L’omino ex Michelin

 

La Michelin era una fabbrica storica, a Trento; più di mille operai, aveva segnato la storia del movimento sindacale [e non solo] trentino; nel ’74 in centinaia, con le bandiere rosse, invasero il Teatro Sociale dove si teneva un dibattito con padre Balducci sul referendum sul divorzio: a legare condizione operaia e i temi della laicità e della famiglia. Poi però gli operai persero la loro lotta specifica con la multinazionale francese e persero di rilevanza sociale, a Trento come in tutta Italia. Infine, quando da Clermont Ferrand decisero di lentamente dismettere, e spostare lo stabilimento, di molto ridotto, in estrema periferia, la Michelin non fu più un problema operaio [a Trento c’è piena occupazione] ma urbanistico. Anzi, non un problema, bensì un’opportunità.


Infatti l’area fittamente ricoperta dai capannoni era molto, ma molto pregiata. Undici ettari situati tra la ferrovia e il fiume Adige, confinanti con il rinascimentale splendido Palazzo delle Albere, a meno di un chilometro dal Duomo, a ridosso della zona universitaria. E delimitata, sul lungo-fiume, da una striscia verde in cui scorre una pista ciclabile, frequentatissima a tutte le ore del giorno, da sportivi in allenamento, come da signore in tuta da jogging, o pensionati con il cane: tanta, svariata gente che in un contesto urbano fa sport e vive la natura, una festa per gli occhi e per il cuore.


Gli urbanisti prima, e la pubblica opinione poi, individuarono la nuova vocazione dell’area: tempo libero e cultura. Un grande parco che avrebbe dato respiro al lungo-fiume e sviluppato l’attuale fruizione ludico-sportiva, e una serie di edifici, connessi con l’Università e in relazione architettonica con il Palazzo delle Albere. Si poteva attuare anche a Trento, e in termini quanto mai positivi, quella dinamica virtuosa in atto in molte altre città: la dismissione di impianti industriali utilizzata per la riqualificazione del tessuto urbano e l’incremento della qualità della vita.


Gli undici ettari erano della Michelin: ma la società non sembrava pensare a una speculazione. Anche perchè l’ente pubblico le aveva girato, a condizioni di assoluto favore, un’area in zona industriale per il nuovo, più piccolo stabilimento. Così la multinazionale restituì il favore: prelazione al comune, per un prezzo di 49 miliardi di lire [quando secondo una perizia degli uffici comunali il valore era di oltre 70 miliardi].


Era l’estate del ’98, sindaco Lorenzo Dellai. Dellai in Consiglio Comunale mentì: parlò di un costo più che doppio, 100 miliardi, fece fare al suo braccio destro Silvano Grisenti un intervento terroristico [“i soldi non li abbiamo, se spendete così 100 miliardi, dovrete poi chiudere gli asilo-nido”]. E presentò, bella confezionata, la soluzione: girare la prelazione a una società appositamente costituita un paio di giorni prima – Iniziative Urbane – che rappresentava, secondo il sindaco, il “privato non speculativo”, cioè banche, assicurazioni, associazioni di categoria, federazione delle cooperative. I poteri forti della città.


La soluzione fu contestata: anche al costo di 100 miliardi, l’area era troppo importante, non si capiva perché il comune dovesse lasciar perdere i progetti che si erano maturati. Ma Dellai riuscì a prevalere: in un’afosa seduta del 31 luglio del ’98, prima del rompete le righe per le vacanze, il consiglio comunale approvava la rinuncia del Comune a favore di Iniziative Urbane. Che acquistava [naturalmente a 49, non a 100 miliardi]. Dellai celebrava l’accordo come esempio eclatante di “sinergia pubblico-privato”, le finalità del pubblico raggiunte attraverso i soldi del privato.


La “sinergia” la si vide subito all’opera: sul privatissimo fronte dei personali destini politici del sindaco. I poteri forti decisero di puntare su di lui: non solo perché aveva in prima persona procurato un lauto affare; ma anche perchè aveva dato prova di saper decidere, creare consenso, imporsi. Quando poche settimane dopo Lorenzo Dellai si candidò per le elezioni provinciali dell’autunno, creando ad hoc un nuovo soggetto politico, la Margherita, dalla stampa si levò un incredibile coro di unanimi consensi verso il nuovo “principe Lorenzo”.


