Il “caso Fiavè”: il parere del prof. Michele Corti

 

 

48 milioni di debiti per il Caseificio di Fiavè
Nonostante poli bianchi, fusioni ed economie di scala
i costi di gestione sono insostenibili

 

Passa a stento il bilancio della coop, ma le valutazioni dei revisori sono impietose e i sindacati temono fortemente per i posti di lavoro. Psicodramma in vista dell'imminente appuntamento elettorale per il rinnovo del consiglio della ricca PAT (provincia autonoma di Trento)?

È probabile che ci siano manovre per mungere ancora la tetta di mamma provincia cui il sistema cooperativo ha "storicamente" generosamente attinto.

Il Presidente Dellai si propone per la terza volta alla guida, forte di un "partito del presidente" (Unione per il Trentino = Margherita non confluita nel PD), con la prospettiva di un ulteriore consolidamento di un sistema che non ha mai visto alternanza e che si basa su un consenso molto "strutturato" e basato sulla gestione dei flussi di denaro pubblico.


Ma con la situazione economico-finanziaria del maxi caseificio la PAT può permettersi di tamponare le falle senza rischiare contraccolpi di un fallimento solo dilazionato e le conseguenti accuse di sperpero del denaro pubblico? Difficile. Ed ecco che si affaccia la soluzione della svendita alla potentissima centrale sudtirolese MILA con il declassamento del Caseificio di Fiavè da perno ed asse portante del tanto decantato POLO BIANCO trentino a centro di raccolta della materia prima. Sono le conseguenze perverse di una filiera sempre più slegata dal territorio e costretta (ma era negli assunti della industrializzazione zoocasearia) a misurarsi ad armi impari con il mercato globale. Mangimi e foraggi che arrivano da centinaia di km di distanza, formaggi che viaggiano nelle reti della GDO nazionale.

Utilizzando silomais a go go la zootecnia della zona di Fiavè e Lomaso non può nemmeno entrare nella filiera del Grana Padano Trentino (trentingrana) che gli insilati li esclude (almeno quello!).


La strada da seguire sarebbe quella della differenziazione produttiva e del biologico puntando a produzioni caratterizzate per il loro legame con la montagna (cereali minori, ortaggi, frutta). A Fiavè erano famosi i fagioli e le favorevoli condizioni agronomiche potrebbero consentire al piccolo altopiano protetto dalle montagne da ogni lato di presentarsi come un distretto di agricoltura di qualità e bio. I mercati del vicinissimo bacino turistico del Garda, di Comano, Ponte Arche potrebbero assorbire senza difficoltà produzioni differenziate e con elevato valore aggiunto grazie alla trasformazione artigianale locale (gli immobili del caseificio a qualcosa potrebbero tornare a servire!). Ci sarebbe in più un indotto e un flusso turistico attratto dall'immagine di un "altopiano biologico" e dalla possibilità di incanalare parte della produzione nei "centri benessere" della zona che rispondono all'esigenza di un segmento in espansione del mercato turistico. In zona si aprirebbero possibilità di occupazione qualificata non solo nel settore della produzione agricola e alimentare ma anche dell'ospitalità turistica e dei servizi. In zona c'è la torbiera con il sito palafitticolo più importante delle Alpi meridionali (oggi a pochi passi si distribuiscono pesticidi come documentato a fianco), castelli, pievi, bellissime case rurali che contrastano con la squallida architettura zootecnica, la plastica, i copertoni usati, le selve di silos di mangime del paesaggio "agricolturale" (non "rurale" per favore) del Lomaso-Fiavè. Vi sono bellissimi itinerari ciclabili e Rango "uno dei borghi più belli d'Italia".


Va poi detto che le grandi aziende zootecniche si misurano con problemi ambientali che, biogas o non biogas, non hanno via di uscita. La centrale a biogas peraltro ha agito da catalizzatore dell'opposizione al modello "duro" di economia zoocasearia a senso unico e ha reso ancora più evidente la sua crisi.

