Dolomiti Energia e Trentino Servizi, la fusione maldestra
Progetto contrario alle direttive Ue ed alla Finanziaria
Senza vantaggi per i cittadini

 

TRENTO. L’idea di fondere Dolomiti Energia e Trentino Servizi, lanciata dai rispettivi consigli di amministrazione, rappresenta un goffo tentativo di coniugare tutela del mercato e capacità di competizione.

Favorire la concorrenza ed il mercato, riduce la capacità degli operatori di mantenere posizioni acquisite, e molto spesso l’obiettivo recondito dalla prima - i vantaggi per i consumatori - passa proprio attraverso lo scardinamento delle “posizioni dominanti”.

 

In questo ambito, secondo l’Ocse - l’Italia, si noti, è stato l’ultimo Paese a dotarsi di una disciplina propria al riguardo con la legge 287/1990 - lo Stato ed i suoi surrogati (Comuni, Province e Regioni) hanno un compito molto preciso per lo sviluppo dei valori fondamentali dell’impresa, della proprietà privata e della concorrenza, cioè quello di abbandonare ogni ruolo “interventista” ed assumere una funzione di “regolatore”.

 

Tuttavia, molte volte accade che l’esigenza di preservazione delle posizioni acquisite prevarichi la necessità di non danneggiare il consumatore, ma non è frequente registrare come ciò possa avvenire in presenza di norme precise - vale a dire articoli di legge, non “principi”. Il fenomeno, come nel caso in questione, assume connotazioni strabilianti quando le leggi sono ignorate da chi appartiene alla parte politica che a livello nazionale le ha promosse e promulgate.

 

A questo proposito, si deve ricordare che l’ultima Finanziaria Prodi, la legge 244 del 24 dicembre 2007, con l’obiettivo appunto di tutelare la concorrenza ed il mercato, ai commi da 27 a 29 dell’articolo 3, ha stabilito che i soggetti individuati dall’articolo 1 del decreto legislativo 165 del 30 marzo 2001 (Stato, Regioni, Province, Comuni, e così via) non possano costituire società aventi per oggetto l’attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie al perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere partecipazioni eventualmente detenute in esse.

 

In via di deroga ciò è ammesso qualora dette società producano servizi qualificabili come di “interesse generale”, mentre le partecipazioni acquisite o detenute in spregio di tale requisito vanno dismesse entro il 30 giugno 2009 (diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge 244/2007) nel rispetto delle procedure ad evidenza pubblica. A questo punto, occorre da un lato sottolineare che la deroga può riguardare esclusivamente “servizi” (che in ogni caso devono rivestire conclamato “interesse generale”), e non può mai avere per oggetto “beni”.

 

Dall’altro si deve evidenziare che l’energia elettrica è considerata un “bene” secondo gli articoli 812 e 814 del codice civile. Ora, ponendo “in fila” l’imperativo Ocse raccolto dalla legge 287/1990, il divieto posto a carico delle pubbliche amministrazioni dalla legge 244/2007 ed il dato giuridicamente incontrastato della sovrapponibilità del concetto di “energia elettrica” con quello di “bene” come indicato dal codice civile, risulta quantomeno bizzarra la pietra miliare posta a base dell’annunciata fusione che, come si legge nell’informativa trasmessa agli azionisti, è “la creazione di un soggetto a proprietà mista che gestisca produzione, distribuzione e vendita di energia, principalmente energia elettrica”.

 

Oltretutto, al di là della goffaggine evidenziata dalle questioni di diritto, fa specie l’individuazione della “priorità”: se essa è calmierare il costo dell’energia, a vantaggio di tutti, forse centralizzare produzione, reti e servizi non è la soluzione più adatta; se invece è aumentare le risorse a disposizione del monopolista (sia esso privato o pubblico, poco importa), probabilmente la strada migliore è proprio quella.

 

Albino Leonardi

Trentino, 14 febbraio 2008

 

De, operazione da 448 milioni. Il debito si azzera in dieci anni

l’Adige, 17 febbraio 2008

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