Rimaneva l’altro versante del “pubblico-privato”, il destino dell’area Michelin. Su cui regnava un’ambiguità di fondo: la cittadinanza si aspettava un’area a parco con edifici dedicati alla cultura; i proprietari volevano farvi i soldi; in mezzo il Comune con il nuovo sindaco Alberto Pacher [diessino, vice di Dellai allora e per sempre] assicurava: “La regia rimane in mano pubblica”.


Non era semplice uscirne. Iniziative Urbane pensò di indire un concorso nazionale di idee per la progettazione dell’area, estesa fino al Palazzo alle Albere, con alcune finalità: creare il parco fluviale, inserirvi il nuovo Centro della Scienza [un’evoluzione dell’attuale Museo di Scienze Naturali] e soprattutto una consistente volumetria di residenze, in grado di far tornare i conti. I progetti furono presentati pubblicamente, sollevando interesse e dibattito; ma quando si andò a scavare dentro i bei disegni colorati e i rendering fantasiosi, ci si rese conto che, alla fin fine, si stava costruendo un banale quartiere per ricchi.


Non era questo che la città si aspettava. “Dateci Renzo Piano!” fu il grido che si levò da più parti.

Invece l’errore stava nel manico: Iniziative Urbane doveva rientrare dei soldi spesi [che passando il tempo aumentavano] e naturalmente guadagnarci; ma questo non si poteva certo fare con i prati e gli alberelli, e nemmeno con scuole e musei, a meno di farli pagare, a Pantalone, un occhio della testa.

Che fare? Per far quadrare il cerchio, Iniziative pensò bene di chiamare proprio Renzo Piano. Convinta che il prestigio del nome, la qualità della realizzazione del massimo architetto italiano potesse togliere argomenti alle polemiche.


 Il progetto dell’architetto genovese prevedeva, nel suo ferro di cavallo, che solo una parte del Centro della Scienza [meno di un terzo] ricadesse nei terreni di Iniziative Urbane; la parte predominante veniva costruita su suolo pubblico. E questo forse non piaceva a Iniziative Urbane, che dava molteplici segni di irritazione: il tempo passava, e si era lontanissimi dall’inizio dei lavori; il quartiere progettato sarebbe stato decisamente costoso, costosi gli appartamenti, non immediatamente piazzabili sul mercato; in questo contesto, non era proprio il caso di perdere la commessa sicura del Centro della Scienza, solo perchè l’architetto di grido voleva farvi la propria cattedrale.


Ma Iniziative Urbane non poteva nemmeno permettersi di bocciare Renzo Piano.

Ci pensò allora la Provincia di Trento [presidente Dellai] attraverso la Sovrintendenza per i Beni architettonici. Sovrintendente era [e tuttora è, e difatti continua a combinare disastri] tal architetto Sandro Flaim, noto anche per essere presidente della Federazione provinciale cacciatori; e come tale in strettissimo rapporto con Dellai, che assicura ai cacciatori fondi cospicui e disposizioni legislative di particolare favore.


È quindi l’oscuro e discusso architetto Sandro Flaim a bocciare Renzo Piano. Attraverso un falso. La localizzazione del Centro della Scienza di Piano viene stralciata perchè interromperebbe il cinquecentesco viale che collega le Albere a un triplice portone in pietra nel centro storico della città. In realtà proprio per preservare la prospettiva dell’antico viale, gli edifici di Piano si interrompono in corrispondenza di esso, e anzi visivamente ne sottolineano il percorso [vedi l’immagine].


Ma ragione non vale. La Giunta Dellai prende al balzo la palla servita da Flaim e stralcia la parte di Centro della Scienza prevista in area pubblica. Il nuovo edificio sarà un parallelepipedo tutto in area di Iniziative Urbane.


Risultato? Renzo Piano a Trento non si fa più vedere, né, in millanta interviste sui media mondiali, mai accenna al progetto trentino.

Forse l’architetto genovese tornerà ad interessarsene quando si passerà alla progettazione del Centro della Scienza, che rimane comunque un edificio di impatto notevole. Di sicuro per intanto il progetto complessivo, ridotto a un quartierino per ricchi, viene portato avanti dai suoi tecnici di studio.


