Aggiornamento al 2 aprile 2008

In Svizzera la popolazione dice no a una "botta" di grattacielo

 

 

Ambiente

Celerina, la battaglia delle torri

di Ruben Rossello – Falò

Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, 27 marzo 2008

 

Continua a far discutere in Engadina il mega progetto edilizio per il rilancio turistico di Celerina voluto dalla società degli impianti di risalita di Sankt Moritz e affidato all'architetto Mario Botta. Un avveniristico albergo-centro wellness con quattro torri, alte fino a 77 metri, che richiamerebbero le forme dei cristalli.

Per molti abitanti e villeggianti, in particolare milanesi e ticinesi che a Celerina posseggono una casa di vacanza, come pure per diverse associazioni ambientaliste, i 17 piani del “grattacielo bottiano” deturperebbero l’idilliaco paesaggio engadinese.

Il prossimo lunedì 31 marzo la popolazione di Celerina voterà sulla realizzazione del contestato progetto. Una troupe di Falò si è recata in questi giorni in Engadina per vedere come andrà a finire.

Guarda il video (ADSL)

 

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Celerina boccia la «torre»

 

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Architettura “paravento”, senza identità

 

L'identità smarrita nelle case

 

Tabià, legno tessuto a trama trasparente per ventilare l'erba poi fieno, zoccolo solido, pietra e intonaco, filtra poca luce trattiene il calore animale e profumi e odori dimenticati. Casera, per sosta stagionale, spazi ridotti all'essenziale, per fare una polenta o riparare gli attrezzi, su tutto il silenzio e fantastici i riflessi del legno con oro e marrone o grigio incanutito, sapiente.

La tenerezza della parsimonia, l'arte del rammendo edilizio, la logica strategica del riciclo, l'economia del limitato, il giusto delle dimensioni, tutto è in equilibrio con il suo intorno, è pace degli occhi, pausa serena meditativa, silente.

Architettura povera, minore, proporzionata all'uomo, alla fatica rurale, come il nostro passato recente, negata nell'ancor più recente sviluppo, manufatti che non esistono più per sconsiderati interventi di riuso, stravolta con marciapiedi e recinti, con piastrelle e pvc, diventata Cà Rustica, senz'anima.

 

Scrive Paolo Rumiz nella sua «Leggenda dei Monti Naviganti»: «Pochi luoghi sono riusciti a salvarsi dal grande massacro dell'Alpe italiana, vediamo montagne sventrate dall'arroganza del denaro, vallate affogate nel cemento, e ovunque la sindrome dei balconi fioriti». Alpi-land come Disney-land... Primiero-Land: uniti da un sistematico, grottesco, linguaggio paesaggistico/edilizio.

Per vendersi meglio. Metodo condiviso a priori da molti paesaggi alpini, assieme a noi. Forse qui è anche punta dell'iceberg di «crisi identitaria», Primiero mescolata dalle migrazioni, scopertasi da poco priva di vuoto antropico, semmai acropoli della pianura veneta che ci ha visti Reti e Romani, Merovingi e territori di confine nord del Lombardo Veneto e poi meridione Tirolese e poi di nuovo Italia, con la pellagra prima e poi, di colpo, schizzati verso la celebrità: anni Cinquanta - il boom della vacanza in montagna.

 

Difficile pensare a tradizioni millenarie, arduo scegliere chi ci ha lasciato di più, cosa tenere, cosa lasciare, si fatica meno a cancellare, a rifarsi un'identità che tira, che piace al turismo di massa, un restyling di facciata ispirato all'industria degli yodler. E così si và - per trasformare la realtà in una polpetta edulcorata, grottesca ma accattivante, certamente pittoresca, adatta a gusti globalizzati. Scelte che ci hanno imposto facciate sgargianti e terrazzi pieni di gerani, mentre tagliamo il roseto centenario o la vigna di antico «clinton» ridossati alla casa, promessa di frescura estiva; ricostruiamo con freddo calcestruzzo sani muri di granito porfido e scisto ma gli appiccichiamo la «pietra angolare a sbalzo» in polistirolo colorato; il legno è ormai un rivestimento, stessa sorte per finestre e porte in plastica «modello legno antico» prodotti di serie, frutto di progetti di serie, per un occhio di serie, una banale finzione di alpinicità, balconi effetto Alto Adige (non ne ho mai visti di così grevi lassù) addobbano case clonate, con parapetti in alluminio verniciato a «vena larice»... eterni!