Anche la sostenibilità sociale della zootecnia intensiva viene meno. Molto spesso, nonostante il fatturato, il ricambio generazionale non è assicurato. Le fabbriche del latte sono tristi con animali tristi (sul benessere ci sarebbe parecchio da dire). Perché i giovani (ragazzi e ragazze) dovrebbero avere voglia di subentrare ai genitori che hanno accettato (e qualcuno promosso) scelte sbagliate? Non da ultimo si è creata una contrapposizione che vede i grossi agricoltori fare quadrato intorno alle loro "istituzioni" ma che li isola nel contesto di una comunità che si sta rendendo conto che la strada per valorizzare il territorio passa dal ridimensionamento e dalla ristrutturazione di una zootecnia industrializzata insostenibile. Sia ben chiaro che nessuno tra coloro che propongono una svolta è contro la zootecnia, ma si vuole una zootecnia diversa a vantaggio di tutti: produttori, abitanti, animali, consumatori, ambiente.


Questo lo sfondo su cui si staglia la crisi del Caseificio di Fiavè, la cui presenza ha spinto al massimo l'ampliamento delle stalle e che ora rischia di trascinare queste ultime nella sua crisi industriale.

La posizione dei politici che si ripropongono alla guida della PAT sulla questione Fiavè (crisi del caseificio e progetto maxi centrale a biogas) rappresenta un banco di prova in vista delle imminenti consultazioni elettorali. Chissà che non ci sia un ripensamento e un po' di coraggio anche da parte della classe politica e delle lobby che le ruotano intorno?

 

Impietosa la valutazione dei revisori

 

«... presenta una situazione di squilibrio finanziario ed economico, debolezze strutturali, carenze nell'organizzazione e nei controlli interni, che ne condizionano significativamente l'efficienza operativa e la redditività»

 

Michele Corti
 

Milano, 20 agosto 2008

 

 

Relazione prof. Michele Corti
Castel Campo - Convegno CIGE, 7 giugno 2008
“Ci sono soluzioni per i problemi della zootecnia del Lomaso- Fiavè?

Sì, se si coinvolge la comunità e si ripensa al ruolo del territorio”

 

 

Mi sono sempre occupato di animali, amo moltissimo gli animali, la zootecnia di montagna, specie quella che ha mantenuto un legame con il territorio; sono tra i fondatori di una Società di zootecnia alpina che ha sede in S. Michele all’Adige e quest’anno ho promosso con diversi amici lombardi, piemontesi e svizzeri un’altra associazione transfrontaliera interregionale che si chiama “Amici degli alpeggi e della montagna”. Questo per precisare che mi interessa aiutare la zootecnia e gli allevatori di montagna, non certo affossarli.


Certe polemiche sono state causate da qualche equivoco; quando si contesta la maxi-centrale a biogas, e quando si contesta il fatto che la zootecnia trentina ha seguito un po’ troppo certi moduli padani, non si vuole assolutamente mettere la zootecnia in crisi e chiudere la stalle.

Io sostengo tranquillamente che le 23 mila vacche che ci sono in provincia di Trento sono poche. Forse sarebbe il caso di fare produrre da ciascuna di esse un po’ meno latte, riacquistando un miglior legame con il territorio, acquistando meno fieno e mangimi da fuori. Forse sarebbe il caso, e questa credo sia anche la questione cruciale, che queste 23.000 vacche siano meglio distribuite sul territorio provinciale, dove abbiamo delle vallate che dal punto di vista zootecnico sono  abbastanza desertificate, mentre alcune situazioni, quali questa del Lomaso-Fiavè, sono di evidente sovraccarico.


Sui dati che sono stati già esposti non è il caso di ritornare, voglio solo attirare l’attenzione sul fatto che a volte si va a sommare la superficie di prati e seminativi (con produzione di silo-mais) con la superficie della malga e sia pure adottando un coefficiente di riduzione che tiene conto del fatto che in malga si va tre mesi. Ma questa somma di superfici di fondovalle con quelle della malga è una somma surrettizia, sulla carta, che apparentemente fa rientrare i limiti UBA per ettaro nelle norme di buona pratica agronomica, ma che nasconde una situazione di squilibrio.

In malga ci vanno pochi animali, quelli asciutti. Diverse aziende qui nel Lomaso-Fiavè per riuscire a rientrare nei parametri inseriscono centinaia di ettari di malga, magari affittati in altre vallate;  quindi l’equilibrio affermato è molto sulla carta.


Di soluzioni sulla carta credo non ci sia bisogno.