Tiriamo le conclusioni. Queste le cifre che sta spendendo l’ente pubblico: acquisto dell’area [7.000 mq] dove sorgerà il Centro della Scienza, 10 milioni; interramento di 180 metri della via lungo l’Adige, 8 milioni; due sottopassi alla ferrovia, 5 milioni; muretto lungo-fiume, 2 milioni. Totale, 25 milioni di euro, 49 miliardi di lire. Esattamente quelli che Dellai non volle sborsare per ottenere tutti i 116.000 metri quadri dell’area.


Il grande progetto di un parco fluviale a ridosso del centro, mix di natura e cultura, è andato perduto. Senza aver risparmiato un centesimo.

E Iniziative Urbane? Aveva speso 49 miliardi di lire, 25 milioni di euro. Oggi nei suoi libri sociali valuta l’area 110 milioni, in nove anni ha più che quadruplicato l’investimento. Ottimo esempio di “sinergia tra pubblico e privato”, come sosteneva Lorenzo Dellai.


Ettore Paris

Carta Qui EstNord n° 11, 28 marzo / 3 aprile 2008

 

Chi è Lorenzo Dellai

Il primo a cogliere la Margherita

 

Giovanissimo sindaco di Trento nel ’91, Dellai deve subito fare i conti con la repentina crisi del suo partito, la Democrazia cristiana. Non ha tentennamenti: abbandona la nave che sta affondando. Di area cattolico-sociale, Dellai si avvicina dapprima a Leoluca Orlando e alla sua Rete, poi fiutata l’aria, gioca in proprio, sempre nel quadro del centrosinistra. Al comune di Trento, come amministratore non brilla; però riesce, dal punto di vista politico, ad avere un ruolo centrale.

 

Nel ’98 il grande balzo: ottiene, con l’operazione Michelin e altre minori, l’appoggio degli immobiliaristi e dei poteri forti, e quindi della stampa; seduce una sinistra mal diretta, che pensa a tutti i costi di doversi far guidare da un dc [tutti o quasi gli esponenti Ds si prostrano in un feudale “riconosco in Lorenzo Dellai il mio leader”]; fonda un suo partito, la Margherita [nome poi clonato a livello nazionale], che si presenta come la novità “per voltare pagina”, e al contempo imbarca il notabilato democristiano. Ai suoi spiega: “Io garantisco la sinistra; tutto il resto deve essere rivolto a destra”. Vince – e rivince nel 2003 – le elezioni provinciali anche grazie al nulla che gli oppone il centrodestra.

 

Come presidente, umilia, fino a schiantarla, la sinistra, troppo attaccata alle “careghe” per pensare di opporsi. Dal punto di vista amministrativo, imposta una politica ambivalente: nelle città punta su innovazione e università; nelle valli, sui sussidi ai potentati e all’imprenditoria [non sempre all’avanguardia] locali; dappertutto attenzione alla clientela [i cacciatori ad esempio] e all’imprenditoria del cemento, legata attraverso l’urbanistica e gli appalti.

Questa schema negli ultimi anni tiene in città e mostra crepe nelle valli: dove evidentemente sconta il proprio immobilismo.

 

Carta Qui EstNord n° 11, 28 marzo / 3 aprile 2008

 

 

Pubblico-privato Srl. Il miracoloso modello trentino

 

L’assegnazione per mezzo di gara privata a ditte extraprovinciali del primo lotto dei lavori del nuovo cantiere sull’aera ex-Michelin ha suscitato un illuminante dibattito sulla stampa locale trentina. Il presidente della provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai ha espresso «perplessità e delusione» per il fatto che la realizzazione di un’opera del genere, che cambia il volto della città, sia stata assegnata ad una impresa non «del territorio», e ricorda di essersi sempre dato da fare «per costruire un”sistema Trentino” impegnando risorse ed intelligenze per superare le nostre fragilità. Tra queste c’è la frammentazione delle imprese – pubbliche e private – che da qualche tempo, con fatica e lungimiranza, si stanno alleando con partner nazionali e consorziandosi per darsi dimensioni adeguate al mercato», mentre poi «quando questo sforzo poteva essere sostenuto da un privato è venuto a mancare».