 

È anche in questa necessità di eterno che non mi ci ritrovo, ove s'è diluito il piacere del tempo che passa sulle cose, sulla nostra terza pelle: la casa, che invecchia, come noi, che stagiona, come noi, che acquista sapore vero, come noi, che si rompe o si rovina, come noi, che muore. Come noi.

Distante e lirica la descrizione dell'architetto Edoardo Ghellner vent'anni fa, pioniere con l'Alpago-Novello delle indagini sull'architettura rurale alpina, che tracciava «... in questi territori isolati e difficili, dove però gli oggetti della natura sono sempre presenze di grande suggestione ed individualità, si è sviluppata, sui valori dell'identità e dell'autonomia, una cultura locale caratterizzata da una forte persistenza del linguaggio, da una lenta evoluzione di modelli, da una particolare resistenza alla contaminazione, quasi che i luoghi aspri e bellissimi che tale cultura aveva generato, volessero anche proteggerla nella sua specificità - una relazione particolarmente forte fra società ed ambiente ed un legame antico e indissolubile...».

 

Oggi gran parte del nostro costruito antico va perdendosi, grazie ad un'insanabile buco culturale che non sa intuire la bellezza nella semplicità, l'acutezza delle soluzioni povere, la sostenibilità costruttiva delle intuizioni per necessità. Un gap che pagheremo, negli anni, guardando indietro quanto del nostro patrimonio di edilizia minore è stato devastato dall'incoscienza locale di politici, committenti, tecnici e costruttori insensibili al carattere ed al fascino di centri storici, delle casere e dei tabiadi.

Ma, per fortuna, si registra un lento avanzare di gusto più raffinato, alla ricerca di manufatti concreti, ultimi pezzi di storia intonsa, di soggetti popolari veri, preziosamente intoccati, dentro e fuori i paesi, sino a quote dov'è fattibile riappropriarsi di se stessi, manufatti perduti che rivivono nel valore del genius loci, dopo lo sguardo solare di prati sfalciati di fresco, là trova ristoro la mente affannata di questo nuovo millennio. Salveremo così per i posteri una traccia di noi popolo alpino, legato sin dall'origine con il territorio, cui dobbiamo l'onore della memoria.

 

Primiero: propaggine anche culturale della pianura veneta che diventa Vette Feltrine a sud, incastrata ad est sulle dolomie delle Pale di San Martino - terre di passo per viaggiatori ottocenteschi inglesi - confinata a nord dai porfidi del Lagorai bagnati dall'eco di una grande guerra e sprofondata ad ovest, nel Vanoi, sotto il granito della Cima d'Asta; la valle ed i paesi, la montagna con i masi, il bosco, i prati, le cime... il cielo.

Tornarci, come i salmoni che risalgono alla foce, con una sottile e permanente tensione, a volte negata o solo sopita, che lega noi uomini accolti dalle Alpi a questa nostra terra, ci fa sentire parte di qualcosa nonostante un mondo in angosciante dispersione di identità.

Parlare di Primiero, di ritorno da città lontane scuote sentimenti da dentro, nel profondo, ed è certamente questo il risultato buono che la mia Valle lascia addosso, comunque, sempre.

 

Nicola Chiavarelli è architetto

l’Adige, 5 marzo 2008

 

 

Il progetto Celerina, vicino a Sankt Moritz, farà una consultazione popolare

sull'hotel a 4 torri alto 77 metri in centro
I contrari. Lettera di un gruppo di cittadini: «Deturpa l'ambiente».