Una soluzione sulla carta ai problemi prodotti da questa zootecnia è anche quella del biogas; dire che non è una soluzione, ormai, credo che sia un po’ come sparare sulla croce rossa.

Quando sono venuto qua due anni fa per la prima volta, questo discorso era molto difficile; in due anni le cose sono cambiate in modo radicale. Due anni fa parlare di biogas e biocarburanti era qualcosa da ecologisti “integralisti”, e quasi nessuno tra gli stessi ambientalisti si era accorto di quali soluzioni antiecologiche fossero il biogas e i biocombustibili.


Si è già detto che bisogna fare un po’ di distinzione, e voglio farla anch’io. Entro certi limiti c’è un biogas buono e uno cattivo, un biocarburante buono o cattivo. Ma per capire l’assurdità di utilizzare coltivazioni alimentari per produrre energia c’è voluto l’aumento gravissimo dei prezzi dei cereali (40% mais, 80% frumento, con il prezzo del riso in certi paesi schizzato talmente in alto, che sono state chiuse le esportazioni da Thailandia, Cina ed altri paesi). Qualche settimana fa una primaria catena della distribuzione degli Stati Uniti ha impedito la vendita di più di due pacchetti di riso  perché c’erano già le incette da parte dei ristoratori.

Insomma, non siamo ancora alla fame, però, segni di nervosismo ci sono. In Giappone il burro dagli scaffali dei supermercati è sparito, perché l’Australia ha sofferto la siccità e ha ridotto di molto la produzione di latte; è stata la minore disponibilità di latte australiano nello scorso anno che ha dato un po’ di ossigeno al prezzo del latte in Europa, però, lo vedremo, le prospettive per i produttori non sono molto rosee.


In questi due anni ha preso corpo la consapevolezza che non basta mettere il prefisso bio per giustificare e avallare un contenuto ecologico o anche solo di buon senso di certe iniziative.

Dunque biogas e biocombustibili. Vorrei restare poco su questo tema perché preferirei arrivare subito agli aspetti propositivi ed alle iniziative da prendere per il futuro della zootecnia di questi comuni, del Trentino e delle Alpi.

Va detto, però, che nel progetto della maxi-centrale il 30% di quelle matrici che dovrebbero servire per la digestione anaerobica, e quindi la produzione di metano, sono matrici alimentari: patate, mais…, tutte materie prime che dovrebbero essere coltivate per l’alimentazione degli animali o dell’uomo. A livello mondiale questa scelta sta diventando sempre più invisa, perché crea problemi  di approvvigionamento alimentare in diversi paesi; vuole anche dire andare a buttare, insieme al liquame, delle materie prime agricole che stanno aumentando sempre più di valore.


La cosa dal punto di vista etico può diventare riprovevole nel momento in cui vi è il rischio di approvvigionamenti, ma anche dal punto di vista economico, coltivare derrate agricole per buttarle in un digestore, sta diventando sempre più improponibile.

D’altra parte abbiamo visto che senza queste matrici vegetali la resa energetica degli impianti di biogas è bassissima dato che i liquami sono sostanzialmente acqua, (la strutturazione delle stalle modulata sui grandi numeri, i sistemi di pulizia delle stalle, hanno portato a deiezioni liquide dove la sostanza secca è pochi punti percentuali, con tutti i problemi di gestione di questo materiale). In definitiva utilizzare materiale che potrebbe avere destinazione alimentare, per produrre, con rendimenti tutti da valutare, un po’ di energia elettrica, non è una soluzione oggi molto accettabile anche dal punto di vista morale.


Per chiudere il discorso va detto che oggi su biogas e bioenergie c’è molta più attenzione critica anche da parte dei governi e delle istituzioni; la Germania che doveva arrivare entro il 2010 al 10% di carburanti di biodiesel di benzina e bioetanolo ha sospeso questo processo; a livello mondiale ora si parla di moratoria, l’Onu sta spingendo perché ci sia una moratoria sulla produzione di biocarburanti che, tolta la canna da zucchero tropicale, hanno delle rese energetiche bassissime. A volte c’è un minimo guadagno energetico nel coltivare il mais e trasformarlo in etanolo, ma in molti sistemi di coltivazione è meno l’energia ricavata di quella che si deve impiegare per la produzione, e quindi la scelta appare totalmente negativa anche dal punto di vista energetico.


