L’ambientalismo del sì

di Marco Cedolin

 

Tratto da "Proposta di un programma politico per la decrescita" - AA. VV.
Editori Riuniti, Roma 2008

A breve in libreria

 

 

La necessità di salvaguardare l’ambiente si sta facendo sempre più pressante, dopo che i risultati emersi dall’ultimo rapporto IPCC hanno messo in luce il preoccupante stato in cui versa l’ecosistema terra e le drammatiche prospettive derivanti dai cambiamenti climatici innescati dal riscaldamento del pianeta. La quasi totalità del mondo scientifico è ormai concorde nel definire molto grave la situazione, identificando nell’inquinamento ingenerato dall’attività umana la causa principale del problema. Nel corso della recente Conferenza Nazionale sui cambiamenti climatici tenutasi a Roma lo scorso 12 settembre, il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio ha evidenziato come la situazione del nostro paese si manifesti ancora più allarmante, in quanto l’aumento di temperatura in Italia è stato di 4 volte superiore alla media mondiale.

 

Posti di fronte all’estrema serietà delle argomentazioni, fino ad oggi liquidate come fantasie degli ecologisti, i poteri politici, economici ed industriali si sono affrettati a colorare di “verde” il proprio pensiero, continuando ad affermare che occorre creare più crescita e sviluppo, ma aggiungendo che anche l’ambiente e l’ecologia devono crescere e svilupparsi di pari passo con l’economia. Dinanzi ad un cortocircuito logico di questa portata, chiaramente indicativo dell’assoluta mancanza di sensibilità ambientale da parte della classe dirigente del paese che si rivela totalmente incapace di comprendere la realtà, non resta che volgere lo sguardo in direzione delle associazioni ambientaliste che in un momento di emergenza come questo dovrebbero farsi carico di sensibilizzare l’opinione pubblica, proponendosi come elemento di rottura nei confronti di un modello di sviluppo che sembra avere imboccato drammaticamente una via senza uscita.

 

Legambiente è la più grande associazione ambientalista italiana, essendo diventata in oltre 25 anni di vita un vero e proprio colosso, forte di 20 comitati regionali, 1000 circoli locali e oltre 115.000 fra soci e sostenitori. Nata sul finire degli anni 70 sotto la guida di Chicco Testa ed Ermete Realacci, Legambiente rappresenta nell’immaginario collettivo degli italiani un punto fermo nel mondo dell’ambientalismo, più di quanto non accada per le altre associazioni ecologiste che si presentano strutturalmente meno organizzate e non possono vantare una presenza altrettanto capillare sul territorio ed uguale gradimento da parte delle istituzioni politiche.

 

Poco importa che Chicco Testa sia diventato in seguito Presidente dell’Enel, per poi approdare alla Carlyle Europa e si manifesti oggi convinto sostenitore dell’energia nucleare, tanto da affermare in un’intervista del 2005 resa a Sergio Rizzo del Corriere della Sera che “Oggi un mondo senza energia nucleare è impensabile”. Oppure accolga con favore le colture OGM dichiarando dalle colonne dello stesso Corriere della Sera “Basta pregiudizi, il progresso non è nemico. Penso ai prodotti vegetali che possono venire utilizzati per i biofuel, i carburanti puliti. Colture che con gli OGM potrebbero rendere di più, evitando che la domanda crescente si trasformi in un aumento del prezzo, ad esempio della pasta o del mais”. Così come poco importa che Ermete Realacci attualmente sieda in Parlamento fra le fila di un partito come la Margherita che si manifesta fra i più attivi nello sponsorizzare la cementificazione del nostro paese.

 

Legambiente fin dall’inizio della sua attività ha sempre avuto una connotazione politica ben definita, restando nell’alveo dei partiti di sinistra, dai quali era nata come costola dell’Arci, ed ha portato avanti il proprio lavoro rifuggendo da qualsiasi logica di ecologismo estremo per privilegiare un atteggiamento di mediazione e collaborazione fattiva con le istituzioni. Questa scelta al prezzo di una ridotta incisività delle azioni in ambito di salvaguardia dell’ambiente, ha permesso all’Associazione di svilupparsi in maniera armonica con le istituzioni, arrivando a guadagnarsi una posizione d’interlocutore principe in materia ambientale presso la classe politica. Tale posizione ha conferito a Legambiente una popolarità senza eguali, facendo sì che ogni sua iniziativa potesse venire presentata con un certo risalto mediatico ed accreditata tanto dalla “buona stampa” quanto dalle istituzioni come potenzialmente positiva e supportata da competenze scientifiche di ottimo livello.

 

Larga parte dei vertici di Legambiente sono composti da persone con alle spalle una lunga carriera politica o politicamente impegnate in maniera attiva nella coalizione di centrosinistra attualmente al governo. Il Direttore Generale Francesco Ferrante è senatore della Margherita, così come parlamentare della stessa Margherita è il Presidente Onorario Ermete Realacci, il Presidente del comitato scientifico Massimo Scalia è stato parlamentare verde, il membro del comitato esecutivo Gianni Mattioli vanta un’esperienza più che decennale come parlamentare prima fra le fila dei Verdi e poi in quelle dell’Ulivo. Tutti costoro, insieme al Presidente di Legambiente Roberto Della Seta, hanno partecipato lo scorso settembre a Roma alla prima uscita ufficiale della lista “Con Veltroni Ambiente, Innovazione, Lavoro” deputata a sostenere la candidatura del sindaco di Roma alle primarie del futuro Partito Democratico, nelle cui fila evidentemente i vertici di Legambiente aspiravano a trovare una qualche collocazione. Veltroni non ha ovviamente tardato a ricambiare il favore e non appena eletto alla presidenza del PD ha pensato bene di promuovere Roberto Della Seta ed Ermete Realacci quali membri dell’esecutivo del nuovo partito, sancendo di fatto uno stretto sodalizio fra il maggiore partito della coalizione di governo e la più grande Associazione ambientalista italiana che da oggi sarà chiamata a rispondere prima di tutti a lui.

