Trentino. Monocoltura della mela:
quanti antipassitari e quanto biologico?

 

 

Nota di Nimby trentino

 

Pubblichiamo la seguente minima raccolta di recenti articoli e lettere de l’Adige e del Trentino sulle questioni della monocoltura della mela in Val di Non, dell’invadenza e dei controlli dei trattamenti chimici e delle residue possibilit√† di sopravvivenza dell’agricoltura biologica:

 

1. Non prendiamoci in giro. I fitofarmaci sono dannosi

l’Adige – Lettera di Raffaella Mottes, 16 marzo 2008.

 

2. Trattamenti nei frutteti, accuse ingiuste

l’Adige – Lettera di Enrico Dalpiaz, 11 marzo 2008.

 

3. «L’ambiente non può essere solo mele»

Trentino, 4 marzo 2008.

 

4. Mele e salute: non esistono pesticidi “buoni”

l’Adige – Lettera di Raffaella Mottes, 2 marzo 2008.

 

5. Parola al primo agricoltore “bio” della valle

l’Adige, 2 marzo 2008.

 

6. “Non siamo avvelenatori”

Guido Smadelli - l’Adige, 2 marzo 2008.

 

7. «Impossibile coltivare qui le mele biologiche»

Bruno Zorzi - l’Adige, 29 febbraio 2008.

 

8. Inutile il 50% dei pesticidi

I.V. - l’Adige, 20 dicembre 2007.

 

Vedi anche:

Pesticidi e "fenomeno di deriva", verso deriva della monocoltura

Guido Smadelli - l’Adige, 7 marzo 2008

 

 

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Il centro di ricerca chiude i battenti.
Ancora incerto il suo futuro nella Fondazione Mach
Inutile il 50% dei pesticidi
SafeCrop: formulazione chimica sbagliata

 

TRENTO – Chiude SafeCrop, il centro per la ricerca e lo sviluppo di sistemi per la protezione delle piante a basso impatto su ambiente e salute dei consumatori, istituito nel 2003 come progetto sperimentale presso l’Istituto Agrario.

Partiti dal concetto che l’agricoltura deve essere sostenibile, SafeCrop aveva tra i suoi obiettivi la riduzione dell’uso dei pesticidi in agricoltura, la lotta alla malattia delle piante e la lotta agli insetti con sistemi non aggressivi. Il centro di ricerca, autonomo e indipendente dal punto di vista gestionale e intellettuale, ospitato allo Iasma, era stato voluto dalla Provincia. “Fu una decisione lungimirante” ha commentato il professor Cesare Gessler, responsabile di SafeCrop, intervenuto ieri in Provincia alla presentazione del bilancio delle attività del Centro insieme con il direttore generale dell’Istituto Agrario Alessandro Dini e l’assessore all’innovazione Gianluca Salvatori.

 

“La rete di collegamento con gli istituti di ricerca di Svezia, Germania, Israele, Francia e Svizzera ci ha permesso di approfittare di una massa di conoscenze che abbiamo potuto applicare sul territorio. Perché – ha proseguito il professore – la ricerca è un gioco di squadra, dove si vince se la squadra è potente e ben coordinata. I giovani ricercatori trentini hanno avuto la possibilità di confrontarsi con colleghi all’estero, e dimostrare la loro competenza, che possono ora riversare qui”. Molta ricerca, come ha detto Gessler, finisce in gloria. “Si produce tanta carta, ma nessuna applicazione pratica. Con SafeCrop abbiamo unito la ricerca di base con quella applicata. Un’esperienza che spero il Trentino non vorrà ora abbandonare”.

 

I progetti sviluppati da SafeCrop (riduzione dei pesticidi, monitoraggio attivo e continuo del fuoco batterico, partecipatissime giornate di studio con gli agricoltori trentini, convegni, pubblicazioni, software dedicati al mondo dell’agricoltura, eccetera) dovrebbero ora confluire nel Dipartimento protezione piante di San Michele. Manca ancora l’accordo di programma, che si sta definendo in questi giorni, sull’indirizzo che avrà la Fondazione Mach, che sorgerà al posto dell’Istituto Agrario. “Il direttore scientifico non è qui oggi, e non glielo possiamo chiedere” ha aggiunto Gessler.