Ci sono anche dei cambiamenti in prospettiva che ci devono fare un po’ riflettere soprattutto per quanto riguarda gli scenari del latte.

Nel 2015 finisce il ciclo di politica agricola ed è prevista la liberalizzazione delle quote latte. Già dal prossimo anno è consentito l’aumento del 2% della produzione.

Le quote latte, che pure hanno creato vari problemi, avranno tanti difetti, ma credo che siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che in qualche modo abbiano tutelato i produttori più piccoli ed i produttori di montagna.

Senza le quote latte probabilmente la situazione della competitività, della redditività degli allevamenti di montagna, sarebbe ancora peggiore.

Siamo quindi di fronte ad uno scenario che non è tanto allegro dal punto di vista dei produttori; il  puntare sulla quantità, sulle grosse unità di produzione, si scontra con il fatto che, con la prossima liberalizzazione delle quote latte, la tendenza alla ulteriore concentrazione in grossi allevamenti di pianura sarà ancora più forte, per cui lo svantaggio della montagna aumenterà sempre di più.


I margini di aumento della produzione, per le stalle in montagna, ormai sono ridottissimi, non solo qui nel Lomaso-Fiavè, ma anche in altre parti della montagna alpina (e non solo alpina). Di fronte alle quote che non ci saranno più c’è il latte che viene dalla Polonia - perché va anche detto che, in questa fase di ampliamento della comunità europea, il grosso dei fondi strutturali per l’ammodernamento e il potenziamento delle strutture e delle unità di produzione agrozootecniche e di trasformazione sta andando verso i nuovi paesi dell’est Europa che avevano delle strutture molto irrazionali e fatiscenti ma che grazie all’impegno di questi fondi europei stanno dotandosi di salumifici, prosciuttifici, stalle e caseifici sempre più efficienti che si metteranno, e si stanno già mettendo, in competizione su tutti i mercati dell’Europa.


Questo ci dice che il puntare sulla produzione industriale, e puntare sulla produzione di formaggi  per il mercato nazionale, si rivela sempre più una scelta difficile, anche perché, nel frattempo, aumentano i costi di trasporto.

Vi sono delle relazioni molto strette tra quanto abbiamo considerato sin qui: aumento del petrolio e aumento dei cereali. Il petrolio che aumenta ha indotto a cercare la soluzione illusoria dei biocarburanti, con l’estensione delle coltivazioni energetiche che negli USA occupano già una superficie pari alla Svizzera. In termini percentuali questo rappresenta l’1% della produzione di mais ma sta producendo conseguenze piuttosto gravi perché i farmer americani sono passati dalla produzione di soia alla produzione di mais da bioetanolo. Questa piccola riduzione delle superfici investite a soia ha fatto schizzare in su il prezzo della soia, che oggi arriva sempre più dal Brasile (a spese della foresta amazzonica) e dall’Argentina, e sempre meno dagli USA. Gli animali negli allevamenti intensivi non hanno bisogno solo dei cereali, hanno bisogno anche delle proteine, specie se il loro “piatto base” è il mais che produce molta energia ma è carente di proteine… e la soia è aumentata dell’ 83% in un anno!

L’aumento del prezzo del mais e la produzione del bioetanolo hanno fatto aumentare anche il prezzo della soia che è la componente principale degli integratori proteici sia per l’allevamento suino che per l’allevamento bovino da latte intensivo in Europa. Siamo quindi di fronte a tutta una situazione di aumento dei costi: mangimi, trasporti...


L’aumento dei mangimi, dei cereali e della soia rende ancora più svantaggiosa la produzione degli allevamenti intensivi in montagna proprio perché viene amplificato dall’aumento dei trasporti. Oggi in montagna non vengono acquistati sul mercato solo i mangimi che arrivano dai mangimifici di pianura, ma anche i foraggi. È la conseguenza dell’abbandono dei pascoli e dei prati e dell’aumento delle grosse stalle prive di adeguata base foraggera. Se il mangime aumenta del 40% c’è tensione anche sul mercato del fieno. Sul prezzo del fieno che arriva coi TIR dalla Spagna, dalla Francia o dall’Italia centrale, il costo del trasporto incide pesantemente. Anche nelle aziende zootecniche del Trentino molto fieno si compra fuori, ma il discorso vale anche in Valtellina e in Valcamonica, vale anche in Piemonte; in Veneto è ancora peggio, nel Bellunese e nella Lessinia la zootecnia è ancora più intensiva di quella trentina.


