Trentino. Le Alpi tradite dal denaro

 

 

C'è una parola, in Trentino, che fa ridere: orso. Questa involontaria e irresistibile comicità compie 10 anni. È l'età della reintroduzione degli orsi bruni, acquistati in Slovenia, nelle Alpi centrali italiane. La risata non offre l'innocenza diretta del bambino, ma la corruzione ambigua dell'adulto. Se oggi dici "orso", i trentini spontaneamente si agitano: per paura, per noia o per rabbia. La ragione, inconfessata, è chiara. Il ritorno dell'ultimo totem vivente della montagna europea è un clamoroso, e unico, successo naturalistico. "La sua presenza - dice il capo delle guardie forestali della Provincia, Romano Masè - testimonia che l'ambiente conserva una preziosa complessità". Tutti sanno però che l'orso non è qui per un atto d'amore. Viene trattenuto a forza, sui perduti corridoi, perché vale un tesoro. Non serviva un animale, ma l'immagine di un universo scomparso. I montanari non lo sopportano perché hanno scoperto che il suo padrone non è il bosco, ma il turismo: le società degli impianti di risalita, signore onnipotenti delle Alpi e della monocoltura invernale dello sci. La sua presenza non suggerisce di limitare gli abusi: contribuisce a superare la vergogna dei compromessi.

 

In questi anni, quando l'orso ha provato a fare l'orso, è stato ucciso, o rinchiuso in un recinto. L'accusa: si allontana troppo dai deserti immaginari in cui una favola deve restare. Tre condanne accertate, su una ventina di esemplari. L'ultimo incidente, a Molveno, è un simbolo. L'orsa che frugava nei cassonetti dei rifiuti, narcotizzata dai custodi, è annegata nel lago ai piedi delle Dolomiti di Brenta. Un errore. Non un caso, però. Ha rivelato l'abisso sui cui è sospesa la montagna trentina: l'attacco finale, pianificato da leggi all'apparenza illuminate, contro la natura dell'arco alpino e contro ciò che resta dell'ambientalismo italiano.

 

Dietro il marketing dell'orso - dice il sociologo dell'ambiente Lauro Struffi - c'è una gabbia: vasta, con impalpabili sbarre elettroniche, ma gabbia. E mentre noi sogniamo un cucciolo, il suo territorio finisce di essere distrutto nell'indifferenza».

 

A dare l'allarme, la moderatissima Società degli alpinisti tridentini. Per la prima volta, dopo 136 anni, ha indetto lo «sciopero dei sentieri». Non curerà più i tracciati in Paganella, cuore di una stagione epica dell'alpinismo. «Ruspe, piste e seggiovie - dice il presidente della Sat, Franco Giacomoni - hanno cancellato la montagna. Nessuno ci ha avvertiti. Inutile restare dove non si può più camminare». Il nuovo profilo è uno choc: uno scheletro di piloni, asperità spianate, grotte di ghiaccio riempite di detriti, autostrade sciabili che rompono i boschi. Uno scempio non isolato. Protetta dal marchio di garanzia dell'orso, la speculazione penetra in parchi e riserve.

La Provincia autonoma di Trento ha pronti 50 milioni di euro per gli impianti che collegheranno Pinzolo con Madonna di Campiglio. Dieci milioni andranno alla connessione tra Passo Rolle e San Martino di Castrozza. Cento milioni alla comunicazione tra Folgaria e Laste Basse, in Veneto. Un'altra valanga di denaro è destinata a cabinovie e strade a Tremalzo, nel Tesino, alla Polsa, in valle di Pejo e in valle dei Mocheni. A rischio anche il ghiacciaio della Marmolada: una funivia sul versante fassano, promessa in questi giorni dopo anni di opposizione, sbloccherà l'attuazione dell'accordo sui confini fra Trentino e Veneto. «Località fallite - dice il leader di Cipra e Mountain Wilderness, Luigi Casanova - o sotto la quota-neve, o in zone delicatissime e sotto tutela integrale. All'inizio i soldi pubblici pagano gli impianti, poi ripianano i debiti che producono ogni anno».