 

Questa contiguità fra i vertici di Legambiente ed i partiti politici crea per forza di cose un’ambiguità di fondo che si concreta nell’evidente incapacità dell’Associazione di portare avanti una politica di difesa dell’ambiente realmente libera ed indipendente, risultando condizionata tanto dalle appartenenze politiche quanto dagli intrecci con amministrazioni, municipalizzate, e multiutilities che gestiscono i sevizi sul territorio. Legambiente ha così scelto come propria bandiera gli ossimori dello sviluppo sostenibile e della crescita verde, tanto cari ai partiti politici di entrambe le coalizioni, senza mettere in dubbio i fondamenti del modello sviluppista, limitandosi a proporre una mediazione fra economia ed ambiente che non sarà assolutamente in grado di manifestarsi come una risposta concreta ai problemi ambientali presenti e futuri.

 

Per rendersi conto del grado di sensibilità ecologica espresso dai vertici di Legambiente è sufficiente una lettura del quotidiano La Repubblica di sabato 20 ottobre 2007, dove accanto a un articolo di Enrico Franceschini sul villaggio inglese di Modbury, che si è fatto un nome con la scelta di bandire tutti i sacchetti di plastica sul suo territorio, sostituendoli con sportine di carta e cotone riutilizzabili, ne appariva un altro all’interno del quale Ermete Realacci illustrava l’approccio “italiano” allo stesso tipo di problema. Il Presidente onorario di Legambiente annunciava la prossima sostituzione dei sacchetti di plastica usa e getta con sacchetti di biopolimeri usa e getta, secondo il brevetto Novamont che con mezzo chilo di mais ed un chilo di olio di girasole produce 100 sacchetti biodegradabili. Una scelta di questo genere, nello spirito dell’articolo, dovrebbe coniugare ambiente ed economia, facendo felici anche gli agricoltori passati dal coltivare grano a coltivare “plastica”. Si stima infatti che per produrre le 300.000 tonnellate di bioplastiche che dovranno sostituire le equivalenti tonnellate di polietilene oggi usate per costruire 15 miliardi di sacchetti sarà sufficiente coltivare a mais e girasole 200.000 ettari di terreno.

 

Mentre la scelta operata dal villaggio inglese ha una valenza ecologica, sostituendo la plastica usa e getta con fibre naturali riutilizzabili, quella sponsorizzata da Realacci ne è assolutamente priva, insistendo nel proporre buste di plastica usa e getta, con la sola differenza di utilizzare la bioplastica in sostituzione di quella attualmente in uso. L’Onorevole Realacci evita inoltre accuratamente di rendere noto quanto combustibile fossile, quanta acqua, quanti fertilizzanti, quanti pesticidi sarebbero necessari per coltivare 200.000 ettari a mais e girasole, al fine di produrre 300.000 tonnellate di bio-plastiche usa e getta, così come evita di contabilizzare quanta anidride carbonica verrebbe rilasciata durante queste fasi di lavorazione e in quelle necessarie per passare dal mais al polimero finito. Benvenuti nel regno dell’ambientalismo del SI, vera bandiera del nuovo Partito Democratico, tanto vicino all’economia quanto distante da ogni pratica realmente ecologica.

 

Le “campagne” portate avanti da Legambiente nel corso degli anni hanno contribuito a sensibilizzare un gran numero di cittadini nei confronti delle problematiche ambientali, facendo crescere sempre più il numero dei soci, dei sostenitori e di tutti coloro che finanziano l’Associazione o semplicemente si adoperano gratuitamente per sostenerne l’operato. Seppure in possesso di una valenza positiva le campagne di Legambiente presentano però anche delle componenti discutibili che hanno come conseguenza la collocazione dell’Associazione in una posizione di privilegio dall’alto della quale dispensare bollini di merito o demerito ed il coinvolgimento di un enorme numero di cittadini, disposti a spendersi per la tutela dell’ambiente, in battaglie di retroguardia, mediaticamente premianti ma prive d’incisività, a tutto detrimento della possibilità che costoro possano intraprendere iniziative e lotte realmente incisive che risulterebbero oltremodo scomode, intralciando le politiche di crescita e sviluppo tanto care ai grandi poteri. Non a caso le campagne di Legambiente vengono spesso portate avanti in collaborazione con regioni, province, comuni ed enti pubblici e privati, la maggior parte dei quali risultano fra i principali attori della sistematica opera di distruzione, avvelenamento e cementificazione dei territori e dell’ambiente.

 

La campagna “Goletta Verde”, realizzata da Legambiente compiendo il periplo della penisola italiana e analizzando circa 500 campioni di acqua marina al fine di stabilire lo stato di salute del nostro mare, somiglia sempre di più ad una trasposizione in chiave balneare della guida enogastronomica del “Gambero Rosso” con cui premiare o castigare le località balneari in funzione dei dati riscontrati attraverso l’analisi delle loro acque. I risultati della campagna vengono ogni anno diffusi da giornali e TV con tale risalto da far sì che una “vela” in più o in meno sul catalogo possano costituire motivo d’incremento o perdita di fatturato per migliaia di attività turistiche che si trovano in questo modo a dipendere da Legambiente per quanto concerne i propri risultati economici. La campagna del 2007 è stata condotta per mezzo di 3 imbarcazioni che hanno fatto tappa in oltre 60 porti ed è stata realizzata con il contributo di Vodafone Italia e Italgest Mare (1) e con la collaborazione del Ministero dell’Ambiente, campionando 443 punti, l’87,6% dei quali, contro l’87,3% dell’anno passato, sono risultati perfettamente puliti. Le conclusioni delle analisi di Legambiente indurrebbero perciò il cittadino a ritenere il mare italiano idoneo alla balneazione, pur con l’eccezione di alcune situazioni specifiche, indotte (come documentato nell’analisi) dalla cattiva gestione dei sistemi di depurazione da parte di alcune amministrazioni comunali inadempienti.