 

Il professore continuerà saltuariamente la sua collaborazione con San Michele, alcuni ricercatori sono stati assunti a tempo indeterminato dall’Istituto Agrario. “Speriamo che ora i progetti vengano implementati al meglio. San Michele è troppo piccolo. I fondi ci sono ma è necessario coordinarsi con i grandi istituti esteri”.

Il 50% dei pesticidi usati oggi in Trentino sono inutili. Per via di una errata formulazione chimica, che li rende inefficaci, e per via di una errata distribuzione meccanica. “Gli agricoltori trentini sbagliano il metodo di irrorazione delle piante. Una ricerca applicata in questo senso manca e purtroppo oggi la Provincia è più interessata alla ricerca che finisce in pubblicazioni che non in risvolti pratici” ha concluso Gessler.

 

I.V.

l’Adige, 20 dicembre 2007

 

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«Impossibile coltivare qui le mele biologiche»
Andrea Gosetti ha scelto di andare a Feltre

 

CESIOMAGGIORE (BELLUNO) - Una mosca bianca, Andrea Gosetti lo è perlomeno per due motivi: uno, perché mentre i confinanti comuni veneti sognano l'annessione al Trentino lui è andato abitare e a lavorare proprio dalle parti di Feltre; due, un frutticoltore che se ne va dalla Val di Non, considerata l'Eldorado della mela, in una zona che non ha alcuna tradizione in materia è raro. Anzi, unico.

Ma il motivo c'è e il motivo per il quale Gosetti ha avviato questa avventura su 22 ettari che compongono la sua azienda, la «Bioalpi» (dove fa anche attività didattica), sta appunto nel biologico. «Quella che faccio io è un'agricoltura biologica con la «A» maiuscola - afferma - che in Val di Non non potrei fare perché le coltivazioni sono troppo intensive. Vengono usati troppi prodotti chimici».

 

Diciamolo subito Andrea Gosetti da Taio («A Taio ho ancora l'azienda di famiglia che ho affittato e sono socio di Melinda») non vuole farsi nemici in Val di Non. E, infatti, da persona seria, non fa critiche, diciamo così, ideologiche, fa un ragionamento sul biologico. Un ragionamento da imprenditore.

«Lavoro in questo settore - afferma - ormai da quasi otto anni, e mi sono trasferito qui, con la mia famiglia, da un anno e mezzo. Una scelta oculata, su terreni messi all'asta dall'Usl». Ventidue ettari che stanno nel Parco delle Dolomiti Bellunesi, ma che soprattutto, si presentano in condizioni ambientali ottimali per il biologico.
Terreni abbandonati da contadini diventati operai nelle fabbriche venete? «No, non abbandonati. L'abbandono c'è a Napoli, non qui. Più che altro qui si è fatto allevamento, si coltivano patate, mais, non c'è mai stata frutticoltura e quindi le condizioni ambientali sono buone».

 

E il mercato della mela biologica come sta andando? «Lo scorso anno - afferma Gosetti - è andata molto bene. Qui in Veneto ho quattro punti vendita e la domanda c'è. Fornisco una delle più grosse aziende che vendono biologico, cioè l'Alma Verde. C'è una richiesta crescente. Faccio un esempio: alla fiera Biofac di Amburgo faccio contratti con aziende danesi o tedesche all'inizio di giugno». Insomma, dice Andrea Gosetti, il bio è compatibile anche economicamente.

«Guardi - aggiunge -, è chiaro che uno può dire: è ovvio che lui dica che tutto va bene, ma davvero c'è soddisfazione e i prezzi sono buoni».

 

Se le cose stanno così, secondo lei, sarebbe possibile riconvertire al biologico l'intera produzione della Val di Non? «Faccio una premessa: io non voglio passare per uno che sputa nel piatto nel quale ha mangiato - dice Gosetti -: dai trentini c'è sempre da imparare: la voglia di lavorare, la preparazione, la serietà. Detto ciò, con terreni sfruttati così la conversione di massa al biologico sarebbe possibile lasciandoli a riposo, seminandoli a girasoli, per 2 - 3 anni. Ma la questione centrale è la mentalità. Inoltre, un consorzio come Melinda, ha fatto investimenti enormi, ha come clienti la grande distribuzione che impone, come fa la «Esselunga», che le mele debbano avere una certa pezzatura, essere belle lucide. Ed è chiaro che fare altre scelte comporterebbe un rischio. Io sono stato consigliere della Cocea e dicevo: non stiamo più facendo gli agricoltori ma è la cooperativa che costringe a seguire le logiche del mercato e allora c'è bisogno di ricavare 600 quintali per ettaro. Ma, ripeto, capisco che ci sono investimenti, spese e che quindi cambiare è difficile».