 

Non sono esclusi i fallimenti dei privati.

 

La società funiviaria di Folgarida e Marilleva, in valle di Sole, in questi giorni rischia il crack. Decine di milioni gli euro perduti in una speculazione finanziaria sui terreni vicini all'aeroporto di Venezia. Il credito locale trema. La Provincia «per tutelare gli interessi collettivi», si è detta «pronta a fare la propria parte». A pochi mesi dalle elezioni provinciali d' autunno, monta anche l'ombra di una colossale speculazione edilizia. «Trentino e Sudtirolo - dice lo scrittore e giornalista Franco de Battaglia - sono la zona con la maggior concentrazione d'impianti al mondo. Non servono altre piste. Le seggiovie, spacciate per mobilità alternativa, nascondono milioni di metri cubi di seconde case sui fondovalle devastati da vent'anni di abusi».

 

Una legge, coraggiosa ma in ritardo di anni, ha appena frenato le lottizzazioni comunali. Dal 2009, però, e a discrezione della giunta. La volata per trasformare in un condominio l'ultimo pezzo di prato è lanciata. Mentre l'orso ammicca dall'ingannevole pubblicità di Alpi intatte, avanzano strade in alta quota, tangenziali, tunnel, edifici, centri commerciali, cave, capannoni, funivie e bacini per l' innevamento artificiale.

 

I parchi, soppressa la politica conservativa, sono relegati a logo per i depliant turistici: nessun ostacolo alle auto, sì anche a rally e ai raduni di fuoristrada. Il presidente del Parco Adamello-Brenta è diventato presidente dei cacciatori. Il leader del comitato anti-parco ha preso il suo posto.

 

Davvero la specialità trentina, come si sussurra, è ridotta a finanziaria pubblica di sostegno alla voracità dei privati?

 

La catena delle Alpi misura più di 190 mila chilometri quadrati. Il versante ormai è inciso da 87 mila chilometri di strade di montagna, 2.024 impianti di risalita, 5.943 chilometri di piste, 12 milioni di posti-letto turistici. Negli ultimi vent'anni il 60% delle frazioni d'alta quota dei 5.954 comuni alpini, è stato però abbandonato. Dimezzato il territorio coltivato: macchia e cespugli invadono ogni anno oltre la metà del terreno.

 

«In Trentino nel 1980 - dice il perito Adriano Pinamonti - venivano sfalciati 300 chilometri quadrati di pascolo: ora, nonostante i contributi Ue e provinciali, sono 190. Dal 1990 le aziende agricole di montagna si sono dimezzate. Le malghe attive, da 700, sono ridotte a 300. Nel 1980 salivano sui pascoli estivi 36 mila vacche, oggi sono 8 mila. Gli ettari dei prati alti, da 90 mila, sono diventati 35 mila».

 

L'età media della popolazione alpina è di 57 anni, 72 quella dei piccoli contadini. Paesi e villaggi sono abitati da vecchi e immigrati, ultima risorsa per alberghi, stalle e cantieri. In un secolo la superficie dei ghiacciai alpini, termometro della salute climatica, si è ridotta del 50%. I suicidi, nelle località turistiche raggiunte dalla ricchezza dello sci, sono il triplo di quelli in città. Il 74% dei giovani emigra a fondovalle, o nei capoluoghi, prima dei 25 anni.

 

«L'Italia - spiega il direttore del Museo degli usi e costumi di San Michele all' Adige, Giovanni Kezich - dalla Roma imperiale ha ereditato cultura urbana e attrazione centripeta. Resiste però il magnetismo del paradosso alpino. Si fugge, ma si resta ancorati ad un invisibile, e indissolubile, cordone ombelicale. Chi nasce in montagna, appartiene per sempre alle relazioni che la animano. Il dramma è lo smarrimento della capacità di vivere da soli, senza rete. Un impoverimento sociale, ma pure un evento politico».