Può essere sostenibile questa situazione? Non tanto. Abbiamo visto da una parte la prospettiva della scomparsa delle quote latte, e quindi un mercato più competitivo dove domineranno soprattutto i paesi dell’est Europa, che si stanno attrezzando per questo mercato, dove, in prospettiva, il prezzo del latte sarà più basso.

La montagna in questa competizione parte svantaggiata perché avrà costi di alimentazione superiori.


Allora non sono pochi quelli che cominciano a mettere in discussione le situazioni dalle fondamenta; ormai sento anche amministratori pubblici, gente che si occupa di agricoltura ed allevamento che dice, senza peli sulla lingua, che bisogna tornare indietro. Nelle ultime settimane amministratori di comunità montane della Lombardia in più di una occasione parlando agli allevatori hanno avuto il coraggio di dire, “cari allevatori, dovete tornare indietro”. Chi ha le 70 mucche deve tornare a 30 e chiaramente la politica, da parte sua dovrà fare una azione di accompagnamento, ma le 70 mucche non sono più compatibili, né per un discorso di costi crescenti dei trasporti, dei mangimi, della soia. dei cereali, né sono compatibili con delle norme di tutela dell’ambiente che sulla base del principio di ecocondizionalità diventeranno giustamente più stringenti. 2015 vuol anche dire netta riduzione del sostegno all’agricoltura, sostegno che sarà sempre più finalizzato al rispetto di condizioni ambientali, ad azioni positive per l’ambiente. Proprio questo sarà l’unico campo dove le sovvenzioni resteranno: la produzione di valori ambientali positivi in modo ben documentato e dimostrato. I fondi per un sostegno sia pure indiretto ai prezzi o all’abbattimento dei costi non sono più nel futuro della agricoltura europea.


La vicina Svizzera è molto istruttiva da questo punto di vista. Fino ad alcuni anni fa praticava una politica di sostegno al prezzo, e quando in Italia c’erano ancora le vecchie lire e il latte veniva pagato 500 lire /litro, - qualcuno se lo ricorda, non sono tempi poi così lontani - in Svizzera il latte era pagato 1000 lire/l, ma la differenza ce la metteva la Confederazione elvetica. Si sono però resi conto che questo sostegno indiretto al reddito dell’allevatore era un sistema molto costoso, il prezzo alto del latte serviva a sostenere la produzione di Emmenthal, e moltissimi caseifici svizzeri facevano questo formaggio che veniva esportato a prezzi molto bassi in dumping. Anche noi trovavamo sui nostri mercati formaggio Emmenthal a prezzi più che competitivi , ma dietro c’era la sovvenzione del governo svizzero. La politica del sostegno al prezzo del latte è stata tolta anche in Svizzera perché, anche se non entreranno nei prossimi anni nell’UE , l’allineamento con le norme europee e gli accordi mondiali sul commercio sono sempre più stringenti. Da una politica di sostegno al prezzo del latte si è passati ad una politica di sostegno ai redditi che si sta rivelando molto più efficace. Ora, in assenza di un sostegno indifferenziato alla produzione, alla quantità, si è tornati a differenziare le produzioni locali e quindi, anche se nella Svizzera tedesca non ci sono quelle tradizioni così ricche e differenziate di produzioni casearie come nelle Alpi meridionali e nella Francia, hanno riaperto piccoli caseifici che producono in modo artigianale, o comunque semiartigianale.


Piccoli caseifici della regione vicina a Zurigo producono per circuiti di distribuzione qualificati, non quelli del formaggio di bassa gamma del supermercato.

La strategia delle differenziazione vale anche per la produzione della zootecnia alpina. Tutta insieme la produzione della zootecnia alpina è una frazione della produzione di latte della pianura padana; in Lombardia si produce in montagna solo il 5% del latte . Se trova i suoi canali di commercializzazione e valorizzazione appropriati, se è un prodotto che va ad incontrare il mercato giusto, può benissimo collocarsi su delle fasce di mercato alte.