In effetti dalla sua posizione di monarca pressoché assoluto della Provincia autonoma di Trento, Dellai “comanda” una rete di società pubbliche, da Informatica Trentina alla Tecnofin, dalla Trentino Patrimonio spa alla Cassa del Trentino, in grado di controllare in profondità e dirigere [a partire dai servizi] il mondo economico trentino. Ma poi salta fuori un grosso lavoro come questo, che passa non per pubblici appalti, ma per gara privata... e casca il palco. Facile gioco ha avuto a rispondere Giovanni Pegoretti, che guida la società Castello Sgr [che gestisce il fondo immobiliare proprietario dell’area]: «Non si pensi che una Società di gestione del risparmio possa fare ciò che vuole – ricorda - deve fare gli interessi dei conferitori e per questo è sottoposta a vigilanza della Banca d’Italia e della Consob».

Dellai aveva accusato «Non tutti remiamo nella stessa direzione, non sempre il privato fa il suo dovere verso la comunità»; Pegoretti ricorda la logica di mercato e l’interesse «dei conferitori» che non è quello della «comunità».


Visto da fuori sembrerebbe nientemeno che un conflitto fra socialismo e capitalismo, in realtà non è proprio così. Dellai ha espresso qui l’ideologia che guida il suo progetto di partito territoriale, in base al quale il Trentino si prepara a cambiare “casacca” politica nazionale, e ad abbandonare il centrosinistra per mettere in piedi un feudo locale [qui al senato non si presenta il PD, al suo posto gli elettori troveranno sulla scheda “SVP-Insieme per l’autonomia” una alleanza regionale block-frei, cioè fuori dagli schieramenti], che di populista ormai non ha che l’ideologia, esprimendo invece in realtà la fusione fra il ceto politico-burocratico e quello degli affari, che qui - data l’onnivoracità dell’autonomia trentina - lavora da decenni in stretta simbiosi con il primo.


Un mix di pubblico e privato che poco ha ormai a che vedere con lo stato sociale e molto con le aspirazioni di una nuova nobiltà feudal-autonomistica trentina, che occupa spazi pubblici ma li gestisce con una logica di interesse di casta, mentre ai cittadini/servi della gleba restano sul groppone, come dappertutto, l’aumento dei costi e la riduzione dei servizi sociali.

 

Roberto Antolini

Carta Qui EstNord n° 11, 28 marzo / 3 aprile 2008

 

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Trattativa in dirittura d’arrivo tra il consorzio Finedil
e la cordata vincitrice del primo lotto dei lavori.
L’ira degli esclusi

Colombo imbarca metà dei trentini

 

TRENTO - Sono in fase avanzata le trattative tra la cordata vincitrice del primo lotto dei lavori nell'area ex Michelin, guidata dalla Colombo Costruzioni di Lecco, e una parte dell'associazione temporanea d'impresa tra Consorzio cooperative costruzioni di Bologna e aziende edili trentine, giunta seconda nel confronto competitivo promosso da Iniziative Urbane e, dopo il conferimento dei terreni al fondo immobiliare Clesio, da Castello Sgr. Delle quattordici aziende locali alleate del Ccc, otto sarebbero in pole position per l'accordo con il gruppo formato da Colombo, Sandrini Costruzioni e Pac, che ha vinto con un'offerta economica intorno ai 120 milioni di euro (124 milioni con gli oneri per la sicurezza), oltre il 10% di ribasso sulla base di gara.

 

I contatti si sarebbero sviluppati in modo particolare con il consorzio Finedil, a cui fanno capo sette aziende trentine in gara per il primo lotto: Giordani, Libardoni, Pasqualini, Costruzioni Rossaro, Duplo, Edilscavi e F.lli Zanotelli. Potrebbe essere della partita anche la F.lli Gadotti di Trento. «No comment» sulle trattative, ma nessuna smentita, dalla Colombo e dalla Sandrini. Ammette i contatti, ma rinvia ai prossimi giorni l'annuncio ufficiale, il presidente del consorzio Finedil, l'architetto Gianbattista Giordani.

