Alla cerimonia per i dieci anni dalla tragedia della funivia
era presente solo il console, mancavano l'ambasciatore e i marines

Il Cermis dimenticato dagli americani

"Perché?" grida uno dei genitori delle vittime. Nessuna risposta

 

 

Il prato a fianco del fiume Avisio è coperto dalla stessa bava di neve di dieci anni fa. Nel punto in cui è caduta la cabina della funivia del Cermis c’è un pino ancora giovane, piantato proprio per ricordare i venti morti, uccisi dalla protervia e dalla stupidità. Uccisi senza un motivo. E’ proprio ai piedi di quel pino che i parenti e gli amici delle vittime si sono ritrovati ieri pomeriggio alle 15.13, la stessa ora della tragedia di dieci anni fa. E’ stata una cerimonia muta, lontana dalla pompa dei riti ufficiali. In mezzo al prato non c’erano politici, diplomatici. C’erano solo loro. Erano un centinaio e si sono messi a semicerchio davanti al pino e ai venti lumini che qualcuno aveva già posato il giorno prima. C’erano, fin dal sabato, anche venti rose rosse di seta. Il presidente del Comitato e febbraio Werner Pichler dice che le ha mandate il navigatore del Prowler assassino, Joseph Schweitzer. Fino ad ieri mattina erano gli unici fiori, le sole macchie di colore davanti a quel pino e tre croci che ricordano la tragedia di dieci anni fa. La nuova funivia non passa più per quel punto. La stazione a valle è circa trecento metri a nord. Per arrivarci, ci si deve andare apposta. E non c’è tanta gente che lo fa. Sono molti quelli che vogliono dimenticare quello che è accaduto il 3 febbraio 1998.


Anche alla messa di ieri mattina, nella chiesa di Santa Maria Assunta, non c’era il pieno di autorità. Invece dei parenti delle vittime, in prima fila c’erano il sindaco Walter Cappelletto (che in un lapsus ha sbagliato anche la data della tragedia), il console generale degli Stati Uniti a Milano Daniel Waygand e il senatore Giacomo Santini. Per la prima volta mancavano i rappresentanti ufficiali dei marines, che, pure, da queste parti si erano fatti vedere in più occasioni in alta uniforme. L’ambasciatore americano Ronald Spogli ha preferito rimanersene a Villa Taverna, a Roma. E dire che il suo predecessore, Thomas Foglietta, aveva sentito il bisogno di inginocchiarsi sul prato in cui è caduta la cabina. Quest’anno niente di tutto questo. Il console è salito a Cavalese con una monumentale Ford blu con tanto di lampeggiante e targa diplomatica, circondato da quattro guardie del corpo con l’auricolare attaccato all’orecchio, come se dovessero scortare qualcuno in pericolo di vita. Ma di odio in giro non ce n’era.


Più che altro c’era dolore. Nel cimitero di Cavalese, davanti alle due lapidi che ricordano le vittime delle due tragedie del Cermis, quella del 1998 e quella del 1976, Paul Eiskens, ufficiale giudiziario di Anversa che dieci anni fa perse la figlia Rosemarie di 24 anni, ha letto un breve messaggio in italiano ricordando sua figlia e gli altri belgi: «Erano cinque amici alle soglie della vita, ma ce li hanno strappati in una frazione di secondo. Resta solo una domanda Perché? Sono passati dieci e anni e per noi il dolore è come se fosse ieri. Perché? Perché? Perché?». Già, perché? Domanda pertinente, ma quelli che potrebbero rispondere non lo fanno.


Il console Waygand, circondato dalle guardie del corpo, ha depositato una corona striminzita con un nastro amaranto e la scritta «Consolato generale americano di Milano». «Sono venuto per mostrare rispetto per le vittime. E’ stata una cerimonia bellissima e toccante. C’è molto amore. Non è la situazione giusta per esprimere rabbia. Noi, del resto abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Certo, sarebbe stato meglio se questa tragedia non ci fosse mai stata, ma si è trattato di un incidente». Sulla mancata presenza dei marines, dopo tanti anni di presenza, il console cerca di sorvolare: «Non so perché non c’erano i marines, ma per il nostro paese c’ero io». Sull’assoluzione di Ashby e degli altri neanche una parola. E’ stato un incidente, basta così.


Alla tesi dell’incidente Werner Pichler non vuole rassegnarsi: «Abbiamo contattato sia lo staff di Barack Obama che quello di Hillary Clinton. Vogliamo che la nuova amministrazione americana riapra il caso perché non c’è stata giustizia».Non si rassegna neanche il procuratore militare americano che ha sostenuto l’accusa nel processo contro i piloti. Ieri era in chiesa e al cimitero, in borghese, lui e sua moglie. Se ne è stato in disparte in un angolo, ma non ha voluto parlare. Del resto, la sua presenza vale più di mille parole, a dimostrare che si trattò di una sentenza politica. Anche Bert Berger, padre dell’unica vittima olandese, Danielle Groenleer, pensa che si sia trattato di un verdetto pilotato: «Forse, se il processo si fosse tenuto in Italia, sarebbe andato a finire diversamente. Non voglio pensare che i piloti abbiano agito volontariamente, ma l’assoluzione è troppo». I parenti delle vittime preferiscono ricordare i parenti. Alle 15.13 eccoli passare il ponte sull’Avisio e risalire per la stradina che si dipana a destra della nuova ovovia del Cermis. A gruppetti arrivano alla staccionata. Ci sono solo loro, quelli che dentro quell’ammasso di ferraglia hanno perso qualcuno di caro. Hanno decine di lumini e decine di rose rosse che sommergono quelle inviate da Schweitzer. Sono un centinaio. Hanno portato anche i bambini. Qualcuno accarezza le foto attaccate alla croce d’acciaio e alle due croci di legno. C’è l’immagine di Rosemarie, sorridente con il suo Sebastiam, c’è Danielle con gli sci ai piedi. Volti di giovani che non torneranno più. Nessuno parla.


Percorrendo all’indietro i trecento metri verso la pista, però, ci si accorge come quella del Cermis sia una tragedia dimenticata. Sul ponte di legno verso il parcheggio ci sono due sciatori di Faenza: «Oggi abbiamo sciato bene», dicono soddisfatti. Ma se gli si chiede se sanno cosa è accaduto in quel punto dieci anni prima rispondono che non lo sanno. Poi salgono sulla loro Audi station wagon. Il viavai della nuova ovovia a prova di Prowler, in mezzo agli alberi, continua imperterrito.

 

Ubaldo Cordellini

Alto Adige - Trentino, 4 febbraio 2008

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