 

La monocultura è un altro rischio? «Sì, - risponde Andrea Gosetti -: io qui coltivo 14 varietà diverse. Ho piantato 40 mila piante e non ne ho mai avuta una colpita dagli scopazzi! Ci sarà un perché invece in val di Non è un grosso problema. E, secondo, me la causa è nell'impoverimento biologico».

Quando torna a Taio cosa le dicono? Riceve più critiche o incoraggiamenti? «Mah - ribatte - si chiedono: cosa farà questo laggiù. Magari mi danno anche del matto».

Contributi dalla Regione Veneto? «No, qui contributi non ce ne sono».

Qualche altro noneso che ha seguito il suo esempio? «No, per ora sono ancora un pioniere».

 

Bruno Zorzi

l’Adige, 29 febbraio 2008

 

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Frutticoltura. I contadini a Gosetti:
“Coltivare biologico in Valle di Non è difficile, ma non impossibile”

“Non siamo avvelenatori”

 

VAL DI NON – “Al momento della fioritura si fanno prelievi, quando ci sono le mele si ripetono, quando si conferiscono ne vengono fatti altri. In Valle di Non si producono mele supercontrollate. Per le gala, sul mercato inglese, i controlli sono ancora più rigidi: gli inglesi vengono a vedere come si lavora, per ogni partita inviata oltremanica deve esservi la più assoluta rintracciabilità”.

 

Vincenzo Covi, agricoltore di Segno, si sfoga, all’indomani della pubblicazione dell’articolo “Impossibile coltivare qui le mele biologiche” (l’Adige, 29 febbraio 2008), in cui Andrea Gosetti di Taio spiega perché ha trasferito la propria attività nel feltrino, dove coltiva 22 ettari. “Noi non coltiviamo biologico”, continua Covi, “ma basti pensare che la Comunità europea, di 1000 prodotti utilizzati in agricoltura, quest’anno ne ha tolti 600. E c’è un protocollo d’intesa, si lavora molto sulla confusione sessuale. Andrea è un amico, siamo stati dieci anni assieme nel cda di Cocea, ma non si possono dire certe cose”.

 

“Non è impossibile coltivare biologico, in valle”, afferma Mario Springhetti, agricoltore di Cles. “Difficile sì, ma non impossibile. Ci sono due positive esperienze, a Vervò e a Denno, su aree molto vaste. Ma nell’intera valle si sono fatti grandi passi avanti, e ci sono ancora ampi margini di miglioramento”: Springhetti ricorda i contenuti della giornata frutticola dei giorni scorsi a Cles con l’Istituto agrario: “Si è fatto tantissimo lavoro, su macchine e trattamenti, e se ne continua a fare, per ridurre sempre più la quantità di sostanze chimiche utilizzate, ed evitare il più possibile la loro dispersione nell’ambiente”.

 

“Quella di Gosetti? Una bella esperienza, ma non si può pensare che tutta la valle si muova in quella direzione”, dichiara Giorgio Giuliani, agricoltore e vicesindaco di Romeno. “Abbiamo fatto tantissimo per ridurre gli anticrittogamici. I contadini della Valle di Non hanno fatto un ottimo percorso, aggiornamenti, Eurogap e quant’altro. L’agricoltura biologica? Non la si può fare in tutta la valle, ma non per questo ci si può far passare per avvelenatori. Non siamo degli autolesionisti che si devono veleni tutti i giorni.”. Qualcuno però non rispetta le regole… “Se c’è un imbecille che irrora mentre passa per strada un ciclista non può essere criminalizzata l’intera categoria. Il protocollo provinciale è molto più stringente di quello europeo. E noi è quello, che rispettiamo”.

 

Guido Smadelli

l’Adige, 2 marzo 2008   

 

5

Parola al primo agricoltore “bio” della valle

 

CLES – Alberto Rossi dal 1982 coltiva biologico, nel suo podere a valle di Maiano. “Certo coltivare biologico è difficile, in Valle di Non”, ammette. “Io sono fortunato perché la mia campagna confina su un lato con il lago di Santa Giustina, su un altro con il bosco. Però ad esempio il prodotto di bordo, quello dato da alberi lungo la strada comunale, devo venderlo come mela normale, e non biologica, d’altronde la certificazione del bio ha regole assolutamente rigide”.