 

L’analisi constata sostanzialmente un costante anche se lento miglioramento delle acque di balneazione, frutto di una maggiore attenzione da parte delle amministrazioni nei confronti della qualità del mare, attenzione che ovviamente proprio campagne come Goletta verde avrebbero contribuito nel tempo ad incrementare. Il cittadino impegnato a nuotare allegramente in quelle acque definite “perfettamente pulite” da Legambiente che ha rigorosamente eseguito su di esse le analisi previste dalla legge, dovrebbe essere però informato del fatto che i controlli in oggetto sono esclusivamente di tipo microbiologico e non prendono in considerazione l’inquinamento di tipo chimico. Quelle stesse acque definite “perfettamente pulite”, in quanto prive di agenti patogeni nel momento dell’analisi, potrebbero pertanto rivelarsi inquinate anche pesantemente da sostante chimiche e metalli pesanti, che pur non creando alcun problema di salute immediato all’allegro nuotatore, entreranno nella catena alimentare attraverso il pescato, con il rischio di determinare patologie ben più gravi di quelle indotte dall’inquinamento batterico. Solamente un serio piano di monitoraggi scientifici sistematici e non sporadici, che prendano in considerazione tanto l’inquinamento microbiologico quanto quello chimico, sarebbe in grado di definire la reale situazione di salute del nostro mare che con tutta probabilità si rivelerebbe ben peggiore di quella tratteggiata dalla Goletta Verde. Questo compito naturalmente spetta al Ministero dell’Ambiente e non alle associazioni ambientaliste che però fra una bandierina e l’altra dovrebbero sentirsi in dovere di sollecitarne l’attuazione, anziché limitarsi a premiare annualmente i comuni più virtuosi, raccogliendo montagne di visibilità in TV e sui giornali.

 

La campagna “Treno Verde” condotta dal 1988 da Legambiente insieme alle Ferrovie dello Stato viene realizzata per mezzo di un convoglio ferroviario che sosta in alcune città italiane, raccogliendo a bordo visitatori e scolaresche e monitorando l’inquinamento dell’aria e quello acustico, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della qualità urbana e dello sviluppo sostenibile. Le misurazioni analizzano inquinanti di varia natura ma si limitano a monitorare la presenza delle polveri sottili PM 10 (come prescritto dalla legge) senza prendere in considerazione le nanopolveri, PM 2,5 e PM 0,1 che le più recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato essere gli agenti a più alta patogenicità.

 

L’informazione diffusa attraverso l’iniziativa non sempre è corretta e in alcuni casi si mostra superficiale e fuorviante. Nell’opuscolo dedicato alla campagna del 2007 sotto la voce “Il gruppo FS per l’ambiente” è scritto testualmente che “La ferrovia, rispetto alla strada, consente di risparmiare energia, ha un minore impatto ambientale e consuma meno territorio, un quinto rispetto alle autostrade a parità di capacità di trasporto. Le emissioni di anidride carbonica che soffocano le città e contaminano le valli, sono inferiori a quelle dell’aereo e dell’auto, rispettivamente di 7,5 e 4,5 volte. Il trasporto combinato (treno + auto) delle merci comporta emissioni e consumi 4 volte minori rispetto a quello su gomma”. Questi dati verranno ovviamente assimilati come attendibili dal cittadino, in quanto garantiti dalla maggiore Associazione ambientalista italiana, ma si manifestano assolutamente privi di significato, poiché operano dei confronti senza specificare quali siano i termini degli stessi. Quali ferrovie e quali strade si prendono in considerazione quando si afferma che “la ferrovia, rispetto alla strada, consente di risparmiare energia, ha un minore impatto ambientale e consuma meno territorio”? Un treno normale consuma sicuramente meno energia di un TIR, così come una normale linea ferroviaria ha minori impatti ambientali rispetto ad un’autostrada. Un treno ad alta velocità/capacità, al contrario consuma ed inquina maggiormente se confrontato con un TIR euro5 e perfino con l’automobile, ed una linea ferroviaria per l’alta velocità/capacità ha impatti ambientali superiori a quelli di un’autostrada. Ne consegue che il trasporto di merci e persone tramite ferrovia si manifesta vantaggioso dal punto di vista energetico ed ambientale, rispetto a quello su gomma, solo sulle linee ferroviarie tradizionali, mentre la situazione si ribalta quando si fa riferimento alle nuove tratte TAV, nella costruzione delle quali le Ferrovie di Stato stanno operando investimenti faraonici senza nessuna prospettiva di miglioramento ambientale. Il cittadino che legge l’opuscolo della campagna Treno Verde 2007 sarà invece indotto in maniera fraudolenta a credere che il trasporto di merci e persone tramite ferrovia sia sempre ecologicamente vantaggioso rispetto a quello su gomma, mentre non è così.

 

Sempre nell’opuscolo si può leggere che “Anche nelle grandi opere realizzate dalle FS, l’attenzione ai fattori ambientali è diventata ormai una costante. Basti pensare che per quanto riguarda l’inserimento sul territorio delle infrastrutture per l’alta velocità/capacità l’impegno di spesa del gruppo per salvaguardare l’ambiente è tra il 15 ed il 20% dell’investimento totale”. In questo caso si tratta di un’informazione assolutamente falsa, in quanto a prescindere da quale sia l’entità della spesa di FS per tentare di salvaguardare l’ambiente nell’ambito del progetto TAV/TAC, quello stesso ambiente non è stato per nulla salvaguardato. Al contrario le infrastrutture per l’alta velocità/capacità hanno deturpato in profondità l’ambiente, creando una sorta di “muraglia cinese” di calcestruzzo che taglia in due la pianura padana fra Torino e Milano e poi ancora giù fino a Bologna. Così come la costruzione di quelle stesse infrastrutture ferroviarie ha pesantemente devastato il territorio del Mugello, creando tutta una serie di danni irreversibili riguardo ai quali è tuttora in corso un processo presso il Tribunale di Firenze, che vede imputato il consorzio Cavet che ha realizzato l’opera.