Il discorso del Trentino è analogo. In Trentino si produce il Grana Padano e non è quindi un’offesa dire che la zootecnia trentina si è un po’ padanizzata, purtroppo è una semplice constatazione. Parliamo di numero di stalle, di moduli di stalle, parliamo del fatto che il prodotto di punta tipico del trentino è il Grana Padano. È vero, è chiamato Trentingrana, non si può usare l’insilato per l’alimentazione (infatti nel Lomaso- Fiavè, dove, basta guardarsi intorno per vedere quanto insilato si fa, il caseificio di Fiavè non può fare Trentingrana proprio per questo). Il Trentingrana è in definitiva un prodotto di massa, è semplicemente una varietà di Grana Padano, tutelato dal Consorzio di tutela del Grana Padano tanto che su ogni forma vedete impresso il marchio del Grana Padano.


Ora, è un modo giusto di valorizzare il latte prodotto in trentino fare Grana Padano, sia pure un po’ differenziato con l’aggiunta di un nome? Forse no. Ancor meno appropriato è (s)valorizzare il latte prodotto nel Trentino per fare la mozzarella per la pizza, spesso venduta al 3x2, come fa il caseificio di Fiavè. Se dal punto di vista dell’allevatore abbiamo costi delle derrate agricole e trasporto che incideranno sempre di più sul costo della razione, dal punto di vista del caseificio l’aumento dei costi dei trasporti incide altrettanto negativamente. Il latte per far girare il maxi caseificio di Fiavè arriva piuttosto da lontano e le strade non sono certo le più comode. Il prodotto che esce dal caseificio di Fiavè, per arrivare sui mercati nazionali, deve a sua volta fare un certa strada; per il futuro tutto questo ci dice di uno svantaggio crescente di questa politica di industrializzazione dell’allevamento e industrializzazione del caseificio che, in passato, ha potuto contare sui generosi contributi al trasporto latte della Provincia Autonoma.


Ricordiamoci che la politica dei grossi caseifici comprensoriali è una politica degli anni ’60, massimo ‘70, che oggi ci lascia in eredità un sistema di trasformazione molto rigido. Oggi è difficile cogliere le opportunità di differenziazione e tornare a produzioni aziendali e artigianali perché c’è questo ingombrante sistema cooperativo di trasformazione che ormai ha la sua dimensione ed il suo peso e non può essere certo smantellato o ridimensionato come una fisarmonica. È un apparato industriale rigido che se, in passato, ha aiutato a sostenere il prezzo del latte ed il reddito degli allevatori, oggi non consente all’allevamento di trovare nuove strade.


Ma veniamo a quelle che possono essere queste strade.

Il biogas non è una soluzione, l’abbiamo visto, e anche se fosse possibile fare il biogas e aumentare la dimensione delle stalle ci si andrebbe a scontrare con altri vincoli di tipo economico, ambientale e di mercato; allora, cosa si può fare? Passare al sostegno diretto, come è già emerso nella discussione di questo convegno, mi sembra un concetto estremamente interessante. Le 23 mila vacche trentine hanno alle spalle un apparato che è molto costoso. Faccio solo un esempio: in Trentino c’è un centro di ricerca “SuperBrown” con sede vicino a Trento che si occupa di selezionare supervacche che producano superlatte; ora, ci siamo già resi conto che ampliare le stalle ed  aumentare la produzione di latte per vacca (con la conseguenza di acquistare più mangimi) è una strada che è arrivata al capolinea. Spendere ulteriori soldi pubblici per ottenere vacche ancora più super, più produttive, non mi pare personalmente un utilizzo molto oculato dei fondi pubblici, anzi è abbastanza scandaloso. Ma l’esempio di “SuperBrown”, centro di ricerca con alti costi, è solo un esempio delle tante strutture e dei tanti apparati che ci sono tra la vacca e la filiera.

Io non so quali siano i costi di tutte la azioni finanziate dalla PAT finalizzate alla zootecnia, ma credo che, sommando tutte le voci del bilancio per la zootecnia, per tutti i centri e le strutture tecniche e commerciali presenti sul territorio, si arrivi a cifre davvero ingenti. Se quella quota, divisa per vacca, fosse trasferita direttamente alla vacca, cioè al padrone della vacca, quest’ultimo potrebbe stare in piedi in termini di reddito della famiglia con un numero di animali inferiore e con una produzione di qualità. Avremmo anche eliminato strutture molto costose e qualche volta autoreferenziali.


