. C’è un’ulteriore difficoltà perché non sono stati erogati quelli del 2007 a causa del Psr (Piano di sviluppo rurale) che è stato approdato solo in dicembre. Ma questo è dovuto al fatto che era l’anno di impostazione. Per il resto l’ente pubblico ha dei vincoli da parte della Cee: non può dare contributi autonomamente».

Anche questo è un effetto della globalizzazione.

«Almeno della globalizzazione europea».

Anche lei, presidente, ha un’azienda zootecnica familiare.

«Sì, abbiamo 120 animali. È l’azienda che aveva mio padre e che ora porta avanti mio figlio».

È preoccupato per il suo futuro?

«È stata una scelta che ha fatto: dopo sociologia ha voluto andare avanti con l’azienda».

Ha fatto bene?

«Non so dirle, ma vedo che le difficoltà oggi non esistono solo nel mondo zootecnico. Chi lavora nel privato qualche piccola ansia ce l’ha. Sì, dobbiamo tutelare i nostri allevatori ma avere uno sguardo anche sul resto e confrontarci con gli altri».

Il sindaco di Rabbi Penasa afferma che gli allevatori hanno un ruolo decisivo nel preservare il territorio e le malghe ma anche nel mantenere vivo il senso di appartenenza di tutta la comunità. C’è in gioco un pezzo della nostra “anima”?

«Sicuramente. Guardi noi giovedì 17 abbiamo festeggiato al convento dei Cappuccini Sant’Antonio Abate. Il motto è stato questo: il problema di uno dev’essere il problema di tutti. Solo così supereremo questo momento di difficoltà».

Luca Marognoli

 

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Diagnosi non confermata

 

ROMENO. Cinque mucche abbattute (in due stalle) perché risultate positive al test Tbc, diagnosi poi non confermata dai controlli sanitari del macello che non ha riscontrato lesioni polmonari nei quattro bovini. Ma a creare la maggior preoccupazione è la conferma della ricomparsa, nelle stalle, di una malattia che sembrava definitivamente debellata. «Ho fatto l’ordinanza di sequestro ed abbattimento dei capi risultati positivi, ma i responsabili del servizio veterinario mi hanno dato le più ampie garanzie che per l’uomo non c’è assolutamente pericolo e che la situazione è circoscritta e quindi ampiamente sotto controllo», conferma dal municipio il vicesindaco Giorgio Giuliani. «A quanto mi risulta, i capi trovati positivi nei due allevamenti di Romeno provengono dal Nord Europa dove al tubercolosi bovina a quanto apre è presente in modo abbastanza diffuso. Un bacillo difficile da scoprire perché a quanto mi dicono può avere un’incubazione anche di due anni prima di manifestarsi», afferma Giuliani. Un fatto - spiega - che esclude che il morbo possa essere radicato negli autoctoni allevamenti altoanauniesi. «Attenzione sì, anzi massima, ma niente allarmismi» conclude Giuliani che esprime solidarietà ai due allevatori coinvolti. I quali peraltro con molta serietà e hanno assicurato massima collaborazione e disponibilità.

(g.e.)

 

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Il servizio veterinario: «Un quarto dei bovini controllati in Non e Sole.
Finiremo entro aprile»
In due valli eseguiti già 2.500 test
Oggi l’esito dei controlli su 10 persone dopo i primi 23 negativi

 

TRENTO. Sono già 2.500 i capi sottoposti al test della tubercolina nelle valli di Non e Sole. Si tratta di un quarto dei circa diecimila bovini presenti sul territorio. «Abbiamo iniziato i controlli il primo di gennaio e contiamo di finire entro aprile», spiegano al Servizio veterinario del distretto, che comprende le due valli. Oggi intanto si attende l’esito dei controlli eseguiti su dieci persone venute a contatto con gli animali infetti. Le prime 23 erano state tutte dichiarate negative.

Iniziamo dai controlli sugli animali. Si è proceduto partendo da Rabbi, dove in novembre era stato individuato il primo caso, e allargando progressivamente il cerchio. In Val di Sole lo screening è già iniziato nei comuni di Malè, Rabbi e Caldes, in Val di Non in quelli di Romeno e Cavareno, dove c’è la maggior concentrazione di animali, e nei paesi della bassa valle.

La somministrazione del test da parte del servizio veterinario è iniziata a gennaio anche negli altri distretti, dove ci sono gli altri 33 mila capi (con più di 40 giorni di vita) che saranno controllati. L’obiettivo è di concludere entro giugno, in tempo per l’alpeggio. Si procederà secondo il calendario già previsto per i normali esami del sangue che vengono eseguiti due volte l’anno per le altre patologie più diffuse: brucellosi, leucosi, Ibr (herpes virus bovino) e Bvd, diarrea virale bovina.