 

Lo stretto rapporto di collaborazione di Legambiente con le Ferrovie di Stato, che stanno portando avanti una grande opera dagli impatti ambientali devastanti, come il progetto alta velocità/capacità italiano, può essere comprensibile se visto nell’ottica delle campagne per la mobilità sostenibile tanto care alla onlus del cigno. È al contrario assolutamente incomprensibile che un’associazione ambientalista diffonda nell’ambito di una propria iniziativa, informazioni imprecise e fuorvianti, aventi in parte per oggetto una grande infrastruttura, al solo scopo di compiacere il proprio partner commerciale che sta costruendo quella infrastruttura in totale spregio dell’ambiente.

 

La campagna “Mal’Aria” organizzata ogni anno da Legambiente nel periodo compreso fra metà novembre e la fine di gennaio, si propone di sensibilizzare i cittadini riguardo alle proposte politiche per una mobilità sostenibile, oltre a monitorare il livello d’inquinamento delle città. Nell’ambito dell’iniziativa i cittadini vengono invitati ad esporre delle lenzuola bianche acchiappasmog (recanti l’immancabile logo del cigno) al fine di constatarne il progressivo annerimento a testimonianza di quanto sia elevata la presenza di smog. L’iniziativa mette in evidenza il pessimo stato dell’aria delle nostre città, ma tende a focalizzare l’attenzione del cittadino quasi esclusivamente in direzione del traffico automobilistico privato e del riscaldamento delle abitazioni, senza dare risalto alle altre fonti d’inquinamento atmosferico quali fabbriche, inceneritori, centrali termoelettriche ecc. I rimedi proposti sono gli stessi che le amministrazioni delle grandi città stanno cercando di attuare da alcuni anni con scarsi risultati e gravano quasi esclusivamente sulle spalle dei cittadini.

 

Si tratta dei dettami della mobilità sostenibile, consistenti nell’invito a privilegiare l’uso dei mezzi pubblici, di ricorrere al car sharing e al car pooling, di acquistare un’auto nuova euro 4 (per la felicità dei grandi costruttori automobilistici) e dell’auspicio che i comuni ricorrano a sistemi di tassazione degli automobilisti che intendono fare ingresso nelle città ed applichino sistemi di tariffazione maggiorata per il posteggio nelle zone centrali. Il possesso di un’auto con molti anni di vita, e pertanto giudicata maggiormente inquinante, viene stigmatizzato come una colpa grave, mentre ai nuovi filtri antiparticolato euro4 viene attribuita una valenza taumaturgica che in realtà è valida solamente dal punto di vista legislativo e non certo da quello sanitario. Non una sola parola viene spesa per ventilare la necessità di una riorganizzazione del mondo del lavoro che riesca ad invertire il continuo aumento delle distanze che i cittadini devono coprire per recarsi a lavorare, nessun accenno all’opportunità di decentrare il posizionamento degli uffici, nessun riferimento alla necessità di ricorrere in maniera seria e sistematica al telelavoro, nessun progetto volto a ridurre “l’obbligo” cui sono soggetti molti cittadini di recarsi quotidianamente nella parte più inquinata delle città.

 

In piena sintonia con lo spirito dell’iniziativa, la campagna Mal’Aria 2007 di Legambiente è stata sostenuta dall’Associazione AIFP (Associazione Italiana Filtri Particolato) i cui aderenti sono Pirelli Ambiente Eco Technology, Dinex Italia e Ofira Italiana, grandi industrie private che costruiscono il proprio profitto producendo quei filtri antiparticolato per automezzi accreditati nella campagna come miracolosi, nonostante si limitino a trasformare le polveri sottili PM10 (le uniche prese in considerazione dalla legge) in nanopolveri di minore dimensione, molto più pericolose per la salute umana ma totalmente ignorate dalla legislazione ed evidentemente anche dai rilevamenti di Legambiente.

 

Se le campagne portate avanti da Legambiente lasciano spazio a molte perplessità, legate alla reale volontà d’incidere nei problemi ed alla natura spesso ambigua dei partner scelti per sostenerle è però affrontando il tema dell’energia e delle grandi opere che l’Associazione mostra i suoi veri limiti, dimostrandosi incapace di operare una scelta netta fra gli interessi dell’ambiente e quelli dei partiti politici e dell’imprenditoria privata a fianco dei quali opera con estrema contiguità.

 

In ambito energetico le posizioni di Legambiente si accompagnano troppo spesso a collaborazioni disinvolte con aziende private che operano nel settore. Il caso forse più eclatante è rappresentato dalla partecipazione dell’Associazione come socio con il 10% in una società del gruppo Sorgenia, la Eligent, dedicata allo sviluppo di soluzioni per l’efficienza energetica. Il pacchetto di maggioranza del gruppo Sorgenia, appartiene al gruppo CIR di De Benedetti, che possiede anche la maggioranza del gruppo L’Espresso (Repubblica)  di Sogefi s.p.a. impegnata nella produzione di componenti per autoveicoli e di Tirreno Power, società proprietaria della centrale a carbone di Vado Ligure e della centrale turbogas di Civitavecchia. Il gruppo Sorgenia è uno dei primi 5 operatori nazionali in campo energetico, ha costruito e possiede la centrale turbogas di Termoli della potenza di 770 MW,  è attualmente impegnato a Modugno, nei pressi di Bari, nella costruzione di una centrale turbogas da 720 MW ed ha già ottenuto le autorizzazioni per la costruzione di 2 nuove centrali turbogas ad Aprilia e Turano-Bertonico nei pressi di Lodi. In ognuno di questi luoghi sono nati comitati spontanei di cittadini che si battono contro la realizzazione di opere di questo genere, devastanti tanto per l’ambiente quanto per la salute degli abitanti. A Modugno il Comitato Cittadino Pro Ambiente ha già raccolto oltre 15.000 firme e organizzato più di una manifestazione di protesta. La centrale di Modugno consumerà 1 miliardo di metri cubi l’anno di metano ed emetterà nell’atmosfera attraverso due camini 3,9 milioni di metri cubi l’ora di gas da combustione alla temperatura minima di 85 gradi. Le ricadute inquinanti interesseranno un’area di 20 km di raggio e saranno composte da 1.500.000 tonnellate/anno di CO2, 1.500 tonnellate anno di ossido di azoto, 290 tonnellate/anno di polveri e nanopolveri, 200 tonnellate/anno di metano incombusto (gas serra 21 volte più potente della CO2) 90 tonnellate/anno di ammoniaca e 47 tonnellate/anno di idrocarburi estremamente cancerogeni.

