Meglio attivi oggi che radioattivi domani

 

Medicina Democratica dedica un numero alla questione nucleare; pubblichiamo un estratto della 3^ parte.

Per riceverne copia (costo 5 €) scrivere a info@ecceterra.org.

 

 

Forza Italia!
Di Angelo Baracca

 

Aggiungerò poche considerazioni sintetiche sull’Italia, forse anche superflue, ma opportune per constatare l’immancabile risveglio dei sostenitori nostrani del nucleare e smascherare i ragionamenti a vanvera che sentiamo periodicamente per sostenere la ripresa del nucleare.

 

 

Un’improbabile ripresa a breve termine

 

Il punto fondamentale è che dopo il referendum del 1987 (qualunque sia il giudizio che se ne dà) tutte le strutture e le competenze che comunque si erano accumulate sul nucleare sono state frettolosamente (con stile italiano) smantellate, o destinate ad altri settori. Parlare oggi di costruire reattori nucleari sul nostro territorio nel prossimo futuro è davvero velleitario: lo riconoscono anche sostenitori onesti del nucleare, anche in una rivista smaccatamente filo nucleare come Le Scienze, dove Ugo Spezia scriveva nel giugno 2005: “... è difficile pensare a una riapertura dell’opzione nucleare nel breve termine”.

 

Eppure c’è chi si lascia andare ad affermazioni del seguente tenore: “Dal punto di vista operativo, nulla osterebbe ad avviare in Italia la costruzione di una decina di centrali nucleari di generazione III (ad es. EPR o AP1000) e, successivamente, III+ (ad es. IRIS), così da disporre verso il 2020 di una potenza nucleare installata pari a circa il 15-20% del parco italiano, da dedicare al carico di base, in modo che il contributo di origine nucleare al fabbisogno elettrico totale potrebbe raggiungere circa il 25%”, prospettando poi la partecipazione a GIF e il ricorso ai reattori veloci!

 

Perfino la battagliera Le Scienze, pur tornando alla carica, rimane molto più prudente: il recente articolo che abbiamo citato nella nota 4 rivendica più modestamente un rilancio della ricerca in campo nucleare (in un periodo in cui la ricerca è per tutta la nostra classe politica e imprenditoriale la “Cenerentola” assoluta), per non rimanere tagliati fuori dai progetti internazionali, e supportare anche le rinascenti ambizioni in campo industriale, come quelle dell’Ansaldo.

Del resto, quale conferma migliore dell’improponibilità della costruzione di centrali nucleari sul territorio nazionale del fatto che l’ENEL acquista il parco nucleare obsoleto della Slovacchia, nonché quello della Spagna! (Bisogna chiedersi anche che fine faranno le scorie dei reattori slovacchi, visto che questo paese non dispone di un sito idoneo di stoccaggio)

 

 

L’eredità di un disastroso fallimento!


Credo che sia importante ricordare che questa baldanza dei nucleari nostrani rimuove il disastroso, e vergognoso, fallimento del raffazzonato programma italiano, che fu dovuto senza dubbio all’improvvisazione, all’incapacità, agli intrallazzi della nostra classe politica e tecnica. Vale la pena ricordare succintamente la storia.

 

Alla fine degli anni ’50 (quando vi fu un Accordo segreto tra Francia, Germania e Italia per realizzare la bomba nucleare, poi decaduto quando De Grulle scelse la via della grandeur francese) furono ordinati, senza nessuna strategia generale, tre reattori completamente diversi l’uno dall’altro, entrati in funzione tra il 1963 e il 1964: un PWR della Westinghouse a Trino Vercellese, dalla Edison; un BWR della General Electric sul Garigliano, dalla Iri-Finmeccanica; e un reattore britannico del tipo Magnox a gas-grafite alimentato a uranio naturale a Latina, dall’Eni (dove, significativamente, Enrico Mattei dimostrò il tentativo di smarcarsi dagli USA, nonché dal processo di arricchimento dell’uranio). Senza dimenticare il reattore “Galilei” del centro di ricerche militari del Camen a Pisa (“Centro Applicazioni Militari Energia Nucleare”, poi ribattezzato Cisam, “Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari”), che è stato in funzione negli anni ’70, del quale si sa molto poco (sono trapelate a volte notizie poco rassicuranti, anche se non confermate).

 

Che vantaggi trasse il paese da questi acquisti disordinati? “Secondo stime ufficiali dell’Enel l’energia prodotta [dalle 3 centrali] costava per un funzionamento di 7.000 ore all’anno lire 7,80 (Latina), lire 7,20 (Garigliano), 5,40 (Trino), di fronte al costo dell’energia tradizionale inferiore a lire 5. Ciò significa che l’onere annuo che l’Italia deve sostenere si aggira sui sette-otto miliardi”.

 

Proprio il problema dei costi fu il pretesto dell’attacco sferrato l’11 agosto 1963 da Saragat contro Felice Ippolito, evidentemente con ben altri scopi... e ben altri mandanti: USA, petrolieri, mafia (poco dopo Saragat fu eletto presidente della repubblica, ed è difficile pensare che sia stato casuale). Non va dimenticato che era quello il periodo del primo centro-sinistra ed era in corso la nazionalizzazione dell’energia elettrica, con la creazione dell’ENEL,e uno dei timori delle aziende elettriche era che una gestione totalmente pubblica del nucleare potesse essere un passo verso la nazionalizzazione.

 

Del resto, il 27 ottobre 1962 era stato “suicidato” Enrico Mattei. Saragat sosteneva che le centrali nucleari dal punto di vista economico erano state un vero disastro, ma il vero obiettivo era Felice Ippolito, dal 1952 direttore del CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche), divenuto poi nel 1990 CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare).