L'architetto: non è invasivo, sembra un cristallo

Il grattacielo di Botta che divide le Alpi

 

Ecco una simulazione del grattacielo a forma di cristallo che dovrebbe essere costruito in Engadina.
A sinistra come appare il paese con le torri, nel tondo la costruzione in dettaglio.

Il sindaco: favorevoli, ma attendiamo il referendum. Gli ambientalisti: serve una legge per limitare l'altezza dei palazzi

 

MILANO - L'architetto ticinese Mario Botta giura: «Non costruirò nulla se gli abitanti di Celerina non mi daranno il loro consenso». Il Comune nicchia: «Non vogliamo dire niente» spiega il sindaco Räto Camenisch, che alla fine però ammette: «L'orientamento dell'amministrazione è positivo, ma ora ci aspetta il referendum». La fondazione svizzera per la tutela del paesaggio ha inviato una lettera di protesta al sindaco e non usa mezzi termini: «Siamo contrari. È un progetto che va bene a Milano, in montagna è un pugno in un occhio».

 

A far discutere è l'idea di affidare all'architetto Botta la costruzione di un hotel-grattacielo alto 77 metri. Diciassette piani con 300 posti letto e accanto altri quattro piani di case vacanze. Area wellness e shopping-center aperti anche al pubblico. L'area destinata è quella dove ora si trova il parcheggio degli impianti di risalita. A volere il mastodontico hotel dalle forme futuristiche è la Bergbahnen Engandin St. Moritz SA, la società proprietaria dei 56 impianti di risalita dell'Engadina, che sborserà 124 milioni di euro per realizzare la torre bianca a Celerina, perla dello sci in Svizzera. «Negli ultimi anni si è registrato un calo di presenze - spiega il direttore marketing degli impianti, Michael Kirchner - e volevamo fare qualcosa per migliorare la situazione. Con la torre calcoliamo di raggiungere 45.000 pernottamenti in più all'anno, mentre oggi sono 225.000. L'hotel garantirà 100 nuovi posti di lavoro e una riduzione del traffico in paese perché i 740 posti auto saranno sotterranei».

 

Mario Botta, che non è nuovo all'uso di uno spazio architettonico forte e geometrico, chiarisce: «Si tratta per ora di uno studio di fattibilità, il progetto arriverà più avanti. L'albergo l'ho immaginato come un cristallo traslucido, che cambia colore a seconda della luce, e non sarà invasivo perché verrà costruito a monte del paese e contro la montagna, a cui fa da fondale. Si distingue dal paesaggio, che resta sotto». E a chi dice che è un orrore? «Io capisco che può sembrare un intervento forte, ma io dico anche che è molto snello. Con quattro torri abbiamo evitato un volume largo. Ho seguito la tradizione dei grandi alberghi dell'Ottocento, che non si mimetizzano, ma in chiave moderna».

 

Ora la parola passa ai 1332 abitanti che popolano Celerina.

Dopo la presentazione pubblica del progetto a fine febbraio, per il 31 marzo è convocata un'assemblea comunale e i cittadini potranno dire la loro: favorevoli o contrari al cristallo di Mario Botta e alla trasformazione di quello che oggi è solo un parcheggio in un terreno edificabile. Il progetto sarà comunque votato dall'amministrazione il prossimo inverno e i lavori, salvo intoppi, dovrebbero partire nel 2011.

 

C'è anche chi storce il naso e non manda giù l'idea di avere un grattacielo alto 77 metri nel mezzo dell'Engadina. Raimund Rodewald, direttore della fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ha già in mente la prossima mossa: «Con una raccolta firme abbiamo intenzione di promuovere una legge che limiti l'altezza dei palazzi in Engadina. Altre istituzioni si stanno muovendo come noi. Non credo davvero che questa costruzione piacerà agli italiani che qui hanno la casa. Un grattacielo così grande è troppo in contrasto con un paesaggio montano. E poi quella torre fa concorrenza al campanile: 34 metri contro 77. No, davvero non va bene».