 

Molti però non possono permetterselo, di coltivare biologico. “La maggioranza degli agricoltori hanno piccoli appezzamenti, circondati da frutteti coltivati col metodo normale, ed è chiaro che se lì se togli i bordi ti rimane ben poco. Anche perché”, insiste Rossi, “ci sono dei prodotti chimici con una volatilità enorme, si diffondono fino a un chilometro di distanza. Prendi ad esempio quelli a base di cloro derivato, utilizzati per la carpocapsa (il verme delle mele, ndr): le gocce non cadono subito sulla pianta, si diffondono nell’aria. Quando si sente l’odore, in valle, vuole dire che c’è anche residuo…”.

 

Comunque la produzione biologica dà reddito. “La richiesta c’è”, ammette Rossi. “D’altronde in 26 anni mi sono costruito una mia clientela”.

 

l’Adige, 2 marzo 2008

 

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Mele e salute: non esistono pesticidi “buoni”

 

Sono desiderosa di rispondere al Signor Giorgio Giuliani, agricoltore di Malgolo nonché vicesindaco di Romeno, che su l’Adige di ieri affermava che” i contadini della Val di Non hanno fatto tantissimo per ridurre gli anticrittogamici”.

 

Ma non lo avete ancora capito, che non esiste una chimica buona e una cattiva?

Nessuno sforzo tecnologico ed economico potrà mai cancellare un dato di fondo: i pesticidi sono prodotti chimici destinati ad uccidere, ed anche se oggi sono più selettivi il loro impiego continua a provocare danni all’ambiente ed alla salute degli essere viventi (leggasi le schede tecniche di sicurezza dei vari prodotti).

 

Se fossero così innocui non necessiterebbero di tutte le prescrizioni e precauzioni per la loro manipolazione e distribuzione. Non parliamo poi di tutti i dispositivi di sicurezza che Vi obbligano ad usare e che la maggior parte degli operatori non usa. Non è autolesionismo, questo?

Io sono pienamente convinta che la salute dell’ambiente e la salute dell’uomo sono strettamente correlate. Quindi è tempo maturo che i cittadini sappiano esattamente quale è la reale situazione di rischio e se rischio non c’è essere tranquillizzati con copiosa ed esaustiva documentazione scientifica: perché la salute è un bene primario, art. 32 della Costituzione Italiana, e conseguentemente da tutelare con tutte le necessarie metodiche.

 

A proposito dell’UE (Unione Europea), oltre che a togliere prodotti dannosi sta predisponendo delle risoluzioni sulla strategia tematica per l’uso sostenibile dei pesticidi - 2007/2006(INI) - e al punto c) precisa “… è necessario informare meglio il pubblico in generale su possibili rischi per la salute e l’ambiente e sugli effetti nocivi a breve e lungo termine dovuti al loro utilizzo; al punto d) “considerando che è possibile continuare a consentire l’uso dei pesticidi solo nel rispetto del principio di precauzione per quanto riguarda sia la salute umana sia la protezione degli ecosistemi idrici e terrestri, ciò significa che i pesticidi non dovrebbero essere utilizzati prima di aver svolto tutte le valutazioni d’impatto sulla salute e sull’ambiente”.

 

Soprattutto al punto 30 ritiene che: “l’uso di pesticidi debba essere vietato nelle zone residenziali urbane, nei parchi pubblici, campi sportivi, terreni scolastici e campi giochi per bambini nonché in loro prossimità, in quanto la Commissione ha riconosciuto che in tali zone il rischio d’esposizione ai pesticidi è elevato per la popolazione”.

Sono sicura che se tutto questo si realizzerà spariranno le conflittualità che si creano tra operatori agricoli e residenti per il fastidioso e dannoso fenomeno di deriva dei fitofarmaci. Sono ottimista nel pensare che per ogni cosa che accade si possa fare qualcosa per correggerla.

 

Raffaella Mottes

l’Adige - Lettere, 2 marzo 2008

 

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3

Rilanciato il documento urbanistico che, sempre più attuale,
vuole tutelare altre coltivazioni e soprattutto il paesaggio tradizionale
«L’ambiente non può essere solo mele»
Il sindaco di Sarnonico: nel nostro Prg stop all’espansione indiscriminata

 

SARNONICO. Le mele sono la manna della Valle di Non, ma altrettanto valore ha l’ambiente tradizionale, che va preservato almeno nella parte alta dell’Anaunia, dove la coltivazione intensiva non ha ancora completamente attecchito. Questo il messaggio che arriva da Sarnonico, unico comune noneso che ha previsto nel piano regolatore una limitazione all’espansione dei frutteti che salgono sempre più alti.

