«Badanti, immigrate invisibili e disperate»
Ucraine in lacrime al film proiettato alla Filarmonica

 

ROVERETO. Escono dalla sala con le lacrime agli occhi, strette nei loro foulard, con pesanti cappotti malgrado la giornata sia del tutto primaverile. “Badanti”, il film di Katia Bernardi appena proiettato alla Filarmonica, ha fatto loro rivivere il dramma della partenza, i disagi patiti, le frustrazioni, le umiliazioni. «Spasìba, spasìba» dicono commosse a Nadejda Koulatina, presidente dell’associazione Agorà. «Grazie». Perché finalmente si parla di loro.

 

Sono le immigrate “invisibili”, come si definiscono. Badanti per necessità, partite dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Moldavia per raggranellare qualche risparmio con cui mantenere la famiglia, i figli, che spesso restano in patria. Arrivano in Italia con tutti i mezzi, leciti e illeciti. Alcune, clandestine, viaggiano legate sotto i convogli ferroviari.

 

«In Trentino - spiega la presidente Koulatina - le stime sulle presenze parlano di 3500 donne ucraine e altrettante moldave. La mia impressione è che siano molte di più. Vivono sepolte nelle case dei padroni, costrette a rimanere nel lavoro sommerso perchè le famiglie per cui lavorano spesso rifiutano di regolarizzarle. La nuova legge in materia ha cambiato molte cose, ma la situazione resta critica per molte donne».

 

Il primo ostacolo, fortissimo, è la lingua. «Non capendo una parola di italiano, è per loro faticosissimo occuparsi delle faccende quotidiane, pratiche. Anche lavorare diventa un problema, perché assistere malati e anziani non autosufficienti, spesso affetti da demenza, Alzheimer o altre forme di disturbi psichici, le pone in una situazione pesante dalla quale le più deboli rimangono soffocate». In Italia, nelle cliniche, nelle case di riposo, negli istituti di assistenza, il personale è formato in maniera professionale e osserva frequenti turni di riposo.

 

«Perchè stare a contatto continuo con persone che soffrono di malattie psichiche è riconosciuto anche dalla legge come compito gravoso. I professionisti, con una preparazione specifica, hanno diritto al riposo. Queste donne invece, che spesso hanno una scolarizzazione elevata - alcune sono anche laureate -, a volte sono impiegate senza alcun rispetto dalle famiglie, che chiedono un servizio 24 ore su 24. Devono sempre sorridere, essere gentili, disponibili. Mentre magari la loro vita privata è un inferno, e non ne possono parlare con nessuno, perchè nessuno le capisce. Anche per questo ritrovarsi aiuta a mantenere le radici».

 

Molte, una volta tornate in patria, non riescono più a riprendersi dal trauma dell’esperienza italiana. Alcune addirittura impazziscono. Gli psicoterapeuti russi che seguono i loro casi la chiamano “Sindrome d’Italia”. «Restando a lungo qui, si staccano senza rendersene conto dalla propria famiglia, da quei figli che aiutano a studiare attraverso i loro sacrifici come badanti. Dopo anni passati all’estero, i figli nemmeno le riconoscono come figure materne. Rappresentano solo fonte di guadagno, motori economici spogliati del loro ruolo di madri».

 

Giuliano Lott

 

 

«Sfruttate e umiliate, meritano dignità»
Koulatina (Agorà): rientrate in patria, soffrono di disturbi psichici

 

ROVERETO. L’iniziativa dell’associazione “Città Aperta”, aperta con la proiezione del film “Badanti”, ha sollevato il velo di silenzio che avvolge centinaia di badanti arrivate dall’ex Urss. Maksim Leka, presidente di “Città Aperta”, l’associazione nata alcuni anni fa per favorire l’integrazione dei cittadini stranieri, è vicino al dramma di queste donne costrette a lasciare le proprie case e i figli per la speranza di una vita appena più agiata. Alcune di loro hanno attraversato le lande desolate della Romania e dell’Ungheria attaccate sotto gli chassis dei treni merci.

 

«Alcune da quel trauma non si sono più riprese e non sono in grado di affrontare una vita normale. Hanno bisogno di cure e assistenza psichiatrica specialistica, che grava sulla sanità pubblica. Credo che di casi come questi ne troveremo sempre di più strada facendo se non si inizia a lavorare in maniera seria alla regolarizzazione delle lavoratrici clandestine» spiega Nadejda Koulatina. Leka, dal canto suo, ha vissuto l’esperienza dell’immigrazione sulla sua pelle.

 

«Sono in Italia da 17 anni, in Albania ero laureato in economia e commercio e lavoravo come responsabile di magazzino di una grossa azienda. Qui mi sono adattato a fare l’operaio, anche se ho provato a ricomporre il mio curriculum universitario. Ho sostenuto undici esami all’università per parificare il mio titolo di studio albanese, ma poi mi sono reso conto che non valeva la pena di ricominciare la gavetta a 54 anni, in un campo dove anche i giovani faticano a inserirsi. I miei figli in compenso sono integrati benissimo. Molti albanesi studiano con profitto nelle università italiane. Ma di loro non si parla mai».

Il programma delle iniziative prosegue sabato 12 aprile con un incontro con lo psicologo Mario Raoss e la dottoressa Paola Comai.

 

Trentino, 31 marzo 2008

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