“Soluzioni” che aggravano i problemi

Bistecche + biocarburanti + … = collasso agroalimentare

La crisi ecologica e alimentare mette in discussione i modelli di vita,
le tavole dei valori e l’ideologia tecnoscientifica e industrialconsumistica

 

 

In Italia l’aumento del prezzo dei cereali tra marzo 2007 e marzo 2008 è stato dell’85%. Sono aumentati del 60% l’orzo, e del 40% il mais. La soia è aumentata dell’85%. Si tratta di aumenti depurati dell’inflazione. Nel mondo le cose vanno ancora peggio, con la chiusura delle esportazioni di riso dei principali produttori e aumenti dei prezzi vertiginosi (in alcuni paesi 80% di aumento dall’inizio del 2008).

 

I supermercati Usa “contingentano” le vendite di riso per evitare accaparramenti e in Giappone il burro sta sparendo dai banchi dei supermercati. Il secondo paese più ricco al mondo conosce la penuria di un genere alimentare. Ma il “libero commercio” e la “divisione mondiale del lavoro” non dovevano risolvere ogni problema di scarsità? Il Giappone dipende largamente per il settore lattiero-caseario dalle importazioni dall’Australia. Quest’ultima, colpita da ripetute siccità, non produce più riso, produce meno latte e grano con ripercussioni sui mercati mondiali di queste derrate e persino sul mercato nostrano del latte.

 

Siamo così sicuri che industrializzazione, tecnoscienza e libero mercato garantiscono le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità?

I dubbi cominciano a insinuarsi perché si profila un tragico “disaccoppiamento” tra l’economia dei mercati e l’economia della natura. Oggi, apparentemente, chi ha risorse finanziarie può permettersi tutti i lussi, ma domani, quando le scorte di petrolio (energia a basso costo) staranno per esaurirsi e quelle di acqua dolce si ridurranno drammaticamente sarà ancora così? Prima o poi l’economia non dovrà tornare ad essere bioeconomia?

 

Fintanto che è il Giappone che cerca di compensare con la ricchezza industriale le carenze di produzione agroalimentare passi, ma se il problema si allarga alla Cina e all’India come la mettiamo? Dal momento che il modello di consumo occidentale è parte integrante della “modernizzazione” ne deriva che i cinesi (e, in minor misura, gli indiani) vogliono consumare sempre più carne. Ma per produrre 1 kg di carne ci vogliono 8 kg di cereali. È un processo energeticamente molto dispendioso! Non è certo il maggior consumo di prodotti vegetali alla base della maggior domanda cinese ma la crescita della domanda di prodotti di origine animale che “moltiplica” la domanda di soia, cereali, superfici coltivate, energia. La Cina è sempre più ricca; per ora – pur consumando già molta più carne dei paesi poveri – ne consuma solo il 15% dei paesi carnivori (tra cui primeggia l’Italia). Se la forbice dei consumi tra Cina e Occidente diminuirà saranno dolori.

 

Ma la corsa allo spreco energetico non finisce qui. Camuffato di “ecologia” fiorisce lo sfacciato business delle cosiddette bioenergie. Anche in questo caso si tende ad additare gli Usa come i reprobi ma in Lombardia si erogano sovvenzioni di 45 € per ettaro per le superfici destinate alle bioenergie e a Voghera si sta progettando un mega impianto per biocarburanti. Nella carissima bolletta energetica paghiamo stra-sovvenzioni per i certificati “verdi” destinati a sostenere la produzione (non sempre pulita) di energia da biomasse (e rifiuti). Si fa credere che sia ecologico trasformare risorse preziose in rifiuti e recuperare un po’ dell’energia sprecata. Intanto si incentiva la produzione di rifiuti da bruciare invece della raccolta differenziata, del riciclo, del contenimento della folle corsa al packaging. Invece che produrre concimi organici preziosi per l’agricoltura si producono liquami per produrre biogas. L’assurdo dei biocarburanti (ma anche di altre cosiddette bioenergie) consiste nella inefficienza energetica della loro produzione.

I biocarburanti ottenuti da cereali hanno un Eroei (rapporto tra energia ricavata e energia spesa persa) pari a 1. Per costruire e smaltire le macchine agricole, per produrre concimi chimici e pesticidi, per i trasporti implicati in tutti i processi a monte e a valle si utilizza una grande quantità di energia in larga misura fossile. La ridicola pretesa che il bioetano possa ridurre dell’80-50% le emissioni di CO2 non tiene conto di questi “dettagli”.