 

Non si può evitare di restare basiti constatando che la maggiore Associazione ambientalista italiana partecipa in qualità di socio ad un’impresa impegnata nel costruire “mostri” di questo genere, assolutamente incompatibili con qualsiasi proposito di salvaguardia dell’ambiente e della salute.

Anche di fronte ad alcune grandi opere ambientalmente devastanti, la cui costruzione è avversata con fermezza da comitati di cittadini, esperti ed associazioni ambientaliste, i vertici di Legambiente hanno spesso assunto posizioni incompatibili con lo status di onlus ecologista che dovrebbe contraddistinguerli, manifestandosi il più delle volte in profonda distonia con il pensiero degli stessi circoli locali dell’Associazione.

 

Il progetto del TAV/TAC italiano si sta rivelando una delle più grandi truffe che siano mai state messe in atto in Italia, manifestandosi come una vera fucina di corruzione, infiltrazioni mafiose e cattiva gestione del denaro pubblico, come ampiamente documentato da ottime pubblicazioni editoriali, fra le quali spicca senza dubbio il libro “Corruzione ad alta velocità” di Ferdinando Imposimato. Le nuove linee per i treni ad alta velocità/capacità comportano costi economici ed ambientali enormi, superiori a quelli di qualunque altra infrastruttura trasportistica, senza essere in grado di rispondere a nessuna delle esigenze dei viaggiatori (la stragrande maggioranza dei quali pendolari) che utilizzano il servizio ferroviario e delle aziende che hanno interesse a movimentare le proprie merci tramite ferrovia. I nuovi treni ad alta velocità determineranno impatti ambientali e consumi energetici superiori a quelli del trasporto di merci e persone su gomma, come dimostrato dallo studio del Dottor Mirco Federici dell’Università di Siena, senza riuscire ad ottenere alcun risultato in termini di redistribuzione modale del traffico merci.

 

Il Presidente di Legambiente Roberto Della Seta il 16 novembre 2005 interveniva su un palco in Val di Susa davanti a decine di migliaia di persone, affermando la propria contrarietà al progetto TAV Torino – Lione, portato avanti con l’uso della forza dal Governo Berlusconi. Lo stesso Presidente di Legambiente Roberto Della Seta lo scorso 19 marzo 2007, a Bari per la presentazione della campagna “Treno Verde” annunciava in conferenza stampa la costituzione di un Comitato SI TAV per la tratta Napoli – Bari in collaborazione con Confindustria, le Ferrovie di Stato e la Regione Puglia. Scopo del comitato quello di sensibilizzare il Governo Prodi riguardo all’opportunità di costruire in tempi brevi l’infrastruttura per i treni ad alta velocità/capacità. Il Direttore Generale di Legambiente Francesco Ferrante si è espresso più volte in maniera favorevole rispetto al progetto TAV del Brennero, con relativo tunnel BBT, pur ostinandosi nel definirlo un “quadruplicamento”, motivando questa posizione con la necessità di un presunto riequilibrio modale, nonostante lo studio della società svizzera Progtrans, commissionato dalla BBT GEIGE abbia già dimostrato che il tunnel di base (del costo previsto di 5 miliardi di euro) ed i 180 km di linea TAV di accesso al BBT (del costo previsto di 20 miliardi di euro) sposterebbero su rotaia solamente 33 TIR/giorno su 6.516, cioè lo 0,5%. Ermete Realacci lo scorso giugno 2007, ospite di un convegno a Bolzano ha affermato “Inceneritore e tunnel del Brennero? Facciamoli, i problemi sono altri”.

 

I problemi di Ferrante e Realacci sono sicuramente altri, riconducibili alla buona riuscita del neonato Partito Democratico, con buona pace dei 115.000 soci e sostenitori di Legambiente che gratuitamente dedicano il loro tempo ed i loro sforzi all’associazione, nella speranza di contribuire a preservare lo stato di salute dell’ambiente e non certo quello del nuovo PD.

La maggiore Associazione ambientalista italiana posta di fronte ad una grande opera costosissima, energivora e devastante come il TAV/TAC, avversata da oltre un centinaio di Comitati spontanei di cittadini in tutta Italia, evita qualsiasi opposizione, probabilmente per compiacere un partner commerciale di tante sue campagne (dal Treno Verde al Turismo Sostenibile) quale le Ferrovie dello Stato. Al contrario afferma essere sua intenzione quella di valutare l’opportunità di ogni tratta, caso per caso senza alcuna pregiudiziale ideologica. È un po’ come se la maggiore associazione di protezione degli animali affermasse di non essere ideologicamente contraria all’uccisione dei camosci, riservandosi il diritto di decidere dove concordare con gli abbattimenti e dove invece eventualmente opporsi.

 

I nuovi megainceneritori, impropriamente definiti termovalorizzatori nel tentativo di attribuire loro una dimensione positiva che non posseggono, rappresentano in assoluto il peggiore metodo di smaltimento dei rifiuti, peggiorativo perfino rispetto al conferimento del pattume in discarica, come sottolineato anche nel rapporto dell’Associazione Medici per l’Ambiente Isde Italia. Questo poiché la combustione trasforma anche i rifiuti relativamente innocui quali imballaggi e scarti di cibo, in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, nanopolveri, ceneri volatili e ceneri residue. Il Dott. Stefano Montanari, Direttore scientifico del laboratorio di nanodiagnostica di Modena, mette in evidenza come da una tonnellata di rifiuti bruciata si ricavi una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri solide, che andranno stoccate all’interno di discariche per rifiuti speciali, 30 kg di ceneri volanti (la cui tossicità è enorme) 650 kg di acqua sporca da depurare e 25 kg di gesso inquinato utilizzato per l’abbattimento dei fumi. Il che significa il doppio di quanto si è inteso smaltire, con l’aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto altamente patogenico. Oltre a dimostrarsi una calamità dal punto di vista ambientale e sanitario, come tanti studi stanno a dimostrare, i megainceneritori si rivelano fallimentari anche sotto l’aspetto economico, al punto che se non usufruissero in maniera fraudolenta degli incentivi statali (sotto le mentite spoglie di fonti energetiche rinnovabili) la loro esistenza non avrebbe economicamente alcun senso. Essi inoltre necessitano di grandi quantità di rifiuti dall’alto potere calorifico, quali plastica, carta e cartone, necessari per mantenere l’elevata temperatura di esercizio, sottraendoli al riciclo e contribuendo a ridurre i volumi della raccolta differenziata.