 

Dopo il 1968, l'alta quota ha perso il fascino «americano» della protesta.

 

Libertà, avventura, impresa, rifiuto di uno sviluppo, dall'Europa, si sono trasferite in Asia e Sudamerica. L'esodo dalle Alpi occidentali, in Piemonte, è consumato. Ma anche i villaggi trentini, cassaforte immobiliare dei nuovi ricchi, cominciano a restare deserti quasi tutto l'anno. Un'agonia alimentata da governo ed enti locali. L'Italia, spaventata dall'idea di regolare il traffico dei Tir, è l'unico Paese a non aver firmato la Convenzione delle Alpi. Le comunità montane, anche quelle vere, rischiano la soppressione. I contadini di montagna ricevono un terzo degli incentivi destinati agli agricoltori di pianura. L'anno prossimo le Dolomiti saranno dichiarate «patrimonio dell'umanità»: Trento e Bolzano hanno preteso però di tutelare solo le rocce, non l'ambiente che le circonda.

 

«L'ennesimo imbroglio pubblicitario - dice il glaciologo Roberto Bombarda - svela l'obiettivo dei grandi interessi politici ed economici: ultimare la demolizione di ciò che resta dell'ambientalismo italiano. Un esempio? Nessuna località trentina è nella lista di quelle che hanno scelto una mobilità dolce».

 

Colpire associazioni e comitati alpini, a cominciare da chi si oppone alle linee ferroviarie ad alta velocità, per estinguere ciò che resta del movimento che nel 1987 disse no al nucleare. Quali battaglie credibili resterebbero, nel Paese, consumata la distruzione della montagna? «Protezionisti e Verdi italiani - dice Geremia Gios, docente di economia dell'ambiente all'università di Trento - vivono una crisi senza precedenti. Lotte estetiche, estremismo, mancanza di concretezza e assenza di leader autenticamente ambientalisti precedono il disastro degli ultimi anni. Si sono lasciati identificare come il partito neo-conservatore del no. In montagna, dove c'è bisogno di soluzioni ai problemi, odiano il loro snobismo ideologico: proprio quando sarebbero indispensabili». Solo un'assessora Verde, a Trento, siede ormai nei governi regionali delle Alpi. La mobilitazione associativa è ai minimi storici.

 

Nessuno schieramento nazionale mette la natura al primo posto del programma.

 

«Il Trentino - dice il presidente provinciale del Wwf, Francesco Borzaga - era un esempio di armonia tra uomo e natura. Se l'equilibrio si è rotto qui, significa che non solo le Alpi sono perdute. La montagna, per la sua fragilità, ha sempre anticipato il destino ambientale di metropoli e pianure».

 

Sotto accusa, l'iper-specializzazione economica dell'alta quota: colonizzata dall'industria della neve, spazza via le piccole aziende agricole e piega le medie al modello padano, o bavarese. Dal 2006 l'Europa ha ridotto drasticamente i sussidi agli allevatori. I contributi locali del 2007, aumentati per scongiurare il tracollo delle stalle, non sono ancora stati pagati. Chi può, abbandona. «Se non ti adegui a sistema e dimensioni della pianura - dice Laura Zanetti, presidente dei pastori e dei malghesi del Lagorai - ti fanno fuori. Il biologico viene ostacolato con ogni mezzo, trionfa un iperigienismo comico».

 

Tutto deve essere sterile, pastorizzato e standardizzato. «Mentre tonnellate di concimi chimici, mangimi tossici e alimenti sconvolti dai conservanti, ottengono incentivi - continua Zanetti - La montagna è persa perché ha scelto di abbandonare i piccoli, la ricchezza della loro diversità».

