“Crisi ecologica” e “crisi sociale”: due facce della stessa medaglia
Riflessioni a margine delle lettura di Breve storia del progresso,
di Ronald Wright - Mondadori, Milano 2006

 

 

La “crisi ecologica” sta assumendo sempre più il carattere di una definitiva resa dei conti della civiltà “termoindustriale”, un brevissimo ma portentoso “grande esperimento” che l’umanità ha condotto negli ultimi due secoli. Brevissimo, anche se, commisurato all’esistenza individuale, apparentemente lungo: in realtà un “attimo” se pensiamo alla storia della presenza umana sul Pianeta, o alla pur poca durata dell’insediamento dell’attuale homo sapiens sapiens (40.000 anni): pari dunque a una minima frazione, solo uno 0,5%. 

In questo “attimo” l’umanità ha saputo approfittare di un’enorme, ma non infinita, quantità di energia che il Pianeta aveva accumulato in milioni di anni, i combustibili fossili. Ciò le ha permesso di impiantare apparati industriali il cui funzionamento richiede energia in grande quantità, a flusso costante e concentrata. Con questi apparati ha cambiato il volto del Pianeta, ha costruito una tecnosfera che si è sovrapposta alla biosfera. La realtà artificiale così prodotta ha reso la vita umana straordinariamente più comoda, mentre l’impiego di parte dell’energia fossile per la produzione di concimi chimici ha forzato la naturale produttività della terra permettendo di sfamare sempre più persone. Da tempo sappiamo che tutto questo ha avuto e sta avendo un costo: le emissioni tossiche, gli scarti e i rifiuti hanno devastato estese aree del Pianeta, in certi casi hanno rotto equilibri delicati come la temperatura media globale e gli andamenti climatici o come il pauroso impoverimento e semplificazione degli ecosistemi, (l’ultimo caso, l’ecocidio delle api), con effetti autolesionistici per l’uomo sempre più evidenti. Tuttavia i potenti e interessati artefici del “grande esperimento” ci hanno spiegato che questi costi vanno accettati, come uno scotto necessario da pagare al progresso delle condizioni di vita e allo sviluppo della nostra civiltà.

 

Ma questo è solo un corno del problema: l’altro è rappresentato dal rapido esaurirsi di risorse non rinnovabili impiegate per quel “grande esperimento”. Se da una parte accumuliamo sul Pianeta scarti tossici spesso non biodegradabili (gli scienziati li chiamano xenobiotici, estranei alla vita, dunque non riassorbibili nei cicli biologici), dall’altra il buco delle risorse fossili dissennatamente prelevate sta diventando una voragine in cui rischia di precipitare fragorosamente tutto l’apparato termoindustriale creato negli ultimi due secoli. E se poniamo attenzione ai segnali che ci provengono da diverse parti del mondo è questo il corno del problema che più ci deve preoccupare. In questo caso non si tratta di soppesare semplicemente vantaggi e svantaggi del “progresso” e dello “sviluppo”, ma di considerare la possibile fine dello sviluppo e della civiltà attuale, e con essa di gran parte dell’umanità se non di tutta l’umanità (non necessariamente della vita: la biosfera può tranquillamente continuare il suo percorso nonostante l’estinzione della razza umana, come lo ha fatto con l’estinzione di migliaia di specie).

 

Dunque dovremmo rapidamente cambiare rotta, costruire una nuova civiltà che sappia reggersi senza i combustibili fossili. Un cambiamento radicale che fa tremare le vene ai polsi. Del resto, proseguire sulla vecchia strada, quella termoindustriale, sappiamo dove ci porterebbe, prima o poi: nel baratro. Avremo la saggezza sufficiente per costruire in tempo il necessario nuovo futuro?

La storia dell’homo sapiens sapiens non è sempre rassicurante, a questo proposito. Anzi.

Gli archeologi ci raccontano come grandi civiltà in passato si siano tagliate l’erba sotto i piedi, abbiano consapevolmente e irrimediabilmente eroso le condizioni materiali, naturali ed ecologiche per la loro sopravvivenza e continuità, in certi casi fino alla completa autoestinzione: l’isola di Pasqua è l’esempio più clamoroso, ma anche la civiltà sumerica, che ci ha regalato tra l’altro la prima lingua scritta da cui tutti abbiamo imparato, e ancora i Maya, fino al caso più eclatante dell’Impero romano.

E, attenzione, non si trattava di uomini meno intelligenti e meno consapevoli di noi, tutt’altro.  Le loro creazioni culturali e le loro invenzioni tecniche ancora oggi ci stupiscono.