 

I megainceneritori rappresentano dunque una vera calamità per l’ambiente, ma anche nei loro confronti la maggiore Associazione ambientalista italiana non è in grado di esprimere una posizione di contrasto. Il Presidente di Legambiente Roberto Della Seta afferma che “Rispetto alle forme illegali e criminali di smaltimento dei rifiuti, un inceneritore pubblico controllato rappresenta comunque un progresso”. Come se qualcuno cercasse di giustificare un pestaggio a sangue, affermando che è un male minore rispetto all’omicidio. Sempre Della Seta aggiunge Noi rifiutiamo l'incenerimento dei rifiuti tal quali e consideriamo accettabile la termovalorizzazione solo se a bruciare è una frazione marginale, residua, sécca e non pericolosa di rifiuti; ma ci pare un assioma indimostrato (e indimostrabile) quello per cui l'incenerimento sarebbe il fondamentale e principale ostacolo alla differenziazionee al riciclaggio”. A perfetta dimostrazione dell’assioma che secondo le parole di Della Seta risulterebbe indimostrabile occorre constatare come in tutte le città nelle quali sono stati costruiti impianti d’incenerimento dei rifiuti la percentuale di raccolta differenziata è estremamente bassa. A Brescia dove è da tempo attivo il megainceneritore della ASM, per citare un caso su tutti, la raccolta differenziata risulta ufficialmente ferma al 40% e si tratta di un dato gonfiato artificialmente assimilando in maniera impropria ai rifiuti urbani prodotti dalle famiglie anche quelli speciali provenienti dalle attività economiche, mentre l’entità reale della raccolta differenziata in città si rivela ancora più contenuta.

 

Davis Casetta del Direttivo di Legambiente Padova, in un articolo avente per oggetto il potenziamento dell’inceneritore cittadino afferma che “Alcuni inceneritori si possono fare, ma solo all’interno di una collocazione corretta nel ciclo integrato dei rifiuti. Inoltre gli impianti di termovalorizzazione devono ovviamente dare il massimo di garanzie per le popolazioni e devono sorgere nei siti idonei”. La Segreteria di Legambiente Parma in un documento nel quale chiarisce la propria posizione sulla questione rifiuti afferma che la costruzione del “Forno inceneritore potrà esse vista come ulteriore possibilità di corretta gestione del problema rifiuti solo in un contesto generale che preveda aspetti positivi quali la gestione integrata basata su criteri di innovazione del ciclo, raggiungimento di elevate performance ambientali, personalizzazione dei servizi ed altre azioni che vadano nella direzione di aumentare la raccolta differenziata e ridurre i rifiuti”. Lo scorso mese di ottobre nel comune emiliano di Colorno, in occasione della domenica ambientalista, Legambiente distribuiva opuscoli aventi per oggetto la gestione dei rifiuti recanti il logo di ENIA (multiutility che gestisce inceneritori e discariche) all’interno dei qual si vantavano i meriti del nuovo “termovalorizzatore”.

 

Legambiente si è sempre espressa positivamente riguardo al megainceneritore dell’ASM di Brescia, condividendo il progetto fin dal momento della sua creazione, arrivando perfino ad offrire in qualità di Presidente del Comitato tecnico – scientifico che ha elaborato il progetto, il proprio membro del Comitato Scientifico ing. Paolo Degli Espinosa.

A Terni dove sono già attivi 2 inceneritori, il consiglio Comunale ha approvato l’apertura di un terzo camino d’incenerimento, con il voto favorevole dei 2 consiglieri appartenenti a Legambiente, senza neanche avviare preventivamente un dibattito con la cittadinanza.

In provincia di Grosseto Legambiente è favorevole alla costruzione dell’impianto di CDR delle Strillaie (che copre una superficie di 55.000 metri quadrati, pari ad 8 campi da calcio, ed ha un’altezza di 13 metri, come un palazzo di 4 piani) nell’ambito del quale le comunità consorziate hanno sottoscritto un contratto capestro (2) che le costringerà a conferire quantità sempre crescenti di rifiuti indifferenziati. Così come l’Associazione guarda con favore all’inceneritore di Scarlino che sarà destinato a bruciare il CDR prodotto nell’impianto delle Strillaie.

 

In altre realtà alcuni circoli locali di Legambiente sono invece attivamente impegnati contro l’incenerimento. Questa profonda ambiguità, indotta dalla volontà di coniugare ambiente e mercato, mantenendo gli stretti rapporti di “amicizia” e collaborazione che l’Associazione vanta con multiutility e municipalizzate in prima fila nella costruzione degli inceneritori, come Hera ed ASM, non fa sicuramente bene all’ambiente e contribuisce a confondere le idee dei cittadini che vengono esortati a difenderne l’integrità a corrente alternata, secondo un disegno dettato esclusivamente dalle opportunità politiche.