 

Frutteti che toccano, e in molti casi superando, quota mille metri. «A pochi mesi dall’avvio di importanti progetti turistico/sportivi di zona (in particolare le piste ciclabili) mi permetto di portare all’attenzione della conferenza dei Sindaci, delle associazioni di categoria e degli assessori competenti, il percorso che ha visto la comunità di Sarnonico agire sulle norme di attuazione del proprio prg a tutela di aree ritenute di forte interesse paesaggistico e ambientale», afferma il sindaco Sandro Abram.

Pur riconoscendo alle aree agricole un valore produttivo, paesaggistico e ambientale importante, il principio ispiratore della pianificazione a Sarnonico è stato quello di ammettere attività agricole che non alterino l’aspetto fisico del territorio nei luoghi riconosciuti ad elevato valore naturale.

 

«Nel 1997 attraverso la consulenza di un esperto agronomo è stata fatta un’analisi approfondita del territorio partendo dalla morfologia del territorio, dall’ infrastrutturazione e dalle colture storiche, nonché dalla valutazione di aspetti paesaggistici e si è arrivati a definire un ambito per un’agricoltura specializzata, con possibilità di interventi infrastrutturali finalizzati alla frutticoltura intensiva (a valle della frazione di Seio) e un ambito con colture a prato o a rotazione, caratterizzata dal tradizionale paesaggio dell’Alta Valle» - sottolinea il sindaco. Una limitazione che ad esempio permette le colture specializzate solo in zone a distanza sufficiente dal centro urbano principale, e comunque ad una quota inferiore agli 800-850 metri.

 

La delibera non è recente (giugno 1999) ma è rimasta unica ed isolata nel contesto valligiano, e forse anche oltre. «Ho deciso di portarla ora a conoscenza dei colleghi e delle autorità preposte alla tutela del paesaggio e dell’ambiente non per spirito di protagonismo ma per dare un contributo di riflessione e di positivo confronto tra tutte le parti interessate al fine di valutare l’opportunità di una pianificazione integrata di zona che sappia guardare avanti ma senza cambiare l’ambiente più del dovuto» - conclude il sindaco. Cosciente della delicatezza dell’argomento e della diversificazione del territorio noneso.

Due anni fa a Sarnonico è stato fatto un censimento delle piante di melo secolari (i cosiddetti patriarchi) rilevandone 800.

 

Trentino, 4 marzo 2008

 

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2

Trattamenti nei frutteti, accuse ingiuste

 

Volevo rispondere alla lettera scritta dalla sig. Mottes di Tres del 5 marzo. Si parlava di problemi di deriva durante i trattamenti antiparassitari, in particolare modo, di quelli effettuati nelle vicinanze di case o centri abitati.

Anche su l’Adige dei giorni scorsi si parlava di una distanza minima di 100 mt dalle case più vicine; volevo fare una considerazione che i trattamenti sono mirati in caso di necessità seguendo particolari regole fissate da un protocollo sempre più ristretto. Eseguendo un trattamento a mano si rischia di spargere più prodotto sulle piante e quindi sul territorio, per cui, usando un atomizzatore ben tarato (ogni 2 anni vengono revisionati da un centro autorizzato), magari in assenza di vento e prestando più attenzione si può sicuramente ridurre di molto il problema di cui sopra.

 

La signora parlava di schede tecniche, e che non ci sono prodotti buoni o con effetti collaterali: l’agricoltura del Trentino sta usando prodotti di terza generazione, con un impatto ambientale molto ridotto, in particolare per l’uomo, per i pesci e gli insetti utili, i quali aiutano le piante a un equilibrio naturale.

Viviamo in un mondo da noi creato dove c’è di tutto e di più, ma non possiamo vivere sotto una cappa di vetro per non venire a contatto con nessun agente atmosferico. Le allergie in aumento ne sono una prova e quindi per limitare tutto dovremmo cominciare a usare il meno possibile l’automobile, gli aerei, i telefonini, riscaldare le case in modo adeguato evitando gli eccessi, e non come succede spesso in molti ambienti pubblici. Fermare gli euro zero ecc. sono delle pratiche molto blande e che penalizzano solo le persone meno agiate.