 

Il 3 marzo 1964 Ippolito venne arrestato per presunte irregolarità amministrative del CNEN: ne seguì un processo discusso, molto sentito dall’opinione pubblica e dalla stampa (il famoso “caso Ippolito”), che culminò con la condanna di Ippolito a 11 anni di carcere.

L’Italia ed il mondo politico erano molto divisi, molti ritennero che la vicenda giudiziaria fosse una montatura e Ippolito venisse usato come capro espiatorio per stroncare la nascente industria nucleare italiana in favore di quella petrolifera. Il risultato fu comunque l’arresto del programma nucleare italiano: potenti forze lavorarono per l’eliminazione di Ippolito, le “sette sorelle” del petrolio in prima fila, l’Italia doveva continuare a consumare petrolio.

Lo scandalo del petrolio sarebbe poi scoppiato nel 1974.

 

Saltando al decennio successivo, si arriva al pasticcio della centrale di Corso, realizzata dal raggruppamento ENEL-Ansaldo Meccanica Nucleare-GETSCO, collegata alla rete elettrica nazionale nel 1978: una centrale BWR ibrida, scelta ancora per rapporti clientelari con la General Electric, mentre l’ambizioso “piano” di Donat Cattin, approvato dal CIPE nel 1975, prevedeva originariamente la costruzione di ben 20 centrali PWR da 1.000 MW (Progetto Nucleare Unificato, PUN) entro il 1985, ridotte poi a 12 negli anni ’80.

 

La storia allucinante di Montalto di Castro è più nota: il più grande impianto italiano di generazione di energia elettrica (3.600 MW), riconvertito a gas dopo il 1986 con enormi sprechi, e che ora l’ENEL vorrebbe riconvertire a carbone perché alimentato a gas è troppo caro, con una spesa di un miliardo e mezzo di euro.

 

 

Un punto cruciale: perché importiamo energia?

 

Rispetto alle indecenti proposte di rilancio italiano è necessario in primo luogo smontare con molta chiarezza la mistificazione di base: la leggenda, cioè, secondo cui il nostro sistema elettrico sarebbe insufficiente a coprire i consumi, e siamo pertanto costretti ad acquistare l’energia elettrica molto più economica di origine nucleare dalla Francia.  

 

Le cose stanno in modo esattamente opposto: la capacità elettrica installata eccede ampiamente la richiesta di consumo (88.300 MW contro i 55.600 MW, dati 2006); la privatizzazione dell’industria elettrica ha portato ad un aumento delle tariffe, particolarmente alto in Italia, mentre il sistema elettrico francese è largamente pubblico e ha mantenuto tariffe minori (finché anche l’industria italiana era pubblica le tariffe erano simili a quelle della Francia).

 

 

Che cosa risolverebbe il nucleare? Dove stanno gli sprechi?

 

Il problema di fondo, invece, è che la dipendenza energetica italiana ha ben altre cause, poco o nulla potrebbe fare il nucleare, e potrebbe aggravare la situazione. Il nostro paese importa notoriamente la quasi totalità delle risorse energetiche.


Ma del petrolio che importiamo (cioè tutto) circa un terzo va sprecato in un sistema di trasporti assurdo, totalmente sbilanciato sul trasporto su gomma (con i costi aggiuntivi di autostrade e altre infrastrutture: chissà che un Berlusconi redivivo, o meglio “rilanciato”, non rilanci anche il ponte sullo stretto!).

Vero è che questo problema non è solo italiano: anche in questo la Francia, con il suo primato di energia elettronucleare, costituisce un caso emblematico, con impressionanti disservizi del servizio ferroviario e sovradimensionamento del trasporto su gomma in tutto simili al nostro paese!

 

Un ulteriore 20% circa dei consumi energetici è poi divorato da un’agricoltura non meno sbilanciata, che produce male e in modo del tutto inefficiente. È di pochi giorni fa il rapporto della Confederazione Italiana Agricoltori relativo al 2007, che denuncia il continuo peggioramento della situazione, con una diminuzione dello 0,5% della produzione agricola complessiva, dello 0,6% del valore aggiunto, dello 0,9% dei redditi degli agricoltori, in netta controtendenza con la crescita media registrata in Europa: tra le cause principali l’aumento record dei costi di produzione (+6,1%) e soprattutto della quota destinata alla produzione di biocarburanti, con una “bolletta petrolifera” lievitata per l’agricoltura di ben il 38% dal 2005 al 2007.

 

Gli sprechi in questo paese non si contano, e sono sotto gli occhi di tutti. Che cosa rimedierebbe generare un po’ di energia elettro-nucleare?

 

 

Un piano energetico non è più possibile!

 

Ma proprio la privatizzazione sfrenata, con i disastri palesi che ha provocato, apre la porta a sviluppi davvero incontrollabili. Chi avrebbe potuto impedire alla società privatizzata ENEL di comperare centrali nucleari dove vuole?

 

C’è ancora chi vagheggia di un nuovo “Piano Energetico Nazionale”, di gloriosa o infausta memoria: e non si rende conto che oggi non è più possibile.

A livello nazionale, dopo le privatizzazioni selvagge, lo Stato può al più introdurre degli incentivi o balzelli, come i famigerati CIP6, “contributi alle fonti di energia assimilabili alle energie alternative”, e destinati al finanziamento di progetti energetici “poco rinnovabili”, ma trattati come fossero “vere fonti energetiche rinnovabili” (valgano per tutti gli impianti di incenerimento dei rifiuti finanziati con i cosiddetti CIP6, ovvero con il sovrapprezzo sulle bollette elettriche dei consumatori).

 

Bush lo sta facendo per l’industria nucleare: vogliamo emulare anche in questo il suo esempio?

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