 

I rigassificatori sono degli impianti che consentono l’importazione di gas allo stato liquido, attraverso le navi gasiere, costituendo in questo modo un’alternativa al gas importato tramite i gasdotti. Si tratta di impianti che determinano un grande impatto ambientale e costituiscono un enorme potenziale di pericolo per le popolazioni in caso d’incidente. Le motivazioni della loro costruzione possono essere lette esclusivamente alla luce dell’ambizione da parte dei gestori di energia di trasformare il nostro paese in una sorta di hub energetico che consenta l’esportazione del gas verso il resto d’Europa, piuttosto che non nella velleità di fare fronte ad un continuo aumento dei consumi interni di energia nei prossimi anni. L’Italia ha infatti in previsione di realizzare 13 rigassificatori nei prossimi anni, i quali sarebbero in grado di assorbire oltre 100 miliardi di metri cubi di gas che unitamente a quello importato tramite i gasdotti costituirebbe una quantità di combustibile enormemente superiore ai bisogni del nostro paese anche alla luce delle stime più ottimistiche di crescita dei consumi energetici. 

 

Avallare la costruzione dei rigassificatori, significa dunque avallare le speculazioni dei colossi dell’energia e condividere con loro l’intenzione di aumentare nel prossimo futuro lo sfruttamento di una fonte energetica fossile non rinnovabile quale è il gas naturale. Proprio per queste ragioni comitati spontanei di cittadini ed associazioni ambientaliste si stanno da tempo battendo con forza contro la costruzione degli impianti di rigassificazione.

 

Nella mozione approvata dal direttivo nazionale di Legambiente in data 11 giugno 2006 in tema di rigassificatori si può leggere che “Legambiente rifiuta radicalmente l’idea di un’opposizione generalizzata contro i rigassificatori: i nostri comitati regionali, i nostri circoli e gruppi locali non possono in alcun modo prestare il fianco a iniziative di questo tipo, dannose per l’immagine e gli obiettivi dell’associazione, né tanto meno assecondare forme pericolose di disinformazione che esagerando oltre ogni decenza i rischi potenziali dei nuovi impianti, alimentano allarmismi e catastrofismi del tutto impropri”. Qualunque lettore disincantato faticherebbe molto a comprendere a quali “Obiettivi dell’Associazione” che prescindano dalla salvaguardia dell’ambiente, il documento stia facendo riferimento ma raccoglierebbe comunqueil chiaro invito agli aderenti dei circoli locali affinché, qualora stiano portando avanti battaglie contro i rigassificatori, desistano dal loro intento uniformandosi ai dettami dell’Associazione.

 

E poi ancora “È altresì evidente che se si vuole aumentare il contributo di gas alla produzione termoelettrica, occorre rendere meno rigido l’approvvigionamento metanifero, oggi affidato quasi per intero ai gasdotti che arrivano dalla Russia e dall’Algeria e nelle mani di un unico monopolista (l’Eni) e in particolare bisogna procedere alla realizzazione di alcuni terminal di rigassificazione.Anche questa posizione non è nuova per Legambiente: più di dieci anni fa ci schierammo a favore della realizzazione di un rigassificatore a Monfalcone, ma un referendum popolare indetto dal Comune vide la prevalenza del NO all’impianto”. Una giustificazione nei confronti d’impianti ambientalmente impattanti e potenzialmente pericolosi, basata esclusivamente su ragioni di natura economica che sicuramente non dovrebbero costituire il tema pregnante di un’associazione ambientalista. Inoltre “Se è necessario che le comunità locali vengano pienamente coinvolte nella discussione e nella valutazione sui singoli progetti, è anche importante che la decisione sulla realizzazione e la localizzazione di rigassificatori non sia considerata materia di competenza esclusivamente locale; in quest’ottica, va respinta l’idea demagogica e falsamente democratica di affidare le scelte finali a consultazione referendarie locali”.

 

La maggiore associazione ambientalista italiana che da sempre si fa vanto dei propri principi democratici, si dimostra dunque pesantemente contrariata dal fatto che le comunità locali possano impedire la costruzione di una grande opera attraverso l’istituto del referendum, come accaduto nel caso di Monfalcone. E nello stesso documento si conclude che “In generale, noi pensiamo che gli impianti di rigassificazione vadano localizzati preferibilmente in aree industriali, dove possono diventare l’occasione per attivare interventi di risanamento ambientale, e fuori da siti di grande pregio ambientale e rilievo architettonico e culturale”. Non si riesce a comprendere quali occasioni per interventi di risanamento ambientale possano derivare da un rigassificatore, ma si comprende al contrario molto bene il pieno appoggio offerto da Legambiente alla costruzione di nuovi rigassificatori, certo funzionale alla partecipazione dell’Associazione in società come Sorgenia che costruiscono centrali turbogas, e condizionato solo dal fatto che gli impianti non turbino i siti giudicati di grande pregio ambientale e rilievo architettonico e culturale. Basta che a nessuno venga in mente di costruire l’impianto in piazza del Campo a Siena e la rigassificazione potrà dunque essere giudicata una pratica ambientalmente virtuosa.

 

L’eolico, al pari del solare, rappresenta una delle fonti energetiche rinnovabili nelle quali è senza dubbio necessario investire per ridurre la dipendenza del nostro paese dalle risorse fossili. La creazione dei cosiddetti “parchi eolici” si manifesta però come una suggestione creata artificialmente mistificando la realtà. I tralicci dell’altezza di 120 metri (4 volte un palazzo di 9 piani) non sono alberi, così come gli elettrodotti, le cabine di trasformazione e le strade di accesso non sono prati inglesi. Le installazioni eoliche, consistenti in una lunga serie di torri con annesse strutture di trasmissione e trasformazione, non somigliano neppure lontanamente a dei parchi, ma costituiscono un insieme d’infrastrutture che determinano un consistente impatto ambientale.

 

Proprio per questa ragione è indispensabile che l’opportunità della costruzione di un impianto eolico venga ponderata attentamente, tenendo nella massima considerazione le caratteristiche specifiche dei territori e l’opinione delle popolazioni interessate dal progetto e valutando in maniera oggettiva le eventuali criticità. La creazione di un’installazione eolica deve inoltre inserirsi armonicamente all’interno dei piani energetici regionali ed essere supportata da studi concernenti il ritorno economico dell’opera, per evitare che, come spesso accade, l’azienda privata che gestisce l’impianto, ritenendo tale gestione antieconomica lo abbandoni a sé stesso una volta esauriti gli incentivi finanziari pubblici. Occorre inoltre evitare di dare spazio a quei gestori interessati ad investire nell’eolico solamente per ottenere in questo modo dei “certificati verdi” di energie rinnovabili che consentiranno loro maggiore operatività nel settore delle energie non rinnovabili, magari da spendere nell’ampliamento di un inceneritore o in un impianto termoelettrico.

