Davvero “i tumori colpiscono meno i contadini”?

 

 

C’è da dire subito che, anche se il dato che i tumori colpiscono meno i contadini fosse vero (ma non è proprio così), questo non significherebbe che i pesticidi (o fitofarmaci come si vorrebbe chiamarli) non siano dannosi per la salute. Semplicemente potrebbe significare che la sensibilità degli studi epidemiologici non è sufficiente per determinare questi tipi di rischio.

 

Innanzitutto la categoria dei contadini è così ampia e così diverse sono le tipologie di colture e i pesticidi impiegati, che la diluizione del rischio in questa enorme popolazione, con la presenza di soggetti poco esposti, rende difficile dimostrare una correlazione fra professione agricola e tumori. Inoltre il gruppo di controllo, costituito dalla popolazione generale, in realtà è anch’esso esposto al rischio pesticidi, presenti nella frutta e verdura che consumiamo in percentuali molto elevate (il 50-70% delle mele su mercato contengono uno o più pesticidi).

 

Si dovrebbero organizzare studi prospettici che permettano di studiare la popolazione per almeno 20 anni con analisi a cadenze regolari dei livelli dei pesticidi nel sangue e nelle urine degli utilizzatori. Vi lascio immaginare i costi di un simile studio, senza contare il fatto che i pesticidi in agricoltura continuano a cambiare, cosa che rende impossibile dimostrare la responsabilità di una data sostanza.

 

Va ricordato comunque che in letteratura si trovano correlazioni fra uso di pesticidi e molte malattie come diabete, asma, malattia di Parkinson ed Alzheimer. Si trovano anche molti studi che correlano l'occupazione in agricoltura con alcuni tipi di tumore.

Nel 1992 Aaron Blair, epidemiologo del National Cancer Institute (USA), pubblica alcuni lavori che dimostrano una correlazione fra uso di pesticidi e il linfoma non Hodgkin, un tumore del sistema linfatico la cui incidenza era aumentata del 50% negli ultimi 15 anni.

 

Nel 1995 sempre Blair pubblica una rassegna, dove afferma che i contadini hanno una minor mortalità rispetto alla popolazione generale soprattutto per cause cardiovascolari e tumori (presi complessivamente), però hanno più alti tassi di alcuni tipi di tumore: linfomi e leucemie, tumori della pelle (melanoma e non melanoma), sarcomi dei tessuti molli, labbra, prostata, cervello e stomaco.

La ragione per cui i contadini si ammalano meno, pensano gli studiosi, risiede nel fatto che questa categoria in media fuma meno e fa più attività fisica rispetto alla popolazione generale. In Iowa e Nord Carolina parte lo studio "Agriculture Health Study",  che indaga i pesticidi come possibili cause di tumori.

Fino a questo punto la letteratura è quasi unanime nel manifestare una certa preoccupazione nei confronti dei pesticidi quali agenti cancerogeni per l’uomo (come se non bastassero gli studi sugli animali).

 

Però, nel 1998 viene pubblicata una metanalisi (una specie di sommatoria) di 37 studi a firma di John Aquavella che pur ammettendo che alcuni pesticidi possono causare il cancro, conclude che non ci sono prove epidemiologiche di un aumento di rischio per gli agricoltori al di là del tumore delle labbra e della pelle (ammette però i limiti di questi studi per l’eterogeneità dell’esposizione agli agenti chimici).

 

Analogo atteggiamento minimizzatorio del rischio viene seguito da Balduzzi P.A. dell’Università L. Sacco di Milano nel lavoro dal titolo “Effetti Cancerogeni degli antiparassitari” (fonte ispiratrice dell’articolo apparso su l’Adige).

In letteratura si trova una critica abbastanza puntuale all’approccio dello studio di Aquavella, nientemeno che dalle pagine del Journal of National Cancer Institute.

Aquavella non è esente da conflitto di interessi. Egli è a capo del comitato epidemiologico della American Crop Protection Association (gruppo che commercia pesticidi) e lavora anche per la Monsanto.