Dunque il concetto di aiutare il più possibile il produttore potrebbe consentire la vitalità ad allevamenti di dimensione compatibile con il territorio.

A Bolzano, ed anche in Svizzera, molti allevatori vivono decorosamente con 15 vacche; hanno sicuramente dei buoni aiuti, perché sono aiuti ben mirati. Ma per tenere 10 Uba, se sei in montagna, devi tenere 10 ettari di prato! In Trentino con 10 ettari di prato ci sono stalle con 50 vacche. In Svizzera gli aiuti allo sfalcio sono proporzionali alle pendenze. È questo il “mistero” che spiega perché in Svizzera i maggenghi non sono abbandonati. Questo è un elemento di riflessione che andrebbe approfondito: quando parliamo di Bolzano o della Svizzera non parliamo di altre parti del mondo, ma parliamo di realtà molto prossime. Siamo poi, almeno per quanto riguarda Bolzano, dentro l’Italia e dentro l’UE, con un’autonomia provinciale identica.


Le proposte concrete: innanzitutto questa zootecnia trentina non va ridimensionata, non va penalizzata, anzi dicevo forse servono più vacche, ma meglio distribuite e meno spinte dal punto di vista dell’alimentazione e della produzione. Sicuramente a Fiavè e Lomaso ce ne devono stare di meno, ma questo ridimensionare la zootecnia forse può essere quello che la qualifica, la salva e le dà un  futuro, un futuro accanto ad altre attività agricole e di trasformazione; questo è un altopiano piuttosto ampio per lo standard alpino; non sono tanti i comprensori che possono disporre di terreni piuttosto fertili e con pendenze così limitate come il Lomaso Fiavè. Quindi le possibilità di cogliere le nuove opportunità sono parecchie. Si diceva prima che i prezzi dei cereali sono cambiati, il grano è aumentato talmente che oggi pensare di riseminare il frumento, l’orzo e la segale anche per scopi di panificazione, dolciari, di maltizzazione non è più un qualcosa di solo sapore folkloristico, ma può avere una sua validità economica. In più, come tutti sanno, nel campo dei cereali per l’alimentazione umana, in Trentino c’è la DOP del mais di Storo, che ha avuto un suo successo, tanto è vero che il mais di Storo viene seminato anche a Fiavè. Poi c’è la Val di Gresta, con una serie di ortaggi, con le patate, anche qui un’altra realtà interessante. A Fiavè c’erano dei famosi fagioli (come a Lamon).


Cosa fare quindi? Le prospettive di differenziazione hanno oggi una loro valenza economica indubbia, vanno però legate all’aspetto culturale e sociale con il coinvolgimento della popolazione e delle varie categorie economiche, a cominciare da quelle del turismo, della ristorazione e dei sevizi, per arrivare all’artigianato.

Mettere a disposizione dei prodotti differenziati di alta qualità, magari biologici, magari con vendita il più possibile diretta al consumatore, può essere una carta vincente per creare nuove opportunità.

La stessa struttura del grosso caseificio potrebbe essere utilizzata per varie attività differenziate di trasformazione artigianale, di socializzazionee, di ospitalità turistica.

Nella valle esiste anche un ecomuseo; l’ecomuseo secondo me è una realtà che può essere coinvolta.


Non va intrapreso un progetto solo sul piano della tecnica e dell’economia agricola, ma anche della cultura, se non altro per recuperare storia e tradizioni. Dalla storia e dalle tradizioni possono emergono anche idee nuove ed interessanti per nuove e vecchie coltivazioni, nuovi e vecchi prodotti, che possono creare un’offerta molto attrattiva. Gli ecomusei sono fatti per promuovere lo sviluppo sociale, per creare dei marchi d’area e anche di singoli prodotti tipici, gli ecomusei possono anche avere un ruolo commerciale relativamente a prodotti che hanno un loro significato nella tradizione e nella cultura locale. Tra le varie cose che suggerisco vi è pertanto il coinvolgimento dell’ecomuseo, che qui esiste, in modo che esso si faccia carico di trovare delle soluzioni alle problematiche attuali dell’agricoltura ricercandole nella storia della coltivazione di questo altopiano e della sua comunità.