 

Anche fatte queste premesse lo sfruttamento dell’energia eolica in Italia è tale da destare comunque più di una perplessità, poiché concentrato in istallazioni di grandi dimensioni che riescono a diventare economicamente vantaggiose solamente grazie al contributo del denaro pubblico. In Inghilterra al contrario si privilegiano i piccoli impianti da 1 KW per autoconsumo, la cui struttura dell’altezza di 2 metri non crea alcun impatto ambientale.

L’atteggiamento di Legambiente in materia d’impianti eolici appare per molti versi discutibile in quanto caratterizzato da un appoggio sistematico alle aziende private che intendono investire nell’eolico, a prescindere dalla bontà dei singoli progetti e dalla buona fede dei gestori. Tale linea di condotta dell’Associazione ha comportato in più di un’occasione conflitti anche aspri con alcuni circoli locali, come nel caso del Circolo di Legambiente Emilia Est a proposito dell’installazione eolica del Sillaro o di Legambiente Basso Molise per il progetto dell’impianto eolico off shore di Termoli. In taluni casi è emersa l’esistenza di veri e propri accordi economici aventi per oggetto emolumenti in denaro, fra Legambiente ed alcuni imprenditori impegnati nell’eolico, come documentato in un’inchiesta (3) del Secolo XIX datata 25 agosto 2007. 

 

Alla luce di tutte le considerazioni fatte finora, appare chiaro come la più grande Associazione ambientalista italiana non abbia alcuna intenzione di manifestare un qualche elemento di rottura rispetto al modello sviluppista che si propone di risolvere il problema dell’inquinamento ambientale e dei mutamenti climatici attraverso gli stessi strumenti (crescita e sviluppo) che hanno contribuito ad ingenerarlo. La posizione di condiscendenza nei confronti delle grandi opere ad alto impatto ambientale (che la politica ritiene fondamentali elementi di crescita e sviluppo, non solo economico ma anche dell’ambiente) credo non lasci spazio a dubbi sulla volontà di Legambiente di proporsi quale capofila di un ambientalismo utilitarista e “non belligerante” che mira a qualificarsi quale antagonista delle centinaia di realtà (comitati spontanei di cittadini, movimenti, associazioni di varia natura) che oggi in Italia stanno combattendo attivamente contro le grandi opere e le nocività.

 

Non a caso Walter Veltroni nel proprio discorso di candidatura alla guida del futuro Partito Democratico, tenutosi al Lingotto di Torino nello scorso mese di giugno ha affermato “Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo dei SI”. Quale interprete, meglio di Legambiente, i cui vertici partecipano attivamente al partito di Veltroni, potrebbe riuscire a tradurre in pratica la nuova filosofia dell’ambientalismo economico? Veltroni ha bisogno dell’appoggio di un’associazione ambientalista che riesca a dare una patente ecologica alla sua politica di crescita e sviluppo, sdoganando come “sostenibili” grandi opere impattanti e dannose fortemente contrastate dalle comunità locali. Legambiente ha bisogno di un appoggio politico che le consenta di trasformare l’ambientalismo in un business economico sempre più redditizio. A questo punto il “matrimonio” sembra già cosa fatta, anche se alla cerimonia tutti si sono dimenticati d’invitare gli oltre centomila soci e sostenitori dell’associazione che regolarmente puliscono le spiagge e contribuiscono a creare le iniziative perché innamorati dell’ambiente e non certo degli inceneritori, dei rigassificatori, dei treni ad alta velocità e delle centrali turbogas.

 

Note

1. Italgest Mare fa parte del Gruppo Italgest s.p.a. che opera nel settore energetico, immobiliare e dei servizi, costruendo una parte cospicua del proprio fatturato in ambito “ambientale”. Italgest Mare si occupa del progetto MarPark, realizzato da Siemens per quanto concerne la parte tecnologica, che è un sistema finalizzato alla gestione degli ormeggi della nautica da diporto.

2. In base al contratto sottoscritto dalle comunità consorziate ATO 9 rifiuti Grosseto con l’Associazione Temporanea d’Imprese (ATI) presieduta da Mancini Giulio e composta da Unieco, società cooperativa con sede a Reggio Emilia, Consorzio Cooperative Costruzioni con sede a Bologna, Consorzio Toscano Costruzioni con sede a Firenze, Società Igiene Territorio s.p.a. con sede a Vicenza, Daneco s.p.a. con sede a Milano, deputata alla costruzione e gestione trentennale dell’impianto, il costo al chilo dello smaltimento dei rifiuti indifferenziati diminuisce proporzionalmente all’aumentare della loro quantità e sale qualora vi sia un decremento del volume dei rifiuti conferiti. Risulta del tutto evidente come un contratto di questo genere costituisca un incentivo alla produzione di rifiuti ed abbia come conseguenza l’annientamento della raccolta differenziata.

3. Nell’articolo del Secolo XIX del 25 agosto 2007 si fa espresso riferimento ad una somma di 57.000 euro più iva che l’allora Presidente di Legambiente Basilicata Francesco De Leo avrebbe domandato in una lettera del gennaio 2003 all’azienda Frl-EL di Bolzano, specializzata in installazioni eoliche che oggi produce energia in 10 “parchi” tutti situati nell’Italia meridionale ed insulare. Nella lettera in oggetto, prodotta in copia sul quotidiano, come confermato dallo stesso De Leo, Legambiente chiedeva l’emolumento in denaro, offrendo in cambio “un ampio programma di azioni mirate, indispensabili per orientare i cittadini” in favore dell’eolico.

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