 

Tornando al problema dell’inquinamento dovuto ai trattamenti antiparassitari, volevo spezzare una lancia a favore degli operatori, i quali ne sono esposti in prima persona e che sicuramente ne fanno il minor uso e nel modo più corretto.

Sicuramente la signora lavorerà in qualche ufficio ben riscaldato e fa presto a sparare a zero, invece di proporre soluzione ai problemi e magari innestare un dialogo tra le parti. 

 

Enrico Dalpiaz, dalen60@gmail.com

l’Adige - Lettere, 11 marzo 2008

 

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Su nostra richiesta, abbiamo ricevuto la lettera della sig.ra Raffaella Mottes, inviata a l’Adige e parzialmente pubblicata il 16 marzo 2008 (nota della redazione di Ecce Terra).

 

1

Non prendiamoci in giro. I fitofarmaci sono dannosi

 

Rispondo alla lettera del Signor Enrico Dalpiaz (l’Adige,11 marzo).

Ciò che mi “riscalda” di più sono le sue affermazioni. Non sono “la signora che lavora nell’ufficio ben riscaldato e che spara a zero”, ma una dei tanti cittadini che subisce da anni il dannoso effetto di deriva dei prodotti fitosanitari. Forse al signore sfugge quello che cita il protocollo di “norme di comportamento sull’utilizzo dei prodotti fitosanitari in prossimità dei centri abitati per la tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente” che, al punto 1 delle “prescrizioni per i trattamenti fitosanitari”, cita testualmente:”… è fatto obbligo a chiunque di effettuare i trattamenti fitosanitari in modo tale da evitare che le miscele raggiungano edifici pubblici e privati, orti, giardini, parchi, aree ricreative, centri sportivi e relative pertinenze, cimiteri…”, e tralascia anche ciò che viene riportato nelle ordinanze:…”l’imprudente ed inadeguato uso degli antiparassitari nei pressi delle abitazioni e strutture pubbliche costituisce grave pericolo per la salute pubblica”.

 

Ma per rassicurarmi il signore parla di prodotti di “terza generazione”. Ma certo, prodotti quali captano e clorpyrifos (rilevati con analisi effettuate sui campioni di erba, ortaggi e sul balcone di casa). Prodotti all’avanguardia? Il captano “fungicida” è stato messo in commercio nel 1949 dalla Standard Oil Development: tossico per i pesci, altamente tossico per gli organismi acquatici, tossico per inalazione, ha possibilità d’effetti cancerogeni, induce a modificazioni genetiche ed alterazioni del cromosoma. Il clorpyrifos insetticida messo in commercio nel 1965 dalla Dow Chemical: tossico per i pesci, tossico per le api, altamente tossico per gli organismi acquatici, può provocare a lungo termine effetti negativi per l’ambiente acquatico; la sostanza può determinare effetti sul sistema nervoso ed è correlato con l’insorgenza di Parkinson. Inoltre sono utilizzati “ditiocarbammati” (Ziram, Zireb… ecc.) immessi in commercio nel 1955 dalla Dupont (fonti: schede internazionali di sicurezza chimica; rassegna bibliografica su alcuni pesticidi Dip.to ecologico della PAT).

 

Questi sono i prodotti attualmente consigliati nella frutticoltura trentina. Quindi basta ipocrisia: l’uso massiccio di fitofarmaci fa male all’uomo, all’ambiente, alle api ed altri animali. Facciamola finita con le chiacchiere inutili che non portano da nessuna parte. Le soluzioni da adottare: auspicarsi che le evidenze scientifiche sulla correlazione tra sostanze chimiche e sviluppo di numerose gravi malattie, siano tenute in sempre maggiore considerazione dalle istituzioni sanitarie per fare in modo che si proceda nella direzione di ridurre il più possibile l’utilizzo di queste sostanze; cambiare modello d’agricoltura introducendo “principi puliti” incentivando la biodiversità. Solo su tali basi si può iniziare un dialogo, nell’interesse non solo dei cittadini ma anche degli stessi operatori agricoli: la salute è un bene di tutti ed è un valore per il quale ognuno deve sforzarsi per trovare il mezzo di conservarla.

 

Raffaella Mottes

Tres, 16 marzo 2008

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