Il biologico può essere una prospettiva interessante, l’altopiano biologico forse è un obiettivo lontano, ma non irrealistico. Nella vicina val Poschiavo, laterale della Valtellina, al biologico si è arrivati con una conversione molto rapida, nella misura dell’80%. Tutte le 17 stalle che conferiscono al caseificio sociale di Poschiavo sono biologiche, due in conversione, le altre 15 già convertite e certificate; è un esempio interessante a pochi chilometri da qui. Una delle iniziative che secondo me si può fare è una visita tecnica in questa valle svizzera che sta diventando una valle biologica.

Si sono resi conto che non è solo l’appealing del prodotto bio di montagna sui mercati delle coop svizzere che conta, (anche se il loro prodotto viene pagato in realtà il 50% in più di quello che si paga un formaggio similare), si sono resi conto anche che una volta che questa valle, fatta di due comuni, un territorio che ha dimensioni simili a questo, si trasforma tutta in biologico, diventa una grande attrazione turistica. Per questo stanno anche riseminando i cereali minori. Oltre a creare questa attrattiva, la differenziazione produttiva corrisponde anche ad un’altra esigenza ben concreta: quella di creare consumo sul posto.


Consumare sul posto è realistico? Il discorso di km zero è realistico in un contesto di energia sempre più costosa, ma è realistico in particolar modo nella nostra situazione perché c’è un mercato di consumatori che non sono solo gli abitanti, ma è anche tutto il bacino turistico delle terme di Comano e del lago di Garda. Il turismo del benessere, oltre all’agriturismo, è un altro segmento che può essere valorizzato; se noi abbiamo dei prodotti biodiversificati possiamo anche alimentare un turismo di benessere e attività basate su prodotti salutari.


Queste sono belle idee, ovviamente bisogna tradurle in pratica: la creazione di una associazione può essere un utile strumento pratico. Il Comitato ha svolto e svolgerà ancora per altri aspetti un ruolo fondamentale, però a questo punto, visto che l’azione diventa molto impegnativa, da condurre giorno per giorno, in contatto con gli agricoltori, da una parte, ma anche con gli enti turistici locali, le categorie economiche e le amministrazioni, è importante che ci sia una associazione che voglia promuovere, su questo altopiano, un’agricoltura di qualità. Un’associazione che non sia chiusa nel suo localismo, ma che si colleghi a quelle esperienze, in Trentino e sulle Alpi, che stanno ridando valore ad un’agricoltura su una scala adatta alle dimensioni ed alla natura del territorio. Ad una agricoltura, quindi, che si differenzi da quella industriale.


In ambito nazionale sono in atto delle iniziative per creare questa rete rurale, addirittura c’è un collegamento con i contadini indiani tramite Vandana Shiva per stendere una carta della piccola agricoltura che risponda alle esigenze della piccola agricoltura europea e del contadino indiano.

L’esperienza a Fiavè si iscrive quindi a pieno titolo in processi molto più ampi; sono anzi convinto che l’esperienza di Fiavè potrebbe diventare un modello per il Trentino, perché se si risolve il problema della zootecnia qui allora sarà più facile risolverlo nel resto della provincia ed anche in altre realtà delle Alpi. È un modello anche perché è una realtà in grado di valorizzare le idee che nascono dal basso, con una grossa partecipazione e può rappresentare uno stimolo per quella rinascita delle campagne e delle montagne in Italia che in molti auspicano, anche se a volte è molto difficile individuare i percorsi concreti.


Quindi associazione, e contemporaneamente la promozione da parte degli enti - e penso naturalmente alla PAT- di una ricerca, un progetto a medio termine, che individui concretamente quali sono le possibilità, indichi le tappe di un percorso di trasformazione per cui, senza traumi per le aziende, esse vengano gradualmente accompagnate con misure di sostegno a riconvertirsi, a differenziarsi, non chiuse nel loro ambito, ma in un dialogo molto stretto con tutti gli abitanti del posto, le varie categorie economiche, gli enti culturali. Abbiamo visto quanto è importante la cultura del territorio per trovare soluzioni nuove, che possono a volte essere le soluzioni del passato. Quindi le due cose sono necessarie: l’associazione locale ed un progetto di ricerca sostenuto da parte degli enti pubblici, che nasca però in dialogo con quelle che sono le aspirazioni locali e non sia solo frutto degli input dall’alto.

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