È interessante notare che lo studio di Aquavella trova nei contadini un aumento di rischio simile a quello di Blair per certi tipi di tumore, solamente che in questo caso conclude che questi eccessi di rischio sono solamente fenomeni statistici, creati da inconsistenze nel disegno dei vari studi.

 

L’epidemiologo Aaron Blair critica la metodologia usata da Aquavella, in particolare il ricorso alla metanalisi che ha senso solo quando c’è una grossa variabilità di risultati fra gli studi.

Molti addetti ai lavori sostengono che gli studi epidemiologici non sono adatti a rilevare il rischio di esposizione ad antiparassitari, molto più utili sono gli studi sugli animali.

Lo stesso studio di Balduzzi pubblica una tabella dove su 16 funghicidi studiati, ben 7 sono classificati dalla IARC (International Agency on Research of Cancer)  come 2A (probabilmente cancerogeni), o come 2B (possibilmente cancerogeni), e per 9 funghicidi non esistono evidenze.

 

Un agente è classificato probabilmente o possibilmente cancerogeno grazie alla positività di studi su animali. C’è davvero da chiedersi se era opportuno mettere sostanze simili in commercio.

Dagli studi animali a lungo termine emerge che più precocemente nell’arco della vita viene somministrata una sostanza cancerogena, maggiori e più precoci sono i tumori che si sviluppano.

 

Molti ricercatori sono convinti che il costante aumento di incidenza del cancro (che riguarda tutte le fasce di età) sia dovuto, oltre che all’aumento della vita media, anche all’aumento dell’esposizione a sostanze o situazioni che presentano rischi cancerogeni.

 

Non dobbiamo dimenticare che i bambini possono venire a contatto con i pesticidi o altre sostanze chimiche fin dal grembo materno. Alcuni pesticidi, come gli organofosforici, interferiscono  con lo sviluppo neurologico del bambino.

Le percentuali da attribuire alle varie cause dei tumori, se seguiamo la nota pubblicazione (ormai datata) di Sir Richard Doll e Peto (1981), sono le seguenti: il 65% dei tumori sarebbe dovuto al fumo di sigaretta e alla dieta (30 e 35% rispettivamente) e solo il 2% all'inquinamento e l'1% al rischio professionale.

 

Molti ricercatori ritengono che la percentuale dovuta all'inquinamento, formulata da Sir R. Doll (e accettata dall'OMS), sia troppo bassa. Infatti si è visto che anche cambiando le  abitudini alimentari (minor consumo di grassi animali e più frutta e verdura), il rischio di contrarre il cancro non accenna a diminuire, anzi è in costante crescita.

Molti ricercatori ritengono che sia più appropriato collocare la percentuale di tumori dovuti all'inquinamento fra il 20 e il 50% del totale.

 

Dunque i tumori non piovono dal cielo per caso, ma sono la conseguenza di comportamenti umani ben precisi: stili di vita errati, certo, ma anche e soprattutto la presenza di troppe sostanze o situazioni che pongono un rischio cancerogeno (pesticidi, coloranti, conservanti, inquinanti dell'aria, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, solventi etc.). Sarebbe lungo analizzare nel dettaglio perché le sostanze rischiose possono essere messe  e restare in commercio. Semplificando si può dire che il sistema attuale privilegia gli interessi economici a scapito degli interessi collettivi (salute). Dunque è auspicabile una politica forte che comandi all'economia. Si auspica anche che le associazioni che si occupano della lotta contro i tumori, impegnate al momento esclusivamente a promuovere una diagnosi precoce del cancro (prevenzione secondaria), oltre alla lotta contro il fumo di sigaretta, si impegnino maggiormente nella prevenzione primaria del cancro (rimozione di tutti i fattori ambientali che possono causare il cancro).

 

In conclusione ci sono sufficienti evidenze che permettono di applicare subito il principio precauzionale e attuare tutti gli strumenti preventivi possibili per tenere i pesticidi che presentano rischi cancerogeni il più lontano possibile dall’ambiente di vita specie dove sono presenti bambini o donne gravide.

 

Dr. Roberto Cappelletti, maggio 2008

 

PS: Sir Richard Doll, è emerso dopo la sua morte, era pagato dalla Monsanto 1500 $ per giorno di consultazione.

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