 

E se qualcuno, oggi, fosse tentato da una qualche supponenza, basti considerare nel breve periodo che cosa è stato capace di compiere il civilissimo uomo europeo nella prima metà del secolo scorso: di fronte alla crisi sociale, politica e culturale di inizi Novecento ha scatenato un immane conflitto autodistruttivo (prima e seconda guerra mondiale) che ha travolto e messo ai margini la stessa Europa (12 milioni di morti nel primo round e 50 milioni nel secondo, fino agli orrori indicibili della Shoah e di Hiroshima).

 

Che il “grande esperimento” abbia gli anni (decenni?) contati ce lo segnalano in molti. Gli scienziati autori del Living Planet Report 2006 hanno evidenziato l’impatto dei consumi umani sull’ambiente, attraverso l’indicatore dell’impronta ecologica. Ebbene, nel 2003 l’impronta ecologica, cioè lo spazio necessario per soddisfare i nostri consumi e per ricevere i nostri rifiuti, era di 2,2 ettari a persona (mediamente,  perché nel Nord sviluppato sono oltre 5 gli ettari), mentre la biocapacità, cioè l’offerta del Pianeta in termine di risorse rinnovabili e di degradazione degli scarti, era di 1,8 ettari a persona. Stiamo quindi intaccando il capitale, destinato, con gli attuali ritmi, ad esaurirsi nel 2050.

Ma segnali sempre più eloquenti ed allarmanti ci provengono dall’andamento del prezzo del greggio che, al di là di congiunturali alti e bassi, segue ormai un inarrestabile trend al rialzo, come nel caso di molte materie prime, compresi alcuni prodotti alimentari di base.

D’altro canto, dopo mezzo secolo di guerra fredda all’insegna dello scontro ideologico est-ovest, le relazioni internazionali sono sempre più segnate dai conflitti per il controllo delle risorse e dell’energia: la mappa delle “guerre calde”, dal Medio Oriente al Caucaso, in particolare, è sovrapponibile a quella dei giacimenti fossili e delle grandi vie di trasporto verso l’Occidente.

Insomma, mettere la testa sotto la sabbia non sembra la migliore opzione, perché comunque non possiamo ignorare che prima o poi i nodi verranno al pettine.

 

A questo punto, se la ragionevolezza e la saggezza guidassero l’agire dell’umanità dovremmo tutti insieme mettere mano a quella grande svolta culturale, scientifica, tecnologica e di stili di vita che ci permetta una fuoriuscita dolce e non traumatica dalla trappola del “grande esperimento” e dalla dipendenza dai combustibili fossili.

Tuttavia non sembra che sia così. O almeno, non a sufficienza. Come mai?

 

Può tornarci utile l’archeologia che ha studiato le “scatole nere” delle civiltà antiche in apparenza “inspiegabilmente” collassate. Dalla loro lettura ha individuato tre aspetti del collasso, spesso compresenti: il “Treno incontrollato”; il “Dinosauro”, il Castello di Carte”.

Che il “grande esperimento” attualmente in corso possa apparire un “Treno incontrollato” è l’evidenza a dircelo: c’è qualche importante decisore al mondo che mostra di occuparsi di dove sta andando il Pianeta e se vi saranno ancora condizioni di vita accettabili per le future generazioni?

Il “Castello di carte”, che significa sostanziale fragilità del sistema, lo ritroviamo nel fatto incontestabile che tutto il meccanismo dell’attuale civiltà poggia sulla disponibilità illimitata [!] dei combustibili fossili: basti immaginare quale scenario, stante le attuali condizioni, si presenterebbe nel day after l’ultimo barile di petrolio.

Il “Dinosauro”, cioè la lentezza dei cambiamenti necessari dettata dall’ostilità a rinunciare agli interessi acquisiti e dall’illusione di preservare posizioni privilegiate, è il fattore forse più problematico.

Su questo, quindi, vale la pena di soffermarsi, anche perché caratterizza in particolare la nostra epoca, quella del terzo millennio, e, purtroppo, condiziona negativamente gli altri due fattori del possibile collasso. 


 

Quelle società antiche, l’Impero romano in primis, “improvvisamente” collassate, erano caratterizzate da una struttura sociale gerarchica a piramide: chi stava al vertice esercitava il potere e godeva della possibilità di drenare a proprio vantaggio tutte le risorse e le ricchezze. Cosicché, fino all’ultimo, le classi privilegiate si sono illuse di mantenere il proprio status spremendo i territori e le popolazioni sottomesse, in particolare la produzione agricola, fino all’esaurimento. La crisi, iniziata già nel terzo secolo d. C., invece di essere fronteggiata è stata così semplicemente procrastinata, aggravandola, fino all’inevitabile crollo finale.