Il test della tubercolina consiste in una inoculazione intradermica che dà il suo esito a 72 ore di distanza. Prima della riforma dell’Usl (negli anni ottanta), veniva compiuto con cadenza annuale, divenuta biennale fino al 2004. «Da quella data in poi la legge ci obbligava a non farlo, essendo il Trentino una provincia dichiarata indenne», affermano al servizio veterinario del distretto Valli di Non e Sole. I controlli sarebbero scattati (come è avvenuto) solo su segnalazione di casi di Tbc rilevati all’atto della macellazione. «Ora probabilmente dovremo farli tutti gli anni».

L’infezione è stata riscontrata nei dieci allevamenti di Rabbi, in uno di Magras e in due di Arnago, entrambe frazioni di Malè. Quanto a Romeno sembra essersi trattato di una falsa positività. «Il presunto focolaio infatti - affermano i veterinari - non è stato accertato dall’esame autoptico». L’azione è stata tempestiva e questo induce a considerazioni ottimistiche: «Sono stati controllati tutti gli allevamenti che monticavano nelle due malghe coinvolte: a Mondent e Monte Sole. Al di fuori di capi malati non ne abbiamo trovati. Questo ci conforta: siamo riusciti a fare un’indagine accurata e nello stesso tempo l’infezione, stando ai dati finora disponibili, si è fermata lì».

Quanto ai controlli sull’uomo, saranno interessate in tutto una settantina di persone: oltre ai proprietari delle aziende, il personale e tutti coloro che sono entrati per vari motivi in contatto con i bovini scoperti infetti.

(maro)

 

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25 gennaio 2008



Allevatori. Primo bilancio di Silvano Rauzi

«Contro la Tbc reazione efficace»
Nessun calo nei consumi di carni e latte. L’intesa con l’Appa

 

TRENTO. “Viviamo un momento di grandi difficoltà. Questi casi di Tbc segnalati dopo molti anni di assenza della malattia, sono stati un colpo improvviso che noi allevatori non ci aspettavamo. Tuttavia con l’Agenzia per l’Ambiente abbiamo trovato subito l’intesa e proseguiamo assieme”. Lo ha detto Silvano Rauzi, presidente di Federallevatori, che ha chiuso il suo intervento di apertura del primo incontro di “Allevatori insieme 2008” commuovendosi fino alle lacrime con un appello: “Abbiamo bisogno della solidarietà di tutti”.

“La solidarietà dei consumatori almeno fin od ora non manca” dice il responsabile commerciale della Federazione, Mario Tonina “non abbiamo riscontrato nessun calo né nella vendita della carne, né dei formaggi e nemmeno per il distributore automatico di latte crudo collocato dall’allevatore Piffer di Aldeno a fianco dello spaccio della Federallevatori. Notiamo anche una maggiore tranquillità dei nostri clienti che, a differenza di quando era scoppiata una precedente epidemia, questa volta fanno acquisti senza timori presso il nostro spaccio. Certo” - sottolinea Tonina - “aver operato con la massima trasparenza, anche da parte del Piffer che aveva da poco sottoposto tutte le sue mucche al test per la Tbc esponendo sulla bacheca del punto vendita i risultati negativi, è stato molto apprezzato”.

All’incontro di ieri gli allevatori hanno riempito la sala della Federazione, ma il morale non è certo alto. Molti i giovani presenti. Il tema in discussione riguardava il benessere animale e la riduzione delle emissioni di azoto. Argomento approfondito dal direttore dell’Appa, Fabio Berlanda, dai suoi collaboratori e da una équipe del Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova, coordinata dal direttore Giovanni Bittante.

Parole di apprezzamento per il chiaro quadro legislativo provinciale sono venute proprio da quest’ultimo, mentre Berlanda ha sottolineato come in Trentino non vi siano aree vulnerabili a causa dei reflui da stalla, come risulta dalle analisi sui più importanti corsi d’acqua.

Di particolare interesse il progetto di valorizzazione commerciale della carne prodotta da incroci delle vacche da latte trentine con il seme dei tori di razza “Blu Belga”, razza da carne particolarmente idonea per l’incrocio con vacche da latte, ha ricordato Riccardo Dal Zotto del Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova. Si tratta di circa 6 mila vitelli che annualmente vengono raccolti a 3 settimane dalla Federazione, spediti in Veneto per lo svezzamento e quindi riportati in Trentino per l’ingrasso.

Circa 1.200 capi vengono macellati in strutture controllate quando raggiungono il peso di 570 -580 chilogrammi, mentre 400 vengono venduti allo spaccio della Federazione dopo aver esaminato tutte le carcasse per studiare le caratteristiche qualitative della carne. Senza mai perdere il filo della rintracciabilità di ogni sua parte, dalla stalla alla fettina.

Carlo Bridi

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