 

Cristina Marrone (ha collaborato Vittore De Carli)

 

Pier Luigi Cervellati
«Firme illustri usate come paravento»

 

MILANO - La torre di Botta a Celerina. La tramvia di Firenze. Il filobus di Bologna. I cittadini chiedono di poter far sentire la loro voce con un referendum. Spiega l'urbanista Pier Luigi Cervellati (72 anni, insegna Progettazione e riqualificazione urbana e territoriale a Venezia): «Vogliono partecipare alle scelte che riguardano il loro territorio. Primo: perché le loro città sono brutte. Secondo: perché dietro molti progetti si celano ragioni oscure».

 

Partiamo dalla torre di Botta?

«Non conosco il progetto. Ma che bisogno c'è di costruire grattacieli in Engadina? Nulla hanno a che vedere con l'assetto del territorio. È la crisi della fantasia».

 

Botta forse non sarebbe d'accordo.

«Purtroppo firme illustri, e non mi riferisco al caso specifico, sono il paravento per operazioni di grande speculazione. Oggi ci sono più architetti che nel Rinascimento. Tutte le loro opere, tra 50 anni, saranno considerate arte?».

 

Un esempio?

«Il ponte di Calatrava: costosissimo, tutto tranne che un'opera d'arte. Ben venga dunque se la gente, sulle grandi opere così come su queste operazioni griffate, vuole dire la sua».

 

A Firenze è stato indetto un referendum sulla tramvia. Costo: 1 milione e 200 mila euro. Ma poi il quorum non è stato raggiunto.

«Quello di Firenze è stato un referendum positivo. Non c'è stato un trionfo di no, ma nemmeno un'ovazione per il progetto. A Firenze come a Bologna questi progetti vengono portati avanti senza conoscerne i benefici, senza pianificazione. E poi...».

 

E poi cosa?

«La pianificazione deve essere democratica e partecipata. Un sindaco non può dire non mi fermo. È una prepotenza. Si accentra per velocizzare tutto e invece così si fanno lievitare tempi e costi ».

 

Lei ha firmato progetti ovunque. Non pensa che se fossero stati messi sempre ai voti, molti sarebbero ancora bloccati?

«In fatto di urbanistica io sono contrario alla ricetta referendaria. È l'amministrazione che deve decidere, ascoltando cittadini e tecnici. Al referendum si deve ricorrere solo quando un'amministrazione si accanisce nel voler andare avanti a tutti i costi. Come accade in Svizzera, se non si arriva a una soluzione condivisa, bisogna avere il coraggio di dire: "bene, contiamoci"».

 

Lo spartiacque?

«Il referendum va usato con molta cautela, ma tutte le volte in cui l'operazione è irreversibile. Se fossi un sindaco, sarei io il primo a chiamare i cittadini al voto in questi casi. Perché il referendum può essere un'arma di difesa per l'amministrazione: le dà sostegno nelle scelte e l'aiuta a smascherare le proteste strumentali».

 

Ma dove sta allora l'anello debole che porta all'utilizzo sempre più frequente di referendum?

«Nell'assenza di pianificazione, nel silenzio delle sovrintendenze, nella mancanza di trasparenza amministrativa. Ma anche in sistemi di finanziamento delle opere come il project financing: le amministrazioni diventano ostaggio dei privati. Alla fine sono loro, o chi sta ancora dietro, a fare la pianificazione. E poi c'è la questione estetica».

 

Lei più volte ha usato questa citazione: il bello in senso astratto è il preludio alla felicità.

«Appunto. Noi avevamo città straordinariamente belle e vivevamo in case povere. Ora abbiamo case belle e città brutte. Il preludio dell'infelicità alla quale la gente inizia a ribellarsi».

 

Alessandra Mangiarotti

Corriere della Sera, 5 marzo 2008

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