 

Sarebbero invece fuori dalla trattativa le altre imprese della cordata trentina, Collini, Garbari, Misconel, Ediltione, Inco e Consorzio Lavoro Ambiente. Le prime reazioni degli «esclusi» sono irritate: parlano di «corsa per salire sul carro dei vincitori» e di «seri interrogativi di ordine etico-imprenditoriale» sul comportamento dei loro colleghi. Ricordano la presa di posizione del presidente della Provincia Lorenzo Dellai, che aveva parlato di «occasione persa» con il mancato affidamento dei lavori al gruppo trentino e di rischio per le aziende locali di fare la figura dei comprimari, dei «garzoni di bottega». «Se la notizia è vera - affermano - siamo proprio a questo punto».

 

L'11 marzo c'era stato l'annuncio da parte del consiglio di amministrazione di Castello Sgr, guidato dal presidente dell'Isa Giovanni Pegoretti, dell'assegnazione del primo lotto all'associazione di imprese Colombo-Sandrini-Pac. Tecnicamente però era una «prosecuzione della trattativa in esclusiva». Il vero e proprio contratto infatti verrà stipulato tra una quindicina di giorni.

 

Per quella data Colombo, Sandrini e Pac contano di arrivare con una cordata «allargata» ad almeno la metà delle imprese trentine del gruppo arrivato secondo. Quale sarà la quota dei lavori che potrebbe essere assegnata al consorzio Finedil, o comunque ai trentini, è ancora materia di discussioni serrate. Di certo, in questo modo i vincitori ritengono di rispondere alla richiesta di coinvolgimento del tessuto economico locale, venuta da più parti prima e dopo la conclusione della gara. Il primo lotto dei lavori sulla ex Michelin potrebbe cominciare tra poche settimane e dovrebbe concludersi entro il 2010.

 

Francesco Terreri f.terreri@ladige.it

l’Adige, 4 aprile 2008

 

 

Collini e gli altri: “Scorretti”

 

TRENTO - «Mettiamola così: la corsa per salire sul carro dei vincitori uno se la poteva anche aspettare, ma la rapidità con la quale chi era di qua si sarebbe spostato di là, se la notizia fosse confermata dai fatti, genererebbe non solo amarezza, ma anche porrebbe seri interrogativi di ordine etico-imprenditoriale». È secca la reazione di cinque imprenditori edili, Fabrizio Collini della Collini Spa, Fabio Antolini della Ediltione, Enrico Garbari della Garbari Spa, Roberto Oss della Inco e Giulio Misconel della Misconel Srl, alla notizia delle trattative in fase avanzata tra metà circa della cordata trentina per la ex Michelin e il gruppo dei vincitori guidato dalla Colombo. «La storia della Michelin intesa non tanto come una grande industria che ha scritto pagine importanti per la nostra terra, ma come area da recuperare e da rendere in qualche modo unica - affermano i cinque in una presa di posizione comune - è nota. O meglio, a tutti è noto il finale: l'appalto è stato affidato. E come in ogni gara degna di questo nome, e cioè un confronto, aggiungiamo noi regolare, tra più contendenti che si misurano in una o più prove per contendersi un primato, ci sono stati vincitori e vinti. Fin qui niente di nuovo, se non il dispiacere per non aver vinto l'ambito premio».

 

«È sempre difficile prendere la parola a nome dei vinti, lo è ancor di più in questo caso per due ragioni: la prima è che chi perde, se si lamenta, è poco credibile, la seconda, già più curiosa, sarebbe data dal fatto di venire a sapere, a gara finita, che la chiara distinzione tra vincitori e vinti non è più proprio così netta». Se la notizia fosse vera, proseguono, «nessuno di noi intenderebbe considerare nemmeno lontanamente l'ipotesi di approfondire sotto il profilo legale la correttezza di un tale presunto comportamento, posto che per noi acquista valore assoluto la parola data. Del resto non spetta a noi giudicare, né dare pagelle o impartire lezioni di etica e di correttezza. Ci basterebbe il richiamo al senso di responsabilità e lealtà cui siamo soliti improntare il nostro agire quotidiano. Certo, non possiamo non ricordare la regola fondamentale cui si ispira il codice di comportamento delle imprese di costruzione adottato dall'Ance e cioè che l'affermazione dei valori dell'etica dell'impresa, degli affari e del mercato costituisce il presupposto necessario della libera iniziativa imprenditoriale e il modo migliore per rivendicare il proprio ruolo».

