A Brescia c’è il “migliore inceneritore del mondo”…
Ma anche tanta diossina
Da dove viene la diossina che contamina il latte?
di Michele Corti*

 

Il caso di Brescia (5 aziende con latte da buttare, 18 con valori sopra la soglia di cautela) è solo l’ultimo di una serie di casi. Forti concentrazioni dell’inquinante anche nella carne delle mucche e ora si stanno controllando uova e ortaggi.

 

MILANO, 21 febbraio 2008. Dal punto di vista tossicologico vengono annoverati tra le “diossine” un insieme di composti organici aromatici clorurati. Il linguaggio della chimica è molto ingannevole: come è possibile che sostanze “organiche” e, per di più “aromatiche”, rappresentino dei veleni micidiali? È possibile perché si tratta di molecole di sintesi (ovvero assemblate dai chimici) che di naturale non hanno nulla. Nel linguaggio della chimica sono “organiche” le molecole che contengono atomi di C (carbonio) e “aromatiche” quelle che presentano strutture ad anello chiuse. La presenza di atomi di cloro le rende “clorurate”.

 

La “famiglia” delle diossine è composta da Policlorodibenzo-p-diossine (PCDD), policlorodibenzofurani (PCDF) e policlorobifenili (PCB). Sono molecole considerate tra i più pericolosi inquinanti in quanto molto non degradabili, con possibilità di sopravvivenza nell’ambiente per decine di anni. Le diossine si concentrano nei grassi e la filiera dell’inquinamento porta al loro accumulo nei tessuti animali e… nel latte. Purtroppo le diossine non si trovano solo nel latte delle mucche (o nelle pecore o nelle bufale) allevate in zone contaminate, ma anche nel latte umano, segno di un inquinamento generalizzato e pervasivo.

 

I rischi per la salute umana derivati dall’esposizione alle diossine comprendono malformazioni fetali, indebolimento del sistema immunitario, infertilità maschile, cancro. Le diossine in senso stretto, teoricamente, non sarebbero mai state prodotte, anche se in certi defolianti, come l’agente Orange, erano presenti in notevoli quantità. Diversi processi chimici, però, hanno dato origine alla formazione e dispersione in ambiente delle diossine. Da tempo la produzione dei PCB (un tempo utilizzati come dielettrici nei trasformatori e come additivi industriali delle vernici, delle plastiche ecc.) è stata messa al bando, ma tutt’oggi si pagano le conseguenze dell’inquinamento dei territori nei quali sorgevano gli impianti di produzione. Nuova “produzione” di diossine continua ad opera degli inceneritori (pardon, “termovalorizzatori”) e di alcune lavorazioni siderurgiche.

 

Con questa premessa spostiamoci a Brescia dove, a metà dicembre dello scorso anno, è scoppiato l’ultimo caso (di una serie ormai lunga) di “latte alla diossina”.  La situazione della zona a Sud di Brescia è emblematica: a meno di un chilometro dal centro della città e a brevissima distanza dalle abitazioni di Borgo S. Giovanni (3.000 abitanti) sorgeva nel 1906 una fabbrica, la Caffaro, che divenne industria dei cloroderivati organici quando, dal 1938, comincerà la produzione dei PCB a cui si aggiungeranno DDT e pesticidi a base di arsenico. Il terreno nell’area è molto permeabile e caratterizzato da un denso reticolo di rogge.

 

Ne è derivato inquinamento di diossine delle falde e dei terreni tanto che da anni diverse aziende non hanno potuto più produrre latte. A metà degli anni novanta, in prossimità di questa zona “fortunata”, ad Est della stessa, viene installato un grande inceneritore dell’ASM (società controllata dal Comune ultimamente unificata con AEM di Milano per dar vita ad un nuovo polo energetico, A2A). L’amministrazione bresciana è orgogliosa di quello che è il più grande impianto del genere in Europa. È stato definito “il migliore impianto del mondo” secondo il WTERT, Waste to Energy Research and Technology Council, un organismo formato da scienziati e tecnici di tutto il mondo promosso dalla Columbia University di New York e che vede tra i propri sponsor la tedesca Martin, costruttrice dello stesso impianto ASM (cominciano a venire anche a voi dei dubbi su queste “certificazioni”?).