 

La soluzione proposta dai sostenitori del modello industrial-tecnoscientifico-consumista è: ancor più libero mercato, più tecnologia, più Ogm, più concentrazione e specializzazione produttiva. Ma aumentare ancora i flussi di prodotti agricoli da una parte all’altra del pianeta si scontra con i crescenti costi energetici che fanno crescere la bolletta dei trasporti. Ci fanno credere che sia un aiuto ai “paesi poveri” importare in Europa ancora più prodotti agricoli di quanto non si faccia (a volte per lo sfizio di mangiare le fragole a gennaio). E questo come se la domanda di suolo coltivabile per le monocolture da esportazione non si scontrasse con la crescente penuria alimentare in loco. Ci fanno credere che l’ulteriore industrializzazione delle attività agricole e zootecniche rappresenti una “razionalizzazione”, ma gli impianti tecnologici che vengono proposti per ovviare ai problemi della concentrazione zootecnica “abbattendo” l’azoto dei liquami sono ancora una volta “economici” solo perché stra-sovvenzionati con fondi pubblici.

 

Liberismo e calcolo economico ad arbitrio, viene voglia di dire. In ogni caso, per risolvere il problema dei troppi maiali e troppe mucche da latte nelle aree “vocate”, si propone di impiegare un bel po’ di energia per “liberare” in atmosfera l’azoto sotto forma molecolare mentre, altrove, si deve impiegare elettricità per “catturare” azoto molecolare dall’atmosfera e produrre concimi chimici. Ciò grazie alla “specializzazione” e al “progresso agricolo”.

I costi di queste politiche insensate ovviamente li pagano i più deboli. Non serve andare nei paesi poveri per constatare come queste “soluzioni” siano socialmente e territorialmente inique. Il costo crescente dei trasporti, dei mangimi, delle materie prime per l’alimentazione animale penalizza di più gli allevatori delle zone più distanti dalle reti di trasporto, dai porti, dai mangimifici.

 

È stato fatto credere agli allevatori alpini che era più economico acquistare il fieno dalla Spagna, dalla Francia, dal Centro Italia piuttosto che continuare a sfalciare i prati. E così tanti prati sono diventati boschi difficilmente “recuperabili”. La schizofrenia dei modelli culturali dominanti, infatti, impone di disboscare la foresta pluviale per far posto alla coltivazione di soia (che attraverso i mangimi serve ad alimentare le mucche alpine) e – al tempo stesso - di “rinaturalizzare” le nostre montagne, “umanizzate” da migliaia di anni, favorendo l’avanzare del bosco, degli orsi e dei lupi. Una bella distruzione di diversità biologica e culturale; ma forse è proprio quello che si vuole.

 

Ora tutto aumenta vertiginosamente (anche il fieno) e le aziende di montagna sono quelle più in difficoltà perché più dipendenti dall’acquisto di alimenti per il bestiame sul mercato globale. Come si vede siamo alle prese con contraddizioni inestricabili e gravissime.

 

Se ne esce solo con un completo ripensamento dei modelli di produzione e di consumo che, a sua volta, presuppone il recupero dei valori tradizionali, del rispetto dell’integrità del vivente, della sacralità della natura, il rigetto della religione della scienza con tutti i suoi dogmi e le sue superstizioni. La religione secolare dominante considera la natura un ammasso casuale di materia inerte del tutto inefficiente e imperfetto. Deificando sé stessa la tecnoscienza vuole rifare una natura più efficiente (gli Ogm sono il paradigma di questa pretesa demiurgica). Ma le promesse di “salvezza” di questa religione sono tanto ingannevoli che già oggi, se abbiamo il coraggio di pensare con la nostra testa, possiamo renderci conto della loro fallacia. La speranza di vita nei paesi più ricchi (e sazi) è in diminuzione, i danni alla stabilità e alla salute degli ecosistemi sono gravissimi e, a volte, irreparabili. Se una “riforma” ideologica e pratica non si impone gli adeguamenti imposti dalla “natura imperfetta” saranno molto dolorosi.

 

Michele Corti, 26 aprile 2008

 

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