 

Uno spartiacque impressionante e senza precedenti. Da una parte l'oligarchia del potere politico ed economico, ormai indistinguibili. Dall'altra la crescente domanda popolare di condizioni di vita compatibili sulle Alpi. L'esempio della Vallarsa, tra le più povere e marginali del Trentino, è lo specchio di un cambiamento dirompente. In due anni è stata totalmente cablata. L'altro giorno, quando la rete ottica si è bloccata, il Comune è stato sommerso dalle proteste: sedici telefonate in venti minuti. «Il giorno dopo - dice il sindaco - è mancata l'acqua per una mattina: una chiamata in quattro ore». Tra pochi giorni aprirà qui il primo supermercato italiano automatico. Nel distributore 400 prodotti, freschi compresi, scelti dagli abitanti e acquistabili 24 ore su 24 con una tessera. Gli anziani non dovranno più implorare i figli di fare la spesa per loro a Rovereto.

 

I neo-pendolari d' alta quota, vera novità della montagna fino a un'ora di viaggio dal posto di lavoro, disporranno di un servizio introvabile anche in città. Persi i contadini, grazie alla tecnologia i paesi si ripopolano di intellettuali e professionisti. Una coppia, nel silenzio di località Bruni, disegna cartoon destinati al mercato giapponese. «Non sono però i casi di nicchia - dice il sociologo Christian Arnoldi - a frenare la fuga innescata dal turismo di massa. L'indifferenza politica per la vita in montagna resta totale. In Italia si pensa ancora che seppellire il turismo di assistenzialismo significhi aiutare la montagna. Il risultato è che, assieme ai saperi, se ne va anche la cultura della contemporaneità. Una fascia del mondo sfasata dal proprio tempo: nelle valli gli eventi sono legati allo sport, oppure rileggono in farsa il passato». A combattere la battaglia decisiva contro l'ultimo assalto alla natura meglio conservata d'Italia, solo qualche giovane. Nei masi, assieme a rumeni, peruviani e indiani, cominciano a tornare ragazzi trentini decisi a coltivare la terra, invece di asfaltarla. Elisa e Filippo Rasom, ventenni, si sono appena sposati. A Vallonga, sopra Vigo di Fassa, hanno inaugurato un allevamento con 27 mucche e un apiario con 80 arnie. «Alberghi e piste - dice Filippo - senza una stalla non avranno più nulla da offrire». A Zortea, nella valle del Vanoi, Elisa e Corrado Cozzolino hanno puntato su 60 capre e 100 arnie.

 

Laureati, padovani, oggi trentenni, sono reduci dalla prima settimana di ferie dopo dieci anni. «Solo piccole dimensioni e grande qualità di prodotti naturali - dice Elisa - restituiscono un senso economico anche alle periferie montane». Francesco Prandel, professore di chimica a Levico, il pomeriggio fa invece il pastore a Fravort, in Valsugana. Una malga in affitto, sfalcio a mano, come risposta al sequestro dell'orso nutrito per piazzare settimane bianche. Ce ne sono già decine, come loro. Investimenti contenuti, sacrificio, coraggio, percezione del limite e passione: l'altra faccia delle valli svendute all'ordinarietà dei colossi finanziari che tengono in ostaggio il circo bianco.

 

Anche Francesco Franzoi, in Valpiana, non ha smesso di fare il formaggio sull'alpeggio. Riconosce ogni forma, dal profumo sa dire la settimana di caseificazione, fiori e versanti brucati quel giorno. Non capisce perché in Italia i prodotti tipici artigianali, per legge, non possano essere «somministrati fuori dal luogo di produzione». Come se una Ferrari potesse essere venduta solo a Maranello. «I modelli globali - dice - hanno svuotato il Trentino. Rese inutili le Alpi, portano al fallimento anche il resto dell' economia nazionale. Sussidiarietà, solidarietà e comunità sono l'unica risposta a liberismo, egoismo e xenofobia». L'autonomia riformista, alternativa al neocentralismo padano, si nasconde nelle periferie d'alta quota. Inizia a battersi per guarire ambiente e paesaggio. Chiede che dell'orso non si parli, e non si rida, più. Che si accetti di incontrarlo, piuttosto, ascoltando ciò che ha da dire la paura. Un animale di carne finalmente libero in una foresta vera.

 

Giampaolo Visetti

la Repubblica, 14 luglio 2008

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