Editoriale

La riscossa dei super-insetti batte gli Ogm

 

Da tempo l’uso intenso degli antibiotici ha portato alla nascita di ceppi batterici mutanti e resistenti ai farmaci. Ora la coltivazione di un cotone geneticamente modificato (un Ogm), che grazie alla secrezione di una tossina si oppone all’attacco dell’insetto parassita Helicoverpa Zea, ha causato lo sviluppo di una variante di questo insetto resistente alla tossina.

Il parassita ribelle è comparso tra il 2003 e il 2006 nei campi di cotone geneticamente modificato del Mississippi e dell’Arkansas, ma secondo gli esperti non c’è alcun pericolo perché la presenza dell’insetto “è limitatissima e sotto stretto controllo”. Locuzione piuttosto vaga, che vorrebbe essere rassicurante. Il cotone geneticamente modificato si difende da H. Zea rilasciando una tossina normalmente prodotta dal Bacillus Turingiensis tramite un gene.

 

Nel 1996 questo gene è stato introdotto nel Dna del cotone, rendendolo resistente all’attacco del parassita. La sconfitta, temporanea, dell’insetto ha portato a raccolti più abbondanti e a un calo nell’uso degli insetticidi. Ma come c’era da aspettarsi i meccanismi evolutivi della natura hanno portato alla selezione di un H. Zea resistente alla tossina, che quindi attacca il cotone geneticamente modificato. A questo punto il gioco di guardie e ladri diventa appassionante, perché i ricercatori stanno già studiando piante di cotone geneticamente modificato contenente altre tossine, cui risponderanno altri insetti mutanti… in una spirale di cui non si vede la fine.

 

Alcune considerazioni. Quando si parla di tecnologia si è portati a pensare alle macchine: di struttura ben definita, assegnatarie di un compito preciso e inscritte in limiti spaziali immutabili. Ma oggi certe tecnologie si rivelano invasive ed evolutive, specie quelle biologiche, che si insinuano nella complessa interazione tra organismo e ambiente. I loro prodotti nascono incompleti e si sviluppano per un tempo indefinito mescolandosi intimamente con gli organismi esistenti in natura e sfociando in esiti difficili da prevedere. Il biotecnologo non crea entità “chiuse”, adulte e sviluppate, bensì “aperte”, embrionali, bisognose di sviluppo e adattamento all’ambiente.

 

È un aspetto nuovo della tecnologia, che ce ne offre una visione dinamica e, appunto, organica: ma proprio per queste caratteristiche essa rischia di sfuggire al nostro controllo. L’interazione di organismo progettato e ambiente assume spesso il carattere di una lotta senza quartiere, anzi di una “corsa agli armamenti” che in natura è frequente, ma nella quale ora interviene l’uomo col suo finalismo cosciente. Da una parte una pianta “migliorata” in rapporto alle esigenze umane, dall’altra la reazione del contesto naturale: spesso la partita approda a esiti diversi da quelli previsti dai ricercatori.

Per questo la vigilanza dev’essere intensificata e non ci si può limitare alla diffusione di bollettini rassicuranti, all’insegna di “tutto è sotto controllo”, locuzione che ricorda il “tutto va ben, madama la marchesa” di un tempo che sembrava ormai lontano…

 

Giuseppe O. Longo

Avvenire, 15 febbraio 2008

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