 

«Anche il rospo della sconfitta risulterebbe più difficile da ingoiare quando si venisse a sapere che qualcuno della tua squadra ha in fretta e furia sottoscritto l'ingaggio con la squadra avversaria». I cinque imprenditori ricordano affermazioni che «all'epoca abbiamo considerato parole in libertà o male espresse, ma che ora ci sconcertano e suonano come dissimulato disinteresse». Il riferimento è, in particolare, all'idea, attribuita a novembre alle imprese del consorzio Finedil, secondo cui «la Michelin non è un affare. Si partecipa alla gara per onor di bandiera, ma in confidenza si sussurra che è meglio perderla». «Riteniamo - proseguono Collini e gli altri - che la presunta operazione ordita alle nostre spalle ad opera dei vincitori, con la necessaria complicità di taluno dei vinti, sia unicamente di natura cosmetica e di facciata. Siamo convinti che rivelerebbe nella compagine aggiudicataria un comportamento poco deontologico nei confronti della committenza, verso cui è impegno dell'impresa manifestare in forma chiara e comprensibile l'etica delle sue azioni, assicurare correttezza e chiarezza nelle trattative e nell'assunzione dei vincoli contrattuali». Gli imprenditori avanzano quello che definiscono un «ardito parallelismo» con la vicenda Alitalia e l'ipotesi di una cordata italiana per la compagnia di bandiera.

 

Nel caso della Michelin «le imprese trentine in grado di fare tutto c'erano. La cordata era pronta. La credibilità garantita. La professionalità sperimentata. Eppure s'è scelto, ripetiamo: legittimamente, di agire diversamente». «Ci sorprende che solo il presidente Dellai, con tutta la sua autorevolezza, abbia sottolineato il fatto che si sia persa una grande occasione, soprattutto in un ambito nel quale ogni giorno si devono fare i conti con mille difficoltà, per dare spazio alle imprese locali e per tenere in mano il pallino. Parole, di qui l'ulteriore motivo di delusione e rammarico, che avremmo gradito venissero pronunciate da chi rappresenta la Sezione dei costruttori edili trentini, non taciute per presunta faziosità, onor di bandiera o conflitto di interessi, ma esternate in nome di quel valore secondo cui l'impresa crede nella libera e leale concorrenza e informa le proprie azioni all'ottenimento di risultati competitivi che premino la capacità, l'esperienza e l'efficienza. Il rischio, per citare sempre il governatore, che le imprese trentine finiscano per fare la figura dei comprimari, dei "garzoni di bottega", è davvero altissimo. Ancora più alto alla luce delle ultime notizie che danno alcuni degli imprenditori della nostra cordata pronti a fare i "garzoni" per l'altra».

 

«Anche noi - concludono i cinque imprenditori - avremmo potuto valutare altre soluzioni, ma per rispetto del gruppo, della correttezza, della trentinità e di quelle regole non scritte che valgono quanto la parola data, non abbiamo nemmeno preso in considerazione l'ipotesi di accordi con il gruppo aggiudicatario. In questa terra non capita tutti i giorni di poter lavorare per e con Renzo Piano. Non capita tutti i giorni di mettere insieme il meglio dell'imprenditoria locale di un comparto per gestire un grande progetto e di mettere insieme le idee e le ambizioni delle istituzioni, i sogni dei privati, la genialità di un grande architetto e le maggiori imprese edili di questa comunità». La riconversione della Michelin, secondo Collini, Garbari, Misconel, Antolini e Oss, è «più di un progetto: stiamo parlando di un'idea di futuro, di una scommessa storica, di una pagina che noi, con umiltà ma anche con tutta la forza della nostra capacità, ci sentivamo non solo di poter scrivere, ma anche di dover scrivere. Certo, senza i trucchi che sembrano palesarsi oggi, senza i curiosi silenzi di chi ha permesso che tutto questo accadesse lasciando unicamente al bravo presidente Dellai il compito di difendere quella che non è la trentinità, ma è la capacità di un territorio di esprimere le sue potenzialità, crescendo all'interno di processi epocali e irripetibili».

 

l’Adige, 4 aprile 2008

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