 

Qualcosa di molto simile sembra stia accadendo anche oggi. Le macerie del “sistema sovietico”, insieme a una struttura politica autoritaria e ottusa, hanno sotterrato gran parte degli ideali di giustizia sociale, di uguaglianza e di solidarietà che hanno alimentato la migliore umanità nel secolo scorso. Oggi l’Occidente capitalistico si presenta al mondo senza più alcuna promessa di sviluppo per tutti e di lotta alla fame. Sembra davvero di un’altra epoca il famoso discorso del presidente Truman “sullo stato dell’Unione” del 1949: “… la famiglia umana potrà realizzare la vita decente e soddisfacente alla quale ciascuno ha diritto… [attraverso] un’azione che permetterà [ai popoli del mondo] di trionfare sui loro nemici di sempre: la fame, la miseria e la disperazione… noi speriamo di contribuire a creare le condizioni che in definitiva porteranno tutta l’umanità alla libertà e alla felicità personali”.

 

Oggi, neppure si finge di perseguire quegli obiettivi, anzi. Nelle relazioni internazionali e nei rapporti sociali all’interno delle nazioni si ostenta senza pudore l’arroganza del potere e della ricchezza: “Guai ai poveri!”, sembra il motto del tempo attuale. Invece della guerra alla fame globale e all’emarginazione sociale e alla povertà, le risorse vengono impiegate nella “guerra al terrorismo”, in realtà a popolazioni spesso disperate e inermi che hanno il torto di vivere in territori geostrategici; oppure, all’interno delle società opulente, nella “guerra alla microcriminalità” cioè alle reali o presunte insidie al proprio status che provengono dalla pressione dei migranti e dei marginali. E sembra venir meno ogni freno all’aumento parossistico delle disuguaglianze. 

In questo contesto di “crisi sociale globale”, cioè di società a volte formalmente democratiche, ma in realtà a struttura piramidale, la “crisi ecologica”, intesa come incalzante penuria di risorse e di energia, rischia di agire come fattore di ulteriore aggravamento. Sia della “crisi sociale” che della stessa “crisi ecologica”, attraverso il citato fattore “Dinosauro”, per l’appunto.

 

Le nazioni e le classi dominanti, quelle che detengono gran parte della ricchezza del Pianeta, possono essere tentate dall’idea di spremere a proprio esclusivo vantaggio le poche risorse rimaste, nell’illusione di poter mantenere gli attuali privilegi e di rinviare la “resa dei conti” con i limiti naturali.

I “nuovi conflitti” per il petrolio, l’ipotesi di estendere le produzioni agricole per i biocarburanti in un mondo in cui la fame è ben lontana dall’essere debellata, sembrano muoversi in questa direzione.

Ciò significherebbe non solo acutizzare drammaticamente la crisi sociale, ma anche rinviare la soluzione dei nodi della “crisi ecologica”, aggravandola ulteriormente.

È noto che i tre personaggi più ricchi del Nord America possiedano ricchezze superiori a quelle dei 48 paesi più poveri. Se attendessimo che la “crisi ecologica” possa incidere concretamente anche sulle condizioni materiali di vita di costoro, quasi certamente saremmo fuori tempo massimo per fronteggiarla. Il problema è che sono costoro ed i loro accoliti ad avere in mano le sorti del Pianeta!

Insomma, sembra evidente che l’attuale “crisi ecologica” sia profondamente intrecciata alla “crisi sociale”, e che si alimentino reciprocamente, per cui non sarà possibile una soluzione ecologica socialmente ingiusta e una soluzione sociale ecologicamente distruttiva.

 

Riproporre, oggi, la “questione sociale” potrebbe sembrare di primo acchito un anacronismo, un ritorno all’indietro di due secoli. Acquista invece un valore attuale straordinario se, di fronte alla “crisi ecologica”, vogliamo sbarazzarci del fattore ”Dinosauro” e creare le condizioni perché l’umanità tutta, con un eccezionale sforzo solidale, si metta al lavoro per costruire quella auspicabile fuoriuscita dolce dal “grande esperimento”. Un mondo più giusto, in cui tutti condividano almeno un po’ le stesse difficoltà dettate dai limiti delle risorse naturali, è la condizione perché l’attuale “crisi ecologica” venga affrontata con la necessaria urgenza e determinazione. In passato si diceva che senza giustizia non vi può essere pace tra gli uomini. E con la Natura, aggiungiamo noi.

 

Marino Ruzzenenti

Brescia, 2 settembre 2008

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