 

Con la combustione dei rifiuti si produce elettricità e si alimenta una rete di “teleriscaldamento”. Un  impianto in apparenza efficiente, se confrontato, come fa ASM, con la discarica, ma da bocciare se il confronto si fa con il riciclaggio: questo consente un risparmio energetico e una riduzione delle emissioni di CO2  due, tre volte maggiori dell’inceneritore. In ogni caso, da qui a dire che “pulisce l’aria”… ce ne corre. Come in tutte le combustioni di materiali contenenti cloro e sostanza organica (ahi, la plastica!) si produce inevitabilmente diossina. Poca, forse, ma l’impianto è enorme (5 miliardi di metri cubi di emissioni all’anno!) e con il suo camino di 120 metri le emissioni sono portate a diversi chilometri di distanza… e si accumulano. Il quadretto è completato dalla presenza di acciaierie (Alfa Acciai di S. Polo in eminenza) che – altrove – sono state individuate quali colpevoli dell’inquinamento da diossina.

 

Ma veniamo alla cronaca. Tra dicembre e gennaio 5 stalle, sulle 47 che conferiscono alla Centrale del Latte di Brescia, sono state bloccate perché il latte (poi “smaltito” come rifiuto inquinante) presentava valori fuorilegge di concentrazione di diossina (> 6 picogrammi per grammo di grasso). In totale 18 stalle presentavano, però, valori superiori alla soglia di cautela (2 picogrammi). Per di più nel muscolo di una vacca dell’Istituto Agrario Pastori (una di quelle bloccate) si sono trovate concentrazioni di diossina tre volte superiori a quelle massime ammissibili. Ora le indagini sono state estese a uova e verdura prodotte nella zona “a rischio”.

 

La cosa più preoccupante è che non si trova il “colpevole” (nel frattempo, però, la faccenda è approdata alla Procura). Il Comune di Brescia, azionista dell’inceneritore esclude categoricamente che sia esso la fonte dell’inquinamento lasciando intendere che la colpa è delle acciaierie. Va detto però che alcuni indizi (la lontananza di alcune aziende dalla famigerata area Caffaro, la scarsa altezza dei camini delle acciaierie) lascerebbero tutt’altro che chiusa l’ipotesi inceneritore. Ma il “gioiello” non si tocca e l’assessore Brunelli all’indomani dei primi sequestri di latte dopo aver osservato che “l’inquinamento dei terreni c’è da anni” lanciava una brillante proposta: “riconvertire le aziende agricole alla produzione di biomasse”.

 

Ecco, il cerchio che si chiude: continuiamo a far credere che i rifiuti siano un buon combustibile e trasformiamo anche l’agricoltura in un business energetico. Una china veramente pericolosa perché è quella di un’agricoltura con licenza di inquinare e di essere inquinata invece di essere una “sentinella dell’ambiente”. Questa volta le organizzazioni professionali agricole hanno frenato e in un incontro svoltosi il 10 gennaio hanno rispedito al mittente le “soluzioni” dell’amministrazione comunale/ASM, chiedendo indagini più puntuali e di conoscere dati eventualmente nascosti. 

Intanto il latte dovrebbe dare il buon esempio e bandire la plastica: essere venduto sempre più sfuso mediante i distributori aziendali (con il consumatore che utilizza la stessa bottiglia) o in bottiglie di vetro (meglio se a rendere).

 

 

* Nato a Milano il 2 febbraio 1956 da famiglia milanese con secolari radici nel mondo degli allevatori/casari di antica origine Orobica e degli agricoltori (fittavoli). È docente presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Sistemi Zootecnici. Di matrice accademica zootecnica ha sviluppato in anni recenti un profilo scientifico-professionale ruralista e si interessa di sistemi zootecnici alpini oltre che sotto un profilo tecnico-scientifico anche nella complessità dei loro aspetti socio-culturali.

È particolarmente interessato alle problematiche dell'alpeggio, della conservazione delle razze in via di estinzione, del valore storico-culturale delle pratiche tradizionali di allevamento e di trasformazione casearia, della valorizzazione ecoturistica delle risorse agrosilvopastorali.

È Vice-presidente della Associazione Amici degli Alpeggi e della Montagna (c/o Fondazione Fojanini di Sondrio), Coordinatore degli Incontri Ruralpini, Past-president e consigliere della Società per lo studio e la valorizzazione dei sistemi zootecnici alpini (SoZooAlp) (S. Michele all’Adige). È socio fondatore e consigliere dell’Associazione RARE per la conservazione di tipi genetici di animali di interesse zootecnico a rischio di estinzione. Fa parte dal 2002 del Seminario Permanente di Etnografia Alpina presso il Museo Usi e Costumi della Gente Trentina di S. Michele all’Adige.  Nel 2005 ha promosso il Seminario permanente sulle transumanze alpine (con edizione anche nel 2006).

Svolge intensa attività pubblicistica con collaborazioni fisse con i periodici Cheese Time (di cui è anche coordinatore del Comitato Scientifico) e Caseus. Collabora anche con Phortos, Alimenta, L'Ecologist.

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